1. L'Inevitabile Anniversario

    di , il 11/9/2002 00:00

    Un anno fa si consumava la tragedia che avrebbe dovuto modificare gli assetti politici ed umani mondiali, quella del WTC, e che rischia di trasformarsi in un planetario quanto kitsch ricordo delle vittime. Valutazioni su un mondo sempre pronto a ricordare ma poco propenso a riflettere.

  2. Turista Anonimo
    , 27/9/2002 00:00
    ma sai in fondo cosa conta andrea?
    a me in fondo non importa che sia giusto oppure no, che ci sia sotto una psicologia. non sono abbastanza fredda per reagire come te. io sono solo stufa di vedere gente morire per delle assurdità. e questo mi fa rabbia. e mi fa rabbia vedere che la pace faccia sempre così fatica a decollare. al contrario della stupidità e della guerra.
  3. Turista Anonimo
    , 26/9/2002 00:00
    l'11 ero in viaggio di nozze alle seychelles, ed in tv ho visto un pezzo della cerimonia di commemorazione delle vittime... io ci ero salita su una delle torri due anni fa, ed era bellissimo! e mi ha proprio fatto male vedere quella piazza enorme, vuota, e tutta quella gente, che era venuta a sentire il nome del figlio, del marito o del padre morto... io mi sono commossa... e credo che sia giusto averli ricordati in questo modo, visto che della maggior parte di loro non è più stata trovata neanche la salma...
  4. Turista Anonimo
    , 24/9/2002 00:00
    Cara Eloisa,
    anche io ho riletto gli interventi di questo forum ed ho apprezzato in forma più completa i tuoi messaggi solo dopo aver stampato le pagine di questo pieno “botta e risposta”; curioso come sia necessario, come dopo un parto, aspettare del tempo per riconoscere fisionomia e forme. Ho così solo col tempo della posa capito quanto da te scritto e devo riconoscere che le emozioni e la passione hanno certo un ruolo importante in questa vicenda e sono state ben interpretate dal tuo urlo. Ma come dice il poeta “Lacrima che ho versato, ti ho amato solo in occasione della disgrazia che mi opprimeva”; perché l’emozionalità ha uno spazio importante anzi fondamentale ma è sentimento consono all’urgenza, all’emergenza dei fatti. Un anchor man famoso d’oltreoceano invitato a commentare le celebrazioni dell’11 settembre e la loro interpretazione televisiva ha criticato così la teatralità del mondo delle immagini: “Stiamo diventando Turisti della Storia ed atleti delle emozioni”; esiste cioè nell’ultimo periodo una sorta di “professionalità delle emozioni” che diventano proprio per questo disumane. Siamo ormai così abituati ad una emozionalità esposta, interpretata, urlata che è diventato persino difficile esercitare la critica o approfondire e rivalutare, insomma far fruttare le cinque w del giornalismo senza essere obbligati a condire il tutto con qualche scena volutamente toccante, con qualche racconto che partorisca un brivido, come se emozionare, anzi direi, impietosire fosse un obbligo dell’informazione e un mezzo insostituibile all’ascolto. La storia, che è figlia del tempo perché solo il tempo concede la pacatezza e la distanza necessari all’analisi, risente così di questa emozionalità dilatata, estesa oltre il dovuto ed il tempo per ricollocare ogni tassello al suo posto e capire ragioni e cause viene allontanato. Ma ragione e sentimento seguono binari differenti e raggiungono conclusioni spesso opposte ed è per questo che sento importante tenerle separate, rivalutare le vicende dell’11 Settembre sentendo solo echi lontani dell’altrui sofferenza. L’elemento che ho trovato particolarmente interessante in questo forum, che grazie a te trovo riuscito, è stato proprio il processo di separazione, di scissione dei due elementi entrambi approfonditi ed analizzati ma separatamente così che siano ben comprensibili i due piani che contribuiscono alle vicende senza mischiare le due correnti.
  5. Turista Anonimo
    , 22/9/2002 00:00
    caro andrea, meno male che hai insistito.
    avevo perso la sfumatura del tuo discorso che puntava sul fatto che il mondo non ha reagito come tu avresti voluto reagisse.
    e sono d'accordo con te. si potrebbe fare molto di più e in maniera talmente più corretta, semplicemente distribuendo meglio tante ricchezze.
    mi ero persa nelle tue considerazioni sulla cerimonia e sul popolo americano che mi erano parse errate, e a cui non ho potuto non controbattere.
    come ti ho detto, di politica capisco poco, forse ancora meno.
    ma concordo sul fatto che bisognerebbe reagire in maniera più decisa, per impedire che questo ed altri orrori che si consumano in maniera ben più nascosta non si ripetano più.
    comunicare è spesso complicato e molte cose vengono spesso fraintese o non comprese, lo vediamo anche noi in questi forum. come è complesso per noi esprimerci e comprenderci senza guardarci negli occhi, capisco che può essere difficile comprendersi e comunicare tra i popoli.
    io continuo a crederci.
    spero che anche tu lo faccia. ma credo di si.
    ciao!
  6. Turista Anonimo
    , 20/9/2002 00:00
    Cara eloisa,
    trovo interessante questa distanza d’opinioni e la tua sentita risposta dimostra l’importanza del confronto. Per fortuna però esistono molteplici punti di vista ed è difficile stabilire quale sia giusto ed abbia ragioni valide e quale sbagliato e da condannare. Come ho già detto ho vissuto con orrore e con sgomento la tragedia dell’11 Settembre, anch’io come tutti, immagino, non ho creduto possibile che una violenza studiata a tavolino potesse raggiungere toni così sanguinari e scellerati. Ma a distanza di un anno in cui i fatti si sono chiariti e le emozioni hanno sedimentato ho sentito di dover fornire delle risposte più complesse e complete, le mie ovviamente.
    Sono oltretutto contento che si tratti di risposte che da me non ti saresti aspettata, l’essere coerenti è peccato mortale, quantomeno per la noia che dalla prevedibilità deriva.
    Certo è che le commemorazioni che si sono celebrate hanno (opinione forte ne sono consapevole) urtato la mia sensibilità perché ho percepito un tentativo di strumentalizzazione, di suggestionare più che ricordare.
    Gli americani hanno la tendenza a semplificare i problemi, a scomporli in una sorta di ragionamento matematico e se questo può essere, talora, un pregio altre volte invece diventa manicheo perché riduce tutto ai due principi generatori, il Bene ed il Male.
    Ma persino la matematica prevede incognite, variabili, a intricare il problema, a complicare la ricerca della soluzione.
    Durante tutto questo anno le televisioni non hanno fatto altro che bombardare l’opinione pubblica con immagini dei crolli alternate a foto delle vittime, della bandiera americana e a notizie relative alle famiglie distrutte dagli innumerevoli lutti, il tutto condito con adeguate musiche di sottofondo. Un mio amico mi raccontava come fosse estremamente difficile, nell’ultimo anno, evitare di emozionarsi, di piangere le vittime sconosciute dei crolli e non sentire che la violenza ricevuta meritasse una unica risposta che del resto la televisione stessa suggeriva. Invece io penso che sia importante conservare un atteggiamento critico, capire le cause anche se non esistono giustificazioni. Se a distanza di un anno le risposte sono le stesse e non sono quantomeno più articolate significa che poca è la strada percorsa nel tentativo di comprendere per evitare che tutto si ripeta. Il dolore ha un unico pregio, quello di far crescere e così mi sarei così aspettato una maturazione più evidente di tutto il mondo Occidentale, una maggiore consapevolezza dell’inutilità della guerra come unica risposta, una maggiore attenzione alle questioni internazionali, un ruolo di contraltare maggiore dell’Europa, una seria riflessione sul modello di mondo proposto. Ed invece le risposte sono sempre le stesse: il carattere guerrafondaio e protervo, l’atteggiamento di disinteresse nei confronti dell’ONU e della NATO, il vertice di Johannesburg? roba da emarginati ed un Europa colpevolmente incapace di fornire risposte uniche che non siano tentativi evidenti di compiacere il fratello forte.
    Le risposte che tu mi fornisci diventano in questo quadro insufficienti; si tratta nuovamente di risposte emozionali che si aggiungono al coro. Raccontano il senso di vuoto provato per una città colpita nel profondo, raccontano una perdita, un vuoto che è anche architettonico (l’architettura abbiamo purtroppo visto quanto sia viva) e a questo punto mi chiedo, bastano davvero? O si finisce per piangere e piangere e piangere……
  7. Turista Anonimo
    , 19/9/2002 00:00
    allora caro andrea, non hai capito.
    il mio non era un appello a "salvate le torri gioiello d'architettura" anche se so che certe volte gli architetti hanno una visione un po', .. beh, diciamo particolare (vah, te lo concedo!!), che può sembrare fanatica. e si, mi è venuto da darti dell'uomo che lancia il cliché perché mi hai fatto arrabbiare. di solito i tuoi interventi erano un modo nuovo di vedere le cose, anche tagliente, ma soprattutto nuovo e sorprendentemente divertente, molto divertente. non oggi. oggi ho letto una persona fredda che mi è parsa a volte troppo sicura della correttezza delle sue opinioni. ed allora ho tentato di proporti un'altra visione delle cose. ma vedo che forse non mi sono spiegata. qui non è in gioco l'architettura. è in gioco la sensazione di gioia e di libertà provate da una persona qualsiasi quando si trova in cima ad un monumeto e si sente esplodere dentro. mi è capitato anche sull'acropoli, ed avevo 7 anni. se bombardassero l'acropoli sentirei esplodere dentro la stessa rabbia. e forse é vero che l'emozione é legata all'architettura, perché quando l'architettura è buona, é pure bella ed é emozionante a tal punto che il mondo si trasforma.

    che la tua preveggenza abbia colpito ancora steve, nemmeno questa è una cosa che mi sorprende, visto che siete due persone che vedono la vita in maniera completamente opposta ed hanno un atteggiamento opposto nel vedere le cose e probabilmente pure un atteggiamento opposto nel vedere la vita. è naturale che tu dica "a" se a lui viene da dire "b". questa volta però andrea ha detto "c" e mi è sembrata una nota stonata.

    capisco che tu voglia sempre forzare un punto di vista alternativo(la cosa, come detto mi ha sempre divertito), ma non credo che le torri diano adito ad una discussione possibile in questo ambito. il gesto è stato univoco, terribile e frustrante. per me, malgrado i tuoi sforzi e la tua abilità con le parole, questo forum non ha senso, perchè ogni opinione che si scosti dalla semplice condanna senza riserve non ha senso.
    mi spiace dirti questo e spero tu non ti offenda, perché rispetto la tua volontà critica, ma hai sbagliato tema.
    si, perché qui gli americani non c'entrano proprio per nulla. qui c'entra solo la civiltà.
    la civiltà, la poesia e la tolleranza. e chi sta facendo questa guerra non possiede nulla di tutto ciò.
    e se una cerimonia come quella di NY contribuisce a mantenere viva la rabbia, benvenga.
    io spero solo che ci siano miliardi di cerimonie kitch in giro per tutto il mondo, dalla cambogia al tibet, dalla cina all'argentina dei desaparecidos. e che tutte celebrino con commozione ogni atto criminale. e che riescano a smuovere una enorme folla di gente pronta a dire "we will never forget".
    perchè la mancanza di rispetto per il genere umano, l'arroganza e la rozzezza e stupidità di qualsiasi incivile venga condannata senza riserve. non mi interessa COME. l'importante é che sia kitch, commovente ed esagerata. soprattutto ESAGERATA, perchè oggi siamo troppo abituati alla violenza che quasi ci viene da dire "solo due morti? ahhh ma allora non è grave."
    come vedi, per me non è questione di architettura o di popolo americano. o perlomeno non solamente. secondo me, appunto, bisogna guardare oltre. e va bene, ammetto che il fatto che le torri mi piacessero tanto e che new york sia sempre stata nel mio cuore come una delle mete più affascinanti che io abbia mai visitato... beh, questo non fa che aumentare la mia rabbia. aumenta perchè oltre all'oltraggio della stupidità che va oltre ogni limite che avessi mai potuto immaginare vi é la ferita mortale che questa città a cui sono affezionatissima é costretta a subire. e quando uno stupido tocca la bellezza, e se a quella bellezza sono affezionata, lo ammetto, mi incazzo come una bestia. e a NY ci sono affezionata, e le torri le amavo con tutto il cuore. non perdonerò mai.

    ma l'emozione maggiore è data dall'impossibilità mia ad accettare la stupidità della gente. la stupidità e l'ignoranza. non solo verso new york, ma verso tutto quello che per me rappresenta, e cioé, come ho già detto: la bellezza, la poesia, il senso di libertà, il progresso, la civiltà, l'istruzione, la cultura.

    e se uno stupido cretino me le fa saltare per aria mi incazzo e divento intollerante.

    ecco.
    credo sia veramente fuori luogo rendere esplicito che non sono questi insulti rivolti a te, bensì alla massa di gente ignorante che sta la fuori, che sia essa americana o talebana o indonesiana o europea.
    bisogna reagire alle spiegazioni politiche, reagire a tutto quello che ci raccontano di fili diplomatici da tirare per tenere in equilibrio il mondo. una sola cosa bisogna fare: reagire convinti e decisi.
    io sono convinta e decisa.
    tu lo sei?
    non credo, perché sei colto e istruito. anche se me lo dici nero su bianco non ti credo: pure tu hai condannato il crollo. forse non ti sto perdonando il fatto di cercare di capirli e perdonarli.
    io non lo farò.
    e li condannerò come ho condannato altri.
  8. Turista Anonimo
    , 19/9/2002 00:00
    Cara eloisa,
    come sempre è vero tutto ed il contrario di tutto; ognuno conserva il suo modo di vedere, il suo punto di vista. Non penso di aver detto nulla di innovativo e se vuoi chiamare le mie opinioni cliché fallo pure. Il mio era un tentativo di fornire in questa sede una nuova versione dei fatti rispetto al commosso e commovente racconto di Steve che molto ho apprezzato persino nel titolo, un punto di vista scontato ma che facesse da contraltare ad un atteggiamento eccessivamente commemorativo. Anche il tuo appello “salvate le torri, gioiello d’architettura” ha le sue ragioni e l’importante rimane non prendersi troppo sul serio, le opinioni vanno vissute con leggerezza. Del resto il gioco a controbattere Steve è stato inaugurato già in passato ed ho sentito il dovere morale di continuare su questa falsariga. Il forum l’ho lanciato, a dire il vero prima della pubblicazione del racconto del madrileno, ma è solo questione di perspicace preveggenza…..
  9. Turista Anonimo
    , 19/9/2002 00:00
    eccolo.
    riappare andrea c ed il suo tagliente modo di vedere le cose.

    Chiaramente, e questo si sa, gli americani hanno un modo di vedere ed affrontare le cose tutto particolare. e non si può negare che si sentano al centro del mondo.

    e che il mondo sia ingiusto, caro andrea, anche questa non è una novità. il fatto è che tutte le cose che hai detto e così sapientemente elencato, sono cose risapute e sentite da tutti e che fanno arrabbiare non poca gente tutti i giorni.

    ma, a parte i tuoi cliché(scusa, ma lo sono. sono cose sentite e risentite a tutte le tv e radio d'europa da un anno a questa parte)secondo me, devi guardare oltre. non fermarti ai cliché della politica mondiale e alla mentalità americana. guarda oltre.

    ti posso raccontare il mio anniversario?
    sai, almeno questa volta non sarà un parere politico e non sarà nemmeno un parere di qualcuno che ha sentito l'odore del fumo e che ne è inevitabilmente rimasto scioccato e commosso.
    i miei amici ridono di me, perchè credo esistano poche persone che capiscano così poco di politica come la sottoscritta. però a volte le cose le intuisco.

    ti racconto solamente che dal messico ho assistito alla diretta tv che mostrava le torri in crollo. a new york tutto si è immobilizzato, mentre a merida i negozianti continuavano a vendere amache e a bere tequila sotto alle piante. guardavo quelle verticalità di metallo così belle e scintillanti sgretolarsi, mentre vicino a me le casette di due piani si consumavano nell'intonaco triste e scrostato.

    il sole brillava sia a new york che a merida, ed era lo stesso sole.

    ho sentito crescere dentro la rabbia.
    ha cominciato a poco a poco ed era un piccolo movimento nello stomaco,per poi crescere e crescere per diventare fauci e divorarmi stomaco e gola e scoppiare in una serie di parolacce urlate per la strada.
    le torri.... le torri non ci sono più.
    naturalmente ho pensato ai miei amici di new york, che abitano poco lontano ed ho avuto paura. ma sapevo che c'erano pochissime possibilità che fossero rimasti feriti. ripensavo alle mie vacanze nella grande mela.
    sai andrea? salire lassù in cima era... era.... come dire. ti sentivi gabbiano, ti sentivi potente e felice, sentivi la bellezza e la potenza dell'architettura e dell'ingegneria, sentivi la potenza dell'uomo che vola.
    l'ascensore ti portava in cima ad una velocità incredibile. una volta in cima, uscendo dall'ascensore quasi non restavi in piedi perchè le torri erano in continuo movimento, come giunchi nel vento e si spostavano in maniera non indifferente, garantendo la stabilità con l'elasticità relativa della loro struttura.
    le torri erano poesia. erano belle, bellissime. erano il simbolo della bellezza, l'essenza della verticalità, la poesia della composizione urbanistica. erano il simbolo della civiltà, dell'istruzione e della cultura.
    da sotto sembravano due lame scintillanti che si perdono nel cielo, fra le nuvole. ed erano d'argento.

    il loro crollo equivale per me all'incendio della biblioteca di alessandria, alla distruzione dei buddah da parte dei talebani, allo sterminio di tante civiltà che creavano opere d'arte meravigliose.
    sono morte tante persone, ma è morto qualcosa in più, caro il mio andrea. è morta la poesia di new york. come se volessero dirci: la civiltà e la poesia, l'uomo e la sua cultura non valgono un cazzo e sono fragili come un ramoscello secco. guarda! solo chi è arrogante come noi o più di noi potrà sopravvivere. e solo chi è accecato dall'ira e dal fanatismo, aggiungo io, e non sa distinguere la poesia dalla stupidità.arroganti oltre ogni limite, ed ignoranti oltre l'impossibile.
    allora potrai dirmi che pure gli americani sono arroganti. ma io ti dico, tutti i potenti sono arroganti. dal primo all'ultimo. citami un potente non arrogante! uno mi basterebbe.

    la differenza tra gli uomini istruiti e quelli no sta nella bellezza di ciò che si costruisce, fuori e dentro di noi.
    l'islam civile ha costruio una cultura millenaria e favolosa per poi perdersi nelle parole di fede di pochi, dimenticando a volte la poesia del loro suono e la dolcezza che potrebbero ispirare se le si ascoltasse diversamente. non parlo di tutti loro, lo hai capito. parlo di una parte di islam che promuove l'immobolità intellettuale.
    l'occidente ha il progresso, la testardaggine, la trasparenza del vetro e la potenza agile dell'acciaio. e su tutti questi simboli di civiltà e poesia è stato sputato senza riguardo. anche l'occidente commette i suoi errori e ascolta molto meno di quanto dovrebbe. ma noi nella nostra cultura ci crediamo vero? io si.

    mi spiace andrea, ma qui sei davanti ad un architetto che malgrado tutto è ancora convinto che l'ambiente dove l'uomo cresce e vive sia di vitale importanza per il suo sviluppo intellettuale e spirituale. io sono convinta che la luce, la tecnica, il vetro ed il colore, la sfida alle forze e la poesia possano creare un'ambiente di vita sano e stimolante. e mi spiace, ma non credo che chi vive in buie caverne abbia molta possibilità di sviluppo intellettuale di qualsiasi genere. e poi c'è chi è cieco, e anche se vive fuori dalle caverne talebane ha vissuto tutta la vita nella sua caverna interiore, rodendosi e incazzandosi col mondo ingiusto che prende di mira solo lui. e se qualcuno gli propone di ferire lo fa senza riflettere. gente che non fa caso a nessun sorriso, a cui interessa solo il sangue e che non ha la minima idea di cosa sia la poesia.
    chi lo sa anche solo intuitivamente non avrebbe demolito le torri né i buddah. solo chi odia la bellezza lo fa.
    e per me, le torri meritano di essere ricordateinogni momento. seppure con cerimonie lagnose (lagnose per te ma non sicuramente per i parenti dei defunti, per cui sentire il nome del loro caro ricordato al mondo deve essere stato poco, ma almeno ha scaldato i loro cuori. non essere irrispettoso verso il dolore altrui, anche se non condividi la maniera di agire) e kitch.
    io vorrei che si ricordasse la bellezza e l'eleganza ogni giorno che passa. e non smetterò di piangere l'essere monco di new york. e non smetterò di ricordare come era bello appoggiare la fronte al vetro, tra due montanti di acciaio, lasciarsi cullare dalla torre e guardare giù.... il mondo là in basso.... e la potenza e al bellezza del mondo e delle nuvole. come un gabbiano..... mentre il sole calava.

    non so se questo mio rispondere confusamente alle tue osservazioni abbia qualcosa che ti paia sensato. ma per me 11/9 significa morte di una parte di me che ama sognare la poesia della bellezza di ciò che l'uomo sa costruire. e l'uomo, una volta di più ha dimostrato quanto la parola "civiltà" sia riflesso in fondo di una sensazione e di una fragile speranza.
    e questo naturalmente viene in secondo piano rispetto al terrore che hanno suscitato in me le immagini di quelle persone che si gettavano nel vuoto.

    attaccherei le idee dell'america e degli americani in altri frangenti e per altri ben più futili motivi che questi. una cerimonia un poco kitch sicuramente non diminuirà la mia emozione, e trovo che gli americani abbiano il diritto di reagire come meglio gli pare. che poi possano apparire arroganti e di poco gusto per moltissime cose, sono d'accordo. ma se vuoi, posso cominciare stasera a compilarti una lista infinita di pittori, scrittori, scultori, architetti e artisti di ogni genere di valenza artistica pregevolissima ed insormontabile. tutti americani.
    non fare MAI di tutta l'erba un fascio. sei troppo intelligente per farlo. e fatti un viaggio in america. ti cambierà la testa e tutte queste cose ti saranno più chiare.
  10. Turista Anonimo
    , 19/9/2002 00:00
    DOTTOREEEEEEEEEE CORRA,
    SVELTOOOOOOOOO,
    C'E' UN CASO URGENTE IN CORSIA,
    SI AFFRETTI!!!!!!!

    IIIIIIIIIIIIIIIIIIIII
  11. Turista Anonimo
    , 19/9/2002 00:00
    clap!!??
  12. Andrea C. 1
    , 19/9/2002 00:00
    Nasce per spirito di contraddizione questo forum, per una volontà ed un abitudine caratteriale alla critica e per un gusto, che molti immagino troveranno eccessivo ed irrispettoso, alla provocazione che finisce poi per essere ingigantita ed acusticamente esasperata dall’inaspettato contrasto col racconto di Steve. Steve segue però la corrente delle emozioni, il flusso delle lacrime che accompagnano le storie personali di tutti quelli che nel crollo delle Twin Towers hanno perso amici, parenti e compagni di vita. Io invece ho deciso di farmi da parte, di rivestire il ruolo dello spettatore impassibile (la lontananza da quei luoghi me lo permette ancora) e scegliere un altro punto di vista ed un ottica differente, quelli oltre la folla. Se mi perdessi fra le suggestioni dei suoni, le manifestazioni che riuniscono in un'unica corrente e le immagini del vuoto che ha ingoiato oltre duemila individui e che simbolicamente oggettivizza i vuoti lasciati fra le mura delle case dei sopravvissuti finirei per cedere alla commozione per le vicende dei singoli, per perdere l’obiettività che invece voglio ora, per contrasto, conservare. Tutti abbiamo sperimentato come un ottica interna alle vicende possa spesso essere forviante perché non permette quella visione d’insieme che sola consente valutazioni complesse e che consente di riporre nei diversi scaffali e sui piani corretti le diverse voci che compongono il coro delle notizie fra commentatori, critici e testimoni. Inoltre l’orrore che ha spezzato famiglie intere assume tinte differenti se si decide di non cogliere i singoli puntini colorati che costituiscono il quadro e si preferisce analizzare il soggetto accantonando il particolare.
    L’America ha scelto di celebrare e commemorare sé stessa, di trasformare una tragedia in un motivo di coesione, di riscoperta della propria identità nazionale, dei propri valori comuni e così si alternano gli “United we stand” ai “we will never forget”. La commemorazione è sapientemente orchestrata perché, in una versione anche un po’ kitsch e pomposa come del resto era preventivabile visti il gusto e la cultura d’oltreoceano, nessuno possa sfuggire ad una facile commozione, anche chi dalla vicenda non è stato toccato direttamente, e così si utilizzano tutti i canali per suggerire i sentimenti, per stimolare la partecipazione emotiva ed è un tripudio di suoni, immagini, voci, colori e persino odori, a sentire Steve . Ma la commemorazione, il ricordo assumono un significato retorico se non le si accompagna ad una analisi più approfondita, diventano un fatto puramente rituale, un momento per riaprire nello stesso momento la ferita che ciascuno ha ricomposto a suo modo nel corso di un intero anno. La commemorazione diventa cioè un “lusso” che i singoli si possono permettere nella speranza che un dolore condiviso attenui il senso di solitudine che si vive nel privato ma che una nazione e la sua rappresentanza politica devono evitare per non permettere e non giustificare con le emozioni errori politici.
    Bush ha sin dall’inizio scelto la linea semplicistica e francamente manichea della suddivisione fra buoni e cattivi ed in una sorta di remake della storia del western all’americana identificati i cattivi e tralasciati i perché si è avventurato nel terreno della Guerra Giusta, che troppo da vicino ricorda il concetto di Jihad islamica. Del resto il nuovo mondo, in assenza probabilmente di una memoria storica adeguata, finisce spesso per essere vittima di analisi sommarie che noi Europei non possiamo condividere perchè più abituati alle sfumature, alle numerose gradazioni di colore.
    Bush preferisce valutare le responsabilità personali senza prendere nella adeguata considerazione il significato simbolico dell’attentato stesso, le finalità di richiamo che, certo nelle menti perverse dei mandanti, questa tragedia ha voluto assumere e tenta di punire i responsabili senza analizzare le cause di un sentimento antiamericano che unisce molti al di là dell’Oceano (è recente il libro “Why Do People Hate America?” che suona minaccioso)
    La rivista Foreign Affair sosteneva recentemente che le Guerre fossero coronate da migliori risultati se condotte contro del nomi propri piuttosto che contro nomi comuni. Seguendo questa logica Bush preferisce additare il nemico del momento in Osama Bin Laden o Saddam Hussein piuttosto che in nomi comuni come povertà, fame, malattie, convivenza fra i popoli. Così il vertice di Johannesburg diventa problema secondario, da snobbare senza giustificazione alcuna proprio perché pieno di nomi comuni e mentre i rappresentanti dei paesi in via di sviluppo battono il pugno per attirare l’attenzione dei potenti della Terra sul collasso che è pronto ad investire i loro paesi, sull’impossibilità di proseguire sulla linea dei documenti programmatici che molto promettono e poco mantengono nella logica del poi (come se vivere di speranza fosse ancora sostenibile), mentre l’evidenza delle emergenze climatiche è sotto gli occhi di tutti e i problemi di salute mondiale e della pandemia dell’AIDS si riducono a dibattiti per esperti Bush passa alla seconda fase e si getta sulla questione Iraq. Ma l’esagerato ricorso al simbolismo che ha caratterizzato le cerimonie di commemorazione ha fatto perdere di vista l’unico simbolo che realmente caratterizza questa tragica vicenda e che è proprio quello del WTC. Il WTC incarna il simbolo della politica economica americana rivolta su sé stessa e cieca nei confronti delle questioni internazionali che non riguardino petrolio od altri motivi di interesse economico.
    Così la tragedia del secolo che ha colpito l’immaginario collettivo per le modalità con cui è stata perpetrata e che avrebbe dovuto modificare gli assetti politici mondiali (perché qualcosa di buono deve sempre derivare da tragedie di questa dimensionalità) si riduce ad un conflitto privato, ad un fatto personale fra Americani ed il gruppo di Al Qaeda. La politica Americana nel conflitto Israelo-Palestinese, l’atteggiamento di puro interesse economico nei confronti dell’area mediorientale e l’incapacità americana ed Occidentale tutta di cogliere l’assurdità di un mondo, il nostro, costruito su una fragile roccaforte che si affaccia sulla miseria non entrano più nelle valutazione dell’11 settembre;. l’unica parola che trova spazio è “terrorismo” quasi fosse la nuova parola d’ordine. La scelleratezza dei responsabili della tragedia dell’11 settembre è certo sotto gli occhi di tutti anche perché lì erano fisicamente puntati tutti gli occhi, tutte le telecamere che hanno ripreso scena per scena l’accaduto, sezionandone gli avvenimenti, scandagliandone l’orrore ed in un mondo in cui ciò che non si vede non esiste ed ha ragion d’essere solo ciò che è documentabile con le immagini è la tragedia americana ad avere l’unico spazio. Ci tengo a precisare che non sono antiamericano: anche io come buona parte della mia generazione ho subito il fascino di NY, del sogno americano e persino del mito del coast to coast per citare gli esempi più banali ed emozionalmente più presenti a quelli della mia età e la cultura americana mi è certo più affine per nascita e vissuto; ma affine non vuol dire migliore, meno colpevole.
    Il modo con cui è stata organizzata la cerimonia, le parate che svegliano nel cuore della notte quando la capacità di reagire minore e la suggestione maggiore nell’oscurità, l’innalzamento all’orange level del livello di guardia quando non era possibile neanche ad uno spillo penetrare il nucleo logistico della cerimonia visto il dispiegamento militare, l’elenco a mo’ di nenia dei nomi delle persone decedute hanno rappresentato quindi, almeno per me, il simbolo di un mondo che chiuso nel suo dolore guarda all’esterno attraverso un obiettivo fotografico che riproduce certo la realtà ma tagliandone inquadrature precise, scegliendo il proprio punto di vista ed il proprio soggetto.
    Leggevo fra le uscite cinematografiche della prossima stagione il soggetto di un film dal titolo “La vita come viene” in cui si racconta il viaggio di un pastore degli altopiani balcanici verso l’Italia perché affascinato dalle immagini provenienti dalla televisione e ritrovatosi all’interno di un villaggio vacanze viene rimpatriato dopo aver vissuto una giornata da villeggiante convincendosi così dell’eccezionalità del nostro mondo e della sua fedeltà all’illusione televisiva. Ecco quest’illusione, che in molti casi tanto illusione non è, è proprio quella che l’Occidente propina come una scatola aperta perché ai molti sia concesso di vedere chiaramente ciò che gli è negato.
    Che non ci sia allora dello strumentale nelle commemorazioni? Che non sia anche un modo per riconoscersi contro un unico nemico e per giustificare una nuova guerra, solo momentaneamente scongiurata, che è ,come diceva Nietzsche, per assurdo principio di salute per popoli infiacchiti?
  13. De Giò
    , 18/9/2002 00:00
    Caro Andrea, resta il dolore profondo e insanabile di chi ha perso i propri cari in quell'inferno di fuoco. Quando tempo fa, un aereo si schiantò sul "pirellone" a Milano, mia figlia si trovava nei paraggi e per ben due ore non abbiamo avuto sue notizie. Io e mia moglie abbiamo assaporato l'ansia terribile che ti assale in quei momenti e siamo praticamente "morti", fino a quando non è arrivata la telefonata liberatoria che ci ha ridato la vita. Per questo terribile e mostruoso delitto, tutti i responsabili MATERIALI E MORALI, e includo anche coloro che nel 2002 hanno chiamato il loro figlio "OSAMA", meriterebbero di fare la stessa identica fine, perchè non esiste causa al mondo che possa giustificare un'azione così feroce e assurda. Questi sono i fatti, il resto è folklore!
    Giò
  14. Giorgio Paoli
    , 18/9/2002 00:00
    "Planetario quanto kitsch ricordo delle vittime" mi sembra esagerato....ricordare aiuta a riflettere, riflettere aiuta a migliorare.
  15. Andrea C. 1
    , 11/9/2002 00:00
    Un anno fa si consumava la tragedia che avrebbe dovuto modificare gli assetti politici ed umani mondiali, quella del WTC, e che rischia di trasformarsi in un planetario quanto kitsch ricordo delle vittime. Valutazioni su un mondo sempre pronto a ricordare ma poco propenso a riflettere.