Uzbekistan e il fascino eterno di Samarcanda

Tour in pulmino attraverso le sue città principali: Khiva, Bukhara, Samarcanda e Tashkent
 
Partenza il: 19/09/2015
Ritorno il: 26/09/2015
Viaggiatori: 2
Spesa: 2000 €

I preparativi

Il fascino eterno di Samarcanda ha indirizzato la mia scelta verso l’Uzbekistan. Due mesi prima della partenza compilo on line il modulo per la richiesta del visto, lo stampo, lo firmo e lo mando all’agenzia con 2 foto e il passaporto. Il tutto mi verrà restituito in aeroporto.

Sabato 19 settembre 2015: Milano/Urgench

Voliamo da Milano Malpensa con Uzbekistan Airways: l’aereo parte alle 23:10 e arriva alle 5 dopo 6 ore di volo e avere percorso 4853 km. In viaggio ci offrono arachidi e per cena si può scegliere tra pollo o pesce (scelgo il pollo) con verdure e riso.

Domenica 20 settembre 2015: Urgench / Khiva

Il volo è in orario e atterriamo a Urgench, capitale della regione Korasim alle 5 (le 8 locali). Le pratiche di immigrazione non sono bibliche e alle 9 saliamo sul pulmino: siamo solo in 7. La nostra guida ha il nome di un fiore (per preservare la sua identità la chiamerò F); dopo essersi presentata ci consegna 60000 Som per 20 euro. Lei ci racconta che Khiva (110.000 abitanti) è legata alla religione di Zoroastro. Arriviamo all’hotel Asia alle 9.15, dove ci viene assegnata la camera 123 (moquette in camera, letti singoli, un hotel con un bel parco, ma un po’ demodé). Dista qualche minuto a piedi dal centro storico. C’è tempo per la colazione, un po’ scarsa per la verità. Alle 11 comincia il tour. Prima di entrare alla Ichan Kala (fortezza interna, la cittadella), c’è un cartellone dove sono rappresentate le antiche vie carovaniere. Scopriamo che la via della seta univa la Cina all’Asia centrale, la via delle spezie e dell’avorio collegava l’Asia centrale ad Agra, la via dei lapislazzuli conduceva a Damasco, la via della carta di seta aveva come meta Roma.

Nella piazza antistante Ichan Kala c’è la statua di Alkorazmiy, fondatore dell’algebra; dal suo nome deriva algoritmo. Alle spalle della statua corre il profilo talvolta merlato delle mura della fortezza interna, i cui mattoni sono rivestiti di argilla e paglia, che servono da isolante. Le mura e le porte di Ichan Kala mi ricordano la cittadella di Aleppo (anche se quella non è in pianura) mentre il colore delle mura, l’atmosfera e le facciate delle madrase rimandano a Yazd in Iran, con cui Khiva condivide la religione zoroastriana. Entriamo dalla Ota Darvoza, la porta del padre. Xoja (la x si pronuncia come una h inspirata) è l’uomo che è stato alla mecca. Molti dei simboli rappresentati dalle maioliche sono zaorastriani: il melograno (simbolo di ricchezza), l’albero della vita (rappresentato con un cerchio con sotto l’inferno e sopra il paradiso, più riempiamo il tondo centrale più tendiamo al paradiso), una sorta di farfalla che rappresenta l’infinito. Visitiamo la madrasa di Muhammad Aminxon del XIX sec. con accanto il minareto Kalta Minor del 1855, alto 25 m. La madrasa è diventata un hotel dove soggiornare che richiede una prenotazione molto anticipata. Giuseppe prova il ciuciurma, un cappello di pelo di pecora o montone che isola dalla temperatura esterna (sembra un cantante degli anni ’60).

Visitiamo la moschea Juma o del venerdì con 218 colonne lignee (6 o 7 sono originarie del X secolo, le altre sono del XVIII secolo). La guida ci spiega che la colonna nella sua lunghezza rappresenta la vita di un figlio: fino a 6 anni è il re della famiglia, fino a 12 un allievo, fino a 19 uno schiavo e poi diventa un amico; la parte più in alto della colonna è priva di decori perché raggiungere il paradiso dipende solo da noi stessi. Si prosegue con il palazzo Tash Khauli (casa di pietra); si tratta di un sontuoso palazzo voluto da Allakuli Khan, committente talmente impaziente che fece assassinare il primo architetto per non avere ultimato i lavori in due anni. Qui la guida ci racconta che poiché Tamerlano era turco – mongolo e non interamente mongolo non poteva aspirare al titolo massimo di khan, ma solo di emiro. Si prosegue con l’harem a cui si accedeva originariamente da un corridoio da un bel soffitto di legno dipinto. Ci sediamo nel settore dove ci sono le discendenti della cantante concubina, unica donna che aveva diritto di andare al mercato; al suo ritorno cantava alle altre cosa avesse visto attraverso metafore o con particolari gesti del corpo, per non essere capita dal khan che proibiva i pettegolezzi.

Il ristorante all’interno dell’Ichan Khala si chiama Yusuf Yasaulbosmi Madrasa; il pranzo prevede antipasti di verdure (cavolo rosso, cavolfiore, zucchine, melenzane, pomodori, arachidi e arachidi caramellate), una minestra chiamata mampar e un secondo che è una crepe con dentro un kebab chiamata crimazarafcian. Si termina con il tè verde, immancabile fine pasto uzbeco. La guida ci spiega la dimestichezza che hanno i loro bambini a imparare lingue nuove, essendo addestrati a parlare uzbeco (di origine turca), russo (lingua slava) e tagico (di origine persiana).

Si prosegue visitando il museo dell’antico Khorezn, poi l’antica fortezza Kunya Ark (edificata nel XII e poi nel XVII secolo, ha al suo interno l’harem, la zecca che espone anche banconote stampate su seta, le scuderie, l’arsenale, le caserme, la moschea estiva del XIX secolo con belle piastrelle bianche e blu e la prigione – zindon). Saliamo sulla torre di guardia di Kunya Ark per vedere Khiva nella sua interezza e i profili delle mura in argilla e paglia. Nel cortile della madrassa di Rakhim Khan si assiste allo spettacolo di una famiglia di acrobati, equilibristi e funamboli: 2 fratelli molto bravi a cui si aggiunge poi una bambina che viene portata sulle spalle dal fratello posto più in alto.

Dinanzi al mausoleo di Pakhlavan-Makhmud, poeta e lottatore, patrono di Khiva, la sua tomba risale al 1362, ci leviamo le scarpe per rispetto a quello che è considerato il protettore di khiva. L’interno molto buio non permette di godere appieno delle maioliche; a sinistra della prima camera c’è la tomba del poeta con le più belle piastrelle di Khiva. Uscendo dal mausoleo e andando a sinistra si incontra l’imponente minareto Islam Hodja, alto 52 m; risale al 1910, anno in cui fu costruita anche la madrasa; il minareto, decorato da piastrelle disposte a fasce turchesi e rosse, è il più alto dell’Uzbekistan; Islom Hoja era un visir vissuto all’inizio del XX secolo, dalle idee liberali, mal tollerato dal clero che lo fece assassinare.

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Khiva - Le mura di Ichan Kala



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