IL RAJASTHAN (val bene una messa?) - Parte 1°

di LucMen - pubblicato il

ANTEFATTO Fedeli alla nostra tradizione di viaggi lungamente e dettagliatamente programmati, ci troviamo alla metà di luglio senza avere ancora stabilito una destinazione.

L’unica decisione alla quale siamo addivenuti durante il lungo inverno, è dettata da una perentoria richiesta di mia moglie: “Dovunque, ma non in Oriente !” Così, il 5 di agosto, siamo in aeroporto pronti ad imbarcarci. Destinazione India ! Per non ingenerare la convinzione che la nostra famiglia sia vittima di una lieve insania, è bene spiegare le motivazioni che hanno spinto ad una così contraddittoria decisione.

Il 25 di luglio è alquanto improbabile trovare disponibilità per una qualsiasi destinazione nel mondo (soprattutto se si intende partire nella prima settimana di agosto), salvo che non si sia disposti ad ipotecare beni immobili per pagare il biglietto aereo. Pertanto, essendo io piuttosto allergico ai cosiddetti ‘viaggi organizzati’, dopo lunghe discussioni, siamo finalmente giunti ad un compromesso.

Ricorreremo a quella che abbiamo sempre considerato una riserva per le situazioni d’emergenza, spesso paventata ma mai utilizzata: “Avventure nel Mondo”.

A dire il vero siamo un po’ intimoriti dall’alone di leggenda che da sempre ammanta questo operatore. “Ma siete pazzi? Vi costringeranno a dormire per terra!” ci avvertono alcuni amici con lo sguardo allucinato per il terrore.

“Ho sentito dire che alle volte obbligano al digiuno ...“ ci sussurra un altro in un orecchio, quasi con il timore che questa terribile verità possa venire allo scoperto.

Neanche aiuta molto a dissipare i nostri dubbi il foglio notizie che ci arriva al momento della prenotazione. Ne riporto letteralmente alcuni brani: - ABBIGLIAMENTO ED ATTREZZATURE: ... sacco lenzuolo, torcia elettrica, coltellino multiuso, integratori salini ... - ... Vi troverete a dormire in alberghi di ogni tipo nella consapevolezza di essere stati voi stessi a decidere e con l’impegno di ciascuno di voi a verificare la sussistenza delle condizioni minime di sicurezza ed igiene di ogni servizio scelto ... - ... Vi invitiamo ad una severa autoselezione. Se solo ora o in corso di viaggio scoprite di aver sbagliato viaggio, non reagite in modo sbagliato, cercate di adattarvi alla convivenza, alla promiscuità ... Tant’è, quando in aeroporto siamo in procinto di incontrare il nostro capogruppo, ci aspettiamo di veder comparire una specie di Rambo in gonnella (sappiamo già che si tratta di una donna). E’ grande, quindi, la nostra sorpresa, quando ci si para davanti una mite e gioviale ragazza. Anche i nostri ‘compagni d’avventura’ non sembrano avere l’aspetto di superuomini. Rinfrancati nel morale, accogliamo con soddisfazione un’altra notizia: voleremo con Alitalia. Per quanto mi riguarda, sono lieto di tornare dopo tanti anni su un aereo della nostra compagnia di bandiera. A dire il vero, l’ultima, remota, esperienza non era stata delle più felici, ma ora entro a testa alta sul velivolo, guardando con una punta di orgoglio i passeggeri stranieri che ci faranno compagnia nel lungo viaggio. Non immagino ancora che l’uscita, una volta arrivati a Delhi, sarà a testa bassa per la vergogna.

Si, perché fin dalle prime battute, ci rendiamo conto che tutto ciò che può essere fatto per cercare di irritare il passeggero e rendergli il viaggio insopportabile, Alitalia lo fa con sistematicità quasi scientifica: - L’aeromobile è vecchio e mal tenuto (il mio tavolinetto, solo per fare un esempio, non si regge ripiegato, così devo approntare una chiusura d’emergenza con una ‘zeppa’ di carta). - Esiste uno schermo unico sistemato all’inizio di ogni settore, (quindi lontano anni luce dalla gran parte dei passeggeri) che oltretutto è quasi sempre spento (persino l’Air Lanka utilizza ormai dei GPS per mostrare la rotta in volo). Anche munendosi di un binocolo, il film, che tra l’altro avrei gradito vedere per rompere la monotonia del viaggio, è inascoltabile in quanto gli auricolari di tutto l’aereo non funzionano. Morale, ho perso un paio di gradi di vista per cercare di intuire la trama di un film muto! - Il personale è solo maschile il che, lungi da me qualsiasi considerazione sessista, ci priva della grazia e cortesia che solitamente contraddistinguono il genere femminile. Infatti, gli steward sono per lo più arroganti e scortesi. - Dulcis in fundo: il cibo. Durante la distribuzione del primo pasto, la scelta tra menù continentale e menù indiano si interrompe a metà dell’aereo, causa esaurimento del menù continentale. Nonostante le nostre proteste, siamo costretti ad ingurgitare un penoso pasto vegetariano inodore ed insapore. Ma non è tutto, perché durante la distribuzione del secondo pasto accade esattamente la medesima cosa! Ora, anche volendo, con grande magnanimità, passare sopra al fatto che un aereo nel quale i passeggeri sono nella stragrande maggioranza occidentali (e carnivori), imbarchi, non so per quale assurdo criterio, più pasti vegetariani che continentali, appare davvero ingiustificabile che nessuno, vista l’esperienza del primo pasto, abbia minimamente pensato ad iniziare la distribuzione del secondo nel senso inverso, in modo da consentire almeno una scelta a tutti. Per inciso, dopo aver fatto notare che era la prima volta che mi accadeva una cosa simile in tanti anni di viaggi aerei, ho avuto come risposta dallo steward questa memorabile frase: “Vuol dire che finora è stato fortunato”. E qui chiudo l’argomento.

1° GIORNO: DELHI Contrariamente a quanto illustrato dai vari resoconti di viaggio letti prima della partenza, espletiamo velocemente e senza alcun intoppo le pratiche di sbarco. Ci avviamo, quindi, soddisfatti, verso l’uscita dell’aeroporto. Ma una volta varcatane la porta, l’India ci colpisce di sorpresa come un cazzotto in pieno viso. Tutto è caos. Automobili e motociclette a clacson spiegato, persone, tante persone, di ogni tipo che ti si incollano addosso chiedendoti non si sa cosa. Il tutto condito da un caldo-umido asfissiante. Stefania, il nostro capogruppo, miracolosamente, riesce a rintracciare l’autista del nostro pulmino, nel quale ci rifugiamo in fretta frastornati dall’impatto violento. Ma non è finita. Il mezzo, al posto dell’aria condizionata, dispone di una serie di graziosi ventilatorini da tavolo fissati sopra ogni coppia di sedili, divertenti, ma quasi inutili vista l’entità del calore. Così, sempre più sudati, ci immergiamo nel traffico infernale diretti verso il centro della città.

Stefania ci aveva preventivamente avvisati che, in virtù del basso costo della vita nel paese, lo standard degli alberghi di cui avremmo usufruito sarebbe stato piuttosto alto. E’ così che siamo tutti in attesa di veder comparire le prime avvisaglie della moderna Delhi. Da quando siamo entrati in città, infatti, non facciamo altro che attraversare quartieri vecchi e fatiscenti. Ma un cambio di scenario non arriva mai e quando il pullman si ferma, veniamo scaricati su una strada buia e sterrata, circondati da palazzi che definire malmessi suona come un gentile complimento.

Il nostro hotel, ci dice l’autista, si trova in una stretta, ed ancora più buia, traversa laterale che, percorsa, si rivela essere piena di alberghi di ogni genere, nessuno particolarmente attraente. Non fa eccezione, ovviamente, il nostro che, anzi, sembra essere uno dei più malandati.

“Mi sa che dovremo sperimentare subito i sacchi-lenzuolo” esclama Miriam mentre scendiamo dal pullman.

“I cosa?” rispondo io sorpreso.

“I sacchi-lenzuolo che abbiamo comprato prima di partire!” E’ così che, nel momento di maggior bisogno, veniamo a scoprire di aver dimenticato i sacchi-lenzuolo, versione easy del sacco a pelo, orgoglio e vanto di mia moglie Miriam. La nostra stanza è priva di finestre e molto spartana (a parte il letto non c’è nient’altro), ma sufficientemente pulita. Piuttosto, impieghiamo un po’ di tempo a decifrare la funzione di un catafalco che sporge dal muro, occupandone una gran parte, che emette un ronzio pronunciato ed insistente. E’ il nostro primo impatto con i condizionatori d’aria indiani, tutti giganteschi e per la gran parte antidiluviani.

L’indomani ci affacciamo ansiosi dall’albergo, desiderosi di avere una smentita sulla cattiva impressione della sera precedente. Invano. L’impatto, alla luce del giorno, è forse peggiore. La cosa che desta una certa perplessità, poi, è il presentimento di non trovarsi in un quartiere così cattivo come i nostri parametri farebbero presumere. Perché, altrimenti, mettere tutti quegli alberghi proprio lì? Dopo una timorosa colazione, facciamo conoscenza con il pullman che ci scorazzerà per l’intero viaggio. Si tratta in realtà dello stesso che ci ha trasportati dall’aeroporto la sera prima. E’ un vecchio modello di Tata (unica casa automobilistica indiana, pressoché esclusivista di tutto il parco automezzi della nazione) al quale, con estremo pragmatismo, sono stati tolti tutti i sedili in eccesso. 16 persone, 16 sedili. Non uno di più.

La nostra prima tappa è la visita al Qutab Minar, un altissimo minareto, unico resto integro di un antica moschea. Anche oggi il caldo è notevole, per fortuna alcune nuvole attutiscono i raggi del sole, ma l’umidità rimane su livelli alti.

Il sito è ben tenuto, anche se, a parte il bel minareto, non è rimasto molto altro da vedere.

Ci dirigiamo quindi alla volta della città vecchia, nella quale visiteremo la moschea di Jama Masjid, la più grande dell’India.

Il pullman ci lascia alla base della grande scalinata che porta al tempio. Fino ad allora abbiamo osservato la realtà che ci circonda dai finestrini dell’automezzo, come dai vetri di un acquario. Ma quando scendiamo a terra, l’India torna ad assalirci.

Un’orda (il termine non vuole essere irriverente, ma spiega con una certa efficacia il tipo di assalto al quale si viene sottoposti) di bambini, mendicanti e venditori di paccottiglia ci attornia senza mollarci di un centimetro in ogni passo che facciamo. Come una moderna “testuggine romana”, cerchiamo di difenderci tenendoci compatti gli uni agli altri, ma appena qualcuno rimane un po’ attardato viene inesorabilmente accerchiato. Per liberarci dalla morsa decidiamo di entrare subito nella moschea. All’ingresso, come consuetudine, depositiamo le nostre scarpe e ci infiliamo dei calzini protettivi, ma mentre ci accingiamo ad entrare, veniamo bloccati da un energumeno che ci “invita” con modi perentori a coprire le nostre nudità. Nel mio caso si tratta di una porzione di gamba di circa 15 centimetri che va dalla base delle bermuda alla parte superiore delle calze, per coprire la quale vengo infilato in un esilarante gonnellone a quadri.

La moschea è immensa e nel suo ampio piazzale stazionano diverse persone, soprattutto famiglie con bambini, seduti a riposare. Decidiamo di fare lo stesso disponendoci in circolo in un angolo all’ombra. Così accomodati, iniziamo a leggere ad alta voce delle notizie storico-architettoniche tratte da una guida ed è mentre siamo intenti in questa attività culturale che accade un fatto curioso. Alcune persone, forse attratte dall’idioma straniero, iniziano ad avvicinarsi e, senza alcun imbarazzo, si sistemano in piedi alle nostre spalle ascoltando in silenzio le nostre letture. Sulle prime non ci prestiamo attenzione, ma pian piano il numero delle persone aumenta senza accennare a fermarsi. E’ quando siamo attorniati da un centinaio di persone che iniziamo a nutrire qualche apprensione, anche perché con tutta quella gente attorno la temperatura, già caldissima, è diventata rovente. Interrotta quindi la lettura, ci alziamo e, come per la fine di uno spettacolo, la folla si disperde in silenzio e con grande compostezza. Memori di questa esperienza, spesso durante momenti morti del viaggio riproporremo lo ‘spettacolo’ per le vie di qualche paese, ottenendo sempre il medesimo successo di pubblico.

Dopo la tranquillità della moschea, ci rituffiamo nella bolgia delle stradine che la attorniano e, nei rari momenti nei quali non veniamo distratti dai soliti assalitori, riusciamo anche a guardarci un po’ attorno. La cosa che balza subito agli occhi è la quasi assoluta mancanza di modelli occidentali. Contrariamente a quanto si è abituati a vedere nel resto del mondo (almeno nei luoghi che ho avuto l’opportunità di visitare), dove i caratteri tradizionali sono divenuti poco più che folklore, qui si vive ancora secondo uno stile di vita immutato da secoli. Per fare un esempio banale: il risciò (o rikshaw) a pedali, che persino in Cina è diventato una pura attrazione turistica, qui è il principale mezzo di spostamento per le brevi distanze. Per non parlare dell’abbigliamento. E’ difficile, anche in grandi città, trovare una donna che non indossi il sari, e un uomo col turbante non è certo una rarità.

Nonostante non sia ancora tardi, cominciamo a sentire una certa fame. La sera precedente non abbiamo cenato e la parca colazione mattutina non ha saziato i nostri appetiti, quindi, tornati al pullman, chiediamo a Papi, il nostro autista, se conosce qualche posto lungo la strada dove mangiare un boccone. Questi, presa la nostra richiesta alla lettera, ci lascia davanti ad un ristorante all’aperto, proprio sulla strada. E’ importante chiarire che il concetto di ristorante all’aperto, in India, è leggermente diverso da quello nostrano. Qui, infatti, si intende una piccola baracca di legno o un semplice carretto, sistemato sul bordo di una strada di grande traffico, dove gli avventori, attorniati da nugoli di mosche e gas di scarico delle auto, consumano in piedi o su poche sedie di plastica dei piatti preparati al momento su rudimentali fornelli. Presi dall’esoticità della situazione, tralasciamo ogni attenzione verso le più banali norme igieniche e ci lanciamo su piccantissime zuppe di lenticchie ed infuocati spiedini di pollo. Tutto ci sembra delizioso. Mangiamo a crepapelle mentre gli avventori locali, che al nostro arrivo ci guardavano con diffidenza, ora, felici del nostro gradimento, fanno a gara per suggerirci sempre nuovi piatti. Il conto finale è imbarazzante: circa 2 euro a testa. Cominciamo a capire il perché della grande quantità di questi posti lungo le strade cittadine.

Non so se per il caldo o se per la piccantezza dei cibi, siamo sudati fradici, ma la filosofia del viaggio organizzato non ammette pause. Dobbiamo visitare il Forte Rosso, dunque, si risale sul pullman e via.

Il Forte Rosso è veramente rosso. Questo a scanso di equivoci. Ci spiegano che ciò è dovuto al materiale di costruzione, una qualità di arenaria diffusa da queste parti. All’ingresso della maestosa fortezza, ci imbattiamo per la prima volta nel sistema delle file separate: locali da una parte, stranieri dall’altra. Ovviamente la nostra fila è infinitamente più corta e la cosa inizialmente ci crea un certo disagio, almeno fino a quando non inizia un violento temporale. Ringraziando per il favoritismo, ci lanciamo sotto una tettoia per riparaci.

Il periodo in cui stiamo viaggiando è ancora a rischio monsoni e, anche se il Rajasthan ne è parzialmente immune, non sono infrequenti brevi e violenti scrosci. Questo è il primo di una lunga serie che ci colpirà attraverso tutto il percorso. C’è da dire che, nonostante la loro violenza, non sono del tutto sgraditi, anzi, consentono un momentaneo sollievo alla grande calura. I veri fastidi della pioggia sono altri, ma ne parleremo più avanti.

La visita al forte è caratterizzata più che altro da una serie infinita di controlli, dovuta alla presenza di un presidio militare al suo interno, ma a parte il bel panorama sulla città, la struttura non si fa ricordare per molto altro.

La conformazione delle città nel Rajasthan è pressoché identica ovunque. Una grande rocca fortificata che insiste su un’altura, con al suo interno il palazzo del maharaja, alle volte difficilmente distinguibile dal resto della fortezza. Ai piedi, la città vera e propria costituita di case basse che si estendono in larghezza.

L’immagine del Rajasthan che mi ero fatto nella mente, annoverava tra le maggiori attrattive maestosi e splendidi palazzi dove potenti maharaja vivevano tra immensi lussi e ricchezze. Pertanto, la vista di queste cittadelle fortificate, molto simili nelle strutture a quelle europee, mi lascia sulle prime perplesso. Terminata la visita, ci addentriamo per i vicoli della città vecchia. Stavolta la nostra organizzazione è più scientifica. Abbandoniamo la formazione a testuggine e ci dividiamo in piccoli gruppi, più agili per destreggiarsi nella bolgia di gente e bancarelle, ma sufficienti ad affrontare l’inevitabile assalto. La città vecchia non tradisce il suo nome. E’ vecchia. Ma di un vecchio che non si può nemmeno descrivere. Le case sono sporche e malridotte, e sulle nostre teste si distende un groviglio di cavi elettrici selvaggio ed inestricabile. Si ha l’impressione che nulla sia mai stato oggetto di manutenzione.

Praticamente ogni locale al piano terra ospita un negozio. Anche qui la concezione di attività commerciale è un po’ “sui generis”. Si tratta per lo più di loculi (è il termine adatto) di non più di 6 metri quadrati, senza vetrina, le cui merci strabordano fin sulla strada. Lo spazio per il negoziante si limita a quello necessario per fargli assumere una posizione ‘accucciata’ (tipica qui in India e assolutamente impossibile da sostenere per noi occidentali). Spesso però non c’è nemmeno questo spazio vitale ed il titolare deve stazionare al di fuori, cercando di adescare i clienti. Se a questa moltitudine di attività commerciali, sufficiente già di per sé a riempire gli stretti vicoli, si aggiungono risciò, motociclette (in India ce n’è una quantità paragonabile a quella delle biciclette in Cina), e pedoni in gran profusione, si può avere una pallida idea di cosa voglia dire percorrerli con la scritta “turista” stampata in fronte.

E per fortuna che qui a Delhi non ci sono le vacche! Trovato sulle guide un ristorante caratteristico, ci parcheggiamo lì fino a sera inoltrata e, una volta ritornati in strada, ci rendiamo conto che lo scenario è cambiato. Per quanto sembri impossibile, c’è ora molta più gente, a tal punto, che siamo costretti a camminare in fila indiana (ecco forse da cosa deriva il termine!) tenendoci per mano l’un l’altro per non perderci. I bambini ed i mendicanti sono ora così numerosi che, non essendoci spazio, ci stanno letteralmente appiccicati addosso. Sulla strada, gli ingombranti risciò e le motociclette, a clacson costantemente spiegato, sono imbottigliati in un ingorgo spaventoso e per riuscire a passare, ti calpestano, del tutto incuranti, con le ruote. Ogni attività commerciale ‘spara’ musica a tutto volume ed il chiasso è assordante. Non c’è illuminazione pubblica e le uniche fonti di luce sono i faretti dei negozi e i fari delle moto. Per rendere ancora più catastrofica la situazione, ogni tanto incontriamo dei gruppetti di persone sedute per terra, in assoluto silenzio e con le mani giunte in preghiera. “Ma chi sono questi?” mi urla Miriam per sovrastare il rumore.

“E che ne so io!” rispondo tramortito dal caos.

Non impieghiamo molto, però, a capire di cosa si tratta. Sono mendicanti in attesa che qualche ristoratore di buon cuore dia loro qualcosa da mangiare. Cosa che avviene proprio mentre passiamo loro sopra per cercare di superarli. I pezzi di cibo avanzati vengono buttati per strada come si fa con i cani e la ressa per accaparrarseli per poco non ci travolge. Siamo increduli ed avanziamo come automi nella speranza di tirarci fuori di lì il più presto possibile. Quando raggiungiamo una piazzetta al termine del vicolo, finalmente riusciamo a respirare e, solo dopo qualche attimo, necessario per riprenderci, ci rendiamo conto di ciò che ci circonda. Decine di disperati, sono buttati ai bordi della strada, in mezzo a pozzanghere e sacchi di immondizia. I più fortunati hanno qualche pezzo di lamiera sotto cui ripararsi in caso di pioggia, ma per la gran parte sono allungati, seminudi e sporchi, sull’asfalto lurido. Uomini, donne, vecchi e bambini. Soprattutto bambini. Quando anche le ultime luci si saranno spente, resteranno in balia di topi ed insetti di ogni genere.

Tutto il nostro gruppo osserva ammutolito mentre fa ritorno al pullman. E lungo la strada le decine diventano centinaia. Sui marciapiedi non c’è neanche spazio per camminare. E, una volta sul pullman, le centinaia diventano migliaia. Il triste spettacolo continua a sfilare senza tregua sotto i nostri occhi che osservano smarriti fuori dai finestrini. E’ un impatto violento con una realtà che avevamo già intuito durante la giornata, ma che ora si presenta in tutta la sua drammaticità.

Per quanto mi riguarda, nonostante mi fossi preparato ad entrare in contatto con situazioni estreme, quanto sto vivendo supera ogni mia immaginazione.

Prima di andare a letto mando un sms a mia sorella in Italia: “Ho visto oggi quanto di più simile ad un girone infernale mi sia capitato di vedere nella vita!”

2° GIORNO: MOTHURA – AGRA Di buon mattino Papi, il nostro autista, e Raghu, il suo aiutante factotum, ci attendono con il pullman davanti all’hotel. Oggi raggiungeremo la città di Agra, sede del celeberrimo Taj Mahal. Dando un’occhiata al programma che ci è stato consegnato alla partenza, noto una certa incoerenza tra la distanza che dobbiamo percorrere (200 chilometri) ed il tempo previsto (4 ore). Imputo il tutto ad un errore di battitura e ripongo tranquillo il foglio. Nel percorso di uscita dalla città, abbiamo modo di attraversare alcuni quartieri della parte nuova (Nuova Delhi, appunto). Nel pieno rispetto della tradizione inglese – sono stati loro, infatti, ad edificare questa zona - c’è una gran quantità di parchi e giardini e tutto ha un aspetto meno soffocante di quanto abbiamo visto ieri. Continuiamo, però a non scorgere palazzi o abitazioni moderne. Ciò che più si avvicina ad un quartiere residenziale è una serie di basse villette che, sebbene di aspetto piuttosto trasandato, danno l’impressione di appartenere ad un ceto elevato. Una volta superati i lunghi viali alberati, infatti, le strade tornano ad assumere l’aspetto abituale e le case si fanno sempre più fatiscenti.

Si cominciano anche a vedere le prime vacche che vagano per la strada e la novità ci schiaccia tutti contro i finestrini con le macchinette che sparano foto a raffica. Nei giorni seguenti avremo modo di fare una vera “indigestione” di bovini, ma questo ancora non lo sappiamo.

Numerosi villaggi e paesini vari si susseguono lungo il nostro percorso, tutti identici nella conformazione: due file di case semidiroccate ai lati della strada, sterrati acquitrinosi al posto dei marciapiedi e una grande quantità di bancarelle di merce varia, per lo più alimentare. Tanta gente vagante ed altrettanta mollemente allungata per terra o su rudimentali brandine in legno. Il paesaggio urbano è così decrepito da far affermare ad uno dei nostri compagni di viaggio: “Ma qui in India c’è stato qualche cataclisma di recente?” Improvvisamente ci rendiamo conto che è proprio questa l’immagine che ci si sta formando nel cervello da quando siamo arrivati. Di un paese da poco sconvolto da una grave calamità naturale, che non solo non ha ancora iniziato la propria ricostruzione, ma sembra non averne alcuna intenzione.

Ma dov’è l’India del boom economico, dei colossi di mercato e della modernità? Probabilmente la troveremo più avanti. Dopotutto siamo qui da appena due giorni.

Arriviamo a Mathura nella tarda mattinata e siamo costretti ad abbandonare il pullman alle porte del paese. Le strade, infatti, sono troppo strette e dobbiamo proseguire con dei risciò a pedali. Stefania, la nostra capogruppo, si lancia in una serrata contrattazione e, non contenta di aver ottenuto un prezzo stracciato, decide di economizzare al massimo affittando solo cinque mezzi. Ciò significa che due risciò dovranno portare ben 4 persone. Da questo momento cominceremo a chiamarla “boss”. Gli autisti acconsentono e partiamo verso quella che è la nostra meta: i ghat lungo il fiume. Per comprenderci, i ghat sono delle gradinate, costruite sulle sponde di un fiume o di un lago, che digradano verso le acque consentendo le abluzioni rituali ai fedeli induisti. Mathura è il luogo dove si crede sia nato il dio Shiva, componente assieme a Brahma e Vishnu, della “sacra trimurti”, quindi i suoi ghat sono di grande importanza. Ma torniamo alla nostra lenta e penosa marcia di avvicinamento. I ciclisti, nella torrida giornata e con pieno carico, faticano come bestie. A tal punto che nei tratti di salita, nonostante le loro proteste, scendiamo a turno per spingere il risciò. Al termine della corsa, le poche rupie che avevamo pattuito, vista la fatica che hanno fatto, ci sembrano davvero una miseria, ma il boss è inflessibile. Lo spettacolo dei ghat è davvero suggestivo. C’è un grande silenzio, rotto solo dai muggiti delle svariate mucche, dagli urli delle scimmie (scimmie?) che saltellano da un muro all’altro e ... dalle chiacchiere di un tizio che ci segue come un ombra, nel tentativo di convincerci ad assumerlo come guida. Il posto è popolato da una serie di personaggi che sembrano usciti da un trattato antropologico. Vecchi Shadu che chiedono l’elemosina, uomini che stendono lunghi turbanti bianchi ad asciugare al vento, devoti che pregano seduti o immersi nell’acqua fino alla vita, donne dalle vesti multicolori e la solita varia umanità buttata per terra a dormire. Tutti, nonostante la nostra invadenza, continuano a svolgere le loro attività in gran tranquillità. Per godere una vista d’assieme del sito, affittiamo una barca che ci farà fare un giro sul fiume. Le acque sono così sporche e limacciose che la sola immersione di un dito mi procurerebbe una infezione mortale, ma sono comunque molto frequentate, soprattutto da bambini seminudi che vi giocano dentro. Vista da questa angolazione, la città sembra immobile. Una cartolina ferma nel tempo. Potremmo trovarci in qualsiasi epoca e neanche la vista di una vacca affacciata ad un balcone riesce a sorprenderci. Se non ci fossero i bambini che schiamazzano, sembrerebbe un posto irreale.

Il mio viaggio in Cina è recentissimo, sono quindi portato a fare continui confronti fra le realtà di questi due colossi mondiali emergenti. Ciò che balza subito evidente è la grande differenza di “ritmi”. In Cina è tutto frenetico, c’è un’energia palpabile. Da queste parti, invece, è tutto molto statico, quasi immobile. Ritornati a riva, decidiamo di evitare i risciò e farci un giro a piedi per la città. Come ho già accennato, a Delhi, per disposizioni delle autorità, non ci sono vacche per le strade, pertanto è la prima volta che ci troviamo ad avere come compagni di passeggio questi grandi e, particolare non trascurabile, cornuti animali, e devo dire che, soprattutto per un cittadino come me, sulle prime incutono un certo timore. Nonostante siano del tutto mansuete, infatti, di tanto in tanto, e per motivi a noi totalmente ignoti, compiono degli scarti improvvisi, rischiando di investire chi ha la poca accortezza di trovarsi nei paraggi. C’è da dire che, nonostante la loro condizione di animali sacri, quindi esentati dal diventare prima o poi bistecca, non sembra se la passino un granché bene. Magre ed emaciate in modo impressionante, non essendo nutrite da nessuno, devono cavarsela da sole e nelle strade delle città non è che abbondi cibo per bovini. A meno di adattarsi a ruminare spazzatura. Ed è proprio questo che le vacche indiane hanno imparato a fare. Grufolano nel pattume come i maiali nostrani ed ingurgitano ogni genere di rifiuti, perfino le scatole di cartone.

A questo riguardo, ho finora volutamente evitato un importante argomento, riservandomi di affrontarlo più avanti nel mio racconto, nella speranza che la prima impressione a riguardo, si stemperasse una volta entrati maggiormente nei meccanismi di vita indiani.

Ma ora, nel centro di Mathura, non posso più esimermi dal farlo.

Sto parlando delle condizioni igieniche. Posso affermare senza nessun timore di smentita che le condizioni igieniche in India sono semplicemente spaventose.

Gli indiani vivono in totale promiscuità con animali di ogni genere, la qual cosa, oltre che ad una lodevole coscienza animalista, porta anche a degli effetti meno gradevoli. Tutte le strade, infatti, sono letteralmente cosparse di escrementi vari, da quelli giganteschi degli elefanti, via via scendendo fino a quelli dei comuni cani. E non sto parlando solo di escrementi solidi ! Non è raro venire innaffiati da una cascata di urina prorompente da una vacca che passeggia davanti alla tua faccia.

Purtroppo, questo modo di fare non è esclusivo appannaggio degli animali. Gli uomini, infatti, quando hanno un impellente bisogno fisiologico, si limitano ad appoggiarsi al primo muro che incontrano per espletarlo. Senza parlare della sgradevole abitudine di sputare per terra comunque e dovunque (abitudine così reclamizzata con i cinesi, ma stranamente mai menzionata a riguardo degli indiani).

Ma non è tutto. Durante l’intero viaggio, non ho mai avuto il piacere di incontrare un addetto alla nettezza urbana, né di vedere un singolo cassonetto dell’immondizia. I sacchetti della spazzatura (quando ci sono) vengono semplicemente buttati in mezzo alla strada. Ad uno stomaco delicato basterebbe questo, ma c’è ancora dell’altro. A questa, già di per sé disastrosa, situazione, dobbiamo infatti aggiungere che, ad esclusione di Delhi, tutte le città (almeno quelle da noi visitate), di qualsiasi dimensione esse siano, non dispongono di una rete fognaria. I liquami vengono convogliati in quelle che noi siamo soliti chiamare ‘fogne a cielo aperto’: dei semplici canali di scarico che corrono ai lati delle strade, fiancheggiando negozi, abitazioni, ristoranti e bancarelle. Non è difficile, quindi, immaginare cosa accada nelle vie indiane durante la stagione calda, quando le temperature si aggirano attorno ai 40 gradi ! Dovunque c’è un’unica, invadente, persistente, nauseabonda, costante puzza. Dalla mattina quando esci fuori dall’albergo, fino alla sera quando vi rientri. Una puzza che ti entra dentro, ti impregna i vestiti, alla quale ti adatti, ma non ti abitui. Dopo aver percorso a ritroso la strada verso il pullman, la maggioranza del gruppo decide di fermarsi in un ristorantino a mangiare qualcosa. Io e Miriam non abbiamo molta fame e, scoraggiati anche dalla presenza di un topo morto che galleggia nella fogna davanti al ristorante, facciamo altri due passi verso un mercatino ortofrutticolo lì vicino. Bancarelle e carretti che vendono frutta e verdura sono frequentissimi in India e le varietà proposte sono molto numerose. Prendiamo quindi qualche frutto da mangiare: delle strane arance verdi, banane (che sono buonissime) in gran quantità ed una noce di cocco che ci facciamo aprire davanti per evitare che venga sciacquata con acqua corrente. Mentre mangiucchiamo queste prelibatezze, vaghiamo per un pò tra i negozietti, slalomando amabilmente tra le cacche – che non sarebbe piacevole pestare con i nostri bei sandali – costantemente accompagnati da un paio di bambini che, con snervante insistenza, chiedono dello shampoo (chissà perché, visto che la cura dei capelli non mi sembra rientri nelle loro priorità).

Dopo un’oretta di queste rilassanti attività, siamo pronti per riunirci ai nostri compagni e ripartire alla volta di Agra.

Il pullman ci attende davanti ad un negozietto di alimentari e ne approfittiamo per fare un po’ di provviste. Mentre Miriam si fa spiegare dal negoziante il significato del tatuaggio all’hennah che si è fatta fare strada facendo, io faccio incetta di bevande fresche e biscotti vari che, durante il viaggio sul pullman, mi accorgerò essere scaduti da un paio di mesi.

Quando siamo alle porte di Agra, capisco il perché di quella che, prima di partire, mi era sembrata una incongruenza nel programma. Escluse le soste, abbiamo impiegato quattro ore e mezzo per fare 200 chilometri! Il punto è che non è possibile superare i 50 chilometri orari, in primo luogo perché le strade, spesso in pessime condizioni, sono intasate di camion. I sorpassi sono così frequenti ed azzardati (non è raro trovarsi, in fase di sorpasso, con altri due mezzi pesanti che stanno effettuando la stessa operazione dal lato opposto), che in alcuni momenti si riesce con difficoltà a ricordare se si stia tenendo la destra o la sinistra. Ma questa non è la sola causa di rallentamento, anzi, quella di gran lunga più importante, e che esula dal nostro registro mentale di pericoli della guida, è la presenza di vacche sulle strade. Ce ne sono così tante, anche su autostrade a pagamento, che aumentando la velocità, non si riuscirebbe mai ad evitarle. Un qualsiasi guidatore occidentale sarebbe colto da un esaurimento nervoso dopo appena mezz’ora su una strada indiana. In alcune situazioni, l’investimento sembra così inevitabile, che chiudiamo istintivamente gli occhi, salvo poi riaprirli sani e salvi per merito di Papi che, con una manovra dell’ultimo istante, riesce sempre ad evitare la disgrazia.

Siamo in ritardo, quindi, evitiamo di passare in albergo e ci dirigiamo verso la meta più ambita di questa tappa (e forse di tutto il viaggio): il mitico Taj Mahal. La visita, però, si apre con una sorpresa non proprio piacevole. Non c’entra nulla l’estetica del manufatto, ma solo la constatazione che il biglietto di ingresso costa ben 970 Rupie (circa 16 Euro), che per gli standard indiani è una cifra folle. A onor del vero, bisogna dire che questo sarà l’unico episodio in tutto il viaggio, di sfruttamento di un sito storico, e comunque quanto abbiamo il privilegio di vedere vale tutto il biglietto.

Il Taj Mahal, senza mezzi termini, è splendido.

E’ un tale esempio di perfezione architettonica, che può tranquillamente competere con qualunque dei nostri più celebrati monumenti. La sua romantica storia e la scenografia circostante, poi, gli donano grande fascino e suggestione. La magia del posto viene ulteriormente acuita con il calar della sera, quando i bassi raggi del sole donano alla pietra bianca dei riflessi dapprima dorati, poi di un rosso intenso.

Restiamo ammirati fino all’orario di uscita quando, nella calca generale, riusciamo a perderci una nostra compagna. La ritroveremo solo un’ora dopo, ad attenderci, chissà perché, dentro al pullman parcheggiato.

3° GIORNO: AGRA - JAIPUR La mattina successiva si apre con un ‘dramma’ familiare. Miriam, durante lo spostamento in pullman verso il Forte Rosso (un altro) di Agra, si accorge di non avere più gli occhiali da sole. Non un problema da poco a queste latitudini. Passeremo invano gran parte della mattina a cercarli ovunque, salvo ritrovarli la sera dentro lo scomparto più riposto di una valigia.

L’ennesimo Forte Rosso, decisamente più interessante rispetto a quello di Delhi, è degno di nota soprattutto per lo splendido panorama sul Taj Mahal. E’ qui che il re Shah Jahan imprigionato dal figlio Aurangzeb a causa delle sue spese folli, passò gli ultimi giorni della sua vita osservando con tristezza e nostalgia la tomba della sua adorata Mumtaz.

Ma non abbiamo tempo per sentimentalismi, anche oggi ci attende una tappa che si prospetta massacrante e dobbiamo rimetterci subito in marcia.

Il programma dice che faremo 350 chilometri, il che, in base all’esperienza del giorno precedente, vuol dire che staremo sul pullman per tutta la giornata.

Abbiamo giusto il tempo per fermarci a Fatephur Sikri, una antica e suggestiva capitale Moghul, ora abbandonata, poi, tutta una tirata fino a Jaipur.

Non avendo un granché da fare nelle lunge ore sul pullman, oltre che guardare fuori dal finestrino (cosa che, dato il sistema di guida degli indiani, non è consigliabile per le coronarie), mi metto ad osservare i nostri autisti. Papi è basso di statura ed un po’ corpulento. Ha pochi capelli ed un bel paio di baffi. Non si può dire che sia un tipo di molte parole, anzi, finora non mi pare di aver mai sentito la sua voce. Sia per aspetto, sia per modi, mi ha sempre dato l’idea di un tipo irreprensibile, almeno fino a quando non gli ho scoperto un ‘vizietto’, un po’ sadico, esaminando il suo stile di guida. Forse per spezzare la noia delle lunghe ore al volante, ha inventato un ‘divertente’ giochino. Ogni volta che, in fase di sorpasso, vede una motocicletta arrivare dal senso opposto, si allarga il più possibile in modo da occupare tutta la carreggiata e costringere il povero motociclista a fare un’escursione sullo sterrato ai bordi della strada. Compiuta questa perfida operazione, sempre senza dire una parola, si volta verso Raghu con un sorrisino sardonico stampato sulla bocca. Raghu, al contrario, è un tipetto magrolino e dalla folta capigliatura. Anche lui ha i baffi, ma questo non è un tratto distintivo in un paese dove il 90% della popolazione maschile li porta. Non ho ancora capito quali siano le sue mansioni. Infatti, non guida mai e passa tutto il tempo seduto su uno strapuntino di fianco a Papi. Oltre che cambiare il verso alle cassette musicali che sente in continuazione, le sue uniche attività apparenti sono quelle di aiutarci a caricare e scaricare le valige dal bagagliaio e di azionare l’aria condizionata. L’aria condizionata? Si, perché a viaggio ampiamente iniziato, abbiamo scoperto che sul pullman, oltre ai già menzionati ventilatorini, esiste un impianto di aria condizionata che per essere azionato, però, abbisogna di una lunga e misteriosa operazione. Ogni volta che ne chiediamo l’accensione, Raghu scende dal mezzo recando con sé un secchio pieno d’acqua, quindi apre il portellone motore nella fiancata destra e, dopo aver lavorato per qualche minuto, risale silenzioso.

Mentre stanno per calare le prime ombre della sera, i segnali stradali indicanti la città di Jaipur, cominciano a farsi più insistenti. Il programma in verità prevederebbe la visita al tempio delle scimmie di Galta, ma visto il considerevole ritardo sulla tabella di marcia, siamo tutti convinti che il pullman proseguirà verso l’agognato albergo. Il Boss però non è dello stesso parere e, dopo un breve conciliabolo con il nostro autista, al termine del quale il buon Papi per la prima volta appare chiaramente contrariato, decide di rispettare fedelmente il programma.

Il malumore che coglie sulle prime il pullman, acuito da un paio di svolte errate che fanno ulteriormente ritadare il nostro arrivo, si stempera immediatamente una volta giunti a destinazione.

Il tempio, infatti, appare subito piuttosto suggestivo. E’ arroccato lungo il fianco di una montagna e le luci soffuse del tramonto gli donano un’aura di misticismo molto adeguata. La magia del posto è incrementata dall’assoluta mancanza di turisti. Solo qualche monaco appare di tanto in tanto lungo il viale principale sul quale si affacciano i vari templi del complesso.

Viene chiamato il tempio delle scimmie perché al suo interno trova riparo una colonia di scimmie sacre piuttosto nutrita, la quale viene accudita dai monaci del posto.

Sulle prime, delle suddette scimmie non vi è traccia, ma come ci addentriamo lungo le scalette che portano alla sommità del tempio principale, veniamo fatti oggetto di attenzioni sempre più insistenti da parte dei sacri primati. Fino a che un monaco, armato di bastone, ci consiglia di non procedere oltre se non accompagnati da lui.

Accolgo con piacere il consiglio e mi pongo praticamente alle sue spalle e mai decisione fu più saggia, dal momento che ogni dieci metri subiamo un tentativo di aggressione, sempre abilmente respinto dalla nostra guardia del corpo. Nella mia invero scarsa esperienza con le scimmie non mi era mai capitato di vedere degli esemplari tanto agguerriti. Se non ci fosse il bastone a scoraggiarle, verremmo sicuramente ridotti a mal partito in men che non si dica, dato il gran numero di animali presenti. Il fascino del posto, però, è innegabile e ripartiamo alla volta di Jaipur, ringraziando contenti il Boss.

L’arrivo in albergo ci ripaga della faticosa giornata. Si tratta infatti della residenza riconvertita di un ex maharaja, ed è splendida.

Le camere che ci vengono assegnate, seppur affascinanti, sono un pò malridotte, ma gli spazi comuni dell’hotel sono veramente unici. Mi perdo nella grande biblioteca in stile coloniale ricolma di volumi antichi e fotografie del fastoso passato del suo proprietario. Guardandole mi sembra di ripassare un libro di storia. Vi sono raffigurate praticamente tutte le più importanti personalità inglesi dal dopoguerra ad oggi, in visita al palazzo. Churchill, Lord Mountbatten, Carlo e Diana sfilano davanti ai miei occhi estasiati assieme a svariati cimeli, splendide poltrone chesterfield consumate dal tempo, mobili coloniali in vimini. Ma le meraviglie non sono finite, in quanto la cena ci viene servita sulla terrazza del palazzo, da dove si ha una splendida vista sulla città circostante.

Finalmente rilassati davanti ad una birra fresca (pagata a prezzi europei) ed un lauto pasto a lume di candela, ci sentiamo anche noi degni eredi dei fasti imperiali. Il cibo in India, cosa che abbiamo già ampiamente sperimentato, ha una caratteristica che lo rende inconfondibile, è incredibilmente piccante e speziato. Tutto ciò che ingeriamo, nella penombra della terrazza, è reso indistinguibile dalla profusione di profumi ed aromi che ne nascondono la vera identità al palato e più mangiamo, più i nostri sensi si confondono, fino ad uno stordimento totale.

Io, solitamente debole di stomaco, mi sento invulnerabile ed assaggio ogni cosa con voracità. Ma dopo le meraviglie della serata, giungono gli incubi della notte.

I primi sintomi di una potente gastroenterite si fanno vivi già dopo poche ore e mi accompagnano fino all’alba, quando finalemte gli antibiotici cominciano a fare effetto.

di LucMen - pubblicato il
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Commenti

  1. -Cla-
    , 21/6/2010 16:24

    Questo diario è divertentissimo, complimenti!