1. Provincia o città?

    di , il 10/10/2002 00:00

    Considerando gli ultimi episodi di cronaca nera (vedi Cogne, Lano, Brescia) è ancora vero che in provincia e nelle piccole città si vive meglio e che ci sono meno pericoli?

  2. Turista Anonimo
    , 17/10/2002 00:00
    curioso è il pulpito da cui viene la predica
  3. Turista Anonimo
    , 16/10/2002 00:00
    Ma infatti non esiste un unico metodo; io ho scelto il mio e così mi aspetto che facciano gli altri. Quello che si cerca non è, altrettanto vero, una soluzione ,ma dei suggerimenti, delle opinioni, la formulazione di ipotesi e non di tesi. Se però ci perdiamo in precisazioni, distinguo, correzioni avremo certamente i puntini (sulle i) corretti ma spunti insufficienti. Quello che si cerca di fare è un tentativo di analisi che è proporzionato ai mezzi e convinzioni di ciascuno e se per paragone azzardato ogni giornalista od opinionista dovesse fare queste premesse ogni volta sarebbe nel primo caso di 200 pagine il giornale e nel secondo caso già bello che finito il tempo dedicato al suo ascolto.
  4. Turista Anonimo
    , 16/10/2002 00:00
    Pepa, secondo me hai ragione: ognuno di noi (io sicuramente) ha scritto degli interventi molto "personali". Quello che vorrei aggiungere è che non necessariamente deve esserci un metodo giusto per rispondere a questo forum: primo perchè è una discussione (e come tale funziona solo se si confrontano idee diverse, tra idee uguali muore subito), secondo perchè non ha sicuramente la pretesa di dare una risposta al problema (se così fosse poterbbero partecipare solo sociologi/psicologi/ecc.), semmai solo un'opinione (che ognuno può prendere dove vuole). Ciao.
  5. Turista Anonimo
    , 16/10/2002 00:00
    Caro Andrea,

    lungi da me l'intenzione di mettere un bollino di certificazione stile "Chiquita". La mia era una semplice constatazione di fatto, derivata dalla lettura di alcuni interventi, tutto qui. Non voleva essere nè una provocazione nè una critica a qualcuno che la pensa in modo diverso da me, anzi. E' ovvio che ciascuno nell'esprimere le proprie opionioni ci metta del suo e faccia tesoro della propria personale esperienza. Come dici tu questo è scontato e banale, ma evidentemente non hai capito quello che intendevo o forse non mi sono spiegata io.
    Quello che volevo dire era solo che a volte, pur partendo necessariamente dalla propria personale vissuto, manifestiamo un'evidente quanto inconsapevole difficoltà a trattare in modo obiettivo le cose e gli argomenti : e mi ci sono messa dentro anch'io. E a dirtela proprio tutta non mi sembrava il caso di andare a spulciare i singoli interventi di ognuno per estrapolarne degli esempi concreti, non volevo fare della polemica sterile: la mia era una semplice riflessione, qualcosa che avevo notato, che mi aveva incuriosito e che volevo condividere. Che tu poi ti sia sentito parte in causa, beh, non so che dire, non posso farci nulla: anzi ti ringrazio per avermi così pazientemente reillustrato la tua metodologia analitica, sulla quale per'altro non avevo sollevato il benchè minimo dubbio: dopo tutto qualcuno non diceva forse che "repetita iuvant"?
  6. Turista Anonimo
    , 15/10/2002 00:00
    Cara Pepa,
    trovo che la tua conclusione e il tuo bollino di certificazione siano assolutamente fuori luogo e certo questo lo dico anche perché mi sento tirato personalmente in ballo nel tuo, quantomeno affrettato, giudizio. Dire che ognuno porta quale elemento delle proprie argomentazioni la personalissima esperienza vissuta mi pare cosa piuttosto evidente e, per questo, banale mentre non altrettanto banale mi pare il tentativo di comprendere, che è stato fatto in questo forum con tutti gli errori e le conclusioni spesso scorrette a cui si approda. La scelta è antitetica , come già detto: o si ritengono gli episodi citati un fatto puramente ascrivibile ad una patologia della personalità individuale o altrimenti si pensa che la frequenza degli episodi abbia raggiunto un valore sufficiente ad ipotizzare l’esistenza di elementi comuni ovvero alla esistenza di una patologia dell’intera società che possono fare, certo, da grilletto ad un arma già carica.
    Io credo nella seconda delle due ipotesi e per questo, mettendomi in discussione, cerco di analizzare me stesso e il mondo che mi circonda (partendo dal mio personalissimo mondo ma, non vedo perché esplicitare ciò che è implicito sin dall’inizio). Quale allora il percorso più corretto, a mio modo si vedere, per tentare di analizzare le vicende senza cadere in uno studio presuntuoso ed aprofessionale di personalità e dinamiche relazionali? Quello, credo, di evitare di analizzare nello specifico i singoli casi e valutare i fenomeni nel loro insieme analizzandone parallelismi ed elementi ricorrenti. Gli elementi comuni che credo di poter, allora, riscontrare nelle vicende citate sono molteplici: la maggiore frequenza nella ricca provincia italiana, l’insospettabilità dei responsabili, la giovane età anagrafica o di vissuto emozionale dei protagonisti, la ripetitività della modalità operativa che fa supporre l’esistenza di meccanismi imitativi, la mancata comprensione e cognizione della gravità degli atti compiuti nell’immediato ed anche a notevole distanza dall’accaduto. Questo mi spinge inevitabilmente a ragionare sull’educazione alle emozioni ed alla loro gestione, sulla deficienza o assenza di una comunicazione che fornisca valori e sia da stimolo, da punteruolo per lo sviluppo di una sensibilità e per l’acquisizione di valori che siano costituzione dell’individuo e non precetto distante, sui modelli vincenti proposti, sull’immaturo rapporto con la sessualità combattuta fra una esigenza di esplicitarla (chi nella nostra società non esprime una sessualità forte è tacciato di eccessivo pudore ed è per questo debole esempio; il pudore non è infatti più valore ma insulsa difesa del privato) e viverla nella sua completezza e l’inadeguata educazione alle emozioni e alla gestione della componente emotiva della sessualità. Ragiono cioè sulla pletora di stimoli fra immagini, film e quant’altro ad esprimere le proprie esigenze sessuali ma la mancata educazione al confronto con queste. Cerco di valutare poi anche il modello di società che mi circonda fra provincia e città che, entrambe, conosco. Rifletto sui miei conterranei che solo da poco si confrontano coi sudafricani che lavorano come ambulanti nei mercatini del veneto e che sentono un furto la perdita di clienti e l’inasprirsi dei prezzi e che vorrebbero con la violenza reagire a questo abuso da cui il loro comune non li tutela e cerco di analizzare questa scarsa abitudine al confronto. Che intolleranza, violenza e persino razzismo trovino spazio anche fra le trafficatissime strade cittadine è evidente anche oggi (a Roma è in come un ragazzo di colore pestato da alcuni giovani ultras laziali) ma in provincia sono altre le dinamiche. Nella provincia la diffidenza e il risentimento pur non arrivando agli eccessi di violenza suddetti sono sentimento che unisce spesso un’intera comunità e non gruppetti isolati, diventano fatto di chiusura culturale di un intero nucleo. In provincia la disabitudine al confronto è fatto evidente perché ha ragioni contingenti che non riesco a capire perché qui si voglia negare: tutti pronti ad evidenziare i pregi e la crescita che derivano da una società multirazziale per poi dire che in provincia hanno la stessa apertura mentale della città (ripeto: il termine provincialismo da cosa nasce?). Nei miei interventi ho tentato di mettere in luce come la realtà della provincia, sia nel bene che nel male, diversa da quella della città e che certe chiusure mentali possano dar origine, costituire l’humus per un certo tipo di conflitti, indipendentemente dai fatti di violenza citati.
  7. Turista Anonimo
    , 15/10/2002 00:00
    Scusate, volevo fare solo una breve considerazione: leggendo alcuni interventi di questo forum, alcune conclusioni, ho la sensazione che spesso si reagisca per difendere il proprio status quo. Così, chi vive in città difende la città. Chi vive in provincia difende la provincia.
    MAgari l'ho fatto anch'io, forse è inevitabile e insito nella nostra natura ma trovo interessante vedere come a volte sia difficile discutere di un tema complesso comequesto con il dovuto distacco e ci si lasci completamente travolgere dalla propria situazione personale facendo delle affermazioni assolute che in realtà di assoluto hanno ben poco e di soggettivo hanno moltissimo.
    Tutto qui.
  8. Markus Vaja
    , 15/10/2002 00:00
    Non centra niente provincia o città!!!

    Markus
  9. Arianna Alessi
    , 15/10/2002 00:00
    avete visto ieri sera portaaporta? mi ha lasciato
    moolto perplessa...si richiede il ritorno del patriarcato, un educazione rigida, i figli devono soddisfare (con il loro comportamento) i genitori, e non viceversa.
  10. De Giò
    , 14/10/2002 00:00
    Cara Alessia
    la televisione è solo il mezzo veicolante del micidiale cocktails che sta portando questa società a fare Karakiri. La tv rappresenta il sistema circolatorio che diffonde veleno dappertutto. Naturalmente la società è malata perchè anche la famiglia è malata. Riguardo al terribile delitto di quella povera creatura bisognerebbe ribaltare la domanda e dire: come può un uomo di 36 anni rendere complici delle sue nefandezze dei ragazzi? Ma le indagini continuano ancora, pertanto la storia recente e passata invita ad essere cauti...
    Giò
  11. Turista Anonimo
    , 14/10/2002 00:00
    Sono d'accordo con Lorenza, quando dice che "La follia non fa distinzioni geografiche. Persino gli eremiti possono impazzire."....purtroppo è vero.

    meg
  12. Turista Anonimo
    , 14/10/2002 00:00
    Mi spiace, gio', ma non credo che tutto dipende sempre ed esclusivamente dalla televisione.
    L'ambiente dove si vive e soprattutto quello familiare incide molto di più.
    Nel week ci sono stati sviluppi nelle indagini per l'omicidio di Lano, e mi sono chiesta.
    Cosa rende così fragile un ragazzino di 16 anni da accettare una spedizione omicida, da un uomo di 36??
  13. De Giò
    , 13/10/2002 00:00
    La televisione ha senza dubbio la colpa maggiore, perchè ha il grande potere di entrare in tutte le case e "corrompore" o "distorcere" la coscienza delle masse. Sarebbe il caso di dire 56 milioni di piccioni con una sola fava! E0 chiaro che ci sono anche altrettanti fattori e sono: il sistema capitalistico con la lotta quotidiana per il successo; il bisogno di consumismo; l'isolamento dei soggetti; il garantismo sfrenato che "ammolla" le leggi, con la "non certezza della pena" e costituisce, per i criminali un incitamento a delinquere, ecc. ecc.
    Insomma, la nostra società fa acqua, così come fanno acqua la società islamica e quelle orientali e non si intravede una meta, in questa disperata ricerca della società perfetta(quella delle api, per intenderci).
    Giò
  14. Andrea C. 1
    , 13/10/2002 00:00
    Non credo che riferire tutto quanto al certo reale cattivo esempio fornito dalla televisione possa risolvere la questione; i canali di comunicazione sono molteplici e quando si attribuiscono le colpe ad uno solo inevitabilmente si semplifica. Quanto alla differenza fra provincia e città io sento di dovere ribadire il mio punto di vista: quando io e Paolo abbiamo elencato i possibili motivi di disagio connessi alla vita nella provincia italiana abbiamo certo citato solo gli elementi negativi del vivere fuori dalla città perché questo era il nostro intento. Se infatti la vita fuori dai centri abitati preserva dal traffico caotico e dallo stress e dalla cattiva salute ad esso connesso, consente una vita indubbiamente più a dimensione d’uomo ed un rapporto più naturale con le cose inevitabilmente offre meno opportunità, meno stimoli, meno occasioni di confronto. Non si può far passare la curiosa idea che in provincia si sia più isolati ma con pari opportunità ed occasioni, non corrisponderebbe alla verità e conosco molte persone che avrebbero molto da obiettare. Quanti sfuggono alle maglie soffocanti di una vita isolata in campagna e sentono asfissiante l’assenza di occasioni della provincia? Molti sono i giovani cresciuti fuori dalle metropoli e che lì vanno in cerca di opportunità di studio, lavoro e svago e devo dirlo, per onestà, che spesso si vede, che certe grettezze ed ingenuità ci differenziano (e lo dico senza alcuna supponenza). Così come del resto devo dire che la città è caotica, malsana, che crea solitudini spesso invisibili, che è multiculturale anche perché aperta agli stranieri da poter utilizzare come forza lavoro ed in tanti casi solo in questo senso, che è alienante e che offre un modello di vita innaturale, meno umano ma che offra di più, è fuori di dubbio. E poi il termine “provinciale” per indicare una persona di mentalità ristretta e limitata da cosa trarrebbe corpo? Non voglio per chi sa quale curioso obbligo dover dire che siamo tutti uguali quando so che così non è. Il mondo fuori dalle grandi città, per fuori intendo serie distanze e non le villette di periferia, è sicuramente un po’ limitante. La mentalità è più chiusa, spesso meno disposta all’accoglienza perché abituata anche all’esterno ad una dimensione di socialità più vicina a quella di un salotto; questione di numeri. In città mi confronto con numerose persone che portano le proprie diversissime esperienze e vissuti ed inevitabilmente ho maggiori opportunità di accostarmi a qualcosa di nuovo, ad occhi differenti dai miei e di trovarmi faccia a faccia con le mie stesse contraddizioni. La provincia è invece fatta di numeri meno importanti, di mentalità spesso più vicine fra di loro (questo certo non vuol dire unicamente peggiori) perché frutto di esperienze relativamente comuni (almeno le vecchie generazioni sono fatte da gente che in buona parte dei casi si è spostata poco dal proprio luogo di nascita ed è quindi portatrice di un’unica mentalità). Ed in questo senso valutavo la provincia come una dimensione dove è più facile che si realizzino, come del resto è stato, casi come quelli citati in precedenza. Le vecchie generazioni, sarà anche per un maggior dialogo con la religione che certo era anche maggiore sudditanza ai precetti e acriticità di confronto, sono state meno interessate da fenomeni di questo tipo. Non so spiegarmelo completamente ma si può parlare di una istintiva e naturale propensione ai sani principi, di un naturale rispetto per la vita (vi prego di non avventurarvi in lunghi elenchi della scarso rispetto della vita umana della storia delle vecchie generazioni, io non parlo in assoluto ma parlo di gente come mio nonno ed i suoi amici) e per alcuni valori di base. Nei giovani d’oggi questo s’è un po’ perso, non è più fatto istintivo ma culturale, di crescita e maturazione ed in questo senso il confronto diventa determinante. Il dialogo e l’educazione diventano un fatto fondamentale, fanno come dicevo da contraltare ad una società che propone valori spesso distorti ed allora diventa necessario avere una maturità sufficiente ed una mentalità critica sviluppata e solida.
  15. De Giò
    , 12/10/2002 00:00
    Questa società del ca. è malata, in città, in campagna e ovunque ci sia un insediamento umano. Di che cosa è infetta? di violenza ed egoismo, offerto a tutte le ore, comprese quelle notturne. Chi è il grande untore? Quella scatola infernale che si chiama televisione e prima che qualche co. mi dia dell'ottantanne(ho solo 45 anni, ripeto quarantacinque compiuti ad Agosto!!!!), chiarisco il concetto, per televisione intendo non la tecnologia televisiva ma l'uso scorretto che si fa di questo meraviglioso oggetto. Non meravigliatevi troppo se una banda di ragazzini, con qualche depravato adulto, scannano e ammazzano come nelle favole del lupo cattivo: LO VEDONO FARE CENTINAIA DI VOLTE AL GIORNO, CONDITO IN TUTTE LE SALZE, TANTO DA CREDERE CHE SIA POSSIBILE PASSARE DAL FILM ALLA REALTA' E VICEVERSA. Pertanto, a mio avviso, è uno schifo vivere in un paesino, è uno schifo vivere in una grande città, dappertutto ci sono alienati e pazzi con licenza di scannare.
    Giò
  16. Turista Anonimo
    , 12/10/2002 00:00
    ... in effetti non posso negare che con tutto questo correre necessito di frequenti docce...