Perù responsabile, tra natura estrema e leggenda

Di turismo responsabile avevo sentito già parlare diverse volte. L’idea di visitare un paese senza quel filtro appannato del “viaggio-all-inclusive-nei-migliori-alberghi” mi attraeva un sacco. Il Perù era una meta affascinante, natura estrema e misticismo. Sul sito di turisti per caso ho incontrato Gabriele. Appassionato ed esperto...
Scritto da: alecindy
perù responsabile, tra natura estrema e leggenda
Partenza il: 04/08/2008
Ritorno il: 24/08/2008
Viaggiatori: in gruppo
Spesa: 2000 €

Di turismo responsabile avevo sentito già parlare diverse volte. L’idea di visitare un paese senza quel filtro appannato del “viaggio-all-inclusive-nei-migliori-alberghi” mi attraeva un sacco. Il Perù era una meta affascinante, natura estrema e misticismo. Sul sito di turisti per caso ho incontrato Gabriele. Appassionato ed esperto conoscitore di questo paese, ha iniziato a collaborare con alcune comunità locali e ha fondato l’associazione Perùresponsabile con cui propone viaggi a contatto con la realtà e le tradizioni locali. Ci scambiamo alcune e-mail e agli inizi di agosto sono sul volo Madrid-Lima, assieme ad altri viaggiatori “responsabili” provenienti un po’ da tutt’Italia. Una volta in Perù ci saremmo divisi in due gruppi di una decina di persone ciascuno: i trekker, che avrebbero percorso il famoso Inca Trail fino a Macchu Picchu e gli altri, tra cui io, che avrebbero viaggiato in pulmino. In totale, 21 giorni. LIMA, IL PRIMO SGUARDO Atterriamo a Lima, aeroporto Jorge Chàvez verso le 6 di sera. Il clima è fresco ed è già buio. Durante il viaggio in pullman abbiamo modo di assaggiare con lo sguardo questa città: un agglomerato infinito di strade, palazzi, luci, gente, che, oltre il finestrino del bus in corsa, si sovrappongono come nel montaggio accelerato di un film. Mi sembra di attraversare non una, ma tante città diverse. I grattacieli di vetro dei quartieri moderni; i palazzi vecchi e colorati della città coloniale; e poi le baraccopoli dove si vedono passeggiare vecchi e donne dai volti andini che sembrano appena usciti da un film in costume. Intanto Gabriele ci racconta che circa la metà degli 8 milioni di abitanti vive in miseria, senza acqua potabile, fognature o elettricità, accampati in bidonville (pueblos jovenes) ai margini della città: sono soprattutto immigrati provenienti dalle Ande. È proprio in uno di questi quartieri, una delle zone più povere di Lima, al suo estremo sud, che si trova il CEPROF, la casa hogar che ci ospita per la prima notte. Il CEPROF accoglie bambine con situazioni familiari difficili e cerca di costruire per loro un ambiente sereno in cui crescere; ospitando i turisti ricava alcune entrate per finanziare progetti educativi. Le ragazze ci hanno preparato la cena di benvenuto: sopa de quinoa (zuppa preparata con un cereale locale) y pollo. Stanchi, ci accomodiamo nelle nostre camerate. A SPASSO NELLA METROPOLI DELLA “GARUA” La mattina ci sveglia avvolti in una grigia coltre di nebbia mista a smog, con un’umidità che ci bagna pure le ossa. Ci dicono che questa è Lima, è così quasi tutto l’anno, il sole si vede ben poco ed è colpa dell’oceano che butta sulla costa la garua (umidità); l’inquinamento, poi, fa il resto. Il nostro tour inizia da Miraflores, il centro degli affari e della vita notturna di Lima, affollato di negozi, caffè e alberghi lussuosi. Si trova nella zona sud, adagiato sull’alta scogliera della Costa Verde. E’ un posto piacevole dove passeggiare e godersi una splendida vista sull’oceano. Il cuore del quartiere è il Parque 7 de Junio, affollato di bancarelle d’artigianato e di artisti che espongono le loro tele. In fondo alla strada principale, affacciata sull’oceano, sorge Larco Mar, una piccola cittadella dello shopping che ha poco di peruviano e molto di global market. Per acquisti più tradizionali facciamo tappa ai Negozi di Artesania, lungo Avenida Petit Thuars, dove ci infiliamo in un labirinto di coloratissime bancarelle. A Miraflores merita una visita la Huaca Pucllana, un’enorme costruzione preincaica in argilla. Le visite sono guidate (abbiamo pagato 7 soles, poco meno di 2 Euro) e durano un’oretta. Risalendo la lunga Avenida Arequipa ci dirigiamo verso Lima centro, il cuore antico della città. Per raggiungerlo attraversiamo il quartiere di San Isidro una periferia elegante con case di aspetto semplice in stile quasi preincaico. Raggiungiamo Plaza Major dove si affacciano il Palacio del Gobierno e la Cattedrale. Il primo fu per molto tempo residenza di Francisco Pizzarro, mentre nella Cattedrale riposano i suoi resti; la guida ci racconta che i limeñi venerano il condottiero spagnolo come fondatore della città, a differenza di tutto il resto del paese dove è considerato un sanguinario conquistatore. Spostandosi lungo Jiron Anchas si incontra la Iglesia di San Francisco, da non perdere, una delle più antiche e belle della città. Siamo quasi alla fine del tour; l’ultima tappa è il Gran Hotel Bolivar, in pieno centro storico, per assaggiare un buon bicchiere di Pisco Sur,il cocktail nazionale a base di pisco (liquore tipico), zucchero, limone e albume d’uovo. Siamo esausti: Lima è una città impegnativa…per gli occhi, perché c’è davvero tanto di cui riempirli, e per il corpo, che, alla fine della giornata, è impregnato di freddo e umidità. A SUD, LUNGO LA COSTA DELL’OCEANO PACIFICO Di buon mattino siamo sul nostro “pulmino responsabile”. Ci aspettano 300 km di Carretera Panamericana, direzione sud, tutta costa fino a Paracas. Questo periodo dell’anno, sebbene sia inverno, è il migliore per visitare il Perù: la stagione è secca e anche se sulle coste c’è spesso la garua, il clima sulle Ande è mite e soleggiato. La prima tappa è Pachacamac, città sacra di origine preincaica a circa 30 km da Lima. Pachacamac è il più importante degli antichi siti della valle del Rimac e merita una visita: prima dell’arrivo dei conquistadores fu utilizzato come centro cerimoniale anche dagli Incas che qui costruirono il Tempio del Sole. Dalla collina di arenaria su cui sorge si gode di una vista stupenda che spazia al di là della strada e raggiunge l’oceano. Riprendiamo il viaggio. Il paesaggio è incredibile: alla nostra destra le spiagge incontaminate e l’oceano verde-blu; alla nostra sinistra, il deserto con le sue dune giallo-arancioni. Stiamo pian piano uscendo dalla coltre nebbiosa di Lima e un timido sole fa capolino tra le nuvole, accendendo i colori del paesaggio. Dopo circa 3 ore siamo a Pisco, dove visitiamo una famiglia che, grazie all’aiuto di Perùresponsabile.it, ha ricostruito la propria casa distrutta dal terremoto nel 2007. PARACAS E LE ISOLE BALLESTAS Paracas, a poca distanza da Pisco, è nota per la famosa Riserva Nazionale che comprende una porzione di deserto e di oceano tra le più ricche del Perù dal punto di vista naturalistico. Le strade che partono dal suo punto di accesso sono per lo più piste nella sabbia, che il nostro “pulmino responsabile” solca con destrezza fino ad una piccola baia attrezzata con un molo e alcuni modesti ristoranti. Gabriele ha prenotato al “Tia Fela” un pranzetto a base di pescado, mariscos (pesce e frutti di mare) e chevice, specialità di pesce fresco marinato con succo di limone. Satolli, ci godiamo una splendida passeggiata sulla spiaggia – un po’ ventosa – in compagnia dei gabbiani. Il resto del pomeriggio lo passiamo in relax e la sera una birra in compagnia sul lungomare di Paracas. La mattina dopo raggiungiamo l’embarcadero per l’escursione alle Isole Ballestas. Questo arcipelago di isolotti e faraglioni a 15 kilometri dalla costa è un’attrazione da non perdere, ricchissimo di fauna marina e di uccelli di tutti i tipi! La guida ci illustra le varie specie, tentiamo di fotografarle sfidando il rollio della barca. Ci sono pellicani, cormorani nero, guanay e dalle zampe rosa, gabbiani, gallinazos de cabeza roja (una specie di avvoltoio), piccoli pinguini di humboldt che saltellano qua e là sulle rocce e leoni marini che si stiracchiano placidi al nostro passaggio. Sulla via del ritorno incontriamo anche un branco di delfini che gioca a nascondino con la nostra barca. Solo una precauzione: indossate un cappellino per proteggervi dagli sgraditi liquami che piovono dal cielo…non per nulla sono anche chiamate le “isole del guano”! I MISTERI DELLE LINEE DI NASCA Nel pomeriggio riprendiamo il nostro viaggio: destinazione Nasca. Di per sé questa località non ha grandi attrattive ad eccezione dei famosi tracciati che solcano la piana desertica attorno alla città, disegnando enormi figure geometriche e di animali. Ancora oggi l’origine e il significato restano avvolti nel mistero e generano affascinanti teorie sulla civiltà che popolò queste zone tra il 300 e l’800 dc. Una cosa divertente da fare, sulla strada tra Ica e Nasca, è il surf sulle dune del deserto a Huacachina: preparatevi a 10 minuti di adrenalina pura, su macchinine che sfrecciano velocissime sulla sabbia scavalcando dune alte come montagne! A Nasca abbiamo la fortuna di essere ospiti per due notti del Museo Antonini un centro italiano di ricerca archeologica precolombiana. Ci sistemiamo nelle camere affacciate sul bellissimo parco archeologico e visitiamo i reperti qui conservati. Alcuni di noi scelgono di fare il volo aereo sopra le Linee; altri, come me, si guardano bene dal montare su uno di quei velivoli piccoli e traballanti! Restiamo al Museo, in attesa dei nostri compagni, delle loro facce bianche e sconvolte e dei loro affascinanti racconti. Lasciamo Nasca il giorno seguente. Siamo di nuovo sulla Panamericana, ancora chilometri (600!) di lunghissima, spettacolare costa. Penso che queste spiagge sono bellissime, assolutamente deserte e selvagge. Penso che una natura così incontaminata è rara dalla nostra parte di mondo, dove il turismo di massa ha attrezzato ormai ogni centimetro disponibile. Vediamo il sole scendere e piano piano farsi buio, la nostra corsa continua, sul pulmino responsabile, tra canzoni intonate in gruppo e racconti di viaggio. VERSO LE ANDE, AREQUIPA Arriviamo ad Arequipa di sera. Siamo a 2400 metri sopra il livello del mare, sospesi al margine delle Ande. L’aria notturna è fresca e pulita, la città accogliente e animata. Ci sistemiamo all’Hotel Posada Ugarte, un alberghetto delizioso, vicino al centro. Alla luce del giorno Arequipa si svela in tutta la sua bellezza: è dipinta su uno straordinario sfondo di picchi vulcanici innevati e luccicanti dal sole, sotto un cielo azzurrissimo. E’ una città raffinata, pulita, elegante, dove si respira un’aria più intellettuale rispetto a Lima. Attorno a Plaza de Armas si raccolgono alcune delle più belle chiese e dimore d’epoca coloniale, dalla Cattedrale, alla Iglesia della Compagnia, all’Iglesia di Santo Domingo. Una delle attrazioni da visitare è il Monastero di Santa Catalina, dove predomina lo stile mudéjar che gli spagnoli ereditarono dai mori, uno splendido gioco di contrasti tra la pietra bianca e l’arancio e il blu brillante di soffitti e pareti. Poco lontano si trova il Museo Santuarios Andinos che custodisce la storia della mummia Jaunita. All’epoca degli Incas, questa giovane principessa fu condotta sul vulcano Ampato, oltre 6.000 metri di altezza, per raggiungere il Dio Sole Inti e compiere il suo destino di gloria. In nome del popolo fu sacrificata e il suo corpo si conservò rannicchiato tra i ghiacci per oltre 500 anni. Lasciamo Arequipa il giorno dopo un po’ a malincuore, come quando si lascia una bella compagnia. Ma ci aspettano le Ande, gli apu (spiriti) sacri agli Incas. Lassù si conservano le origini di una civiltà che, ogni giorno di questo viaggio, ci sembra sempre più straordinaria. CIVAY, IL CANION DEL COLCA. Il pulmino responsabile si arrampica deciso sulle vette; tutto attorno paesaggi brulli, inariditi dal sole a picco; greggi di alpaca o vicunas selvaggi che si aggirano nella pampa; l’aria è tersa, il cielo luminoso, ormai siamo ben oltre le nebbie costiere e i deserti, siamo circondati da montagne altissime e paesaggi spettacolari. Saliamo fino a 4.900 metri, al Mirador de los Andes. L’aria è veramente rarefatta; Gabriele ci raccomanda di non correre se non vogliamo stramazzare a terra svenuti; per precauzione ci muoviamo tutti al rallenty. Tempo di una foto e poi via. Scendiamo verso Chivay, 3.600 m sul livello del mare, dove ci fermeremo due notti. Chivay è una cittadina deliziosa, luogo di sosta per escursionisti e trekker; ha delle piccole terme, con piscine caldissime circondate dalle montagne, dove ci rilassiamo prima che cali il sole. Per la cena Gabriele sfodera il meglio di sé e ci porta al Kantuta, un ristorantino accogliente dove assaggiamo un sacco di specialità peruviane: carne di alpaca e di lama, pollo a la brasa, lomo saltado (carne saltata con cipolla e accompagnata da riso e patatine) e il mitico cuy, il porcellino d’india cotto sul fuoco, che a me fa più pena che gola. A Chivay alloggiamo all’Hostal La Pascana, all’angolo con Plaza de Armas. Facciamo due passi a piedi; la notte, a quasi 4.000, è molto fredda. Alzando lo sguardo al cielo vedo luccicare sopra di me un incredibile planetario di stelle e pianeti… capisco perché gli Incas adorassero gli astri, e queste montagne, in cui potevano sentirsi più vicini alle loro divinità celesti. La mattina dopo siamo al Canyon del Colca. Considerato il più profondo al mondo è anche una delle attrazioni naturali più belle del Perù. Il Mirador del Condor è il punto migliore da cui ammirare le sue profondità e i condor che volteggiano risalendo le gole. La valle è meravigliosa: nei suoi terrazzamenti preincaici sono ospitati ancora piccoli villaggi indios; tutto intorno, montagne imponenti, mandrie di lama e contadini con abiti tradizionali andini. a un passo dalle nuvole. Il lago Titicaca e l’isola di Taquile Da Chivay partiamo alla volta di Puno che raggiungiamo dopo circa 5 ore di viaggio. Siamo a 3.800 m sul livello del mare, anche se il mare sembra di averlo a un passo: le acque blu del Titicaca si distendono fino a perdita d’occhio, ma, all’orizzonte, spuntano le cime innevate delle grandi catene andine e sembra di poter afferrare le nuvole con una mano. Mi sento di fronte a uno scherzo della natura…o alle vedute ribaltate di Dalì! Ma siamo sul lago montano più grande al mondo. Da Puno partiremo per un’escursione all’isola di Taquile, ospiti di una delle comunità locali. Il viaggio in barca dura circa 3 ore; facciamo tappa alle isole galleggianti degli Uros, dove ancora vivono tribù indie che si rifugiarono qui per sfuggire agli Incas. Queste stranissime isole sono grandi zattere costruite con strati di canne palustri. Il capo tribù ci racconta che durante la stagione delle piogge è facile vederle muoversi in balia delle correnti. Ci intratteniamo un po’ con questa simpaticissima comunità, visitando le loro capanne e giocando con i bambini. Ad attenderci a Taquile c’è Edwin, con la sua numerosa famiglia. Dal porticciolo in cui approdiamo dobbiamo risalire 150 m di ripida collina per raggiungere la sua casa al centro dell’isola. Ma ne vale la pena: la vista dalla cima è spettacolare. Si scorgono rovine della civilità Tiahuanaco, che popolò quest’isola fino al 1200, quando gli Incas la conquistarono. Edwin è il “capo” di una delle antiche comunità isolane che da generazioni si tramandano gli usi, la lingua e lo stile di vita semplice degli indios. La sua casa è aperta ai turisti di Perùresponsabile.it; non c’è elettricità, i servizi igienici sono esterni. Lui e i suoi ci riservano un’accoglienza molto discreta, quasi timida. Ho la sensazione di vivere un’esperienza davvero fuori dal tempo e dal mondo. Sull’isola regna un silenzio irreale, scandito solo dai passi leggeri delle persone che la abitano e dalle loro voci lievi…l’ascolto della natura, e il rispetto per la terra e i suoi frutti, sono i soli elementi che danno il ritmo alla vita di queste persone. La cena è deliziosa, a base di trucha (trota) del lago, ortaggi e patate (papas), coltivate in gran quantità sull’isola. Dopo cena ci stringiamo tutti attorno al fuoco, per salutare la notte. VERSO CUZCO, L’OMBELICO DEL MONDO Cuzco è la prossima tappa. Lungo la strada – circa 6 ore di viaggio – ci fermiamo a pranzo a Calapuya, una piccola comunità sulle Ande, dove visitiamo la produzione di artigianato d’alpaca delle donne del paese: un bell’esempio di imprenditoria femminile. Da qui proseguiamo attraverso il Corridoio Puno-Cuzco con una sosta alla comunità di Raqchi per visitare il tempio di Viracocha e acquistare le ceramiche, tra le più rinomate del Perù. A Cuzco arriviamo di notte. La nostra casa, per una settimana, sarà il Caith, un centro di assistenza per ragazze che dalla campagna migrano in città per lavorare come domestiche. L’hogar si trova in un quartiere alto della città, ed è meraviglioso, da qui, lo spettacolo di luci che riempie la vallata. Vittoria, un fuscello di donna dal viso rugosissimo, i capelli color panna, e l’inseparabile sigaretta in bocca, ci ha preparato un piatto di spaghetti al sugo per cena: fantastico! Vittoria è italiana e più di 30 anni fa ha lasciato il suo mestiere di professoressa per trasferirsi in Perù e vedere se c’era qualcosa di buono da fare. Gli occhi le s’inumidiscono ancora mentre ci racconta con quanta fatica e tenacia ha messo su la sua casa per bambine. LA CITTA’ A FORMA DI PUMA L’ombelico del mondo. Così era chiamata dagli Incas che ne hanno fatto la capitale del loro impero. A Cuzco hanno dato il meglio di sè, progettando una città in perfetta armonia con gli elementi sacri della natura e utilizzando le migliori tecniche di costruzione. Gli spagnoli, invece, hanno fatto del loro peggio, depredando e distruggendo tutto quanto fosse possibile. Ma nonostante ciò questa città mi sembra straordinaria, vibrante com’è di contrasti, ombre e colori. Dovunque capita di vedere pareti di pietre scure perfettamente levigate nella parte inferiore, sormontate da muri bianchi con balconcini colorati. Due stili stridenti, l’uno che soggioga l’altro, metafora dell’inconciliabilità tra due culture che hanno lottato terribilmente in passato. In fondo la Cuzco moderna ha un’identità che va oltre l’eredità degli Incas e che esprime la sua bellezza proprio in questa difficile convivenza fra due anime. Ogni angolo di questa città trasuda storia e religiosità. Si può partire dal Koricancha, lungo Avenida de Sol. Al tempo degli Incas era il principale luogo religioso di Cuzco circondato di mura rivestite d’oro; rappresentava idealmente i fianchi del puma, l’animale sacro che dà forma alla città. Dal Koricancha si irradiavano dozzine di ceques, sentieri consacrati che si dirigevano verso altri piccoli centri cerimoniali (huacas) dell’impero. La costruzione incaica è ancora evidente nelle fondamenta e nelle stanze del Tempio del Sole, su cui gli spagnoli hanno costruito, in perfetto stile barocco, il Convento di Santo Domingo. La visita è molto interessante; dura circa 1 ora e mezza e consiglio di farsi accompagnare da una guida, basta richiederla in biglietteria. Il cuore del puma era Plaza de Armas, centro cerimoniale un tempo, oggi la piazza principale della città su cui si affacciano la Cattedrale e la Iglesia de la Compañia. Sotto i portici ci sono molti baretti e ristoranti carini per un pranzo veloce. Da Plaza de Armas si inerpicano verso la base della montagna degli stretti vicoli di pietra solcati da canali: un’altra opera di “ingegneria” incaica, per drenare l’acqua verso il centro della città. Tra stradine disseminate di piccoli negozi di artigianato, suonatori e mercanti, si arriva nel bellissimo quartiere di San Blas, un luogo po’ bohemien dove si trovano molti laboratori di gioielleria e botteghe d’arte e d’antiquariato. In calle Carmen Alto, poco distante, non si può saltare una visita al Coca Shop gestito da un simpatico peruviano di origini – e pure sembianze – italiane; davanti ad una profumata tazza di te alla coca vi racconterà quanti prodotti si possono realizzare con queste foglie, dalla cioccolata, ai biscotti, al gelato! A Cuzco ci siamo mossi principalmente a piedi; frequentissimi sono i taxi, o, meglio, le auto comuni trasformate in taxi dai loro proprietari per arrotondare lo stipendio. Sono affidabili, ma le tariffe vanno contrattate prima di salire in auto. Abbiamo mangiato bene un po’ dappertutto; in Calle Plateros, all’angolo con Plaza de Armas, ci sono buoni ristoranti – consiglio il Pucarà – così come lungo la salita per San Blas. Alcuni compagni di viaggio ci avevano segnalato anche il Cicciolina in Calle Triunfo ma non abbiamo fatto in tempo a provarlo! NEI DINTORNI DI CUZCO Il terzo giorno c’è in programma la visita ai siti incaici appena fuori città. Incurante dei quasi 3.400 m di altitudine, un piccolo gruppetto, di cui faccio parte anch’io, decide di noleggiare le mountain bike. Ci sono molte agenzie che organizzano questo genere di escursioni a Cuzco, in Calle Plateros ne troverete a volontà. Sono affidabili e con pochi dollari forniscono attrezzature, trasporto con pulmino e guida-ciclista-multilingue locale. Per accedere alle principali attrattive di Cuzco e dintorni ci siamo forniti di un biglietto turistico che dura 10 giorni. Il bici-tour inizia da Sacsayhuaman la fortezza che sovrasta la città e che nel progetto urbanistico incaico rappresentava la testa del puma. Proseguiamo verso il sito di Quenko, importante huaca, e poi di Puca Pucara. La strada in salita si fa sempre più impegnativa e i polmoni lamentano la mancanza d’ossigeno, ma, teniamo duro e con un ultimo sforzo arriviamo fino a Tambo Machay, il tempio delle acque destinato ai bagni di purificazione. Facciamo giusto in tempo a visitarlo prima che inizi a piovere! La nostra gita in bici finisce qui e ridiscendiamo verso Cuzco con il pulmino. NELLA VALLE SACRA Il giorno successivo ci attende la Valle Sacra, el Valle Sagrado, costellata di alcuni dei più bei siti archeologici di tutto il Perù. Si estende a nord-ovest di Cuzco ed è bellissima anche dal punto di vista naturalistico, racchiusa da alte montagne e attraversata da un fiume lungo e tortuoso. L’escursione conviene farla in due giorni, per dedicare il giusto tempo ai siti. Il primo giorno visitiamo Pisac; la piazza principale di questo paesino ospita un famoso mercato dove si trovano soprattutto collane e monili dipinti a mano. La zona archeologica si raggiunge con una ripida arrampicata, passando attraverso terrazzamenti ancora coltivati e godendo di uno splendido panorama sulla valle. Da Pisac proseguiamo per il paese di San Salvador fino alla valle del Watanay dove visitiamo i resti della cittadina di origini preincaiche Pikillakta. Proseguiamo per gli antichi terrazzamenti agricoli di Tipon, scavati in una stretta gola tra le montagne. Il giorno dopo siamo a Chinchero, nota per la muraglia Inca e per la chiesa coloniale che conserva dipinti della Scuola di Cuzco. Incantevole il paesaggio intorno, con le cime innevate del Salcantay che si profilano all’orizzonte. Facciamo visita a una comunità di donne artigiane che tessono e colorano la lana di alpaca secondo tecniche tradizionali. Proseguiamo per Moray, un altro centro agricolo davvero spettacolare, costituito da enormi terrazzamenti circolari ricavati in una valle e irrigati attraverso un sistema di canali di pietra. A breve distanza si trovano le Salinas. Per arrivare bisogna percorrere una stradina sterrata lungo il fianco della montagna…ci affidiamo alla destrezza dell’autista (e agli spiriti delle montagne!) evitando di guardare dal lato del dirupo! Da lontano le saline appaiono come una lingua bianca incastonata tra montagne color porpora. Bellissime. Raggiungiamo Ollantaytambo, all’estremità settentrionale della Valle Sacra, dominata dalla fortezza scavata sul fianco della montagna. Da qui non ci sono più strade per proseguire. Ci imbarchiamo sul Perù Rail, il trenino che ci porterà fino ad Aguas Calientes. Il servizio è ottimo, compreso di packed lunch. Il viaggio suggestivo: ci addentriamo nella strettissima valle, seguendo il corso del fiume Urubamba, le montagne si fanno sempre più alte e ripide, e la vegetazione fitta e rigogliosa. Ci stiamo avvicinando alla zona amazzonica; Aguas Calientes sembra un villaggio nella giungla, l’aria è calda e umida, il paesaggio lussureggiante. Per la notte ci sistemiamo al Rupa Wasi. . LA CITTADELLA AVVOLTA DALLE NEBBIE Macchu Picchu Bisogna svegliarsi davvero presto per vedere questa “meraviglia del mondo”. Alle 4.30 siamo già in piedi: i pullman che da Aguas Calientes portano sulla montagna partono alle 6.30 e durante tutto il giorno travasano centinaia di turisti dentro le mura di Macchu Picchu. Questa escursione conviene prenotarla con molto anticipo, prima di partire per il Perù. Alle 5 del mattino c’è già una folla di turisti in attesa! Ma il servizio è efficiente: la coda è smaltita velocemente e poco dopo le 7 siamo già sul pullman. Dal punto in cui ci lascia bisogna fare una breve ma ripida salita a piedi per raggiungere l’ingresso del sito. Arrivando il mattino presto si ha il vantaggio di non trovare ancora eccessivo affollamento e potersi godere l’atmosfera di questo luogo magico. Macchu Picchu a quell’ora è completamente avvolta dalle nebbie. Si ha la sensazione di essere sospesi nel vuoto. Per una buona ora le nuvole ci fanno i dispetti, oscurando ora questo ora quel lembo del panorama. Ma quando finalmente si dissolvono lo spettacolo lascia senza fiato. Ancora una volta, e più di tutte le altre, gli Incas ci sorprendono per la genialità e perfezione delle loro opere. La cittadella è arroccata sul crinale della montagna, nascosta alla vista di chi percorre la valle sottostante; sfuggita alla conquista degli spagnoli, che non la trovarono mai, conserva palazzi e templi quasi integri. I pendii scoscesi della montagna sono solcati da terrazzamenti spettacolari. Ogni elemento di queste rovine, ogni pietra, ha un significato ben preciso nella visione incaica del cosmo ed è perfettamente incastonato nel paesaggio naturale che lo circonda. Più ancora della bellezza architettonica di questa cittadella, ciò che sorprende è la forza spirituale che emana. La visita guidata dura oltre 2 ore. Da questo posto incantevole non vorremmo più andarcene; è uscito il sole e vista da un punto un po’ più alto Macchu Picchu sembra un quadro dipinto. Indugiamo ancora un po’, prima di fare ritorno a casa. Siamo di nuovo a Cuzco. Ultimo giorno nella città imperiale. L’indomani ci imbarchiamo su un volo per Lima, dove ci fermeremo ancora un giorno prima di far ritorno in Italia. La città della garua ci accoglie, eccezionalmente, con un timido sole. L’ultimo pomeriggio in Perù lo dedico ad una passeggiata sulla spiaggia in riva all’oceano, mentre quel timido sole sta tramontando e i surfisti volano sulle ultime onde buone della giornata… ripenso a tutte le cose che ho visto e imparato, alle persone che ho incontrato. Ripenso a quelle magiche montagne, ringrazio gli apu per avermi concesso il loro sacro cospetto e prego perché, da lassù, veglino sul nostro futuro.



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