Partenza il 6/7/2017 · Ritorno il 15/7/2017
Viaggiatori: 4 · Spesa: Da 500 a 1000 euro

Ritorno alle Canarie: de isla a isla

di Libra - pubblicato il

Sono passati pochi giorni dal mio rientro e sto già pensando a come prolungare gli effetti della vacanza. Puntualmente dopo 2-3 giorni di relax a casa, sarei già subito pronto nuovamente con la valigia in mano… Gli ultimi due anni le ferie estive son arrivate sempre in gran ritardo, a settembre, quest’anno ho deciso di anticipare, nella prima metà di luglio. Sognavo mete lontane, orientali, ma alla fine, per tutta una serie di circostanze ho dovuto cambiare i piani. Ho deciso di ritornare al caldo, quando anche qui fa caldo… ed eccomi dopo neanche un anno fare ritorno sulle Canarie. Dopo però aver “vissuto” Fuerteventura e aver visto un pezzetto di Gran Canaria, la nostra scelta ricade sull’isola maggiore dell’arcipelago, Tenerife. Con una giornata però dedicata anche a La Gomera, vicina di casa. Questa volta però abbiamo deciso di soggiornare non più per una settimana, ma 10 giorni. Abbiamo optato in questo modo essendo l’isola non piccola, così da poterci dividere tra visite e escursioni, a un po’ di relax mare/spiagge. Il volo, prenotato 4 mesi prima, ci è costato 200 euro andata e ritorno, volo diretto da Bologna per Tenerife. Ci siamo poi divisi la vacanza in due parti: la prima parte dedicata al nord dell’isola, con 2 alberghi distinti (2 notti alla capitale Santa Cruz de Tenerife e 1 notte a Puerto de la Cruz), e la seconda parte dedicata al sud dell’isola, dove abbiamo soggiornato circa 1 settimana in un appartamento situato a Costa Adeje. Nell'intermezzo ci siamo dedicati anche a 1 giornata intera a La Gomera e mezza giornata alla visita del Teide.

Spesso, nell'immaginario di gente poco informata, queste isole sono puro divertimento, belle spiagge, discoteche e rimorchio. Sono il rifugio di chi è stanco di pagare in patria troppe tasse, di chi cerca un’avventura lavorativa che duri il tempo di una stagione. Di chi vuole investire nel mattone e poi affittare assicurandosi un’ottima rendita annuale. Sono le isole dell’eterna primavera. Può darsi, ma non solo. Le Canarie sono molto di più; sono il prolungamento dell’Europa in Africa, sono puntini nell’oceano che conservano a tratti la nostra cultura, il nostro cibo, le nostre tradizioni ma che sapientemente mescolano con quanto di guanci ancora si possa trovare. Solo le palme e i balconi in legno ti fanno pensare all’esotico. Il volo di andata è stato molto tranquillo. Certo, per me che ho sempre un po’ d’ansia di volare 4 ore e 20 passano davvero lentamente, ma per viaggiare, lo si fa! Atterriamo all’aeroporto di Tenerife Sud (Aeroporto Reina Sofia) alle 18 ore locali (le Canarie hanno un’ora indietro rispetto a noi). E’ il secondo aeroporto delle Isole Canarie (dopo Las Palmas de Gran Canaria e prima di Tenerife Los Rodeos), è situato vicino alle cittadine di El Médano e Los Abrigos nel sud dell'isola di Tenerife. E’ utilizzato quasi interamente per i voli low cost e per i voli al di fuori dell’arcipelago e al di fuori dei voli verso la Spagna. L’aeroporto è grande e ben organizzato devo dire. Appena usciti dall’aereo e presi le nostre valigie ci dirigiamo verso il banco della Cicar, compagnia di noleggio auto. Le agenzie di noleggio auto sono tantissime (Autos Reisen, Avis, Cicar, Europcar, Goldcar, Hertz, Record) e hanno i loro sportelli all’interno del terminal arrivi. Se non avete noleggiato un’auto ovviamente potete spostarvi o con un taxi o con i bus. Ad esempio la linea 340 collega l’aeroporto con Puerto de la Cruz, la linea 34 raggiunge Santa Cruz, la linea 487 e la linea 470 servono l’area di Playa de Las Americas e la linea 450 Granadilla. L’autobus 111 va da l’aeroporto a Santa Cruz passando per le principali spiagge dell’isola. La linea 343 collega direttamente l’aeroporto Tenerife Sud con l’aeroporto Tenerife Nord. Facciamo la nostra bella fila per prendere l’auto, poi finalmente ci siamo, andiamo al parcheggio delle auto in uscita, posto 117, saliamo sulla nostra bella Fiat Bravo rossa e si parte. Siamo entusiasti della macchina, bella, pulita, larga… Ci immettiamo subito sull’autostrada principale dell’isola, la TF-1, un’autostrada gratuita che da Santiago del Teide (ovest dell’isola) va fino a Santa Cruz de Tenerife (a nord est) passando per tutto il sud e costeggiando l’isola, facendo un cerchio quasi. Dopo poco ci fermiamo a un distributore e facciamo il pieno, la benzina costa davvero molto ma molto meno rispetto a noi.

Le Isole Canarie pur appartenendo alla Spagna e quindi all’Unione Europea, sono situate in una zona cosiddetta “ultra periferica”, a cui si applica una tassazione ridotta rispetto alla Spagna stessa ed anche rispetto agli altri Stati Europei; non sono un paradiso fiscale, ma offrono molteplici vantaggi sulla fiscalità. Alle Canarie si applica la totalità delle politiche comunitarie, ma le peculiarità geografiche delle isole permettono loro di beneficiare di una serie di eccezioni e modulazioni molto favorevoli nell’applicazione del Diritto Comunitario. Non essendo paradisi fiscali non sono inserite nella cosiddetta “Black List”. Tutte le Isole Canarie sono state dichiarate dal governo spagnolo zone a statuto speciale per agevolarne lo sviluppo economico. Le isole Canarie rappresentano quindi l’area europea che maggiormente usufruisce di un regime fiscale speciale volto a favorire l’attività economica e per questa ragione offrono una grossa opportunità all’iniziativa privata e imprenditoriale che vuole investire in queste aree. L’arcipelago offre quindi in tutto il suo territorio importanti facilitazioni di natura fiscale, previste da uno speciale regime fiscale ed economico. Oltrepassiamo in auto tutta la costa orientale dell’isola. Passeremo per paesi come San Miguel de Tajao (un paesino di pescatori, famoso per avere le più rinomate locande di pesce), per Arico e per Guimar. Quest’ultima località è invece famosa per le Piramidi, si tratta di piramidi caratterizzate da cinque livelli di forma rettangolare, che somigliano alle piramidi realizzate dai Maya e dagli Aztechi in Messico. Fanno attualmente parte di un parco etnologico aperto al pubblico. I ricercatori hanno concluso infatti che le piramidi di Güímar sono state create nella seconda metà del secolo XIX per scopi agricoli.

La nostra prima sosta decidiamo di farla a Candelaria. Candelaria fa circa 25mila abitanti ed è centro di pellegrinaggi in visita alla Basilica di Nostra Signora della Candelaria, patrona delle Isole Canarie. La Vergine della Candelaria, ossia della Candelora, è l'appellativo con cui i cattolici venerano Maria in seguito alla scoperta di una statua, ritenuta miracolosa, trovata in riva al mare proprio nelle Isole Canarie nel 1392, secondo la leggenda è stata trovata sulla spiaggia vicina Chimisay (attuale comune di Güímar). La statua della Vergine ricorda la presentazione al Tempio di Gesù ed è appunto patrona di tutte le Isole Canarie. Secondo la tradizione l'immagine della Vergine fu trovata da due pastori Guanci di Tenerife, su una roccia in riva al mare, alcuni decenni prima della conquista delle isole da parte degli spagnoli: gli aborigeni, credendo che fosse uno spirito maligno, cercarono di danneggiare l'immagine, rimanendo invece feriti; ritenendo allora di avere a che fare con un segno divino, cominciarono a venerarla. La Vergine della Candelaria è stata ampiamente utilizzata nelle preghiere, durante epidemie, pestilenze, siccità ed eruzioni vulcaniche del Teide e altri vulcani. Queste ultime preghiere erano molto simili a quelle di Napoli a san Gennaro per fermare le eruzioni del Vesuvio, e a quelle a sant'Agata di Catania per fermare le eruzioni del vulcano Etna in Sicilia. Il 7 novembre 1826, l'effigie originaria della Candelaria andò perduta durante un forte temporale, cosicché i domenicani commissionarono una nuova statua allo scultore Fernando Estévez. La statua della Candelaria è una Madonna nera, si trova nella parte alte di un altare a camerino, al quale i fedeli possono accedere alcune volte al giorno alla fine delle messe. La statua porta Gesù Bambino sul braccio destro e una candela nella mano sinistra. La Madonna della Candelaria sta su un trono ligneo con motivi vegetali dorati e circondata da due angeli, ai piedi ha una mezzaluna che allude ad Apocalisse 12,1. L'effigie della Madonna, che non è una statua a tutto tondo, ma ha scolpite solo il volto e le mani, viene rivestita con manti di differenti colori, secondo il calendario liturgico. La Vergine di Candelaria ha due feste annuali: 2 febbraio (festa liturgica) e 15 agosto (festa popolare). Ogni anno, durante le feste di agosto e febbraio, i devoti peregrinano a piedi da tutti i comuni dell'isola di Tenerife, dalle altre isole delle Canarie e dalla Spagna e addirittura da alcuni paesi dell’America Latina, come il Venezuela e Cuba (dove risiedono molti immigrati canari). Plaza de la Patrona de Canarias, vicino alla basilica, è la piazza principale del paese. Vicino a questa piazza, sul lungomare, si trovano le statue dei 9 re nativi di Tenerife. Altri luoghi importanti sono la grotta di San Blas e la Chiesa di Santa Ana. La grotta ospitò inizialmente la prima immagine della Vergine della Candelaria. Dopo la conquista di Tenerife nel 1497, la grotta fu dichiarata chiesa, e conservò l'immagine fino al 1526, anno in cui quest'ultima fu spostata in una nuova cappella costruita sul terreno dell'attuale basilica. Tuttavia l'edificio fu distrutto da un incendio nel 1789, e per questo fu eretta una costruzione di pietra squadrata addossata alla grotta (alta 14 metri, larga 6 e alta 5), per ospitare nuovamente la Vergine e accogliere i numerosi pellegrini che la visitavano; qui rimase fino al 1803. La grotta si trova alla fine del Paseo de San Blas, sotto la scogliera del Barranco de la Taipa, e insieme alla Grotta de los Camellos forma il complesso archeologico di Achbinicó, che significa "luogo di tosatura e mungitura". Il suo legame con l'attività pastorizia si è perpetuato, visto che la grotta-cappella è sotto la protezione di San Blas, patrono degli allevatori. Non passeremo tanto tempo a Candelaria, si è fatta già una certa ora, abbiamo fretta di arrivare a Santa Cruz, smollare l’auto, fare check in e di andare a mangiare! La fame incombe!

Da Candelaria a Santa Cruz ci sono solo 20 km, dopo circa 15/20 minuti siamo in città. La differenza si vede. Santa Cruz è una città, ed è anche abbastanza trafficata direi…! Semafori, rotatorie, code… Un po’ ce l’aspettavamo comunque. Il nostro hotel è proprio in pieno centro, lungo la Plaza de la Candelaria, vicino la centralissima Plaza Espana. Facciamo molta fatica a trovare difatti un parcheggio libero lungo l’Avenida Maritima. Dopo diversi giri avanti e indietro per fortuna ne troviamo uno! Prendiamo le valigie e ci dirigiamo verso il nostro hotel, l’Hotel Adonis Capital, un hotel centralissimo, proprio sulla piazza, ma a dir poco orribile… Pensavo molto meglio, gli interni davvero tutti da rifare! Inoltre essere così centrali può avere i suoi pregi, come quello di girare il centro storico senza dover fare chilometri a piedi, ma nello stesso tempo può avere i suoi lati negativi, la difficoltà nel parcheggiare appunto, e poi il casino serale e notturno, che ci impediva di dormire bene. Dopo un check in abbastanza lento e contorto e aver posato le nostre valigie nelle nostre bruttissime camere, decidiamo subito di uscire per la cena. Optiamo per un ristorantino vicino al nostro hotel, che era molto ben recensito sia sulle guide che in internet: La Hierbita. Il locale è caratteristico, ma non rimaniamo particolarmente entusiasti dalla cucina, anzi…inoltre lo troviamo caro. Dopo la cena iniziamo a fare un giro by night per la capitale. Santa Cruz de Tenerife non è affatto piccola, la città conta circa 220mila abitanti. Insieme con Las Palmas de Gran Canaria è capitale della comunità autonoma canaria ed ospita la sede del parlamento locale. Fino al 1927 Santa Cruz de Tenerife è stata l'unica capitale delle Canarie; solo dopo tale anno condivide il ruolo con Las Palmas. La città si trova vicino alla città di San Cristóbal de La Laguna, con la quale forma la più grande area urbana nelle Canarie (400 000 abitanti). La città ha il porto turistico più grande della Spagna. Santa Cruz de Tenerife occupa il territorio chiamato 'Añazo' dai Guanci, la popolazione autoctona delle isole, dove sbarcò Fernández di Lugo e piantò una croce che diede il nome alla città. Questa croce è tuttora conservata nella Iglesia Matriz de la Concepción e viene condotta in processione il giorno della Croce (3 maggio). La piazza principale dell’isola è Plaza de España: è la piazza centrale, sede del potere civile con il Palacio del Cabildo de Tenerife e cuore della vita sociale della città. È la piazza più grande delle Isole Canarie ed è stata costruita nel 1929 sul luogo del Castillo de San Cristóbal, lo storico castello che era stato eretto per difendere l'isola dai pirati. Al centro della piazza c’è una grande fontana artificiale, lavoro degli architetti svizzeri Herzog & de Meuron. La fontana ha una forma perfettamente circolare, molto ampia, quasi da lago artificiale, e testimonia grazie a delle linee marcate sul fondo della fontana l’ingombro della sottostante struttura archeologica del castello, un tempo elemento difensivo della città di Santa Cruz. Il progetto di ammodernamento faceva parte di una riqualificazione che ha riguardato anche il Barranco Santos, il burrone che taglia quasi esattamente a metà la capitale di Tenerife. Essendo una piazza aperta sul lato est verso l’oceano, sui due lati nord e sud sulla Avenida Maritima e sul lato ovest sulla città, si è pensato di dotare la piazza di un elemento intermedio tra la costa e l’ambiente metropolitano: una fontana, il cui elemento acquatico raccorda la città con l’Atlantico. Al centro della piazza vi è anche un monumento dedicato alla memoria dei caduti della guerra civile spagnola. Questo enorme monumento si trova giusto di fronte al Cabildo Insular. Venne creato grazie a una sottoscrizione popolare e disegnato da Tomas Machado nel 1944, anche se realizzato da differenti artisti. E' fatto in basalto ed è costituto da una grande croce sotto la quale si trova una cripta, chiusa nella sua base, e una scala attraverso la quale si può salire a un belvedere. Nella croce ci sono diverse sculture che rappresentano: la Patria, il Caduto, la Vittoria, così come molti bassorilievi e una fontana. Di fronte alla croce si trovano le sculture di due enormi. I soldati di bronzo, 4 metri di altezza e 1000 kg di peso, prima di rimodellare la piazza erano collocati su dei piedistalli. Una serie di strutture risalenti all’ultima risistemazione della piazza, alla fine del XIX secolo, sono state mantenute per testimoniare una continuità tra piazza vecchia e piazza nuova. Suggestive sono anche le installazioni ai bordi del “laghetto” (colloquialmente ribattezzato “el charco”) di strutture informative o commerciali, tra cui un centro di vendita di prodotti artigianali locali, realizzate con pietra vulcanica, quasi emergenti come “onde” dal sottosuolo e ricoperte di vegetazione tipica canaria. Subito alle spalle c’è Plaza de la Candelaria, una delle piazze più importanti della città. Il nome attuale è preso in onore della Vergine della Candelaria, patrona delle Isole Canarie come abbiamo detto, perché l'elemento caratteristico della piazza è il monumento del Triunfo de la Candelaria, che è dedicato a questa immagine mariana. Subito dopo la Piazza de la Candelaria c’è la Calle de S. Francisco, che porta (in direzione nord) proprio all’omonima chiesa. Questo tempio era in origine un convento francescano ed è la seconda chiesa più importante della città di Santa Cruz de Tenerife, dopo la Chiesa della Concezione. Belli gli interni. Dalla piazzetta alberata si può seguire la Calle Ruiz de Padron. Sulla strada sorge uno degli edifici più belli della città a mio parere, il Círculo de Amistad XII de Enero. Davvero bello! Di fronte sorge un parco rialzato, che è Plaza del Príncipe. E’ una delle più amate dai suoi abitanti. Fu costruita nel 1871, in quello che era il giardino del convento francescano, di fronte all'attuale Museo delle Belle Arti e alla Cappella della Venerable Orden Tercera. Si trova in un terreno elevato rispetto al livello della strada, per accedervi si deve infatti salire per una scalinata, fiancheggiata da sculture allegoriche della Primavera e dell'Estate. In realtà, più che una piazza è un giardino, dato che vi si trova moltissima e variegata vegetazione. Tre sono gli elementi di maggior distacco: il tempietto della musica, del 1929 (nel quale si esibisce la banda municipale), la Fonte ornamentale di ferro del 1871 e una moderna scultura di bronzo formata da vari uomini seduti che ascoltano le spiegazioni di un altro uomo, probabilmente un maestro. Dalla piazza si può prendere la Calle el Pilar, dove poco dopo sulla sinistra si erge la Chiesa del Pilar. Anche questa chiesa è molto importante perché all’interno si conserva l’immagine della Madonna Addolorata, detta anche “Vergine Repubblicana” perché nel 1931 con la proclamazione della repubblica ed essendo le processioni vietate, era l’unica a cui il divieto non si applicava. Proseguendo la via si arriva a una delle zone che più mi è piaciuta della capitale: il Parco García Sanabria. E’ stato aperto nel 1926 e si distingue per la sua specie vegetali e per la sua grande collezione di sculture. È il parco urbano più grande delle Isole Canarie. La sua nascita risale, almeno come idea, ai primi del ‘900 quando era desiderio comune dei cittadini della capitale di Tenerife avere un proprio parco urbano. L’apertura del parco Buen Retiro di Madrid nel 1888 influenzò non poco la cittadinanza e il medico Diego Guigou che, entusiasta di un simile luogo a disposizione degli abitanti, esternò sulla stampa locale la necessità di avere un parco di grande bellezza nel cuore della città. A supporto della proposta, l’intellettuale Patricio Estévanez Murphy scrisse numerosi articoli al riguardo che colpirono l’attenzione comune, ma, nonostante la costituzione di una commissione che potesse portare avanti un progetto di parco urbano, i temi non erano ancora pronti. Fu solo nel 1910 che l’architetto comunale Pintor realizzò il primo concreto disegno del parco, preso in considerazione molto più avanti, nel 1922, dall’allora sindaco Andres Orozco che riaprì la commissione e iniziò a raccogliere concretamente fondi per l’acquisto del terreno che doveva ospitare il parco. Lotterie, feste popolari, contributi aziendali e comunali, sovvenzioni private dei singoli cittadini, perfino una raccolta porta a porta, contribuirono al recupero di 200.000 pesetas che vennero utilizzate per acquistare le vecchie fattorie e i frutteti di Don Eladio Roca. Un primo tassello era compiuto e grazie al grande impegno degli abitanti. La vera spinta propulsiva si ebbe con il successivo sindaco di Santa Cruz García Sanabria, del quale il parco porta il nome, che iniziò i lavori di costruzione sul terreno per la realizzazione di fontane, gazebo, percorsi nonché la cura di piantagioni di specie diverse. Inaugurato finalmente nel 1929 il Parque García Sanabria nel corso degli anni crebbe insieme alla vegetazione che ospitava, aumentando in dimensioni e bellezza. Interventi successivi di architetti e l’introduzione di importanti sculture ne arricchirono il fascino rendendolo uno degli angoli più belli e vivi di Santa Cruz de Tenerife. Autentica oasi di foresta urbana, il parco ha ospitato numerosi eventi culturali, gallerie fotografiche, e mostre pittoriche in un contesto di rara bellezza. Al momento attuale il García Sanabria vanta di una ricca collezione di piante tropicali e subtropicali, di una zona adibita a macchia mediterranea e piante medicinali nonché di specie rare di estremo interesse botanico. Al suo interno si trovano inoltre 24 sculture, 5 fontane e laghetti ornamentali, 12 pergolati di buganvillee e oleandri, 1 bar, 1 gazebo, servizi igienici, 1 parco giochi, 1 parco per i cani, fontane di acqua potabile, centri di informazione, alcuni uffici comunali e stalli per biciclette. Il Cabildo ogni anno investe circa 780.000 euro per il mantenimento del parco tra acqua, luce, pulizia e interventi vari. All’ingresso del parco, ad accogliere i visitatori, c’è un monumento in memoria di Sanabria, il sindaco coraggioso che seppe credere ed investire in quello che oggi è un autentico patrimonio cittadino molto amato. Anche se l’abbiamo visitato in versione serale, devo dire son rimasto davvero colpito dalla bellezza di questo parco, merita una visita! Alle spalle del Parco c’è la Rambla de Santa Cruz, una delle arterie maggiori della città, un bel viale alberato con delle belle case a più piani. Sicuramente abitate da persone facoltose, a guardare lo stile…Se si percorre la Rambla in direzione nord si arriva fino al Museo Storico Militare delle Canarie e al Monumento alla Vittoria. Quello che adesso viene chiamato Monumento al Ángel Caido in realtà è una statua dedicata a Francisco Franco che fu realizzata nel 1966 dallo scultore Juan de Ávalos per celebrare la vittoria dell’esercito franchista nella Guerra Civile spagnola. L’opera consiste di una figura maschile che rappresenta (anche se non tutti concordano sull’identità) il generale Franco mentre impugna una spada a forma di croce cristiana con la punta rivolta verso l’angelo in volo sotto di lui con le ali spiegate. Il 31 ottobre 2007 in Spagna viene approvata una legge conosciuta come Ley de la Memoria Histórica (“Legge della memoria storica”) che esprime la condanna definitiva del regime di Franco e tra le varie clausole una in particolare riguarda la rimozione di qualsiasi elemento pubblico volto a celebrare la dittatura. È così che in tutto il Paese si inizia a rinominare vie e statue: ad esempio, rimanendo a Santa Cruz De Tenerife, nel 2008 la Rambla General Franco è diventata Rambla de Santa Cruz. La legge colpisce anche il monumento a Franco e nel 2010 viene chiamato appunto Monumento al Ángel Caído. Tuttavia la polemica non si placa poichè l’autore della statua non ha mai detto che l’angelo raffigurato fosse Lucifero, anzi, è sempre stato identificato come l’angelo della pace. La mia idea è che tale scelta sia stata motivata anche dalla volontà di condannare la figura di Franco personificandolo con l’immagine del diavolo e quindi del male, rovesciando così il significato originale di Ávalos. È risultato chiaro comunque che il cambio del nome fosse soltanto un espediente per rispettare la Ley de la Memoria Histórica senza dover rimuovere l’opera. La vicenda si conclude nel 2011 quando, dopo le elezioni municipali, il governo fa un passo indietro riconoscendo l’origine e la simbologia franchista e modificando il nome in Monumento a la Victoria. L’indomani ci svegliamo con un cielo non proprio così bello, avevamo deciso di andare alla spiaggia di Las Teresitas, a nord della capitale, forse la spiaggia più famosa di tutta Tenerife, ma proprio verso quella direzione ci sono dei gran nuvoloni che sembrano essere carichi di pioggia. Ma dato che sappiamo che alle Canarie il cielo di mattina è spesso nuvolo, non perdiamo fiducia. Dopo aver fatto colazione in un posto vicino la Plaza Espana dal nome “Panaria” (scopriamo essere poi una catena, ma devo dire che abbiamo fatto delle ottime colazioni!), decidiamo di continuare un po’ il giro della Capitale. Ci rechiamo a sud della Plaza Espana, dove dopo poco incrociamo la Plaza de la Igesia. Qui sorge la più importante chiesa della capitale, la Iglesia Matriz de la Concepción (Chiesa della Concezione), dedicata al dogma dell'Immacolata. È l'unica chiesa nelle isole Canarie con cinque navate. La chiesa fu costruita nel 1500, ed è soprannominata la "Cattedrale di Santa Cruz de Tenerife", ma in realtà non è una cattedrale; la cattedrale di Tenerife è la Cattedrale di San Cristóbal de La Laguna. È notevole l'alto campanile della chiesa. Gli stili architettonici della Chiesa della Concezione sono il barocco delle Canarie e il tuscanico, con forti influenze coloniali. Al suo interno è la pala d'altare di Giacomo il Maggiore, santo patrono di Santa Cruz de Tenerife. All'interno è anche conservata la croce della fondazione, da cui la città prende il nome. In questa chiesa c’è una reliquia di San Clemente I, Papa e Martire, dono di un Patriarca di Antiochia. Storicamente è stata una delle reliquie più venerate della città. All'interno dispone di una piccola immagine del XV secolo della Madonna della Consolazione, patrona storica della città di Santa Cruz de Tenerife. Alle spalle della chiesa sorge una zona piena di localini, con edifici bassi e colorati. In zona c’è anche il bell’edificio del Teatro Guimerà, in stile classicheggiante, considerato il più antico teatro delle Canarie. Di fianco c’è invece il Centro d'Arte La Recova. Questo spazio storico si trova all'interno di quello che un tempo era il mercato della città. Questo edificio è opera dell'architetto Manuel Oraá e fu costruito nel 1851, ma fu inaugurato come sala mostre nel 1992. La versatilità del Centro d'Arte La Recova, con un ampio patio coperto e grandi spazi, consente lo svolgimento di oltre una decina di mostre artistiche ogni anno. Oltrepassiamo il barranco de Santos (un burrone che taglia in due la città) attraverso il ponte del Gen. Serrador, ci troviamo ancora in una delle zone più antiche della città ed è proprio qui che sono nati due dei grandi musei cittadini: il Museo della Natura e dell’Uomo e il TEA (Tenerife Espacio de las Artes). Il Museo della natura e dell'uomo (“Museo de la Naturaleza y el Hombre”), inaugurato a metà degli anni novanta, è un progetto espositivo che appartiene all'Organismo autonomo di musei e centri del Consiglio comunale di Tenerife la cui sede è situata nell'immobile neoclassicista che fu l'antico ospedale civile della città di Santa Cruz de Tenerife. Attualmente il museo riunisce resti archeologici della preistoria tanto di Tenerife quanto del resto dell'arcipelago canario. È considerato il principale museo archeologico nelle isole Canarie. Comprende il Museo archeologico di Tenerife, l'Istituto canarino di bio-antropologia ed il Museo di scienze naturali di Tenerife. Il museo è situato proprio all'interno dell'antico Ospedale Civile, un edificio che costituisce un esempio di architettura neoclassicista delle Canarie. Si sottolineano soprattutto la collezione di Mummie guance e ciò che riguarda il mondo funerario aborigeno, la Sala del Mondo Funerario. Il percorso del primo piano finisce con uno spazio dedicato alle incisioni rupestri nelle Canarie, nel quale sono stati installati un paio di computer per poter avere informazioni sui giacimenti esistenti. Nel museo si trovano anche alcuni idoli guanches. Il Museo della Natura e dell'Uomo è un riferimento mondiale in materia di conservazione delle mummie. In una delle sue stanze si trovano anche 13 ceramiche egiziana, una delle quali è il più antico oggetto egiziano in un museo spagnolo. Il museo è anche considerato come il più importante della Macaronesia. Il museo ha anche una grande collezione di fossili di animali preistorici che abitavano le isole Canarie, come la lucertola gigante, il ratto gigante e la tartaruga gigante. Ci sono anche altri fossili di animali estinti che hanno vissuto altrove come fossili di trilobiti e denti di Megalodon, etc. Il TEA è un polo espositivo multifunzionale, un luogo vivace che si rivolge al visitatore curioso di qualsiasi età, dove spazi e attività culturali sono strettamente interconnessi. Un passaggio pubblico attraversa diagonalmente il complesso, collegando la parte superiore del ponte General Serrador con la riva del Barranco de Santos. Questo passaggio taglia letteralmente in due la grande sala di lettura della Biblioteca Insular, caratterizzata da ampie vetrate che prospettano dentro e fuori gli ampi spazi open-space della biblioteca. Muovendosi verso il Barranco, il percorso si allarga, trasformandosi in un’area triangolare semi-coperta nel cuore del Centro Culturale. Una piazza pubblica triangolare, animata dal Caffè/Ristorante del Museo, orienta i visitatori verso il complesso museale e l’ingresso, concepito come una continuazione spaziale della piazza. Nell’atrio principale si apre una grande scala a spirale, dietro il bookshop del museo e la biglietteria, che collega il piano superiore a quello inferiore. Il piano superiore ospita la Collezione permanente dell’artista Oscar Dominguez suddivisa entro gli spazi modulari di gallerie di diverse dimensioni. Il livello inferiore che accoglie il “Centro de Fotografía Isla de Tenerife” che può essere anch’esso suddiviso in differenti ambienti espositivi per soddisfare le esigenze di mostre temporanee. Entrambi i piani non superano i 6 metri di altezza. Le pareti esterne dell’edificio, finite in calcestruzzo di colore grigio scuro, sono alleggerite da piccole aperture in vetro disposte senza un ordine preciso lungo tutta la superficie, che ricordano la forma dei pixel e filtrano la luce naturale verso l’interno. Le perforazioni sono state create utilizzando un complesso sistema di casseri. Il complesso ospita l’Istituto di Arte Contemporanea di Óscar Domínguez, il Centro di Fotografia e la Biblioteca di Tenerife, insieme a un piccolo auditorium, un caffè/ristorante e un negozio di souvenir, ognuno dei quali accessibile dalla strada. L’edificio è caratterizzato da un intenso dialogo tra il vuoto, definito da un involucro esterno in pietra, e il percorso diagonale che lo genera. Questa diagonale urbana esplora la dimensione dinamica dello spazio dell’edificio e genera una geometria obliqua che risuona spazialmente, creando un paesaggio urbano tridimensionale. Se avete tempo visitatelo, è particolare davvero.

Dopo tanta cultura magari si avrà bisogno di un po’ di carica, ed ecco che vicino c’è un luogo ideale per farlo: il Mercado Nuestra Senora de Africa. Non abbiamo avuto molto tempo per visitarlo, ma mi è sembrato davvero bello! La Recova, come è noto, dal 1943 quando fu inaugurata, è diventato il centro e punto d’incontro dei chicharreros (abitanti di Tenerife), poiché fino agli anni ‘70 non si trovano supermercati sulle isole e tutti i prodotti alimentari vengono acquistati qui. Nei circa 200 posti che ci sono, si possono trovare tutti i tipi di prodotti di altissima qualità come carne, pesce, frutta e verdura, spezie, take away, prodotti da forno, negozi di fiori, e un supermercato Hiperdino che completa le esigenze di acquisto dei clienti. Ci sono anche bar e caffetterie di tutti i tipi, degustazione di specialità… Il mercato conta anche un edificio annesso, il Centro Commerciale Nostra Signora d’Africa, un luogo creato per offrire ai clienti de La Recova servizi aggiuntivi come parcheggio, ristoranti, lavanderie e servizi specializzati. A lato del centro commerciale e del mercato possiamo trovare La Rambla Blu, che prende il nome dal colore dei negozi che vi si trovano, fornendo una maggior offerta ai clienti con souvenir, accessori da cucina, borse e artigianato. A sud della città, oltre l’Avenida del Tres de Mayo, una strada a più corsie, Santa Cruz mostra il suo aspetto più metropolitano: grattacieli postmoderni accanto a centri commerciali come El Corte Ingles, un monumentale Palazzo di Giustizia e la stazione semi-sotterranea dei bus. Il tutto ha un aspetto pulito e accogliente, ma forse un po’ impersonale a mio parere. Qui si innalzano anche due grattacieli gemelli, le Torres de Santa Cruz. La Torre I fu costruita nel 2004 e la Torre II nel 2006. Essi sono i più alti edifici della città e delle isole Canarie, con 120 metri di altezza. Fino al 2010 erano anche i più alti edifici residenziali in Spagna. Ciò che avviene in prossimità del mare è più interessante: proprio quella che un tempo era stata la parte più brutta della città, si è trasformata nella nuova zona di rappresentanza di Santa Cruz. Anche se sul pendio della collina vediamo ancora fumare una raffineria di petrolio a dir poco orribile… Qui c’è il gioiello della città: l’Auditorio di Calatrava! L’Auditorium di Tenerife è il simbolo della Santa Cruz moderna. Difatti, non appena si arriva nella capitale dell’isola canaria la sua skyline è dominata da questa costruzione bianca che cattura lo sguardo di chi cerca qualche punto di riferimento per orientarsi alla scoperta della città. Chi viaggia coi guaguas locali (bus) può ammirare l’opera di Calatrava non appena scende dal mezzo all’Intercambiador e molto probabilmente la prima foto sarà proprio per essa. Le forme dinamiche che richiamano le onde del mare e una vela fanno della costruzione il perfetto punto di unione tra la città e l’oceano. Calatrava ha però progettato l’edificio in modo tale che appaia ogni volta in modo differente se visto da prospettive diverse. Da dietro assomiglia a una bocca di un pesce, visto dal di fronte ad un enorme piroscafo, mentre dal lato ha l’aspetto di una barca a vela o di una falce di luna. Al di sotto dell’edificio, verso il mare, vi sono rocce dipinte che ripropongono le facce di celebri musicisti internazionali. Quest’opera curiosa si deve all’artista bulgaro Stoyko Gagamov che tra il 2010 ed il 2011 trasformò il cumulo roccioso che separa l’Auditorium dall’oceano Atlantico in una vera e propria galleria artistica dove ognuno di noi può cercare il suo artista preferito tra i 100 raffigurati. Non ne conoscevo l’esistenza, infatti appena ho visto da lontano delle macchie colorate sugli scogli ho subito pensato a qualche bravata da parte dei soliti incivili che purtroppo si trovano in ogni angolo del mondo. Invece, avvicinandomi, ho notato che si trattava di disegni artistici e davvero molto belli per cui ho iniziato a perlustrare quasi ogni singolo masso per vedere chi fosse rappresentato. Tutte le persone rappresentate sono artisti ad eccezione di Adán Martín, il presidente del Governo delle isole Canarie che volle e promosse la realizzazione dell’Auditorium di Tenerife, tanto che la struttura venne ribattezzata col suo nome nel 2011 anche se la decisione fu contestata. Tutt’oggi la quasi totalità degli abitanti usa il nome originale. Subito dopo c’è il Parco Marittimo Manrique. Opera postuma del celebre artista di Lanzarote, César Manrique, il Parque Marítimo di Santa Cruz de Tenerife venne inaugurato nel 1995. Per il suo disegno si utilizzarono elementi naturali come rocce vulcaniche, palme e piante ornamentali insieme a cascate d’acqua salata. Tutto ciò con la decorazione degli inconfondibili giochi del vento di Manrique. Questo invece devo dire che non mi ha preso molto… Qui si innalza anche il Castillo de San Juan, una fortezza difensiva che popolarmente viene chiamato il Castello Nero (per il suo colore scuro). Alle spalle del Parco Marittimo Manrique sorge il Palmetum: un orto botanico di 12 ettari di superficie (120.000 m², specializzato nella famiglia delle palme (Arecaceae). È il parco a tema con la più grande collezione di palme in Europa. Occupa la montagna chiamata El Lazareto, antica discarica della città, oggi riabilitata per l'uso pubblico, parzialmente circondata dal mare. Il tempo è ancora incerto e abbiamo ancora tempo, così decidiamo, dato la vicinanza, di prendere la tramvia in zona che porta direttamente fino al centro di San Cristobal de la Laguna. L’idea di prendere il tram è davvero carina, anche perché vedi la città da un’altra prospettiva (in salita d’altronde!), però devo ammettere che 45 minuti circa per raggiungere il centro di San Cristobal de la Laguna che dista manco 10 km, sono un po' troppi. Il tram fa tantissime fermate! Dal sito http://metrotenerife.com/ potete prendere tutte le info su orari e fermate (sono 20 fermate). San Cristóbal de La Laguna, comunemente chiamata La Laguna, conta circa 145mila abitanti, ed è a circa dieci chilometri dalla capitale Santa Cruz de Tenerife. Era l'antica capitale delle Isole Canarie. La Laguna è sede della diocesi nivariense ed è considerata la capitale culturale delle Isole Canarie. In tempi aborigeni, la valle di Aguere (dove la città si estende ora) e soprattutto il grande lago che era in questo luogo, era un luogo di pellegrinaggio per gli aborigeni dell'isola, i Guanci. La battaglia di Aguere fu combattuta qui nel 1494. La città è stata fondata tra il 1496 e il 1497 da Alonso Fernández de Lugo e fu la capitale dell'arcipelago dopo la conquista delle isole. L'Università di La Laguna è stata la prima università delle Canarie, è stata fondata nel 1701. La conformazione della città, le sue strade e il suo ambiente sono elementi in comune con città coloniali in America: L'Avana Vecchia a Cuba, Lima in Perù, Cartagena de Indias in Colombia, o San Juan di Puerto Rico. Il piano urbanistico della città di La Laguna è stato preso a modello da queste città latinoamericane. Nel corso del XVIII secolo la città vive il declino della popolazione e dell'economia a vantaggio di quella che sarà la nuova capitale: Santa Cruz de Tenerife. Esattamente a partire dal 1723 Santa Cruz diviene la capitale dell'isola di Tenerife e l'unica capitale delle Isole Canarie fino al 1927, anno in cui condividerà questo ruolo con Las Palmas de Gran Canaria. La Laguna ospita varie facoltà universitarie (l’Università di La Laguna è la più antica università nelle isole Canarie) ed è nota per questo motivo per essere una città molto giovanile ed attiva; facoltà dislocate in diversi campus (Guajara, Anchieta e Campus central), oltre al polo di medicina nei pressi dell'ospedale. Nel 1999 la città di La Laguna è stata dichiarata Patrimonio dell'Umanità dall'Unesco. Un buon punto di partenza per la visita della città è la Piazza dell’Adelantado, il comandante della Conquista. Nelle giornate calde la piazza può essere particolarmente piacevole: le chiome delle palme, degli allori e degli alberi del drago formano un tetto così fitto che neanche un raggio di sole riesce a raggiungere il suolo. La piazza è circondata su tre lati da bei palazzi e monasteri. Alle spalle della piazza, sul alto est, sorge la piccola Ermita de San Miguel, una piccola cappella fatta costruire nel 1506 da Alonso Fernandez de Lugo. Sul lato meridionale della piazza, sulla parete dell’edificio col numero civico 10, una targa ricorda il padre gesuita Josè de Anchieta, nato nel 1534. Il fervente missionario, fondatore della città di San Paolo in Brasile, fu beatificato nel 1980. L’albergo che si affaccia sulla piazza porta il nome di Nivaria La Laguna. Lo scrittore latino Plinio il Vecchio aveva dato a Tenerife questo nome nel I sec., e ancora oggi la diocesi delle Canarie occidentali viene chiamata Obispado Nivariense. Date un’occhiata alla hall dell’albergo per ammirare il pomposo stile decorativo di stampo coloniale. Da qui un vicolo chiamato Santo Domingo porta proprio alla chiesa di Santo Domingo, una gemma antica della città di La Laguna risalente al XVI secolo. La facciata semplice, a capanna con ampi spioventi che quasi giungono a toccare l’ampio finestrone superiore. Gli spioventi sono giustificati dal clima particolarmente incline alle intemperie della città lagunera, e sono affiancati dalla manica lunga dell’edificio del chiostro dell’annesso convento e da un sottile campanile a vela, che domina non solo sulla chiesa e sul convento, ma si protende anche sull’antistante piazzale. Non appena si entra nel tempio si rimane stupefatti dal retablo in purissimo stile plateresco, con ornamenti argentati che ben si accordano e contrastano con la scarsa luce del tempio, generando un gradevole effetto di luce e di ombra, di chiaro e di scuro. Ma non appena gli occhi si abituano all’oscurità, si può godere della serie di affreschi realizzati nel corso del XX secolo ai lati della navata, una aggiunta moderna che non stona affatto con le meraviglie artistiche che si trovano nelle cappelle laterali. Si tratta di una piccola chiesa non inserita nei circuiti turistici ufficiali ma che di certo rappresenta dopo la cattedrale la più aggraziata chiesa della città di La Laguna. Ritorniamo sulla piazza dell’Adelantado e sulla via Calle Consistorio. Tre sono gli edifici importanti che si affacciano sulla via. Innanzitutto l’Ayuntamiento (il Municipio), il cui scalone è decorato da affreschi che rappresentano una versione spagnola della Conquista: Maria appare ai Guanci, che subito si convertono al cristianesimo e si sottomettono volontariamente ai re cattolici. Nella adiacente casa del Corregidor, subito dopo la Conquista risiedeva il governatore dell’isola. Nel portale riccamente decorato si possono vedere gli stemmi di Tenerife e della corona spagnola. I capi dell’esercito occupavano invece la residenza vicina (sulla Calle Obispo Rey Redondo), la Casa de los Capitanes, oggi sede dell’ufficio del turismo, dove si può vedere un bel cortile interno con colonne in pietra naturale rossa. Gli altri due edifici che affacciano sulla Calle Consistorio sono il Convento di Santa Catalina e il Palacio de Nava y Grimon. Il Convento di Santa Caterina, fondato nel 1606 dal sovrano dell'isola di La Palma, Juan de Cabrejas e dalla moglie María de Salas, è un monastero domenicano. Il 23 aprile 1611 è stato aperto con l'ingresso di quattro suore provenienti da Siviglia. Negli anni successivi ospiterà fino a un centinaio di monache e conoscerà una notevole prosperità, anche se sarà oggetto di diverse confische. Di pregio gli altari e le inferriate che separano la zona di clausura, risalenti al XVII secolo. Il coro ospita una grande pala d'altare con le immagini della Madonna del Rosario, San Domenico di Guzmán e Santa Caterina da Siena. La celebrità del monastero è legata anche alla presenza del corpo incorrotto della suora María de León Bello y Delgado, popolarmente chiamata La Siervita. Ogni 15 febbraio (anniversario della sua morte) il suo corpo viene esposto e riceve la visita di migliaia di pellegrini da tutte le Isole Canarie. Il Palazzo de Nava y Grimon unisce elementi barocchi, neoclassici e manieristi. È un esempio di architettura canaria la cui costruzione ebbe inizio nel 1585 su commissione di Tomás Grimón, all'epoca governante di Tenerife. Ciò che più colpisce è la porta monumentale dove si trovano, intagliati in pietra e incorniciati tra colonne, gli scudi della famiglia Grimon e dei Marchesi di Villanueva de Prado. Prendiamo a questo punto la Calle Obispo Rey Redondo, la principale via commerciale e di passeggio di La Laguna, che collega le due piazze principali, la piazza dell’Adelantado ad est e la Plaza de la Concepcion ad ovest. Sulla via le facciate dei palazzi sono dipinte con colori pastello e i romantici cortili interni sono stati restaurati. Dopo non molto, sulla destra, in una piazza abbellita con palme e araucarie, si innalza la Catedral de los Remedios. In essa sono conservati i resti di Alonso Fernández de Lugo, detto El Adelantado, conquistatore dell'isola e fondatore della città. Gli elementi più rappresentativi della cattedrale sono la facciata neoclassica, che s'ispira alla cattedrale di Pamplona, e la cupola, punto emergente nel panorama cittadino. Nel 1511 fu eretta nel luogo dell'attuale cattedrale (Plaza de Fray Albino) una cappella dedicata alla Madonna del parto. E' stato costruito per ordine del conquistatore dell'isola, Alonso Fernández de Lugo. Ci sono indicazioni che in questo luogo vi fosse una necropoli dei Guanci. E' noto anche che l'intera valle di Aguere (dove la città si estende ora) e soprattutto il grande lago che era in questo luogo, era un luogo di pellegrinaggio per gli aborigeni dell'isola. Il 26 marzo 1515 il Consiglio comunale (Cabildo) di San Cristóbal de la Laguna con l'approvazione del vescovo Fernando de Arce e del Adelantado, Alonso Fernández de Lugo, decise di sostituire la cappella con una chiesa che sarebbe stata dedicata alla Nostra Signora dei Rimedi. L'edificio, ad una navata realizzato nello stile canario mudejar ed avente dimensioni di circa 27 m x 16 m di larghezza, venne completato nel 1522 con orientamento leggermente spostato verso est/sud-est rispetto al tradizionalmente esatto allineamento lungo l'asse est/ovest. Il 7 aprile 1534 fu battezzato in questa chiesa San Giuseppe Anchieta, che abbiamo citato precedentemente, missionario nato nella città di La Laguna e fondatore della città di Sao Paolo e uno dei fondatori di Rio de Janeiro, sia in Brasile. Proprio la cattedrale è il santuario diocesano del santo nelle isole Canarie. Nei secoli seguenti l'edificio subì continui ampliamenti. L'esterno venne eseguito in uno stile neoclassico. L'interno invece segue piuttosto i canoni dello stile neogotico. Nella cattedrale si trovano retabli di grande bellezza e vi sono conservate le reliquie dei santi martiri Aurelio de Córdoba, Faustino, Venusto e Amado de Nusco, un pezzo della veste di san Fernando e un osso di san Giacomo il Minore. Ma i punti salienti sono le reliquie dei due santi delle Isole Canarie, Pedro de San José de Bethencourt e José de Anchieta, entrambi nati sull'isola di Tenerife. Uno dei più grandi tesori della cattedrale è il pulpito in marmo di Carrara scolpito a Genova da Pasquale Bocciardo, la miglior opera in marmo delle isole Canarie. All'interno del tempio va sottolineata la presenza della pala della Vergine de los Remedios, che si trova in una cappella del transetto di destra (la parte sinistra del transetto è mancante) ed è il più grande retablo delle isole Canarie. L’ingresso è a pagamento, a meno che non diciate che vogliate pregare… Continuiamo la Calle Obispo Rey Redondo e dopo non molto sulla destra ci troviamo l’edifico del Teatro Leal, fondato nel 1915, con la sua facciata in Art Déco. La strada si conclude nella triangolare Plaza de la Concepcion, ombreggiata da una gigantesca araucaria. Il nome della piazza deriva proprio dalla chiesa qui costruita, che ha come segno distintivo un campanile a sette piani. Il campanile è in stile toscano e ha una architettura molto simile al campanile del Duomo di Torino. All'interno del tempio è l'olio miracoloso di San Giovanni Evangelista, trasudato miracolosamente da un'icona durante un'epidemia di Peste nera nel 1648: dopo il miracolo la malattia scomparve dall'isola. Fuori dal tempio accanto alla porta d'ingresso si trova il Monumento a Papa Giovanni Paolo II, opera dello scultore polacco Czeslaw Dzwigaj. Esso rappresenta il pontefice che benedice due bambini vestiti in costumi tradizionali delle isole Canarie. La statua è stata portata dalla Polonia. Dalla piazza prendiamo la strada parallela, la Calle de San Agustin, fiancheggiata da una serie di imponenti edifici. Il Centro Culturale Cabrera Pinto, riconoscibile per la sua scura torre campanaia, originariamente faceva parte del convento agostiniano ed era sede della prima università della città (1742-1747). Oggi nei saloni restaurati si svolgono mostre d’arte temporanee. L’ex chiostro del convento, che ospita un giardino molto romantico, il Jardin Botanico del Claustro, è da non perdere. Poco lontano si possono vedere le rovine della chiesa distrutta da un incendio nel 1972, del Convento di San Agustin. Subito dopo c’è la sede del Palacio Episcapal e la Casa Lercaro. Questo palazzo, costruito dai mercanti genovesi nel XVI sec., oggi ospita il Museo de Historia y Antropologia de Tenerife: il cortile interno, dove in passato si tenevano i combattimenti dei galli, è circondato da balaustrate in legno di pino e alloro. Nel mezzo del cortile si trova il curioso “pozzo del secolo” dell’artista Paco Palomino: esso è formato da cento piccoli tubi di sabbia di quarzo, uno dei quali viene svuotato ogni volta che passa un anno. La sabbia finisce in un contenitore che si trova al di sotto e copre tre oggetti in argilla che dovrebbero rappresentare l’anno in corso. Da questi oggetti i posteri dovrebbero essere in grado di riconoscere ciò che oggi per noi è particolarmente significativo: una sorte di archeologia dei sentimenti. Anche il pozzo vero è molto curioso: la copertura è dotata di un foro che crea l’immagine di una stella sulla superficie dell’acqua. Una bella scalinata conduce alle sale del piano superiore, nelle quali viene raccontata la storia dell’isola. Ingresso costa 5 euro, aperto dal martedì alla domenica dalle 9 alle 19. Accanto alla Casa Lercaro un palazzo coloniale di 200 anni fa ospita la Fundacion Cristino de Vera, una galleria di 100 quadri dell’omonimo artista nativo di La Laguna, dipinti in prevalenza con la tecnica del pointillisme. Percorrendo una strada laterale di Calle San Agustin si raggiunge il Convento di Santa Clara, un convento di clarisse, circondato da alte mura dall’aspetto ostile. In questa chiesa si vede oro ovunque si volga lo sguardo…! Soddisfatti di questo giro nella carinissima vecchia capitale dell’isola, decidiamo di riprendere la tramvia e di ritornare a Santa Cruz de Tenerife. Appena arrivati ci dirigiamo verso l’auto e questa volta optiamo di rilassarci a mare. Andiamo così a Las Teresitas, famosissima spiaggia dell’isola. L’intento era di andare la mattina, ma dato le gran nuvole avevamo invertito il giro. Il tempo effettivamente era migliorato, ma non al 100%... Da Santa Cruz a Las Teresitas sono giusto 10 km, in direzione nord. Tra una nuvola e l'altra, ecco che arriviamo alla spiaggia di Las Teresitas. Il parcheggio è quasi pieno ma riusciamo a trovare un posto, c’è molta gente. Secondo me questa spiaggia è tra le più belle dell’isola, anche perché la spiaggia è di sabbia del deserto che è stata portata fin lì! E poi le palme altissime, e la vista a metà sull'Oceano e a metà sulle montagne... Insomma ne è valsa la pena! La spiaggia si estende per un chilometro e mezzo. Le acque che bagnano la spiaggia sono sempre quasi calme anche perché protette da degli scogli posti per proteggere la spiaggia dalle forti onde dell’oceano. Si raggiunge comodamente anche in autobus, numero 910, in appena venti minuti: all'arrivo la fermata è praticamente sulla sabbia. Per meno di 8 euro al giorno potete noleggiare ombrellone e lettini e godervi il sole che si riflette sulla sabbia dorata del Sahara. Sulla spiaggia ci sono diversi chiringuitos che offrono piatti tipici a prezzi modesti. Ricordate che docce, bagni e camerini sono gratuiti e ben tenuti. C’è davvero caldo, nonostante il cielo non sia così pulito. L’acqua è freddina, ma le onde toccano dolcemente con costanza la spiaggia e mi danno quiete. Rifletto un po’ su ciò che ho intorno, i monti, l’Oceano, le palme. Per un attimo intorno a me non ci sono persone. Inizio a scrivere, mentre la palma gentile mi dà ombra, scrivo di prime impressioni, di sensazioni, rimandando altre riflessioni ai giorni successivi. E poi…e poi me ne vado a nuotare! Facciamo rientro nel tardo pomeriggio nella capitale, ci metteremo una vita a trovare il maledetto parcheggio convenzionato con l’hotel! Avevamo deciso di prenderlo anche solo per 1 giorno per non avere casini nel trovare parcheggio, e invece abbiamo avuto casini ugualmente…! La sera usciremo per l’ultima serata nella capitale. Prendiamo Calle del Castillo, chiusa al traffico, fiancheggiata da palazzi restaurati e da alberi di jacaranda dai fiori blu. Tra le piante e gli alberi spiccano per strada anche alcuni davvero belli e spettacolari, a mio parere, sia per quantità di fiori prodotti ma soprattutto, per il colore rosso fuoco vivo degli stessi: la Delonix regia. E' originaria di un luogo ben lontano, spersa nel mezzo all'Atlantico, proviene dal Madagascar ed è conosciuta in molte parti del mondo, specialmente ai Tropici, come Flamboyant mentre in Italia è chiamata "Albero di fuoco". La parola "Flamboyant" deriva dalla lingua francese e significa appunto "fiammeggiante" perché quando la pianta è in fiore, sembra quasi che stia ardendo, grazie al gran numero di fiori che è in grado di produrre e che ci lascia tutti stupefatti nell'ammirarla. La dicitura "Delonix" è ovviamente una parola di origine greca e letteralmente significa "unghia all'ingiù" con riferimento all'aspetto dei petali di questa meravigliosa pianta, mentre "regia" rileva il portamento importante della specie. Sulla Calle del Castillo c’è anche il bel palazzo del Circulo de Bellas Artes, mentre alla fine della via c’è uno dei principali punti d'incontro della città, la piazza Weyler, costruita nel 1893 come antipiazza all'edificio di Capitanía General. La fontana che si trova al centro, in marmo bianco di Carrara, è decorata con elementi neorinascimentali. Da qui prendiamo l’Avenida 25 de Julio e arriviamo a Plaza Los Patos, vicino al Parco de Sanabria. Una piazza con al centro una fontana ricoperta con maioliche di Siviglia. Otto rane spruzzano un’anatra (in spagnolo pato) seduta su una tartaruga, da cui parte un getto d’acqua. Attorno alla fontana sono disposte alcune panchine, anch’esse decorate da maioliche, su cui ci si può sedere. Dalla piazza prendiamo la Calle Viera y Clavijo. Una bella via molto silenziosa a quest’ora, ben tenuta, ricca di bei edifici. C’è infatti la sede dell’Ayuntamiento, c’è l’edificio della Subdelegación del Gobierno, diversi uffici statali e banche. Alla fine della via ci troviamo in una zona che ci sembra un po’ il salotto buono del centro, parte da Calle de Suarez Guerra, che collega Plaza del Patriotismo con la grande arteria commerciale di Calle del Castillo. In questa zona si trovano molti locali e caffè con terrazza, c’è inoltre la sede del Parlamento, che si presenta come un edificio leggermente arretrato, con un portico a colonne, e risale al tardo XIX sec. Ci ritroviamo così a Plaza del Principe, già vista il giorno precedente. In questa piazza, che assomiglia a un piccolo parco con i suoi alberi di alloro, ci viene voglia di sederci e fare una sosta. Al suo centro si trova un padiglione musicale. Molto curioso l’enorme pesce di bronzo che allude al soprannome dei tinerfenos, chiamati “chicharreros” (mangiatori di sardine) dal nome di una specie locale di sardina. Da qui ci dirigiamo nell’adiacente Calle de S. Francisco, dove decidiamo di mangiare a un localino dal nome Plaza 18. Un locale molto carino, con begli interni, ma decideremo di mangiare all’esterno, la piazzetta ci piace. L’indomani lasceremo la capitale, alla scoperta del resto dell’isola. Santa Cruz non mi è dispiaciuta, anche se a tratti, soprattutto in alcune zone, dà l’impressione di essere un cantiere a cielo aperto e questo l’ho notato soprattutto osservandone lo skyline ed il contrasto tra modernità e passato: ci sono angoli e monumenti interessanti e belli da vedere, tuttavia, la capitale di Tenerife non mi ha convinto al 100%, per cui se dovessi esprimere un giudizio forse direi “ni”. L’indomani ci alziamo di buon’ora, facciamo colazione e ci mettiamo subito in auto. Prendiamo l’autostrada TF-5, siamo diretti verso Puerto de la Cruz. Prima ovviamente faremo delle tappe. Passiamo per la zona nord est dell’isola, ci piacerebbe molto ad esempio visitare la zona del bosco di Anaga, che sembra davvero incantata, ma ovviamente non possiamo fare tutto… Via autostrada passiamo, dopo poco da La Laguna, per Tacoronte. Questa zona è una famosa zona vinicola dell’isola. La città di Tacoronte si è impegnata attivamente per il riconoscimento internazionale del vino canario, non da ultimo con l'introduzione di denominazioni di origine. La sua stessa regione, d'altronde, porta la denominazione di origine "Tacoronte-Acentejo" ed è considerata una delle migliori regione vinicole dell'isola. Uno degli itinerari più popolari per scoprire il centro antico di Tacoronte parte dal Santuario del Cristo e dall'ex convento di Sant'Agostino. Da qui prosegue lungo la C/ José Izquierdo, dove si trova il Parco Giardini di Hamilton, con una meravigliosa rappresentanza di flora canaria. Questo parco si conclude in Calle Calvario, dove il turista può avvicinarsi all'antico Calvario e all'Alhóndiga, un tempo usata come granaio comunale. Da questo punto di vista esistono due opzioni: la prima consiste nel tornare al Santuario di El Cristo, mentre l'altra prevede di completare il percorso da Calle El Calvario in direzione El Sauzal, fino ad arrivare alla Parrocchia di Santa Caterina, considerata una delle chiese più importanti delle Canarie. Dopo passeremo anche per El Sauzal. A metà strada tra Santa Cruz e Puerto de la Cruz, El Sauzal è una località tranquilla e graziosa che offre eccezionali vedute sul Teide e sull'oceano. Da non perdere sono la Casa del Miele e del Vino (che offre il meglio di questi prodotti dell'isola) o la Casa Museo della Serva di Dio, il cui corpo è ancora intatto dopo quasi 400 anni dalla morte. Ogni anno il 15 febbraio migliaia di fedeli accorrono a contemplarlo nel convento di La Laguna, dove ha trascorso gran parte della sua vita. Bello anche il Parco Los Lavadores. Questo parco è uno degli angoli più belli dell'intero territorio comunale. Situato vicino al centro del comune e su una scogliera a 200 metri di altitudine sul livello del mare, prende il nome dall'uso che veniva fatto un tempo delle sue sorgenti. Attualmente si tratta di un'area che riunisce giardini, passeggiate, cascate e spettacolari viste sull'oceano e sul Teide. Peccato che il tempo non ci ha aiutato, cielo grigio, senza pioggia, ma carico di nuvoloni. Se avete tempo e voglia fate anche un salto al Belvedere di Las Breñas. Da qui è possibile godersi le migliori vedute panoramiche della zona nord di Tenerife. Si tratta di un'ampia piattaforma decorata con vari terrazzamenti contenenti giardini con specie endemiche da cui la vista si perde tra il verde delle vette dell'isola e nell'immensità dell'oceano Atlantico. Ed eccoci arrivare a La Orotava. Per molti La Orotava è una delle località più belle dell'isola. Devo dire che mi è piaciuta molto… Situata nel bel mezzo della vallata omonima, spicca per gli edifici perfettamente conservati e che hanno valso al centro della città il riconoscimento di Complesso Storico Artistico. Nelle sue vie si respira quell'aria signorile che non l'ha mai abbandonata dalla conquista dell'isola. Certo anche La Orotava è circondata da quartieri moderni, ma il centro storico, arrampicato su un ripido pendio, è rimasto intatto e conserva la bellezza passata. Dai tempi della Conquista hanno trovato alloggio la nobiltà, il clero e la ricca borghesia, le cui disponibilità economiche sono testimoniate ancora oggi nelle strade e nelle piazze dalla splendida architettura. Fermiamo l’auto in un parcheggio gratuito proprio a ridosso del centro storico, su una salita della Calle Domingo Dominguez Luis. Da qui scendiamo la Calle Cantos Canarios e ci ritroviamo in pieno centro storico, sulla Calle Calvario. Qui entriamo nel centro di informazioni turistiche che è all’angolo della via. Prendiamo una cartina e iniziamo il percorso suggeritoci. Iniziamo proprio dalla chiesa barocca di San Agustín (XVII secolo) che si trova sulla Plaza de la Constitución. Secondo Viera, il convento è stato costruito da frate Baltasar de Molina. La costruzione è iniziata nel 1671 sulle terre del vecchio eremo di San Roque. Ha tre navate e un tetto di ispirazione mudéjar. Ha una forma basilicale. Si distingue per la sua porta tripla. La parte centrale, lo stile barocco molto marcata, è decorata con capitelli corinzi con foglie di palma. Da Piazza della Costituzione si sale ancora lungo la strada lastricata Carrera Escultor Estevez. Il marciapiede è delimitato da catene in ferro battuto che sottolineano la funzione di rappresentanza di questa strada. Dove la via si restringe a sinistra sorge l’Ayuntamiento (Municipio), un palazzo tardoneoclassico del 1871. Sulla piazza del Comune si svolgono importanti feste: dall’elezione della regina del carnevale fino al Corpus Domini, con il suo spettacolo pieno di colori. Durante la Octava del Corpus la Piazza del Municipio ospita il grande tappeto che rappresenta vari motivi religiosi "dipinti" con sabbia colorata (fino a 41 diverse tonalità, dal verde al rosso passando per il giallo o il nero) estratta dal Parco Nazionale del Teide. Nei dintorni della piazza i residenti preparano meravigliosi tappeti di fiori, progettati con millimetrica precisione. Proseguiamo la via e ammiriamo una delle case più belle del tempo, ancora oggi intatta, la Casa Llarena, dove si può pranzare o godersi una bibita nel caffè ristorante. Proseguiamo per poi svoltare a destra sulla Calle Tomas Perez, dove c’è la Biblioteca. Qui ci ritroviamo in un’altra importante piazza del centro, la piazza Patricio Garcia. Qui ha sede la più importante chiesa della città, la Iglesia Nuestra Senora de la Concepcion. Fu costruita nel 1788, dopo che quella precedente fu distrutta da un terremoto. La facciata è un po’ pomposa. E si presenta quasi come un trittico d’altare aperto. Due campanili sostengono l’imponente navata della chiesa che è sovrastata da una grande cupola. L’interno, anche se un po’ cupo, è decorato da numerosi retablos commissionati dai ricchi abitanti dell’isola. Come ringraziamento questi finanziatori furono seppelliti nell’edificio sacro. Adiacente alla chiesa c’è il Museo di Arte Sacra. Dalla piazza prendiamo una via che va su, un po’ ripida, la Calle Colegio. Qui la ripida strada vede affacciarsi le dodici case dell’ex elite della città, come la Casa Monteverde, la Casa Diaz Flores, e soprattutto la Casa Lercaro. La Casa Lercaro è un antico palazzo signorile del XVII secolo situato al civico numero 7 di calle Colegio. È appartenuto a una famiglia nobile di quel secolo: Ponte, Lugo, Grimaldi, Fonte y Rizo. Lo stemma familiare è un bell'esempio di araldica. È in marmo e si trova su un finestrone del terzo piano, simbolo dell'identità e del riconoscimento sociale riservato alle famiglie e ai vincoli di parentela. L'edificio, con pianta a U asimmetrica, ha una facciata rivolta a est su uno dei corpi laterali. Da Calle Colegio è possibile osservare la facciata principale, sulla quale spiccano i balconi del secondo e del terzo piano decorati con elementi barocchi. Tutti i dettagli dell'edificio sono assolutamente accurati, dalla struttura principale ai motivi intagliati su porte e finestre. Ciascuno di essi svolge tuttavia una funzione specifica, come ad esempio le finestre con gelosie, senza vetri, per agevolare la ventilazione. In questo edificio è possibile scoprire tutta l'essenza del popolo canario, magnifico nella struttura architettonica, nelle dimensioni e nel gusto squisito con cui è stata ristrutturata ogni singola pertinenza. Singolare edificio con spettacolari cortili interni, giardini e balconate, che offre ottimi esempi di tessili. Vanta una mostra permanente di mobili antichi e riproduzioni. Propone inoltre una buona offerta in termini di qualità e distinzione per chi desidera trovare componenti d'arredo, regali o souvenir del soggiorno sull'isola. Vicino alla casa c’è l’antico Molino de Gofio La Maquina, un mulino che è ancora tutt’oggi in funzione. La strada prende poi nome di Calle de San Francisco. Seguendo la strada si arriva alla Casa de los Balcones (1632), la prima delle tipiche case delle Canarie con i balconi in legno. Da non perdere il bellissimo cortile interno incorniciato da portici lignei. Al piano superiore un piccolo museo documenta la cultura abitativa dell’arcipelago fin dalle sue origini. Come alla Casa del Turista, nel negozio si vendono articoli gastronomici e di artigianato. Il Museo de las Alfombras illustra invece come vengono eseguiti i leggendari tappeti del Corpus Domini. A questo punto giriamo a sinistra sulla Hermano Apolinar fino ad arrivare alla Hijuela del Botanico. Hijuela tradotto sarebbe “figlia piccola”, difatti questo giardino botanico viene considerato la sorella minore del giardino botanico di Puerto de la Cruz. Piante di ogni genere. Davvero bello! Subito dopo ci addentriamo in un altro parco, il Jardín Victoria (il Giardino Vittoria) conosciuto anche come i Jardines del Marquesado de la Quinta Roja, una zona verde ricreativa con numerosi sentieri per piacevoli passeggiate tra fiori e alberi. Qui si può visitare anche il Mausoleo di Marmo di Carrara, progettato dall’architetto Adolph Coquet nel 1882, che costruì questa elaborata tomba per il massone Marqués de la Quinta Roja. Quando il membro della loggia massonica Taoro morì, la madre e la vedova non vollero che il duca fosse sepolto in quella tomba e le sculture e le nicchie in marmo bianco non furono mai utilizzate come sepoltura. Nessuno sa cosa si trovi in realtà al suo interno. Terminiamo la visita di La Oratava, facciamo con fatica la salita che ci conduce all’auto. In moto e si va, destinazione Puerto de la Cruz. La distanza tra i due centri è di solo 7-8 km. Finalmente esce anche il sole. Arriviamo al nostro hotel che si trova proprio al centro, vicino al mare, precisamente alla Playa Jardin, ovest del centro. L’albergo fa parte della catena TRYP, da me già nota, bell’albergo, molto grande, stanze ampie, pulito, bell’affaccio sull’Oceano e Teide. Nulla da dire. Peccato stare solo una notte. Subito dopo decidiamo di uscire per iniziare a visitare Puerto de la Cruz. Dopo la capitale Santa Cruz, Puerto de la Cruz è la seconda città più grande sull’isola di Tenerife. Oggi la città conta oltre 30.000 abitanti. Le origini della città risalgono ai principi del 1500. Nel lontano 1502 le attività principali si basavano sul porto cittadino, Puerto de la Cruz fu popolata soprattutto da pescatori e la pesca contava tra le attività economiche prevalenti. In questo la città all’epoca non si distingueva dalle altre città delle Isole Canarie. La maggior parte degli abitanti dipendevano ancora, quasi interamente, da La Orotava, un nucleo centrale per la popolazione locale. Solo nel 1603 anche a Puerto de La Cruz viene costruita una chiesa e con essa la piazza. Un primo passo è fatto, ma ancora non conta come vera e propria città. Con la Real Provisíon (3 maggio 1651) di Felipe IV fu finalmente approvata l’autorizzazione per città di Puerto de La Cruz. Ad ogni modo il nome attuale risale solo al 1808, anno in cui la città di Puerto de La Cruz ricevette l’autonomia piena da parte di La Orotava. Con l’aumento del commercio locale, la città continua a crescere e si trasforma rapidamente nel più importante porto marino dell’intera isola di Tenerife. Una fortuna che in ogni caso è da attribuirsi ad un evento alquanto triste: nell’anno 1706 l’eruzione del vulcano Teide distrusse completamente il vicino porto di Garachico, facendo di fatto crescere l’importanza di Puerto de la Cruz. Verso la fine del 19esimo secolo arrivarono i primi turisti, principalmente inglesi. Solo dopo il 1950 la città inizia veramente a crescere e a diventare una vera e propria roccaforte del turismo. Lo dico subito, Puerto de la Cruz è stato il posto che ho preferito in assoluto su tutta l’isola di Tenerife, davvero molto, ma molto, carina! Infatti questa cittadina, nonostante il turismo, ha saputo mantenere anche la sua storia e la sua architettura. Le vecchie case e le ville in collina raccontano del passato, sia nei quartieri del porto e dei pescatori, sia attorno al Parco Taoro. Se volete vivere soprattutto a contatto con la comunità locale, senza rinunciare agli standard del turista medio, questa è la località migliore. Bisogna tenere conto però che qui le temperature sono in media più basse rispetto al sud dell’isola, e che il mare è anche molto meno accessibile. Noi comunque abbiamo beccato una giornata molto molto calda. La parte più bella della città è la città vecchia che si trova proprio sul mare, a metà strada tra Playa Jardin e Playa de Martianez. Qui sorgono diversi palazzi storici e casette tipiche colorate, con le loro stradine piene di fiori e piante. Partiamo la passeggiata proprio dalla nostra zona, ad ovest del centro. Di fronte al nostro hotel si erge il Castillo San Felipe, una delle quattro antiche fortezze a difesa della città contro i pirati; la costruzione è iniziata nel 1599. Ai piedi del Castillo c’è la Playa Jardin, con la quale confinano più ad ovest, anche la Playa del Charcon e la Playa de Punta Brava. Sono state tutte progettate da Cesar Manrique e sono un ulteriore esempio di felice riqualificazione artistica del paesaggio. Per questa spiaggia è stata prelevata dal fondo marino della sabbia nera e una scogliera per metà sommersa la protegge, evitando che venga spazzata dalle onde. Due strade sul lungomare, una al livello dell’acqua e una sulla scogliera, collegano le tre spiagge. L’atmosfera esotica è suggerita non solo dalle molte palme che crescono sulla spiaggia, ma anche da un parco terrazzato che si estende verso l’entro terra. Notiamo che molti visitatori rimangono sulla prima spiaggia ai piedi del Castillo, mentre quella successiva è meno affollata. Il tratto più selvaggio è una spianata rocciosa tra la Playa de Punta Brava e la Playa del Charcon, che è bagnata non solo dal mare, ma anche da una cascata che si divide in diversi getti più piccoli che precipitano in mare dalla scogliera. In lontananza si vede il villaggio di pescatori di Punta Brava. Ci dirigiamo poi verso il centro storico, prendendo una via che mi piacerà un casino, la Calle Mequinez. Una via piena di palme e casette tipiche, tutte addobbate in onore della festa della Madonna del Carmine che ci sarà tra qualche giorno. Veramente particolare. Ai lati della via si aprono poi altre piccole viuzze, come la Calle Lomo, una via tipica piena di localini per mangiare e bei palazzi, o la graziosissima Plaza Benito Pérez Galdós. Questo quartiere viene chiamato La Ranilla. Rimaniamo davvero incantati a girellare in questo dedalo di stradine colorate. Verso la fine di Calle del Lomo, al civico 10, in una grande casa padronale è stato aperto un museo archeologico dove sono esposte ceramiche dei guanci, resti di mummie e mappe storiche. Finita la via spuntiamo in uno dei punti più vitali, il vero centro della città, la Plaza del Charco, così chiamata per via dello stagno (charco) che si formava sempre quando un’onda particolarmente alta arrivava fino qui. Nella piazza ci sono tantissimi alberi, allori e palme. Circondata dalle più svariate attività: ristoranti, bar, negozi, banche, telefonia etc. Non manca praticamente nulla. Ai piedi della piazza, poco più giù, c’è una piccola spiaggetta super centrale, la Playa del Muelle, piccolissima spiaggetta di sabbia e pietre, scura, circondata dai palazzi storici del centro. Subito dopo, fiancheggiando la baietta si arriva a Plaza de Europa. Qui tutto ricorda la fortezza che in passato si trovava in questo punto: torrette di avvistamento, cannoni, possenti mura in pietra che proteggono la piazza sul lato del mare. Anche l’Ayuntamiento costruito nel 1973, con le sue torri e i suoi balconi in legno, si presenta quasi come una fortezza. L'edificio è costruito seguendo lo stile dell'architettura tipica delle Canarie. Il lato sinistro del Municipio, in Calle Santo Domingo, confina con un altro edificio destinato a uffici del Comune, ovvero l'ex convento domenicano. Sul lato sud della piazza sorge la Casa Miranda, dal nome di Francisco de Miranda, figlio di una famiglia originaria di Tenerife emigrata in Venezuela, dove diventò un comandante della lotta anticoloniale contro la Spagna e infine un eroe dell’indipendenza. La casa oggi ospita un bistrot. Dalla Casa Miranda parte Calle Lonjas, lastricata di ciottoli, su cui si affacciano antichi edifici graziosi. In passato qui si trovava il mercato del pesce; oggi c’è la Cofradia de Pescadores, la Confraternita dei Pescatori, che in un edificio storico vende il pescato e gestisce un ristorante con vista oceano. Decidiamo di prenotare qui per la cena. La strada prosegue e porta all’ex dogana ristrutturata, la Casa de Aduana: dal 1706 al 1833 qui venivano tassate tutte le merci in entrata e in uscita. Oggi invece si trova l’ufficio del turismo, e nel vicino negozio si vendono oggetti di artigianato locale e articoli gastronomici. Al piano superiore invece si trova il MACEW, un museo di arte contemporanea le cui collezioni son state raccolte da Eduardo Westerdahl, il più famoso storico dell’arte dell’arcipelago. Proseguiamo la passeggiata lato lungomare e scogliere. Dove il lungomare si restringe e cambia nome si incontra la bianca cappella del 1730, colpita dalle cannonate, dedicato al santo protettore dei marinai, la Capilla San Telmo. La vista sulla selvaggia Playa de San Telmo che si gode da qui è imponente e ci son scale che portano fino alla spiaggia di ghiaia, protetta dalle onde più forti da un molo. Sulla piattaforma rocciosa ci si può sdraiare a prendere il sole, mentre a pochi metri di distanza le onde si abbattono fragorosamente sulle rocce. C’è tanta gente, ristoranti e negozi di souvenir si susseguono. Siamo sulla Avenida Colon e siamo arrivati alla nostra destinazione: le piscine del Lago Martianez! Affacciate direttamente sull’oceano Atlantico le piscine Lago Martianez sono una delle attrazioni da non perdere. Le piscine di acqua salata sorgono in una zona che in passato si presentava fangosa e poco valorizzata, in contrasto con la vicina playa Martinez. L’estro e la genialità del celebre artista Cesar Manrique hanno permesso la realizzazione di uno splendido complesso di piscine, a strapiombo sul mare, che non solo offrono un panorama impareggiabile ma richiamano le origini geologiche dell’isola attraverso le numerose sculture realizzate in roccia vulcanica. Al centro della piscina più grande trova spazio il “monumento alle onde”, una complessa e intricata struttura che simula l’inarrestabile moto ondoso. Le piscine sono sette, sette come le Isole Canarie. La struttura è dotata di ogni comfort e prevede piscine per grandi e piccini. Diversi sono inoltre i punti ristoro, bagni e docce. Il prezzo d’ingresso è basso, circa 5 euro mi pare di ricordare, compreso di lettino e uso spogliatoi/docce. Solo ombrellone non è compreso. Quando siamo arrivati noi gli ombrelloni erano tutti terminati, ma alla fine non abbiamo avuto difficoltà a trovare una palma che ci riparasse. Siamo stati tutto il pomeriggio qui, a rilassarci e a goderci l’acqua salate delle piscine. Il posto ci è piaciuto davvero molto. Al ritorno riprendiamo la Avenida Colon, il paseo de San Telmo e poi, invece di farlo via costa, proseguiamo un po’ all’interno. Dopo poco ci ritroviamo alla Plaza de la Iglesia. Qui si erge una grande chiesa, la Iglesia Nuestra Senora de la Pena, con il suo campanile e la piazza con le palme, oleandri e piante di ibisco. Di fronte all’edificio si trova un busto che ricorda un tinerfeno che ha fatto una carriera internazionale: a 20 anni Agustin de Bethencourt abbandonò la sua città natale, e poco dopo divenne direttore della scuola di ingegneria di Madrid, fondata da poco. Di fronte la chiesa si trova la sua casa natale, oggi trasformata nell’Hotel Monopol, pur conservando come nel passato i suoi balconi in legno e il cortile interno circondato da portici. Ancora più antico è l’adiacente Hotel Marquesa del 1712, dove in passato una famiglia di commercianti metà irlandese e metà tinerfena accolse il viaggiatore Humboldt. Prendiamo la Calle de Quintana, che porta ad un’altra chiesa, la chiesa di San Francesco, sorta verso il 1600 e perciò uno degli edifici più antichi della città. Era la chiesa del convento francescano, che oggi è utilizzato come sala concerti e teatro. Ci ritroviamo poi nuovamente alla Plaza del Charco. Da qui rientriamo in hotel. In realtà non passerà molto tempo che siamo praticamente a quasi ora di cena, per cui usciamo e ci dirigiamo alla Cofradia de Pescadores, dove avevamo prenotato qualche ora prima. Il posto è molto bello, anzi, specifico, la vista è molto bella, un bel tramonto sull’Oceano…le foto si sprecano…cucina invece a mio parere non molto all’altezza, rimarrò deluso, abbastanza… Quando usciamo cerchiamo di infiltrarci in una sorte di festa/sagra che è vicino alla Plaza Europa. Ci pare di capire che la chiamano Festa del Ballo Canario. Gli abitanti sono tutti vestiti con costumi locali… Ma non ci fanno accedere, ci dicono con educazione che non è una festa per turisti, ma riservata agli abitanti del posto, per cui senza vestiti locali, non si entra. Peccato, ma sarà comunque molto simpatico vedere per le vie del centro quest’aria di festa, con tanta gente allegra in giro… Vicino al Muelle Pesquero e all’area di parcheggio ci sono anche le giostre! Per mezz’ora ritorno bambino, corro al bancone a prendere un churro (purtroppo freddo e untissimo) e dopo come dei pazzi decidiamo di salire sulle giostre… Ogni tanto le pazzie vanno fatte. Ci ritiriamo, passeggiando al fresco de la sera per le viuzze… ci si innamora dei colori di questo luogo con vista oceano, tra spiagge e calette vulcaniche… Mentre cammino in direzione dell’hotel mi vengono in mente tante cose, tanti bei ricordi, anche un po’ nostalgici…E’ stato bellissimo ed emozionante ritornare ai miei quindici anni per un pochetto… Non c’è niente da fare, i ricordi riaffiorano anche qui, a migliaia di km da casa… Il mattino dopo ci alziamo di buon’ora e facciamo una ricca colazione. Dopo ci mettiamo subito in auto e pronti per la partenza. Da questa sera soggiorneremo fino alla fine della vacanza al sud dell’isola, sulla Costa Adeje. Prima di arrivare direttamente lì decidiamo di fare un bel giro per la zona nord ovest dell’isola. Questa zona paesaggisticamente mi è piaciuta un sacco! Sembra un’isola nell’isola. Questa è una delle regioni più scoscese di Tenerife. Ovunque si guardi si vedono rocce frastagliate. Nell’entroterra crinali taglienti si alternano a vallate strette e profonde. Il paesaggio si addolcisce soltanto un po’ sugli altopiani del Teno Alto e del Palmar. Con i loro pascoli verdi pettinati dal vento e con i campi delimitati da muretti in pietra, questi altipiani ricordano un po’ l’Irlanda. Insomma, saranno tanti i posti che vedremo oggi. La prima destinazione è a circa 23 km da Puerto de la Cruz verso ovest, è una delle località più famose dell’isola, Icod de los Vinos. Durante il tragitto vedremo una valanga di bananeti! Mai visti tanti…Oggi è domenica, non becchiamo traffico e riusciamo a trovare anche un posto auto nel centro del paese. Icod sorge su un pendio circondata da ripidi vicoli. Fermiamo l’auto sulla Av. De Canarias, saliamo le scale e ci ritroviamo già nel centro storico del paese. Siamo nella Plaza Lorenzo Caceres, dove all’ombra di grandi alberi tropicali, come i jacaranda o i fichi del caucciù, sorge la parrocchiale Iglesia de San Marcos. Il suo interno a cinque navate, sovrastato da un bel soffitto mudejar, nasconde un tesoro proveniente dal Messico: una croce alta 2 metri e pesante 47 kg in argento filigranato, che viene conservata in una zona separata della chiesa. Icod de los Vinos è molto conosciuta per le montagne e la natura rigogliosa che la circonda, per i suoi rinomati vini (da cui prende anche il nome) e soprattutto per il famoso Drago Milenario, uno dei simboli più importanti dell’isola. L’Albero del Drago si trova all’interno del Parque del Drago, ed è probabilmente la figura che più identifica la città. Questo albero è stato dichiarato monumento nazionale nel 1917 e, nonostante alcuni pareri discordanti, gli viene attribuita una età di circa 800 anni. Il Drago viene chiamato anche "Sangue di Drago", che recentemente ha dato nome anche ad un liquore tipico locale, per via del colore rossiccio della sua salvia. Questa pianta è stata inoltre oggetto di culto per i guanci per le sue presunte proprietà curative. Il centro storico della città è un dedalo di viuzze lastricate che nascondono eremi, chiese e palazzi di grande valore architettonico. La cosa positiva è che tutti questi edifici di Icod de los Vinos si trovano molto vicini gli uni agli altri, e questo farà sì che durante la vostra visita, non vi perderete praticamente nulla. Dopo la piazza Caceres e aver scattato tante foto all’Albero del Drago, proseguiamo il nostro giro e ci ritroviamo nella Plaza de la Constitucion, conosciuta da tutti come “Plaza de la Pila”, questa piazza in passato è stata circondata dalle meravigliose case della nobiltà locale tra il XVI e il XVIII secolo. Oggi, si possono ancora ammirare alcuni di questi edifici. E’ molto carina la fontana al centro della piazza, circondata da mirti, palme e hibiscus. La piazza più carina a mio parere è però la plaza Luis de Leon Herta, che si sviluppa su due piani collegati da una aperta scalinata. Qui c’è la sede del Municipio. Decidiamo di rimetterci in auto e ripartire e lasciare Icod de los Vinos, un paesino carino ma che non so perché personalmente mi ha lasciato un senso di tristezza e nostalgia. Sarà l’orario e la giornata di domenica, sarà che il cielo è molto grigio, ma non abbiamo beccato un’anima in giro, tutte le attività chiuse, mi è sembrato quasi un posto fantasma… Prossimo stop a 7 km, sempre ad ovest. Garachico! Garachico merita una visita. Mi basta anticipare che solo la strada per arrivarci merita la visita. Da un lato l’Oceano e dall’altro il versante della montagna con le palme e le piantagioni di banani. Il panorama affaccia su un cielo ed un mare che all’orizzonte si confondono in un un’unità indistinguibile di tinte di blu. Nonostante il cielo oggi non ci aiuta, ha il suo fascino… Garachico è stata fondata nel 1500 dal genovese Cristobal de Ponte, uno dei finanziatori della Conquista. Nei territori circostanti fece coltivare “l’oro bianco”, lo zucchero, che veniva spedito in tutto il mondo dal porto di Garachico. Tuttavia nel 1706 un’eruzione vulcanica cancellò tutto: i fiumi di lava spazzarono via la cittadina, e solo poche case sopravvissero alla distruzione totale. La ricostruzione che seguì diede un aspetto nuovo a Garachico, ma la cittadina non riuscì a raggiungere più i livelli di importanza di una volta. Il porto naturale era irrimediabilmente seppellito, e il centro commerciale fu trasferito a Puerto de la Cruz. Solo nel 2013, più di 300 anni dopo, è stato inaugurato un porto nuovo all’estremità orientale della città. E’ stato invece risparmiato dalla lava il Castillo de San Miguel, sul mare, con la facciata decorata con gli stemmi di famiglia dei conquistatori. All’interno della fortezza costruita nel 1571, il cui scopo era quello di avvistare i pirati prima degli attacchi, oggi c’è un’esposizione sulla storia di Garachico. Vicino ci sono le piscinas naturales. L’aspetto così mutevole delle coste di Garachico è dovuto alle colate di lava che sono entrate in mare e si sono poi solidificate in forma di scogliere. Tra di loro sono rimasti fiordi larghi 2-3- metri, nei quali le acque dell’Atlantico penetrano a forza. Il mare è sempre mosso, ma raramente così agitato da non poter entrare in queste piscine naturali. Sentieri e piccoli ponti attraversano queste scogliere che gli abitanti chiamano Balneario Caleton. Garachico è un paesino di casette colorate, dove vige un’atmosfera coloniale, quasi caraibica. Entriamo nel paese dal lato est, dall’Av. Suarez, direttamente sul mare. Subito scoviamo il Convento de Santo Domingo, un monastero domenicano, con dei balconi in legno poggiati su arcate, che appare davvero imponente. Oggi il monastero ospita una casa di riposo per anziani, mentre la cappella è stata trasformata in un museo di arte contemporanea. Poco più avanti c’è il Monumento de la Tirada del Vino, monumento che ricorda il versamento del vino avvenuto nel 1655, quando i produttori aprirono centinaia di botti di malvasia e versarono nei vicoli del paese il prezioso liquido. S rattava di un’azione di protesta contro la società monopolistica inglese Canary Company, che controllava il commercio del vino delle Canarie, dall’acquisto dei vitigni all’esportazione, e che strozzava i coltivatori con prezzi sempre più bassi. La grande piazza centrale è la Plaza de la Libertad, dove il potere spirituale e il potere temporale hanno avuto lo stesso peso, con le sue carrozze trainate da cavalli, le panchine dove sonnecchiano gli anziani e la statua in memoria di Simon Bolivar. In piazza ha sede il municipio e il Convento de San Francisco, con dei bei soffitti mudejar. L’edificio sacro oggi è stato trasformato in un centro culturale, che merita una visita anche solo per la sua architettura. E’ costruito intorno a un grandioso cortile interno, circondato da portici in legno a più piani, e i suoi vialetti sono ricoperti di ciottoli. Le sale che si affacciano sul cortile interno vengono utilizzate per mostre d’arte temporanee. Al pianterreno è stato allestito un piccolo museo di Storia Naturale, mentre al piano superiore una piccola biblioteca. Si dice che nel monastero fosse custodita una delle perle più grandi del mondo: apparteneva a Pedro de Ponte y Llavena, che aveva un ruolo di grande importanza nell’impero spagnolo. Non solo era signore di Garachico e capitano generale delle Canarie, ma allo stesso tempo era anche governatore di Bruges e Gent. La perla suddetta veniva da Panama, dove Pedro da Ponte aveva svolto il servizio militare. Egli donò al re la preziosa pietra da 50 carati in modo che la facesse incastonare nella sua corona. Tuttavia nel 1808 Napoleone si impossessò della perla e la consegnò a Hortense de Beauharnais, la madre di Napoleone III. Questa a sua volta donò la perla nel 1873 a una famiglia nobile inglese, che dopo quasi 100 anni la rivendette nientemeno che all’attore Richard Burton, il quale regalò la “peregrina” così si chiamava la perla, alla moglie Liz Taylor. Dopo la morte dell’attrice gli eredi hanno venduto il prezioso gioiello all’asta di Ne York per ben 10 milioni di dollari. Il rosso edificio posto di fronte al convento è la Quinta Roja, in passato sede feudale dell’omonima famiglia, oggi trasformata in hotel. Da qui la piazza si estende verso nord, con un giardino ombreggiato da allori indiani e un padiglione con caffè. Un monumento ricorda Bolivar, che liberò il Sud America dal giogo coloniale spagnolo: sua nonna era emigrata proprio da Garachico. Il palazzo dei conti di Gomera, sul lato sud della piazza, ricorda il periodo coloniale. Era infatti l’abitazione della famiglia Ponte, che dopo la Conquista dominò l’isola, come anche tutta la parte occidentale di Tenerife. Sul lato occidentale della pazza, nascosta dietro le chiome degli alberi, sorge la bella chiesa parrocchiale a tre navate di Garachico, la Iglesia de Santa Ana. Forte contrasto tra il biancore esterno e la “cupezza” interna. Dietro la chiesa si apre un piccolo parco, nella Plaza de Juan Gonzalez de la Torre. Qui si trova un’antica pressa per il vino che ricorda la lunga tradizione della città nel campo della viticoltura e della produzione del vino. Sullo sfondo si erge l’arco della Puerta de Tierra, che prima dell’eruzione vulcanica era il passaggio attraverso il quale le merci raggiungevano il porto. Una struttura che impreziosisce Garachico è la “puerta sin puerta”, ovvero Tensei Tenmoku, un monumento formato da due strutture in marmo bianco, opera dello scultore giapponese Kan Yasuda. Il contrasto del marmo bianco con quello dei vicini scogli vulcanici è davvero grande. Una cosa che ho amato di Garachico è la Roque de Garachico, l’enorme scoglio che si trova davanti al paese. Impossibile non vederlo e impossibile non desiderare quasi di buttarsi in mare e di raggiungerlo. Si dice che la croce sulla sua sommità sia dedicata a tutti coloro che, da Tenerife, partirono alla ricerca di un mondo migliore. Magari in Sud America o in Spagna. Mi piace osservare questo mega-scoglio e immaginare mille storie diverse. Di partenze, ritorni, addii e abbracci. Ci rimettiamo in auto e lasciamo Garachico. Dopo circa 6 km in direzione ovest ci troviamo a passare per Los Silos. Finalmente è uscito il sole e c’è un bel cielo azzurro! Questa cittadina aveva una grande importanza in passato, testimoniata ancora oggi dalla sua bella architettura. A pochi passi dalla strada principale si trova la romantica piazza, con un padiglione nel mezzo. Una chiesa bianchissima con un alto campanile attira subito l’attenzione. In passato i fondatori di Los Silos avevano accumulato ricchezze con l’esportazione dello zucchero. Al contrario, il monastero di fronte mostra un aspetto ascetico. Le religiose non vivono più qui e l’edificio oggi serve da Municipio. La costa, a un paio di chilometri di distanza, si presenta meno romantica e suggestiva: alcuni grattacieli e una piscina all’aperto appaiono piuttosto incongrui in mezzo alla natura selvaggia. In cima alle scogliere si trova uno scheletro di balena posto su cavalletti, dal quale parte la scalinata per “le piscine di roccia”. Dopo Los Silos è la volta di Buenavista del Norte. A primo acchito questa località mi sembra un po’ isolata e poco invitante. Però devo dire che la plaza con il padiglione centrale è molto bella. Qui ci fermeremo al bar della piazza. Un caffè (neanche male!) e dell’acqua fresca. Da Buenavista del Norte prendendo la TF-445 in circa 10 km si può raggiungere la punta nord ovest dell’isola: Punta de Teno. E’ una delle zone più suggestive dell’isola, un paesaggio selvaggio e roccioso, scavata nella roccia. Mi ha ricordato molto l’estremo sud di Fuerteventura, che molto ho amato. Da qui parte anche la salita per il Mirador de Don Pompeyo, da dove si gode un panorama vertiginoso sugli abissi sottostanti. Ai piedi delle imponenti scogliere si trovano un faro e numerose spiaggette dove son ancorati piccoli pescherecci. Uno scenario romantico e selvaggio. Da Buenavista del Norte proseguiamo poi in direzione sud. Dobbiamo percorrere circa 20 km di montagna, tutte curve, che ci separano da un altro famoso posto dell’isola: Masca. Così prendiamo con calma la TF-436 e iniziamo a salire sempre più su tra le montagne. Il percorso fino ad arrivare a Masca pensavo fosse più spaventoso, invece tutto sommato mi appare tranquillo…Ma diciamo che non ho ancora visto quello che da Masca va verso sud…! Non riesco a smettere di pensare che la bellezza, su quest’isola, assume le sembianze più diverse: a volte è il blu intenso dell’oceano, a volte è il nero di una roccia vulcanica, molto spesso (almeno per me) è una valle nascosta tra le montagne. Una di quelle in cui l’oceano si mostra come sfondo e il contorno sembra raccontare tutti i milioni di anni di quest’isola. Tenerife per me è questo. La valle di Masca è un qualcosa che mi ha aperto il cuore. Mi stranisce perché io sono forse da luoghi nordici, da venti freschi che ti sfiorano le gambe. Sono una da maniche corte anche con 10° e sono quello, sicuramente, che soffre il caldo. Qui no. Qui non è così. Un caldo ideale per me è quello delle Canarie... Nel mondo vado praticamente in cerca sempre di luoghi che mi inghiottano con la loro vastità e Masca ha fatto il suo dovere. Il paesino si trova a poco più di 700 metri sul livello del mare ed è abitato mediamente da un centinaio di persone. La Valle di Masca, in inglese, potrebbe essere definita “dramatic” perché disegna uno scenario che sembra essere uscito direttamente dalla preistoria… e praticamente è così: roccia scura, picchi, montagne che svettano a poca distanza dalle cose. E poi la vegetazione più bella di sempre fatta di palme, tantissime agavi e arbusti di ogni tipo. La Valle di Masca apre una sorta di finestra sull’Oceano Atlantico che fa da sfondo assieme al profilo dell’isola de La Gomera. Lo spazio edificabile in pian qui è così esiguo che le case in pietra naturale sono sparpagliate su diverse sporgenze rocciose separate da profondi dislivelli. Non staremo molto a Masca, il piccolo parcheggio è pienissimo. C’è un gran via vai di auto. Da Masca prendiamo sempre la TF-436 in direzione sud. Il tratto di strada iniziale è ancora più pieno di curve e tornanti. Inoltre c’è un gran movimento di auto che scendono verso Masca, che vanno anche abbastanza veloci. Diciamo che sarà un quarto d’ora di guida non proprio bellissimo…! Credo sinceramente che non sia un tratto di strada adatto alla guida di chiunque, assolutamente… Finalmente dopo 6 km il peggio è fatto. Ed eccoci arrivare e sbucare a Santiago del Teide. La cittadina, situata nella parte alta della valle, amministra la località turistica di Los Gigantes, ma qui non c’è alcuna traccia del fracasso turistico della costa. Il paese è attraversato da un viale di alberi di arancio, che collega il municipio con la chiesa di ispirazione moresca, sovrastata da una cupola. Da qui in circa 15 km e 20 minuti di strada arriviamo a un’altra bella zona sulla costa: Acantilados de los Gigantes. Playa de la Arena, Puerto Santiago e Los Gigantes: da sud a nord si allineano senza soluzione di continuità, tre località ormai fuse in una sola. Qui si ammirano delle scogliere giganti a picco sull’oceano. Sono caratterizzate da pareti verticali rocciose che “cadono” sul mare con altezza variabile da 300 a 600 metri e si immergono per centinaia di metri nelle profondità dell’oceano. Ai tempi dei Guanci erano denominate il “Muro dell’inferno”. E bene si possono immaginare così, quando si vede la muraglia di lava nera che fa da barriera tra mare e interno dell’isola. Ci sono solo alcuni barranchi, come Carrizales, Juan Lopez, El Natero, Barranco Seco, ecc, che aprono il cammino dal mare tra le scogliere per arrivare all’interno del territorio creando piccole calette o spiagge di sabbia naturale o ghiaia e che sono frequentate da imbarcazioni da diporto visto che altra strada per raggiungerle non c’è o è molto tortuosa e pericolosa. I precipizi di grande effetto possono essere ammirati da qualunque punto di questa località sul mare ma un modo ideale per esplorare la loro maestosità è quello di ammirarli da vicino. Potete ad esempio scegliere una delle tante gite in barca che partono dalla marina dove troverete anche un’ampia varietà di ristoranti e bar che offrono viste deliziose sulle acque oceaniche. Il piccolo borgo, un tempo villaggio di pescatori, dispone di una piccola spiaggia di sabbia/ciottoli nera, Playa de los Guios. Nonostante la spiaggia non sia una delle migliori della zona, è l'unica che abbia una vista sulle colossali scogliere di Los Gigantes. Non lontano si trova anche la Playa las Arenas, un litorale di origine vulcanica molto apprezzato. La costa di Los Gigantes ospita una grande popolazione di balene e delfini, e potrete vederli partecipando al tour organizzato da alcune compagnie che operano al porto. Il tour generalmente include anche uno spuntino e qualche bevanda, e spesso vi verrà permessa una breve immersione nelle fresche acque delle spiagge che si trovano di fronte alle scogliere. Noi abbiamo evitato per diversi motivi… Il fantastico panorama della zona ha contribuito allo sviluppo dell’edilizia nei vicini centri residenziali. Anche se davvero molto urbanizzata, devo dire che il posto non mi è dispiaciuto per niente, anzi, molto tenuto, molto ben curato, residence nuovi ma tenuti con stile. Mi è piaciuto molto! L’ho trovato solo un po’ faticoso da girare, dato che dalla spiaggia il paese si “inerpica” verso l’alto…un susseguirsi di scale e salite… Dopo quest’ultima tappa molto piacevole, siamo pronti per arrivare alla destinazione finale, Costa Adeje. Prendiamo la TF-1, l’autostrada, e in circa 30 km siamo a Costa Adeje. Il posto dove passeremo le 6 notti si chiama Apartmentos Borinquen, un posto molto semplice, camere modeste, ma tutto sommato discreto. Col senno di poi non ci pentiremo di aver preso l’appartamento in questo posto, dato che come avremo modo di vedere, pochi chilometri più giù, andando verso zona Las Americas devo dire di aver visto/sentito un gran casino serale/notturno. Qui dove siamo con l’appartamento abbiamo la comodità di essere a Costa Adeje che ha tutto ed è ben servita e collegata, ma nello stesso tempo è già una zona un po’ più tranquilla. Costa Adeje, insieme alle vicine Las Americas e Los Cristianos, situate a sud-ovest di Tenerife, è tra le mete più ambite dai turisti, dove mare, sole, sport, alberghi lussuosi, spiagge attrezzate e locali notturni fanno da contorno ad una delle zone più frequentate. La zona è famosa quindi per il brulicare di ristoranti, discoteche, bar e pub dove si arriva a notte inoltrata andando di locale in locale trovandone a due a due lungo il passeggio principale, e dove il personale addetto vi accoglierà per strada offrendovi i classici chupitos, potrete trovare dal locale esclusivo, al classico bar all’aperto con tanto di piste da ballo immerse nelle aree verdi; locali per tutti i gusti e per tutti i generi musicali accontentano varie tipologie di turismo, da quello più giovanile a quello un po’ più datato ma sempre molto attento al divertimento sfrenato. Dopo aver fatto il check in (davvero molto a rilento…) decidiamo subito, anche se si è fatta una certa ora, di perlustrare la zona. Stabiliamo subito di vedere la spiaggia che è più vicina al nostro hotel, precisamente la Playa del Bobo. Costa Adeje ha diverse spiagge. Le due spiagge naturali chiamate Playas de Troya sono sempre molto frequentate perché coperte da sabbia sottile, anche se piuttosto scura. Non vi aspettate chissà che mare…anzi…! Anche qui le onde sono state arginate per mezzo di scogliere artificiali, cosicché da potersi fare il bagno tutto l’anno volendo…Il lungomare è stato completamente piantumato, chiuso al traffico, sui pendii dell’entroterra case sorgono come funghi… Playa del Bobo invece è molto più piccola come spiaggia. Abbiamo trovato però un’acqua molto calda in questa spiaggia. Il lungomare prosegue poi salendo lungo una scogliera, in cima alla quale troneggia un bellissimo luogo, l’Hotel Jardin Tropical. Posto da urlo. Il vicino tratto della passeggiata a mare attende tempi migliori: qui dappertutto si trovano pub che propongono l’english breakfast, fish and chips e partite di calcio. Il commercio sembra molto orientato alle vacanze economiche per gli inglesi, e si riesce a fuggire solo scendendo la scalinata che porta alla baia del porto di Puerto Colon: con il suo molo di cemento non è certo una bellezza architettonica, tuttavia le barche che dondolano nel porto e il ronzio dei cavi d’acciaio fanno venire voglia di imbarcarsi. A nord di Puerto Colon il paesaggio cambia drasticamente: qui l’amministrazione si vede che ha messo mano al portafoglio unendo le due spiagge chiamate Playa Torviscas e Playa de Fanabé in un’unica lunga spiaggia di sabbia lunga 800 m che digrada dolcemente nel mare ed è protetta dalle forti onde dell’Oceano da scogliere artificiali. Verso l’entroterra è sorto un quartiere composto da ville: i viali, mai troppo trafficati, sono fiancheggiati da grandi alberghi di lusso circondati da ampi spazi verdi. Ritorniamo indietro e decidiamo di fare giusto un tuffo alla Playa del Bobo. Giusto un tuffo che mi costerà caro, dopo qualche passo in acqua becco con il piede giusto uno scoglietto che era davanti a me, un male cane! Ho avuto il dito viola per tutta la vacanza e un gran dolore… Ancora oggi, passati tanti giorni, quando mi tocco il dito, ho molto fastidio… A un botteghino vicino la spiaggia specializzato in escursioni chiediamo info per andare a fare la visita di un giorno all’isola de La Gomera. Dicono che ci fanno un buon prezzo (che ovviamente sarà quello che fanno tutti in zona), 50 euro comprensivi di trasferimento a Los Cristianos, nave, guida in italiano, giro dell’isola in bus e pranzo. Decidiamo di accettare e ci dicono che il martedì è confermato il tour in lingua italiana. Ci siamo tolti un altro pensiero, questa era proprio una tappa che ci incuriosiva e volevamo fare. La sera a cena andremo non lontano dal nostro hotel, proprio sul mare, in un posto chiamato Wolfi. Un posto di cui ci innamoreremo, neanche tanto per la cucina (buona ma nulla di eccezionale), ma per il tavolo esterno direttamente su questa terrazza con vista mare, tramonto e isola de La Gomera. Ci piacerà così tanto che decideremo di tornarci per ben 3 volte. Finalmente il tramonto sul mare, mi mancava…mi fa venire in mente anche casa… L’indomani ci svegliamo e decidiamo di andare nella zona sud dell’isola. Il sud è ancora la terra dei miracoli. Fino a pochi decenni fa qui non c’era altro che terra desertica, arida e bruciata dal sole. Malpais, come si chiamava questa steppa desolata, dalla quale solo con enorme sforzo si riuscivano ad ottenere pochi prodotti dalla terra. Tuttavia nel giro di pochi anni quella che per molto tempo è stata la causa principale della povertà della regione si è trasformata nel suo principale vantaggio. Il sole che in questa zona splende tutto l’anno ha attratto grandi masse di turisti infreddoliti che sono accorsi su queste coste, così nel giro di 40 anni qui son sorte tante località turistiche come in nessuna parte dell’arcipelago. Certo, tutto ciò ha anche molti risvolti negativi, un paesaggio completamente a tratti urbanizzato, costruito, finto, una natura spesso soggiogata…Il miracolo è stato possibile solo grazie ai grandi investimenti del governo regionale, che a partire dal 1970 ha fatto costruire l’autostrada, impianti di dissalazione dell’acqua marina, campi da golf e spiagge artificiali. La maggior parte degli stabilimenti è stata costruita secondo il principio della maggior capienza possibile e non c’è da aspettarsi grande raffinatezza. Qualcosa negli ultimi anni però dicono sia cambiato, si è avuta una maggior consapevolezza dell’importanza del territorio e del verde, molte strade son state chiuse al traffico, strade abbellite con palme, costruite passeggiate sul mare. Prendiamo l’autostrada, dopo neanche 10 km la prima zona che perlustriamo è quella di Las Galletas/Costa del Silencio. Ero curioso di vedere la zona, dato che in realtà inizialmente avevamo prenotato qui il nostro appartamento per gli ultimi 6 giorni. Col senno di poi abbiamo fatto bene a disdire e preferire la zona di Costa Adeje, molto più carina a mio parere. Anche in questa zona ci sono punti di urbanizzazione selvaggia. Proseguiamo ancora più avanti sulla costa in direzione est e arriviamo a Los Abrigos. Los Abrigos è un paesino che sorge sulla costa a pochi minuti dall’aeroporto di Tenerife Sud; ciò nonostante da pochi anni ha conosciuto uno sviluppo urbanistico di una certa entità. E’ facilmente raggiungibile dall’uscita autostradale. La caratteristica principale di Los Abrigos sono i diversi ristoranti, tutti posti in prima linea sul mare sulla passeggiata pedonale, per lo più specializzati nella preparazione del pesce e dei frutti di mare. Questa tradizione e riconosciuta abilità culinaria e ristorativa, unitamente al particolare contesto, ha fatto di Los Abrigos un punto di riferimento ed una tappa irrinunciabile per gli amanti dei ristoranti di pesce sull’isola. Sicuramente accattivante risulta essere la vista della zona del piccolo porto che ospita le attività dei pescatori locali i quali a fine pesca il più delle volte distribuiscono il pescato alle proprie famiglie che gestiscono anche alcuni ristoranti e commercializzano il pesce in eccedenza con una dinamica ed una routine d’altri tempi che spesso fa azionare la "macchina del tempo" a chi assiste a queste scene. Dopo pochi chilometri, proprio non lontano dall’aeroporto, ci ritroviamo sulla costa di El Medano. Qui c’è una delle spiagge più note, la spiaggia di La Tejita, caratterizzata dalla presenza della Montana Roja che sembra accudirla. La Montaña Roja è uno splendido cono vulcanico di una curiosa tonalità rossastra, la sua figura si staglia nel paesaggio pianeggiante di questa zona. La sua cima offre una vista mozzafiato e un silenzio rotto solo dal vento, il rumore del mare... e il traffico aereo dell’aeroporto Reina Sofia! Ci si arriva con l’auto, dall’autopista TF-1 (uscita S.Isidro-el Médano), andando verso il Médano e seguendo le indicazioni per il parcheggio della Montaña Roja, oppure con le linee di autobus, controllando le tabelle e gli orari in qualsiasi ufficio turistico. Ci sono due parcheggi: uno più vicino alla spiaggia e un altro più lontano. Oppure si può partire dal paese, camminando lungo la passerella in legno che corre lungo la spiaggia, poi bisogna camminare direttamente sulla spiaggia. E’ una passeggiata non molto problematica anche se un poco ripida, per un percorso di 2-3 km. Si può calcolare un 30-40 minuti per la salita, e un quarto d’ora per scendere. Il sentiero è piuttosto ripido, quindi attenzione a non scivolare. Non dimenticare che il forte caldo aumenta l’affaticamento. Se si vuol fare un giretto aggiuntivo per salire sulla Montaña Bocinegro calcolare un’altra oretta. Non è indispensabile un abbigliamento tecnico da professionisti del trekking, c’è gente che va su con le ciabatte da spiaggia. Fanno più fatica, ci mettono di più, rischiano magari qualche sbucciata o caduta, ma è possibile. Io non lo consiglio comunque. L’ideale sono sicuramente le scarpe da ginnastica o dei sandali sportivi. Ricordate che non troverete assolutamente ombra, perciò si consiglia di evitare le ore e magari le giornate più calde e assolate. In ogni caso, indispensabile proteggersi dal sole: cappello, crema solare, occhiali da sole. Ed eccoci sulla spiaggia de La Tejita. Il cielo inizialmente non è granché, per fortuna migliorerà nel pomeriggio. Questa resterà una delle nostre spiagge preferite al sud dell’isola, dove andremo più volte. Si tratta del luogo ideale in cui entrare in totale contatto con la natura. Questa spiaggia lunga oltre un chilometro si trova proprio sotto al vicino e maestoso cono vulcanico della Montaña Roja. Se si è appassionati di qualsiasi forma di surf (surf, windsurf, bodyboard, paddlesurf o kitesurf), La Tejita sarà un vero e proprio paradiso. Le sue condizioni climatologiche sono infatti assolutamente perfette per la pratica di questo tipo di sport acquatici. Qui c’è quasi sempre vento. Ma devo dire che il vento che ho sentito a Fuerteventura, qui l’ho solo sognato! La zona è classificata come area naturale protetta, quindi non si può arrivare in auto fino alla spiaggia. Sono però disponibili parcheggi vicino alla spiaggia. Il tragitto a piedi dura solo cinque minuti. Su questa spiaggia è consentita la pratica del nudismo. Per cui se siete contrari a questa cosa, cambiate zona. Mangeremo in spiaggia. Ci eravamo preparati dei panini col jamon e salame iberico e dei formaggi. Peccato che abbia mangiato anche qualche chilo di sabbia…ogni tanto arrivava qualche folata…! In serata abbiamo deciso di percorrere il pezzo di lungomare che a piedi arriva fino ai confini tra Playa de Las Americas e Los Cristianos. Visto dalla cartina sembrava fattibile, devo dire che invece è un bel pezzo a piedi! Stasera il tramonto di un bel colore c’è tutto. La passeggiata lungomare si fa che è davvero un piacere… Il Barranco de Troya separa Costa Adeye da Las Americas. Las Americas è nata a tavolino negli anni ’70, lungo le sue strade a scacchiera sono sorti grattacieli, appartamenti turistici e grandi centri commerciali. Presto la città ha raggiunto i limiti urbani del Barranco del Rey e ha iniziato ad estendersi verso l’entroterra. Oggi Las Americas si presenta come una vivace e moderna località turistica. All’inizio del XXI secolo le sue strade trafficate si son trasformate in viali pedonali alberati e nel frattempo gli alloggi hanno guadagnato molto più verde e si sono arricchiti di facciate rimesse a nuovo. All’estremità ovest dell’Avenida de las Americas si può vedere un esempio molto significativo del contrasto tra il vecchio e il nuovo: accanto al Conquistador, un albergo grossolano senza alcuna bellezza, si trova la tenuta di Villa Cortes, un esempio di architettura postmoderna. Su imitazione di una città coloniale messicana, le ali dell’edificio si dispongono attorno a un giardino con rocce e una piscina a forma di laguna, e non mancano perfino una piramide azteca e una chiesa. Il vicino Mare Nostrum Resort sfoggia il suo spettacolare Auditorium. La “Piramide de Arona” è dotata di tutte le tecnologie audiovisive più moderne, e ogni sera si può assistere a spettacoli di danza e musical. Qui ha sede anche il famoso e vistoso Hard Rock Cafè. Le spiagge di Las Americas sono Playa Honda, più a nord, caratterizzato da sabbia scura e da alberghi con architettura più grossolana. Poi la Playa del Camison: ai piedi di un pendio coperto di palme sono stati piantati dei tappeti erbosi che arrivano fino alla sabbia (chiara) della spiaggia. Le scogliere artificiali trasformano la baia in una sorte di vasca da bagno. Nel punto in cui il lungomare piega verso nord, si trova Punta del Guincho. Qui si può fare il bagno in una piscina naturale che si riempie di acqua con le onde. Las Americas e Los Cristianos sono i punti nevralgici della movida di Tenerife. Lungo la costa si affollano catene alberghiere e palazzoni che possono non rendere particolarmente suggestive entrambe le città; ma ovviamente qui non andrete a cercare baie silenziose o villaggi pittoreschi e autentici, ma locali, ristoranti, discoteche… quindi le valutazioni drastiche fatte da molti sono forse davvero ingenerose. A noi, ad esempio, Las Americas da passeggiare e vedere non è dispiaciuta affatto. Pur consci che amiamo le cose più “vere”…! Stesso effetto non mi ha fatto invece Los Cristianos, che non mi è piaciuta particolarmente e di cui poi parlerò in seguito. Il lungomare, in entrambe, è ampio, pulito, ben illuminato, orlato di palme. L’Oceano è una presenza costante con il chiacchiericcio delle onde e già solo una passeggiata lontana dalle luci della città (e non dai rumori perché il traffico è stato canalizzato benissimo) vi regalerà belle emozioni (e tramonti spettacolari su spiagge laviche). Percorriamo il cosiddetto “miglio d’oro”, la via principale di Las Americas (vero nome è Avenida Las Americas). Per un attimo quasi non mi pare di stare più in un’isola in mezzo all’Atlantico ma bensì a Las Vegas. E’ tutto un luccichio, negozi, ristoranti, casinò… Dopo ritorniamo indietro sempre per il lungomare per ritornare verso la nostra zona più a nord, a Costa Adeje. Forse abbiamo calcolato male i tempi della passeggiata, forse siamo usciti troppo tardi di casa, forse siamo stati lenti, forse il giro era lungo, forse siamo stanchi…ma ad un certo punto non ci frega più niente del luccichio, del mare, e del relax, vogliamo solo mangiare (subito) e andare a letto. Dopo aver un po’ discusso tra noi sul posto dove mangiare (beh in gruppo le esigenze spesso son diverse, ma capita), decidiamo all’improvviso di dare voce in capitolo alla nostra fame bestiale e anche all’orologio (si è fatta una certa!). Ci fermiamo così al Restaurante Playa Sol, un ristorante situato su una piazzola vicino al lungomare, poco prima del confine tra Las Americas e Costa Adeje. Siamo andati a caso, ma devo dire poi che ci è andata anche bene. Non abbiamo affatto mangiato male e non abbiamo speso neanche tanto… Finito la cena e superato il primo obiettivo (riempire lo stomaco). Il secondo adesso è arrivare quanto prima in hotel per andare a dormire. Siamo davvero stanchi… Inoltre l’indomani ci dobbiamo alzare molto presto, ci aspetta infatti la gita a La Gomera. La sveglia suona molto presto e noi siamo pronti per l’appuntamento alle 7 30 per il bus che raccoglierà i vari turisti per portarli poi al porto di Los Cristianos. Fare giri per i vari hotel della zona è una rottura ma devo dire che darà anche modo di vedere meglio Los Cristianos che non avevamo visto. Diciamo subito che per me Los Cristianos non è stata esattamente una bellezza. Ovviamente anche qui vi sono una serie di grandi alberghi, che si affollano non solo sulla costa ma anche nell’entroterra. Va detto che Los Cristianos non accoglie solo turisti, difatti possiede una normale infrastruttura urbana, una chiesa, centri culturali, biblioteche, scuole, mercati e anche un tribunale. La località è presente fin dall’epoca della conquista spagnola e nell’immaginario degli abitanti delle Canarie è sempre stato il porto di Arona, la comunità nascosta tra le montagne. Tuttavia non ha mai conosciuto un periodo di fioritura come i porti della costa settentrionale. Ancora 50 anni fa era costituita solo da una manciata di capanne di pescatori e una chiesa dedicata alla Madonna del Carmine. Solo con l’esplosione del turismo è iniziata l’espansione di Los Cristianos, e sempre più abitanti dell’isola, provenienti da piccoli villaggi sulle montagne oppure dalle isole più piccole dell’arcipelago, si trasferiscono qui per lavoro. Anche all’epoca del turismo il cuore della città batte al porto. Ogni giorno partono traghetti per le vicine isole di La Gomera, La Palma e El Hierro. Inoltre nel porto è ancorata la flotta dei pescherecci, navi dipinte a colori vivaci e barche più piccole. Dal porto iniziano due passeggiate lungo la costa. La prima, ampia e fiancheggiata dalle palme, descrive un ampio semicerchio lungo la baia del porto, lunga 400 m. Sulla Playa de los Cristianos si gioca a beach volley, e più ad est, dove l’acqua è un po’ più pulita, si fa anche il bagno. Attraversando un tunnel al Rincon del Puerto (all’altezza del molo) si raggiunge una seconda passeggiata, che descrive un grande arco attorno alla Playa de las Vistas. La spiaggia, lunga più di 1 km, e protetta dalle onde, collega Los Cristianos con Las Americas. La sabbia è chiara. Dal porto partono alcune strade in salita, fiancheggiate da edifici a quattro piani nei quali hanno aperto ristoranti, tapas-bar e negozi di souvenir. Il Paseo più ampio conduce alla Plaza del Carmen, dove si trova la Iglesia Nuestra Senora del Carmen, una chiesa molto semplice il cui unico ornamento sono un paio di modellini di navi donati da pescatori scampati a qualche naufragio. Sulla piazza si trova anche il Reveron, uno dei primi alloggi di Los Cristianos, trasformato da piccola semplice pensione d’albergo a 4 stelle. La Casa de Cultura e l’Auditorio, la nuova sala da concerti della città, non distano molto da qui. Eccoci al porto di Los Cristianos. Un caffè, qualche biscotto e siamo nella nave della compagnia Fred Olsen. Una nave non affatto male. Decidiamo di sederci davanti per vedere un po’ di panoramica. Il viaggio dura circa 45-50 minuti. Lasciamo Tenerife con un cielo grigio e arriviamo a La Gomera con un bel sole! L’isola è così vicina alla costa di Tenerife che più volte guardandola da lontano sembra quasi di toccarla. Invece di mega alberghi e movida, La Gomera offre una natura incontaminata, profonde vallate e coste selvagge. Da San Sebastian (la capitale) con il bus si sale lungo una strada a serpentina molto panoramica e ci si inoltra nel territorio dell’isola. La prima sosta sarà alla Degollada de la Peraza, dove lo sguardo spazia sopra i dirupi dell’isola e arriva alle catene montuose del nord. Qui si capisce perché La Gomera è considerata, assieme a Gran Canaria, l’isola più scoscesa dell’arcipelago. Dopo pochi chilometri vale la pena fare un’altra sosta: dal Roque de Agando, un bizzarro gigante di roccia modellato dagli agenti atmosferici, si può dare uno sguardo alle vallate del sud. Davvero bellissimo! Man mano che saliamo ci avvicineremo al Parco Nazionale che si estende in tutto il centro dell’isola, che raggiunge un’altitudine di 1500 metri e ospita antichi boschi di allori, che nell’Europa meridionale si sono estinti durante l’epoca glaciale. Ecco che d’improvviso la natura e il territorio cambia, attraversiamo il Parco Nazionale di Garajonay, con i suoi splendidi boschi di alloro. Le chiome degli alberi, alte fino a 20 metri, sono fittamente intrecciate l’una con l’altra, e dei rami pendono lunghe barbe di bosco: a Tenerife si può ritrovare un paesaggio simile a questo nelle montagne di Anaga. All’incrocio Pajarito si rimane sulla strada alta e poco dopo si raggiunge il piccolo parcheggio Alto de Contadero, dove si può fare un breve giro nel bosco seguendo un sentiero segnato. Nella grande radura di Laguna Grande si trova un centro visite ce fornisce informazioni sul bosco di allori. Noi ci siamo anche fermati a fare una sosta spuntino con vino e formaggio nella rustica trattoria del centro visite. L’aria qui è davvero diversa, fa davvero freddo, è grigio, ma sono le nuvole…Stiamo praticamente camminando dentro le nuvole. Un effetto molto particolare. Forse il grande tesoro naturale di La Gomera sono proprio le sue foreste di alberi, lussureggianti e di un verde intenso, che coronano il montuoso centro dell'isola. L'alloro, abbondante milioni di anni fa, si trova ormai in pochissimi posti al mondo. Uno è nelle isole Canarie. E la sua migliore espressione è protetta nei quasi 4.000 ettari di gole scoscese con ruscelli e ripide creste del Parco Nazionale di Garajonay, un luogo dove la natura continua a regnare. Il monte ed il parco hanno preso il nome dagli amanti dannati Guanci Gara e Jonay, la cui storia evoca quelle di Romeo e Giulietta ed Ero e Leandro. Gara era una principessa di Agulo su La Gomera. Durante il festival di Beñesmén era usanza per le donne non maritate di Agulo di fissare il proprio riflesso nelle acque di Chorros del Epina. Se l'acqua fosse stata chiara avrebbero trovato marito; se invece era fangosa avrebbero subito qualche infortunio. Quando Gara guardò l'acqua vide chiaramente il proprio riflesso. Fissò l'immagine troppo a lungo ed il sole la accecò temporaneamente. Un saggio di nome Gerián le disse che avrebbe dovuto evitare l'ardore della passione, altrimenti questo l'avrebbe consumata. Jonay era il figlio del re di Adeje su Tenerife che era arrivato sull'isola per celebrare queste cerimonie. La partecipazione di Jonay ai giochi attrasse l'attenzione di Gara, ed i due si innamorarono. Sfortunatamente, quando la cosa venne resa nota, il vulcano Teide, visibile da La Gomera, iniziò ad eruttare in segno di disapprovazione. Questo fatto venne interpretato come un segno cattivo ed i relativi genitori ruppero il fidanzamento. Jonay fece ritorno a Tenerife, ma una notte attraversò a nuoto il canale che separava le due isole e si riunì all'amata. I rispettivi padri ordinarono la loro ricerca. Gli amanti vennero trovati in cima alla montagna, dove decisero di mettere fine alle loro vite. Una strada secondaria porta attraverso Las Hayas fino a Arure, da dove si prende la direzione per la Valle del Gran Rey. In ampie e comode curve e attraversando numerose gallerie la strada scende verso Valle del Gran Re, che per le sue numerose palme che crescono sui fianchi terrazzati delle monatagne è una delle più belle vallate delle Canarie. Lungo la strada si può fare una sosta al Mirador de Palmerejo, un punto panoramico progettato da Cesar Manrique dove si trova anche un ristorante. Con le sue pareti in pietra naturale si inserisce così bene nel paesaggio che si rischia quasi di oltrepassarlo senza vederlo. Infine si scende fino all’ampio sblocco della vallata, fino ad oggi meta preferita di molti turisti che amano la solitudine. Molto carino il paese di La Calera. Per proseguire l’esplorazione dell’isola occorre tornare sulla strada a serpentina percorsa precedentemente. Attraversando Arure e Chorros de Epina si arriva a Vallehermoso, situata nell’omonima “bella valle”. Andiamo poi in direzione Agulo ma prima facciamo pausa pranzo in località Las Rosas. Il posto dove ci fanno pranzare è ovviamente un posto creato ad hoc per le compagnie e per i turisti in gruppo. Il locale non è niente di che, così come la cucina. Ma la vallata dove si trova è davvero particolare, guardando fuori mi pare quasi di essere tipo…in Colombia! Belli anche i giardini tutti circostanti. Finito il pranzo ci fanno vedere anche una sorte di spettacolo del fischio gomero. Il silbo gomero è un linguaggio fischiato che veniva utilizzato in passato dai pastori per comunicare a grande distanza attraverso i profondi valloni che, disposti a raggiera, attraversano tutta l'isola. Creato dai Guanci, antico popolo delle Canarie, oltre che a La Gomera si diffuse in modo minore anche nelle altre isole occidentali dell'arcipelago delle Canarie e tuttora qualche residuo è noto anche nell'isola de El Hierro. Il linguaggio impiega due vocali e quattro consonanti. In questo modo si possono esprimere all'incirca 4.000 concetti (parole). Per variare i suoni si mettono le dita in bocca e una o entrambe le mani vengono utilizzate per amplificare il suono, a mo' di megafono. Uno studio realizzato nel 2005 dall'università di La Laguna indica che, a livello cerebrale, il processo del silbo avviene alla stessa maniera del linguaggio parlato, ovvero vengono utilizzate le stesse aree linguistiche. Dato il pericolo di una sua scomparsa dovuta allo sviluppo dei sistemi di comunicazione e dal fatto che l'attività in cui veniva maggiormente impiegato, la pastorizia, stava scomparendo, il governo locale promosse la sua conservazione dichiarandolo patrimonio etnografico delle Canarie nel 1999. È stato inoltre dichiarato come capolavoro del Patrimonio Orale e Immateriale dell'Umanità dall'UNESCO nel 2009. Dal 1997, nelle scuole di La Gomera, si tiene un corso facoltativo di silbo per gli alunni. Ci rimettiamo in bus. La strada corre lungo la costa attraverso profonde vallate, e attraverso scogliere e rupi vertiginose porta a Agulo. Molti dicono che questa sia la località più bella dell’isola. Il paese sta sopra il mare come se fosse posato su un vassoio e sullo sfondo si intravede il Teide. Devo dire che la bellezza del Teide da lontano, è tutt’altra cosa! Per la sua bellezza Agulo è stato battezzato come “la perla” di La Gomera. Un enorme belvedere decorato dal verde delle sue coltivazioni sull’oceano Atlantico, un incantevole villaggio curato con attenzione e delicatezza, di strade in pietra e casette da fiaba, rimesse a nuovo e ristrutturate. Un angolo naturale pieno di fascino che lascerà un delizioso sapore in bocca. Sorprende la bella chiesa di San Marco con le sue cupole bianche, a contrasto con il tono rossiccio delle tegole delle case. Le viste su Tenerife e il suo imponente vulcano Teide sono un valore aggiunto a questo villaggio dai cui pori traspira l’essenza di La Gomera. Dopo Agulo passiamo per Hermigua, in cui si coltivano le banane. Da qui si ritorna poi a San Sebastian, la capitale. Il capoluogo dell'isola è una tranquilla cittadina con una lunga storia, ricca di case basse in stile canario e nuovi edifici per i servizi amministrativi. Le principali attrazioni della città sono legate ai viaggi di Colombo negli anni della scoperta dell'America. La Torre del Conde, costruita come una fortezza spagnola nel XV secolo, e la bellissima arte sacra della parrocchia dell'Asunción si conservano ancora in buone condizioni.

La città di San Sebastián si sviluppa allo sbocco del barranco de la Villa e si è sviluppata attorno a una baia naturale. Comprende un sobborgo su una piccola collina alla sinistra della baia, guardando il mare. Hernán Peraza, vecchio conquistatore spagnolo, ha preso possesso del luogo in cui si trovava la capitale dell'isola allo sbocco della valle del Villa, intorno al 1440, dandogli il nome di San Sebastian, probabilmente per la devozione di cui gode questo santo tra i castigliani. La Torre del Conte, che si erge da sola nel parco cittadino, è una fortezza che fu costruita tra il 1447 e il 1450 proprio dal conte Hernán Peraza, due anni dopo che aveva conquistato La Gomera. La torre è una massiccia fortificazione costruita in stile spagnolo, a base quadrata, in mattoni rossi, chiaramente visibile nei quattro angoli. Questa torre è stata testimone di un periodo particolarmente doloroso nella storia della La Gomera (la crudele conquista spagnola e la sottomissione violenta delle popolazioni indigene). Durante una ribellione indigena dell'isola, è stata anche un rifugio per gli spagnoli. La torre era parte delle fortificazioni della città e rimane l'unica traccia. Spesso attaccata dai pirati, rafforzata nel 1587, non è mai stata presa. E’ stata anche usata come magazzino per le ricchezze riportate dall'America. Questo edificio, che ha mantenuto il suo aspetto originale, è oggi l'emblema dell’architettura militare delle Canarie. Oggi è un museo precolombiano. Sulla Calle Real a un certo punto sulla destra si apre un piccolo slargo con la Chiesa di Nostra Signora dell'Assunta risalente al XV secolo. La sua data originale di costruzione è il 1450, ma un incendio e devastazione negli attacchi dei pirati nel XVI secolo, le han recato dei danni. La chiesa, che in origine era una piccola cappella, fu ricostruita nel XVIII secolo. La miscela di stili, gotico, barocco e mudejar, è interessante. Cristoforo Colombo e il suo equipaggio hanno pregato in questa chiesa prima di imbarcarsi per l'America. Proseguendo la via poco più avanti c’è la cappella di San Sebastiano (Ermita de San Sebastián), una graziosa cappella risalente al 1540. Anche se non è particolarmente affascinante e ricco di dettagli architettonici, è tra gli edifici più antichi di tutto l'arcipelago. In Plaza de la Constitucion c’è la Casa la Aduana, importante per il Pozo de la Aguada. E’ un edificio molto vecchio, splendidamente ristrutturato, in stile coloniale tipico delle Canarie. Immerso nel suo cortile c’è il pozzo in cui Colombo e i suoi uomini fecero le provviste di acqua prima di attraversare l'Atlantico. La piastra di bronzo sul pozzo conferma: «E' con questa acqua che l'America fu battezzata». La casa di Colombo (Casa de Colón) si trova sempre in Calle Real, dove a quanto pare rimase Cristoforo Colombo prima di salpare per le Americhe. Il modesto edificio è stato costruito molto tempo dopo la visita del esploratore spagnolo e oggi ospita una sorta di museo che ripercorre la sua vita. Rientriamo verso le 18 30 a Tenerife, veramente soddisfatti di questo bellissimo giro nella particolare isola di La Gomera. Purtroppo al rientro inizio ad avere problemi con il telefono. Entro un po’ in crisi perché non riesco a capire cosa succede e come risolvere il problema. Rimango praticamente senza rete. Scoprirò dopo qualche ora che il problema non è del mio telefono ma della mia compagnia telefonica, hanno avuto un guasto ed è sparito il roaming in tutta Europa. Benissimo! Per fortuna a sera il tutto si ripristinerà. Facciamo un giro serale nei dintorni, sempre a Costa Adeje, arriviamo fino a Porto Colon. Siamo un po' indecisi su cosa mangiare… Tra un’indecisione e l’altra decidiamo di fermarci da Wolfi, al nostro solito tavolino all’esterno, vista mare e La Gomera. E pensare che fino a qualche ora prima ero proprio lì… Il giorno dopo lo dedichiamo alle spiagge e al mare. La prima destinazione sarà la spiaggia di La Pelada. La spiaggia è situata poco dopo il centro di El Medano. Se si ama la natura selvaggia e le onde, questa spiaggia sarà una delle preferite. E’ una spiaggia non molto grande, di sabbia fine vulcanica. Noi siamo stati tutta la mattinata a prendere il sole sugli scogli lisci e poi a farci il bagno tra le onde. Ci siamo davvero rilassati. Dopo pranzo decidiamo di andare verso un’altra spiaggia che ci aveva consigliato il cameriere la sera precedente. La spiaggia si trova poco più su di Costa Adeje e si chiama Playa Diego Hernandez, a La Caleta. Non vi sorprendete se non avete mai sentito parlare di questa spiaggetta, intanto perché ci si arriva solo a piedi e secondariamente perché se anche in un accesso di pionierismo aveste deciso di fare una passeggiata da quelle parti… potreste essere arrivati con l’alta marea e non aver visto niente di significativamente balneabile. Infatti questo tratto (o trattino se preferite) di costa, di circa un paio di centinaia di metri per 20 di larghezza, è fruibile appieno solo per poche ore al giorno ma con l’alzarsi del livello del mare resta appena appena una striscia di bagnasciuga che difficilmente potrebbe colpire il vostro immaginario. Ma se arrivate lì nelle prime ore del mattino (o del pomeriggio subito dopo pranzo) rimarrete incantati dalle stupende acque turchesi e da queste piccole insenature immerse nel paesaggio senza nessuna traccia di contaminazione umana. Vi sembrerà di essere naufragati su un’isoletta dimenticata e il sole emergente dalla vicinissima isola La Gomera vi avvolgerà in indimenticabili giochi di colori e di riflessi sull’acqua. All’arrivo della marea potrete comunque spostarvi sulle rocce che sono piane e che quindi, con un normale tappetino da palestra sotto il telo, vi ospiteranno comodamente anche per il resto del tempo che passerete lì. Situata nei pressi della zona de La Caleta, proprio sotto il campo di golf di Costa Adeje, è raggiungibile solo percorrendo un sentierino che discende il pendio e che poi costeggia per circa 200 metri il litorale; oppure se avete voglia di fare una passeggiata potete partire da La Caleta e scendere per una comodissima scalinata che vi farà passare attraverso complessi di appartamenti fino a sbucare proprio dentro il sentierino. Potete raggiungere altre piccole baie anche passando da El Puertito e percorrendo il sentierino che costeggia il litorale. Cercate di partire con un paio di scarpe comode e non con dei ciabattini o con infradito perché la passeggiata è di circa una mezz’oretta e il terreno è tipicamente sentieristico e sterrato. Denominata anche Playa Blanca per le rocce bianche tra cui si stendono le sue sabbie chiare, questa spiaggia è sempre poco frequentata anche nei periodi di massima affluenza turistica ed è meta degli appassionati della bellezza sempre implicita nei paesaggi naturali e anche da nudisti che apprezzano il posticino per la sua indubbia privacy. La zona normalmente poco ventosa e le onde basse rendono subito invitante l’idea di immergersi in quelle acque smeraldine ma evitate di fare i “pazzarielli” o di fare il bagno in piena digestione, non ci sono ovviamente servizi di salvataggio…e probabilmente il più vicino essere umano sarà a qualche chilometro. Insomma, un luogo consigliatissimo a chi vuole passarsi una giornata di assoluto relax godendo della natura, di un buon libro e della buona compagnia. Ultima tappa, più che altro spinti dalla curiosità, sarà la visita della Playa del Duque, che si trova poco più su della zona dove alloggiamo. Il posto ha una splendida promenade, lunga quanto la spiaggia, costellata di caffè, ristorantini e chioschi (non tutti sanno, infatti, che il più lungo viale pedonale d’Europa si trova a Tenerife, collegando i 16 km tra La Caleta, appunto, e Los Cristianos). Già il nome è un programma, infatti indica una località elegante e curata. La critica al turismo di massa qui è stata messa in pratica con l’architettura: invece degli anonimi alberghi dormitorio sono sorti hotel eleganti in stile coloniale. Anche se sono tutti nuovi, alcuni sembrano avere uno stile antico, con torri e balaustre che ricordano dei castelli medievali. Ovviamente la “patina” di antichità che li riveste è studiata fin nei minimi dettagli: pietre naturali con rilievi irregolari, legno prezioso con marezzature, maioliche dipinte a mano con fessure create ad arte…tutto deve apparire autentico, antico ma lussuoso. Tutto questo lusso comporta ovviamente prezzi più elevati. Dicevamo che Bahia del Duque è stata progettata per una clientela raffinata (non a caso in questo tratto di costa si trova anche uno dei più lussuosi cinque stelle) ma l’accesso gratuito alla spiaggia dorata lambita da un’acqua nient’affatto male per la zona, accattiva una tipologia di turisti estremamente variegata. Potrete trascorrere la giornata a prendere il sole, mangiare in uno dei chioschetti, fare un po’ di shopping nelle boutique o guardare il tramonto in un punto panoramico all’estremità della promenade adiacente allo Sheraton Resort. Potrete arrampicarvi sui blocchi di roccia o percorrere una breve salita a spirale per dominare tutta la Playa e la Bahia del Duque e ammirare dall’alto uno stuolo di piramidi di sassi in perfetto equilibrio! La suggestione è incredibile perché al tramonto si riuniscono tante persone sulla spiaggia: alcune si accovacciano per impilare sassi mentre le altre guardano il sole tuffarsi nel mare e il cielo prendere letteralmente fuoco! Bahia del Duque non è amata da tutti perché viene considerata un quartiere “artificiale” e i prezzi sono più alti rispetto al resto dell’isola. Noi vi abbiamo trascorso poco tempo ma è stato piacevole e pensiamo che rappresenti la storia di un successo (vista la prossimità al mare) rispetto a edificazioni davvero discutibili lungo altri tratti di costa. Rientriamo in appartamento nel tardo pomeriggio. La sera decidiamo di andare a cena in un posto non lontano dal nostro hotel che ha delle recensioni davvero ottime e che ci ispira per essere un luogo molto tradizionale. Si chiama “El Gomero”. Sarà il posto dove mangeremo meglio su tutta l’isola, prezzi irrisori, cibo di qualità e abbondante. Ci ritorneremo ancora…! Il giorno dopo ci aspetta un’altra gita fuori porta, di quelle più significative durante una vacanza a Tenerife: saliremo il Teide! Salire sul punto più alto della Spagna è un desiderio di molte persone. La visita al cratere del Teide è un’esperienza unica: osservare diverse isole allo stesso tempo, vedere tutta la geografia di Tenerife ai tuoi piedi e sentire l’odore delle fumarole vulcaniche. A causa della grande richiesta ed essendo una zona molto fragile, il Parco Nazionale del Teide ha deciso di limitare il numero di persone che ogni giorno visita il cratere. Per salire sulla vetta del Teide è necessaria un’autorizzazione che concede gratuitamente la direzione del Parco e che si può richiedere solo online: https://www.reservasparquesnacionales.es/real/ParquesNac/index.aspx . Dopo aver seguito la procedura sul sito web, si stampa la copia e si consegna al personale del Parco che si trova all’inizio del sentiero. Noi abbiamo prenotato a marzo per la visita fatta a luglio, e comunque anche nei giorni della nostra vacanza a luglio ci siamo dovuti adattare ad orari e giorni disponibili. I posti esauriscono in fretta. Per quanto riguarda la teleferica abbiamo prenotato il tutto attraverso il sito www.volcanoteide.com . Il prezzo è di 27 euro andata e ritorno. È molto importante avere con sé la carta d’identità o il passaporto per comprovare la titolarità delle autorizzazioni. Esiste un limite giornaliero di visitatori che si divide tra escursionisti e guide ufficiali. Questa autorizzazione è imprescindibile per raggiungere il cratere tra le 9:00 e le 17:00, indipendentemente dal fatto che si arrivi fino alla zona della Rambleta con la Funivia o a piedi. L’unica entità che concede questo tipo di autorizzazione è il Parco Nazionale, per questo l’uso della Funivia del Teide non include il permesso per salire fino alla cima. Tuttavia, coloro che non dispongono del permesso, possono intraprendere i sentieri che portano a Fortaleza e Pico Viejo, ad accesso libero. L’ascensione ai metri finali della cima del vulcano si realizza attraverso il sentiero nº 10 della Rete del Parco Nazionale, che porta il nome di «Telesforo Bravo» in onore dell’illustre geologo di Tenerife che ha contribuito in maniera speciale a conoscere e valorizzare le origini e i segreti di questo posto mitico. Durante l’ascensione si evita un dislivello di 163 m, dopo un percorso a piedi di 650 m, passando dai 3.555 m. dell’inizio del sentiero ai 3.717,98 m del punto più alto. Il Teide è un vulcano attivo che ha fatto sentire per l'ultima volta la sua voce nel 1909. La tranquillità di questa maestosa creazione della natura ha fatto dimenticare che potrebbe tornare ad eruttare da un momento all'altro. Oggi viene ricordato soprattutto per essere, con i suoi 3718 metri, la montagna più alta della Spagna e per la splendida natura che è cresciuta in questo luogo difeso come Parco Nazionale dal 1954. I coni vulcanici e le colate laviche che per secoli si sono stratificati, hanno creato uno paesaggio straordinario, per forma e colori. Anche la ricchezza biologica non è da meno; ci sono delle specie di alberi, piante ed animali che vivono solo in questo parco. Ed è altrettanto straordinario poter trovare in uno stesso luogo, alberi di banane, boschi di collina, foreste alpine. Anche se a Tenerife è molto più rilassante stordirsi in spiaggia, chi va su quest'isola non dovrebbe perdersi una scalata al Pico Vejo, la cima del vulcano. I Guanches chiamavano il Teide "Echeyde", che significa "Casa di Guayota", il Diavolo. Secondo la loro tradizione Guayota sequestrò il Dio del Sole, Magec, e lo portò al centro del Teide portando oscurità sull'isola di Tenerife. I Guanci chiesero allora aiuto ad Achamàn, supremo signore celeste che liberò il Sole e chiuse il maligno nel vulcano, tappando la bocca del cono con il Pan de Azùcar, l'ultimo cono che corona il Teide, visibile anche oggi. Sembra la nascita di questa leggenda coincida con l'ultima grande eruzione del Teide, avvenuta nel 1798. All’andata sin auto percorreremo la strada che passa per il versante sud del Vulcano, passando per la cittadina di Vilaflor. Mentre iniziamo a salire con l’auto per lunghi tratti sembra non accadere nulla, e poi, d’improvviso, non si sa più da dove si viene e dove si va, persi nella memoria delle cose e delle parole, ed è come ci si immagina sia l’eternità, annullamento del tempo senza nemmeno una curva. Allora è bello fermarsi, aspettare sul ciglio, nel silenzio che comincia da chissà quanto lontano, il susseguirsi delle auto, anime migranti che bussano alle porte dell’infinito. Il Parco del Teide è un qualcosa di meraviglioso. Sarà per le alte Tajinaste, che sembrano essere lì per pettinare i cespugli scompigliati dal vento, sarà per la nera lava lasciata dal vulcano come terra inospitale eppure piena di vita estrema, sarà per come si offre al viaggiatore la nullità infinita dello spazio, che trasmette allo sguardo, all’animo e al cuore la calma del mondo, come solo un posto sperduto nel cosmo può dare. Proprio alle pendici del Teide, c’è un sentiero che si lascia salire, dolce e faticoso come la riscoperta di un sè nella memoria. E lo si fa salendo verso un dove sconosciuto, a piccoli passi, verso dove nessun altro occhio, oltre quello dell’anima può vederti, dove nessun respiro oltre quello del pensiero può sentirti, dove solo un battito d’ali lontano, può inseguire quello impazzito dalla fatica del cuore. Come ogni deserto, il deserto del Teide regala forme e colori che sembrano uscire da sogni incantati di calma. E’ uno spicco di sabbia, che chissà quale vergine del vulcano ha strappato alla lava, lasciandola ondeggiare nel tempo, attorniata da roccia nera e durissima, appena ferita da massi pungenti che sporgono qua e là, come piccoli peccati irriverenti, tra il manto candido della sabbia. Ed eccoci, ad orario rispettato, salire in teleferico. E dopo pochi minuti siamo già quasi in vetta. Iniziamo poi il percorso per salire sul Pico. L’altezza e la pressione si fanno ben sentire, una sensazione strana che non avevo mai percepito… Anche se il percorso non è chissà di quanta distanza, faticheremo non poco, sarà che non siamo abituati…Ci metteremo circa 50 minuti per arrivare al Pico. Dalla cima del Teide non si può altro che sentirsi in un qualche altrove del mondo. Sotto tutto è così piccolo e sperduto alla vista e al contatto che si ha quasi paura a tornarci, laggiù, perché non sembra appartenere alla stessa terra dalla quale si è saliti. Perfino la lunga strada tortuosa che si fa per salire e che si inoltra sinuosa come fosse una minuscola vena nelle pieghe della pelle sembra perdersi in qualche mondo sconosciuto e mai più ritornare. Ci sono sfumature, sotto al Teide, che nessun altro luogo del mondo possiede, disegni di terre anziane e rugate e lingue di rocce lisce quasi fossero pelli glabre, cespugli dorati e macchie di verde che si alternano come pedine di una partita a dama. E la strada laggiù, fedele compagna del ricordo lasciato dal lento tracimare a valle della lava. Lasciata la vetta del Teide, la discesa riporta in un mondo popolato di rocce, tortuose come i pensieri del viaggiatore. Arrivati all’altezza del Parador si resta appesi tra la l’austerità dello sperone di roccia detto la Cattedrale e la magia di Roque Cinchado, eroso alla base dal vento dei rimorsi di chi sta andando via, rubandone con lo sguardo un pezzetto alla volta, e che sembra sorreggere El Teide e allo stesso ergersi e muoversi verso il cratere come il mulinello di un ciclone che gira al contrario. Non si fa in tempo a lasciare El Teide come un ricordo, che il mare comincia a reclamare il suo posto nell’anima del viandante. Ma prima di lasciarsi intravvedere, il mare di Tenerife mostra il suo piccolo antico segreto. Atlantide è laggiù, visibile solo dai cuori puri, per un solo momento, in un solo attimo del giorno, quando non è né giorno né notte e poi scompare, lasciando spazio alle onde bianche dell’oceano, che ha generato essa stessa col suo pianto di isola abbandonata nell’eterno e pellegrina nell’infinito. Le Canarie, e le altre isole della Macaronesia, a causa della loro posizione geografica e delle leggende che le circondano, sono considerate da alcuni ciò che resta dell’antico e perduto continente di Atlantide, che secondo Platone si trovava al di là delle Colonne d’Ercole (Stretto di Gibilterra) e che sprofondò sul fondo dell’oceano nel giro di una notte. Secondo la mitologia greca, Atlantide era un'immensa isola abitata da un popolo ricco, saggio, giusto e generoso, governato dal dio del mare, Poseidone. Quando gli atlanti divennero avari, Zeus decise di punirli con maremoti ed eruzioni vulcaniche, al punto che l'isola fu distrutta in una sola notte. La leggenda narra che i resti di Atlantide riposano sul fondo del mare sotto le Isole Canarie e che questo arcipelago è costituito dai picchi e dalle montagne più alti di questo mitologico continente. Nei secoli XVI e XVII, in numerosi documenti e cartine le Canarie furono identificate con Atlantide. Al ritorno scendiamo invece dal versante ovest del Teide, attraverso la TF-38, che porta in direzione di Los Gigantes. Decidiamo di andare a vedere una spiaggia che ci ha colpito particolarmente dalle foto viste in internet, Playa de Abama, una spiaggia che si trova tra Costa Adeje e Los Gigantes. Avevamo letto che l’accesso di questa spiaggia (gratuito, come per TUTTE le spiagge spagnole) è davvero singolare: bisogna entrare in un hotel 5 stelle! Il favoloso Abama Resort svetta con la sua struttura rosso Marrakech sulla spiaggetta considerata (a ragione) tra le più belle dell’isola! Passiamo attraverso il resort e iniziamo la discesa verso la playa, ammirando proprio la bellezza del resort, i bungalows e le villette immersi in una natura rigogliosa ma domata dalle esperte mani di un designer di giardini! Giunti a una spettacolare piazzola panoramica, vediamo una funicolare a rotaia a uso esclusivo degli ospiti (come il trenino che fa su e giù tra la reception e la spiaggia). Ma non riusciamo a farci forza e coraggio e a scendere i gradini in legno che costeggiano il binario per arrivare fino al mare (il dislivello è di circa 600 m) proprio non ce la facciamo! Inoltre la spiaggia e il mare, anche se davvero belli, sono gremiti di persone. Decidiamo, con mio dispiacere, di vederla così dall’alto. Alla fine ritorniamo verso il sud dell’isola. Se fossimo scesi direttamente dal versante sud del Teide avremo fatto prima, ma vabbè, ci siamo visti un altro versante… Ritorniamo alla spiaggia della Pelada. Il mare è molto agitato, ma riusciamo comunque a farci un bagnetto. C’è molta gente in spiaggia, più dell’altro giorno… La sera decidiamo di nuovo di andare a mangiare dal “Gomero”. Stavolta vado di carne e devo dire che neanche così rimango deluso. Davvero buono. Ci alziamo il venerdì con la consapevolezza che oggi è l’ultimo giorno di vera vacanza qui a Tenerife. Siamo un po’ tristi e in questa tristezza ci accompagna anche un po’ il cielo. Ci alziamo con un cielo grigio, convinti che come spesso capita qui, poi si aprirà. In realtà sarà così tutto il giorno… Oggi abbiamo deciso di ritornare in una delle spiagge che più ci è piaciuta, quella di La Tejita a la Montana Roja, vicino a El Medano. Questo è il posto del vento forte. El Médano vuol dire duna di sabbia ma quello che resta nella memoria non è la spiaggia ma lo spumeggiare delle onde, racchiuso nella baia come un anello prezioso di opale, a contrasto con la terra scura della Montaña Roja. L’andirivieni verso riva delle creste bianche racconta del mare, quello che la lava fa dei Vulcani attorno, quasi a voler dire al viaggiatore, non ti curare del forte vento, così come del sole che brucia la roccia, perché se ti siedi a riva è grazie al vento che ti porto in dote. Poco dietro le dune, subito a ridosso del mare, quasi a voler rappresentare la calma circondata dal caos, protetto dalla macchia atlantica, vigilato dalla Montaña Roja, depredato da minuscoli uccelli migratori, un sogno d’acqua a forma di lago offre allo sguardo un riposo dal mare e alla pelle un riparo dal vento. Siamo dentro una Reserva Natural Especial ed è tutto un susseguirsi di desolazione e forza, memoria di un mondo puro ormai scordato e l’insistente ricordo dell’oceano che le onde offrono da lì dietro, appena oltre le dune. Eccole di nuovo, le onde di El Médano. Tormentano la scogliera e accarezzano la spiaggia, scherzando con i gabbiani e mescolando tutti i toni blu del mare come una tavolozza impazzita. Anche solo a sentirle, le onde dell’oceano, le riconosci a una a una e sai con che forza verranno a sbatterti contro. Ma non riesci nemmeno a spostarti e resti lì ad aspettarle. Amori sempre fedeli. A scoprirle a una a una e a rimetterle insieme sulla tavolozza impazzita, le gradazioni del mare sembrano arcobaleni d’acqua. Sono strati di sogno che accompagnano il viaggio, come desideri di bimbi davanti alle bancarelle di dolciumi: creme caramellate, tamarindi, anici, mente, croccantini, zuccheri filati che ruberesti e nasconderesti nel posto più segreto del mondo. Magari nel posto del vento forte. O nel blu dipinto di blu. Basta girare lo sguardo dalla spiaggia di El Médano verso l’entroterra e ci si ritrova sull’altra faccia della luna. Quel che resta del mare è il suono, ma tutti i suoi colori sembrano spariti, per lasciare il posto all’incantesimo dell’inospitale, lungo pianure arcobaleno che nascono dalla terra color caldo fuoco e si perdono nell’orizzonte color freddo azzurro. Territorio di un altro mondo, sconosciuto persino al sogno. Lasciando El Médano resta per giorni il vento sulla pelle, il suono delle onde nelle orecchie, i colori del mare nello sguardo, qualcosa di imperscrutabile nella memoria, forse la vista della baia dalla Montaña Roja, forse solo il ricordo dei passi sulla riva. Con la certezza di stare per scoprire in futuro altre meraviglie… L’indomani è il giorno della partenza. Abbiamo in realtà il volo nel pomeriggio, neanche presto… ma decidiamo di non fare nulla di che. La mattina passeremo la giornata a passeggio lungo Costa Adeje. Oggi è davvero caldo e il cielo non è nitido, come ieri… Un tipo italiano di un negozio ci dice che è arrivata la Calima. La Calima è un vento proveniente dal Sahara, viene definita come una particolare situazione metereologica che si verifica 2-3 volte all’anno sulle isole, soprattutto quelle più orientali, come il più famoso Scirocco, e proviene anch'essa da una alta pressione originatesi in Nord Africa. Trascina con sé, insieme all’aria calda, anche polvere e sabbia, creando una foschia costante e un innalzamento delle temperature che si stabilizzano non infrequentemente sopra i 38° per diversi giorni, la polvere giallastra che viene sollevata e trasportata è molto fine e riesce persino a passare da porte e finestre chiuse mentre, all'esterno, la visibilità si riduce quasi a zero e l'aria si fa pesante. In effetti l’aria sembra molto appiccicosa e il cielo sembra molto grigio… Forse che andiamo via adesso non è un male, ce la siamo scansati giusto in tempo… Andremo a pranzo al nostro ristorante preferito, “Il Gomero”, dove faremo l’ultima abboffata di paella. Dopo pranzo poi andremo al vicino Siam Mall, un centro commerciale molto ben fornito e carino, dove l’importanza riservata alla vegetazione e all’arredamento Thai contribuiscono a creare un’atmosfera perfetta per lo svago in famiglia. Fatto un giro decidiamo di andare in aeroporto. Lasciamo la nostra auto al parcheggio Cicar, dove alla fine ci rimborseranno anche dei soldi. Nonostante abbiamo fatto tanti chilometri siamo sopra con la benzina, per cui ci rendono qualcosa. L’aeroporto è molto affollato, c’è chi va e c’è chi viene…noi stiamo per andare, ahimè… E come tutti i viaggi anche questo finisce con un addio. Finisce con un addio, perché in ogni addio seminiamo un po’ della nostra anima. Quella che abbiamo costruito nel viaggio, raccogliendo frammenti di memorie, ricordi e souvenir del tempo. E allora ti renderai conto che viaggiare, che esplorare, che vivere è un eterno percorso. Da correre insieme alle persone che ami.

di Libra - pubblicato il