Partenza il 15/1/2015 · Ritorno il 17/1/2015
Viaggiatori: 2 · Spesa: Fino a 500 euro

Il rito delle Farchie a Fara Filiorum Petri

di Andrea e Lidia - pubblicato il

Rito che si celebra ogni anno a Fara Filiorum Petri, provincia di Chieti, il 16 gennaio. Ciascuna delle 16 contrade del Comune partecipa alla festa in onore di Sant'Antonio Abate attraverso la complessa costruzione e la suggestiva accensione di enormi fasci di canne selvatiche, nello spazio antistante la chiesetta dedicata al Santo.

In una rivista dedicata al turismo, io e mio marito ci siamo imbattuti in un articolo in cui si descriveva sommariamente la Festa delle Farchie che si svolge, ogni anno, il 16 gennaio, vigilia della ricorrenza della festività di Sant’Antonio Abate, a Fara Filiorum Petri, in Provincia di Chieti. Incuriositi dalla particolarità del nome del paese ed attratti dalla percezione di poter assistere all’arcano fascino di un antico rito popolare, abbiamo deciso di andare a conoscere questa realtà. E non siamo stati delusi: per 2 giorni abbiamo avuto la possibilità di godere il piacere dell’incontro e della conversazione con i Faresi, condividendone gli aspetti culturali, sociali, folcloristici, gastronomici, apprezzandone la grande genuinità e ammirando, soprattutto, la forte coesione e identità territoriale che accomuna tutte le fasce d’età impegnate nella preparazione della Festa.

Appena arrivati ci siamo diretti nel luogo destinato alla preparazione di una delle Farchie, quella della Contrada di Sant’Eufemia: in un ampio spazio prospiciente la strada principale del paese, si erge una spaziosa baracca di legno, a fianco della quale, riparati da un tendone, molti contradaioli lavorano intorno ad un enorme fascio di canne selvatiche. In un angolo dell’area antistante arde, ora più ora meno vivace, un falò che dall’inizio alla fine della preparazione della Farchia non deve spegnersi mai.

Qui incontriamo un ragazzo di 24 anni, Matteo Stenta, che ci illustra molti aspetti della Festa, conquistandoci per la passione e l’attaccamento alla tradizione che effonde nel racconto. Di seguito la sintesi della sua esposizione. “La Festa si fa risalire ad un miracolo compiuto da Sant’Antonio Abate al tempo dell’invasione francese, nel 1799. Ai Francesi che avanzavano per conquistare Fara, il Santo apparve nelle vesti di un generale che intimò loro di fermarsi prima della “Selva”, un grande querceto che proteggeva il paese e ne impediva la vista. Poiché i nemici non indietreggiavano, il Santo fece incendiare le querce; i Francesi, spaventati, furono costretti a fermarsi davanti a quelle immense torce e, credendo che tutto il paese stesse bruciando, si ritirarono.

Secondo un’altra leggenda, sul luogo del miracolo, in contrada Colli, nei pressi della selva che delimita il territorio, i Faresi costruirono una Chiesetta davanti alla quale, ogni 25 anni, la Festa delle Farchie viene celebrata in forma solenne: tutte le farchie vengono portate proprio davanti la chiesa della Selva, con un'arrampicata lunga e faticosa, che mette in marcia tutte le contrade lungo la stessa strada che sale verso il colle (saranno 3/4 km). E’ una ricorrenza davvero eccezionale: l’ultima risale al '99, quindi si attende il 2024 per celebrare nuovamente il rito in modo grandioso.

Come descritto nella brochure a cura del Comune di Fara, la festa di S. Antonio Abate rappresenta un valido esempio di conservazione di riti purificatori e di propiziazione della fertilità connessi al solstizio invernale. E’ il fuoco purificatore l’elemento emblematico di cesura tra l’anno vecchio con la natura spoglia e l’anno nuovo che prelude alla rigenerazione della terra.

Inoltre, la farchia racchiude in sé gli elementi essenziali della vita, è un simbolo di forza, di vigore, di sacrificio e di caducità.

Questa celebrazione evoca anche, secondo me, un’analogia con ciò che accade nel rito di costruzione e distruzione dei “mandala”orientali: un gruppo di persone, dopo aver impiegato tempo ed energia mentale e fisica per costruire un’opera “perfetta”, sacrifica, qui attraverso il fuoco, quanto ha faticosamente e pazientemente ha realizzato.

La costruzione della Farchia

La realizzazione della farchia inizia con la creazione di un’anima rigida costituita da un “palo” di canne robuste legate strettamente; intorno a questa spina dorsale si effettua il “rinfascio” ricoprendo via via il nucleo centrale con fasci di canne in modo simmetrico e compatto fino a raggiungere la dimensione finale.

Man mano che si procede al rinfascio si eseguono legature a distanze regolari utilizzando i rami di salice; in genere lungo tutta la farchia si contano 17 o 19 legamenti. Questa operazione richiede forza ed abilità ed è tecnicamente complessa e molto delicata in quanto determina la solidità e la bellezza della farchia dalla base –il piticone- alla cima –il fiocco-. Dall’esecuzione e dall’allineamento perfetto dei nodi dipende la verticalità, la compattezza e la stabilità della costruzione. Queste caratteristiche sono fondamentali soprattutto nel momento in cui, dopo l’innalzamento, un uomo si arrampica sui nodi delle legatureper sistemare la batteria di mortaretti che dovrà incendiare la paglia pigiata tra le canne del “fiocco”. L’ esecuzione della Farchia si protrae per una decina di giorni; inizia, di solito, subito dopo l’Epifania, ma la preparazione dei materiali necessari impegna la contrada per gran parte dell’inverno: nei giorni intorno all’8 dicembre si procede al reperimento dei rami, necessari per legare il fascio di canne, che vengono accuratamente scelti e tagliati da un salice rosso sulla cui ubicazione si deve mantenere scrupolosamente il segreto. Le canne, anch’esse selezionate con cura, vengono tagliate nel mese di febbraio di ogni anno, raccolte in fasci, pulite e conservate in ambienti chiusi fino al gennaio dell’anno successivo. Anche il luogo in cui ogni contrada va a tagliare le canne non deve essere rivelato; la tradizione, poi, vuole che tutto il materiale venga custodito gelosamente. In passato, infatti, poteva accadere che alcuni contradaioli, con blitz notturni, andassero a rubare o a danneggiare il materiale altrui sia per procacciarsi facilmente l’occorrente alla loro opera, sia per procurare danni agli altri costruttori. Questo pericolo incombeva in particolare a costruzione completata, per questo, ancora oggi, per tutta la notte del 15 gennaio, gli uomini della contrada usano vegliare la farchia scaldandosi al fuoco del gigantesco falò, bevendo abbondantemente e mangiando i gustosi piatti cucinati dalle loro donne.

Le contrade che preparano la farchia sono 16, ma, soprattutto in passato, il numero poteva variare perché, quando la rivalità era più forte e i contradaioli litigavano tra loro, alcune famiglie si dissociavano e decidevano di costruire autonomamente un’altra farchia. In alcune contrade anche i bambini sono direttamente coinvolti e si cimentano nella costruzione di una farchia più piccola.

La Farchia pesa circa 8 quintali, un diametro di circa 80-100 cm e raggiunge una lunghezza di 8 metri. Le misure, da qualche anno, sono regolamentate dal Comune, che fissa i parametri, mentre in precedenza le dimensioni erano libere e le varie contrade gareggiavano a chi costruiva la Farchia più imponente, arrivando a volte ad esagerare e a creare potenziali pericoli nel trasporto e nell’innalzamento della stessa.

La Farchia viene trasportata da circa 15-20 persone e molti cercano di mettervi sotto una spalla o almeno un braccio perché, comunque, anche dare un piccolo sostegno viene ritenuto un vanto.

Ci dice Matteo con orgoglio: “La cosa più bella di questa opera è che riunisce più generazioni; in questo periodo dell’anno gli abitanti della contrada, di tutte le età, si ritrovano insieme, è come se si vivesse in un’altra dimensione temporale, si sperimenta una diversa percezione della realtà. Gli anziani della contrada, pur con gli acciacchi dell’età, sono molto presenti e sono quelli che guidano la costruzione della farchia dando indicazioni e consigli, quelli più giovani, anche se partecipano ormai da tanti anni alla preparazione del fascio di canne e sarebbero capaci di fare da soli, lasciano spazio agli anziani e ai loro suggerimenti.”

Mentre gli uomini lavorano, le donne sfaccendano intorno ai fornelli per preparare dolci e piatti tradizionali che saranno serviti a cena, evento cui partecipa tutta la contrada. I bambini e gli adolescenti si nutrono della gioiosa atmosfera di questo rito collettivo ed alcuni di loro si esercitano nel suonare” lu dobbotte”, un tipo di organetto detto anche “trevucette”.

La tradizione è così forte che alcuni faresi che lavorano lontano si riservano almeno una settimana di ferie per tornare al paese e partecipare alla realizzazione di questa opera d’arte collettiva. Chi non può tornare sostiene i compaesani con generose donazioni di denaro.

L’accensione delle Farchie

Il giorno 16, verso le 13,30, dopo aver ricevuto gli ultimi ritocchi e decorazioni di fiori, fiocchi e bandiere, la farchia viene sollevata dagli uomini più forti della contrada, sistemata su rimorchi di trattore, appositamente predisposti, e trainata verso la Chiesa di Sant’Antonio circondata da uno stuolo festante che canta la vita del Santo. Intorno e sopra la farchia trova posto qualche bambino e l’immancabile suonatore che accompagna il canto con il suono del “dobbotte”. Le 4 contrade più vicine al luogo dell’ accensione trasportano il pesante fascio di canne portandolo a spalla per quasi 1,5 km lungo un tragitto in gran parte in salita, con grande fatica, difficoltà e pericolo soprattutto in caso di neve e ghiaccio. Giunti alla meta finale verso le 16,30, nello spazio tra la Chiesa di Sant’Antonio e il cimitero, si celebra il rito della presentazione delle farchie alla statua del Santo, del loro innalzamento e accensione a ricordo del’evento prodigioso. Ogni contrada deposita a terra la farchia e, a turno, la innalza. L’operazione è molto impegnativa e richiede notevole sforzo muscolare ed attenta sinergia: i portatori, al comando del capofarchia e attraverso l’utilizzo di una scala, due lunghi pali legati a X (filagne) e corde, in più riprese e con notevole suspense per gli spettatori, dispongono la farchia in posizione verticale. Quando la farchia è stabilizzata uno dei farchiaioli si arrampica lungo i nodi delle legature, raggiunge l’involto dei mortaretti che è fissato vicino al fiocco e lo fa srotolare affinché da terra si provveda ad avvolgerlo tutt'intorno al fastello di canne. All’imbrunire tutte le farchie sono innalzate e inizia lo spettacolo del loro incendio. Ad una ad una vengono accese le micce e, al termine dello scoppio dei mortaretti, le fiammelle cominciano a guizzare all’interno del “fiocco”; pian piano, la paglia si accende sprigionando fiamme sempre più alte e dando vita ad uno scenario magnifico.

A sera, ogni contrada getta a terra la propria farchia dopo averla lasciata bruciare quasi fino a metà, la taglia e trasporta la parte inferiore, solida e massiccia come un rudere di colonna di un antico tempio, nel luogo di costruzione: qui rimarrà come simbolo e trofeo in attesa della nuova farchia nell’anno successivo.

Per finire, mi piace citare una nota del Sindaco di Fara, Sig. Camillo d’Onofrio: “Dal 2011 l’Unesco nella “Declaration Universelle sur la diversité culturelle” fa appello alla tutela delle feste autentiche perché ritenute essere patrimonio dell’umanità laddove esse sono espressione unica e irripetibile del pensiero umano: la festa delle Farchie è patrimonio dell’Umanità perché racchiude in essa innegabili valori di autenticità.”

Completo la relazione con notizie riguardanti il paese e il territorio di Fara F.P.

Origine del nome e storia di Fara Filiorum Petri

Il singolare nome di questo paese in Provincia di Chieti è di origine longobarda e risale all’Alto Medioevo. Come suggerisce la traduzione letterale dei termini: “ Borgo dei figli di Pietro”, il paese ha avuto la sua genesi dalla stirpe di Pietro, un fedele amministratore dei beni dei Longobardi, che lo ripagarono per i suoi servigi con il dono delle terre da lui curate. La stessa posizione del nucleo antico di Fara, arroccato su uno sperone breccioso di origine glaciale, fa intuire la sua origine longobarda e la sua verosimile evoluzione da accampamento militare a villaggio rurale. Intorno all’anno mille si estese sul territorio farese l’influenza dei monaci benedettini di Montecassino, come testimoniano i resti del Monastero e della Chiesa di Sant’Eufemia, che perdurò per diversi secoli facendo del paese un importante centro di religiosità, mentre il dominio temporale passava dagli Orsini ai Colonna. Solo nel 1800 Garibaldi determinò la caduta dei Colonna e Fara iniziò la sua trasformazione culturale, architettonica e logistica ad opera della borghesia. Furono ricostruiti antichi edifici,fu innovato il sistema viario anche a servizio della campagna, avviate iniziative culturali come la costituzione della Banda Musicale di 20 elementi e, all’inizio del ‘900, furono costruiti gli imponenti muraglioni a sostegno del dosso su cui sorge il centro storico. Nonostante le numerose perdite umane e le devastazioni subìte nei due conflitti mondiali, Fara riuscì a conservare,e, tutt’oggi mantiene, il ruolo di paese guida in tutta l’Alta Val di Foro.

Il territorio

Tra la dorsale collinare preappenninica e le falde della Maiella, a circa 300m di altitudine, si estende il territorio del Comune di Fara Filiorum Petri, caratterizzato da una zona pedemontana e una zona collinare argillosa, risalente al Pleistocene, in cui si sono formati i caratteristici calanchi, a lama di coltello, con spigoli molto vivi e brulli, che rivestono un notevole interesse geologico e turistico.

Questa terra, in passato ricchissima di acque dove, per gli antichi, abitavano le ninfe e, per la fede cattolica, scorrevano acque miracolose, è solcata da 2 fiumi, il Foro e la Vesola Sant’Angelo che si congiungono nei pressi del paese. In vicinanza del centro di Fara, con argini artificiali lungo il fiume Foro, sono stati realizzati 2 laghi ricchi di fauna ittica, tra cui il lago Piattelli che si estende proprio sotto le mura, in cui si può praticare la pesca sportiva delle trote Fario e Iridee.

Economia

L’attività economica più importante è l’agricoltura, con una estesa coltivazione della vite(vitigni Montepulciano d’Abruzzo, Trebbiano, Chardonnay e Pecorino), dell’ulivo e di alberi da frutto che trovano il terreno ideale nella zona collinare argillosa. Diffusa è anche la coltivazione delle classiche colture orticole mediterranee(pomodori, patate) tra cui si distingue la secolare coltivazione di una particolare cipolla bianca, “la cipolla piatta di Fara” che raggiunge dimensioni notevoli ed è particolarmente adatta al consumo fresco avendo sapore dolce e scarsità di quei solfuri che rendono l’alito pesante.

Dalla produzione agricola zonale deriva la presenza di industrie enogastronomiche e non manca la diffusione della piccola e media impresa, spesso a conduzione familiare, specializzata nella produzione di abbigliamento e mobili.

L’artigianato si distingue per la presenza di lavorazioni artistiche del legno e del ferro. Una citazione particolare merita il laboratorio artigianale Di Prinzio le cui opere (cancelli, lampioni, ringhiere, statue e monumenti) sono presenti in tutto il mondo.

Per il turista la zona si presta a percorsi stimolanti, a piedi o a cavallo, lungo il fiume e nei querceti e faggete ai piedi dello splendido territorio della montagna madre, la Majella, che, in inverno, offre interessanti piste per lo sci alpino nella soprastante stazione di Passo Lanciano, collegata all’area sciistica della Majelletta.

FONTI BIBLIOGRAFICHE:

  1. “FARA FILIORUM PETRI – terra di magici riti e acque feconde”, Guida al Centro Storico e al territorio, Gennaio 2010
  2. “LE FARCHIE a Fara Filiorum Petri”, brochure a cura del Comune di Fara F.P.
  3. “FESTA DELLE FARCHIE” http://it.wikipedia,org/wiki/Festa_delle_Farchie, gennaio 2015

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