Weekend a Madrid

La capitale spagnola e i suoi musei più famosi: quello del Prado, e quello... del prosciutto!
 

Volo (Ryanair) da Bologna, ed una sistemazione centralissima fra Plaza Major e plaza del Sol, all’hostal Comercial, eccellente sistemazione.

2 Giugno, venerdì

Approfittando di un’offerta molto economica questa volta parcheggiamo direttamente in uno dei multi piani all’interno dell’aeroporto Bologna-Marconi, eliminando così i tempi di attesa delle navette. Partiamo puntuali nel pomeriggio, volo tranquillo fino alla parte finale, quando è un continuo sussulto dovuto ai vuoti d’aria, e chi proprio non riesce mai a trovare un compromesso con il mal d’aria vomita anche gli occhi.

Finalmente atterriamo (terminal T1), e recuperato uno straccio umano con sembianze femminili, scendiamo nella efficientissima metro per raggiungere il centro città. Acquisto i biglietti alle dispensatrici automatiche prese d’assalto come di consueto, e raggiungiamo la stazione Colombia dove cambiamo linea, per proseguire alla successiva intersezione di Principe de Vergara, dove cambiamo nuovamente per giungere finalmente a Plaza Sol, con la povera Rita che arranca instabile appoggiata al mio braccio e a quello della figlia. Fortunatamente una volta in superficie siamo praticamente arrivati a destinazione, l’hostal giace sulla salitella di fronte alla pasticceria, proprio dietro il Museo del Prosciutto.

Espletate le formalità di ingresso mettiamo a letto la mamma, che diventa viola al solo nominar del cibo, e io e la figlia usciamo nella tiepida sera per mettere qualcosa sotto i denti. Prendiamo per Plaza Major, un centinaio di metri, e ci sistemiamo nella piazza ad un tavolino vicino ai portici, mentre dal palco installato nella parte opposta, sulla destra, gruppi di musicisti si alternano intrattenendo i presenti. Ordiniamo una paella, e quando grosse gocce di pioggia inattese cominciano a tempestare i tavoli, realizzo di aver effettuato un’ottima scelta logistica: prendiamo a quattro mani il tavolino e ci spostiamo di due metri al riparo fra due colonne sotto gli archi del porticato, in modo da non ostacolare il passaggio pedonale. Il cameriere annuisce, e di li a poco finalmente veniamo serviti. Terminiamo la cena in concomitanza del cessare della pioggia, e quindi ci ritiriamo, appurando che la mamma è ancora viva e dorme placida il sonno del giusto.

3 Giugno, sabato

Alle otto siamo pronti per uscire. Tappa obbligata alla pasticceria (fantastica) all’angolo di piazza Sol (pasticcini eccellenti e caffetteria tutto sommato senza infamia) e quindi prendiamo alla volta del Museo del Prado, non prima dell’obbligatoria foto ricordo nella piazza sotto l’orso che mangia le carrube. Ci dirigiamo in direzione Atocha e dopo meno di un chilometro siamo a destinazione. Sono circa le nove, l’orario di apertura, e ci accodiamo alla colonna che si sta formando alla biglietteria; le procedure sono molto rapide (non potrebbe essere diversamente data la mole delle orde di visitatori) e iniziamo la visita: una overdose di meraviglie.

Al primo piano due sale con Tiziano Vecellio come protagonista, quindi saliamo al secondo per un percorso di incomparabile bellezza: ci soffermiamo un attimo in più di fronte a capolavori quali sono i due dipinti gemelli di Goya, le Maya Desnuda e Vestida, al monumentale quadro equestre di Carlo V, ai Giocatori di dadi di Caravaggio, solo per citarne qualcuno, per proseguire al terzo piano dove spicca “el Parasol” sempre di Goya. Scendiamo ora al piano terra, dove in mezzo agli enormi dipinti di Goya (il 3 maggio 1808) spiccano alcune sculture marmoree, fra tutti una Madonna velata ed un Cristo deposto. Finiamo in giro ammirando i pittori fiamminghi ed il quadro che più ci è piaciuto in senso assoluto: L’Annunciazione del Beato Angelico. Sono passate più di tre ore e lasciamo i locali alle 12,30 per andare alla vicina fermata del bus panoramico (appena sopra il Museo) e visitare la città con l’ausilio delle guide multilingue. Ne vale la pena.

Scendiamo in prossimità del nostro alloggio per andare a mangiare un boccone al Museo del Jamon, strapieno oltre l’inverosimile. Ma siamo fortunati: dopo poca attesa riesco ad intrufolarmi in uno spazio lasciato libero da un avventore e guadagnare così il bancone, riuscendo ad ottenere il diritto di fare l’ordinazione. È l’apoteosi dell’efficienza e dell’organizzazione: un inserviente di chiare origini andine riesce a spillare un quantitativo enorme di boccali di birra in tempi ridottissimi, mentre un secondo serve le bocadillas che altri due preparano incessantemente nel mezzo del perimetro, e questo avviene su tutti e quattro il lati del bancone, in perfetto stile da catena di montaggio.

Terminato il pasto attraversiamo Plaza Sol e ci immergiamo nella Gran Via, dove bei negozi fanno da cornice ad altrettanto belli palazzi d’epoca. Raggiungiamo Plaza de España con la sua bella fontana ed il monumento al don Chisciotte di Cervantes, quindi, costeggiato il Palazzo Reale, torniamo verso Plaza Major. Facciamo tappa al Mercato Coperto, che di mercato ha conservato più poco, in quanto la maggior parte degli stand è oggi adibita a consumazione di spuntini, stuzzichini e beveraggi, ma è pur sempre un bel colpo d’occhio. Ci facciamo comunque ammaliare dall’ambiente, e prendiamo anche noi il nostro aperitivo. La sera vogliamo una buona paella (siamo fissati), ed anche se i maestri notoriamente risiedono a Valencia, ci accontentiamo degli allievi Madrileni, ma non prima di esserci fatti indirizzare dal gestore dell’hostal.

Raggiunto il ristorante fissiamo un tavolo per le otto, con l’ammonimento alla puntualità da parte dello scorbutico proprietario: “questa sera c’è la finale della coppa dei campioni, quindi regolatevi o non trovate posto”. Arriviamo quindi al ristorante “La Carmela” (non so poi se era quello consigliato dal gestore, perché ce n’è un altro giusto di fronte) alle otto meno un quarto (non si sa mai, e per giunta lo scorbutico era già su di giri preso da frenetica isteria) e in tempi accettabili ci viene servita una ottima ed abbondante paella mista, accompagnata pure da un eccellente vino. Prezzo onesto e quindi nulla da eccepire, non fosse altro che ogni tanto un sorriso magari non guasta.

È presto e la città è tutta in fermento invasa da branchi di zebre che imprecano come portuali (un boato terrificante ha appena certificato il nuovo vantaggio del Real), e seduti ad un tavolino di Plaza Major sorbiamo una bibita in completo relax osservando al tavolo vicino le oscenità di un gruppo di ragazze britanniche mascherate che festeggiano in modo quantomeno osé l’addio al nubilato di una di loro. Altro boato sulla piazza e capisco che la coppa oramai sarà esposta a Madrid. Al flemmatico cameriere mi viene la brillante idea di affermare che come italiano non posso festeggiare con loro, e lui impassibile, di rimando: Yo también, viva los Colchoneros (è dell’Atletico, l’altra squadra di Madrid).

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