Gli States a ritmo di rock

Lo scorso anno, io e il mitico fidanzato, Al ci eravamo messi a discutere sulla destinazione delle vacanze 2008. Ebbene, ebbi un lampo di genio: perché non realizzare il sogno che mi porto dietro sin da bambina? La West Coast ...

  • di Dany C.
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  • Viaggiatori: in coppia
 

Lo scorso anno, io e il mitico fidanzato, Al ci eravamo messi a discutere sulla destinazione delle vacanze 2008. Ebbene, ebbi un lampo di genio: perché non realizzare il sogno che mi porto dietro sin da bambina? La West Coast americana, un tour tra cowboys, polvere rossa, hamburger e bisteccone alla griglia. Va bene, va bene, lo ammetto... per convincere Al ho dovuto mentirgli! Non eravamo mai stati tante ore in aereo e quindi quando mi ha chiesto quanto tempo ci sarebbe voluto per arrivare a San Francisco, gli ho risposto candidamente... otto ore!! Superato lo scoglio iniziale (la mia bugia è poi stata ovviamente scoperta ben presto), mi è venuto il panico: rivolgiamoci a un’agenzia, è così lontano da casa, così immenso che ho paura di sbagliare tutto! La vacanza fu emozionante, ma carissima e durò soltanto una decina di giorni, in quanto molte tappe ci furono tagliate perché giudicate “inadatte al turismo”. Ci giurammo allora che saremmo tornati sulla West Coast nel 2009, per almeno 3 settimane, visitando tutti i posti che non eravamo riusciti a vedere e tornando in quelli che ci avevano colpito in modo particolare. E’ proprio questo il viaggio di cui voglio parlarvi, organizzato in totale autonomia. Tutti possono farlo, basta conoscere l’inglese, saper usare internet e i racconti di viaggio di persone che mettono le loro esperienze a servizio di altri viaggiatori, ma soprattutto avere fantasia, voglia di fare e... una bella cartina da stendere sul pavimento mentre si traccia l’itinerario!!!

Partiti in ritardo coi preparativi, visto che 3 settimane non sono proprio poche e che non sapevamo se i rispettivi lavori ce l’avrebbero permesso, abbiamo cominciato ad organizzare tutto soltanto verso maggio. Avevamo una bozza di itinerario, ma la priorità era quella di divertirsi, di scoprire la vera America e soprattutto di evitare le tappe massacranti alle quali ci avevano costretto l’anno precedente. Abbiamo controllato tutti i giorni i siti delle compagnie aeree e finalmente la combinazione giusta è saltata fuori: Roma-Los Angeles-Roma a circa 1000€ per due persone, tutto incluso, con la US Airways!! Abbiamo prenotato subito e poi il secondo passo è stato quello di bloccare anche l’auto. La scelta è caduta sulla Dollar, che proponeva un notevole risparmio rispetto alla Hertz, utilizzata in tutti i nostri viaggi. Col senno di poi posso confermare che è economica, certo, ma che bisogna fare attenzione alle auto che vi danno, visto che alcune sono molto vecchie e quindi tenderanno a darvi problemi, scoprirete più avanti il perché!

24 Agosto

La mattina della partenza ero a dir poco terrorizzata. Avevo organizzato tutto io, con Al che – con grande invidia delle mie amiche – mi aveva lasciato carta bianca, ed ero entrata in una specie di fase da ansia di prestazione: finché c’è un’agenzia, se qualcosa non va come dovrebbe c’è sempre chi incolpare, o qualcuno a cui rivolgersi. Stavolta sarebbe stata solo colpa mia e tutti mi avevano detto anche cose tremende sulla US Airways, quindi ero stravolta quando siamo arrivati a Fiumicino! Quasi a confermare le mie paure, il volo è arrivato con un’ora di ritardo. Abbiamo rischiato di perdere la coincidenza per Los Angeles a Philadelphia, ma mi ero preoccupata di fare il check-in online, bloccando i posti che, con mia grande delusione, ci vedevano separati per il secondo volo. Consiglio assolutamente di fare lo stesso, 24 ore prima della partenza: una volta a Philadelphia, tutti quelli che non avevano fatto il check-in online né confermato i posti a Roma sono rimasti a terra per via dell’overbooking. Il nostro era l’ultimo volo di quella sera, quindi i poveri malcapitati hanno dovuto dormire in aeroporto e prendere il primo aereo all’alba.

L’arrivo a Los Angeles è stato traumatico: avevo assaggiato il pollo piccante che sull’aereo ci avevano servito per pranzo ed avevo un mal di stomaco incredibile. Aggiungete pure il fatto che il bus della Dollar era climatizzato a temperature da Era Glaciale e capirete come mi sentivo! Siamo arrivati negli uffici Dollar alle 23 circa, c’era una fila incredibile e quando è toccato a noi, praticamente gli ultimi, ci hanno detto che era disponibile solo una Kia. Non eravamo entusiasti ma, grave errore, non ci siamo nemmeno premurati di controllare quante miglia avesse percorso l’auto. Eravamo stanchissimi e quindi ci siamo subito fiondati all’hotel Ramada Lax, scelto come appoggio per la prima e l’ultima notte a Los Angeles in quanto è vicinissimo all’aeroporto e anche abbastanza economico. Solo... non aspettatevi il grand’hotel! Le stanze sono spaziose, ma sa tanto di albergo a ore e nonostante la carinissima piscina a disposizione degli ospiti, la mattina dopo siamo praticamente fuggiti via! La pulizia per me è al primo posto nella scala delle cose importanti in un hotel e al Ramada purtroppo non la pensano allo stesso modo, peccato!

25 Agosto

Dopo aver caricato i borsoni semi-vuoti (ok lo ammetto, avevamo pianificato una tappa a Las Vegas apposta per andare a svaligiare gli outlet in città!), partiamo alla volta della Death Valley, dove alloggeremo allo Stovepipe Wells Village. Per strada ci fermiamo a comprare le scorte che ci dureranno per quasi tutto il viaggio: patatine di ogni genere (gli americani vendono anche una specie di mix di patatine e salatini nella stessa busta), popcorn dolce e salato, biscottini... tutta roba sana, ovviamente!!! Prendiamo un cappuccino lì vicino, prima di preparare accanto a me tutte le cose che mi hanno accompagnata per ben tre settimane. La Canon reflex digitale con obiettivo 24-70, la compatta e la videocamera. Ci è capitato più volte di voler immortalare qualcosa in punti dove magari non si poteva parcheggiare, per cui (senza causare incidenti ovviamente) avendo tutte le macchine fotografiche a disposizione, mi bastava che Al rallentasse un po’, abbassasse il mio finestrino e zac! Foto fatta. Poco “professionale”, ma molto utile!

La strada che porta alla Death Valley da Los Angeles è decisamente degna di nota. Il panorama è veramente spettacolare e in alcuni punti siamo passati con la macchina in mezzo a costoni di roccia dai colori brillantissimi per via del sole. Proprio il caldo e il sole però rendono quasi impossibili le escursioni a piedi. Nelle ore più calde riuscivamo a scendere per pochissimo tempo dalla macchina, sempre con il cappellino, perché l’aria era davvero soffocante. Arrivati finalmente allo Stovepipe Wells Village, uno degli unici due punti abitati della valle (l’altro è Furnace Creek), siamo rimasti un po’ sorpresi dal vedere che tutti gli impiegati, da quelli della stazione di rifornimento a quelli del negozietto di alimentari/ricordini, sono molto anziani. Non abbiamo mai visto un impiegato giovane della Xanterra, il sito che gestisce le prenotazioni in questo e altri parchi... ma dove saranno finiti? La nostra stanza a prima vista è molto carina, spaziosa, con frigo bar, aria condizionata, tv... Il prezzo è anche un po’ elevato, perché avremmo dovuto avere la “sand dune view”, cioè la vista sulle dune di sabbia. Peccato però che delle dune di sabbia non ci sia nemmeno l’ombra (la stanza è orientata in quella direzione ma non si vedono dalla finestra come promesso), che il condizionatore sia assolutamente rumoroso (notte in bianco) e che, nel bel mezzo della notte, quando mi sono alzata per andare in bagno, mi sia trovata davanti uno scarafaggio enorme che zampettava allegramente accanto alla doccia. Orrore!!!

In ogni caso, abbiamo girato tutte le zone della Death Valley indicate dalla mia guida Routard (Usa Ovest, i parchi nazionali), ovvero quelle dove non c’era bisogno di un fuoristrada. Abbiamo anche provato ad avventurarci nel Titus Canyon, una strada sterrata a senso unico, lunga ben 26 miglia, ma quando il percorso si è fatto troppo difficoltoso per la nostra Kia, siamo stati costretti a tornare indietro per andare a vedere invece il Golden Canyon. Si tratta di un canyon lungo 3km, completamente giallo, che si attraversa a piedi, avendo quindi modo di osservare da vicino le meravigliose formazioni geologiche. In alcuni punti bisognava quasi arrampicarsi sulla roccia per proseguire, ma nonostante avessimo portato cappellini e acqua fresca, non siamo riusciti a completare il percorso. La macchina ci diceva che la temperatura era superiore ai 45° e l’aria era diventata irrespirabile, tanto era rovente. Un po’ scoraggiati, siamo tornati in auto e proseguendo sulla stessa strada abbiamo trovato il Twenty Mule Team Canyon, una stradina, anche questa a senso unico, che compie un percorso circolare di circa 8km, attraverso rocce colorate, massi enormi dalle forme strane e sabbia. La strada è stretta e sterrata, ma a patto di essere prudenti e moderare la velocità, è fattibile anche con una berlina come la nostra. Tornati sulla strada principale, abbiamo visitato il Devil’s Golf Course, che da lontano sembrava un’immensa distesa d’acqua, tanto da far pensare a un vero e proprio miraggio! La luce riflette infatti su questa enorme distesa di sale, l’unica traccia rimasta di un antico lago prosciugatosi tanto tempo fa. Il vento ha scolpito la zona così che si sono create delle zolle bianche, sollevate dal terreno. Il paesaggio che si vede dal parcheggio è quasi lunare!

La tappa successiva è stata Badwater, il punto più basso di tutto l’emisfero settentrionale: 86 metri sotto il livello del mare. Una volta parcheggiata l’auto, guardate la parete di roccia in alto alle vostre spalle, è lì che viene indicato, da una scritta bianca a malapena visibile, il livello del mare, così da far capire quanto sia bassa Badwater. Del grande lago salato che esisteva qui una volta è rimasta solo un po’ d’acqua in quello che le guide indicano come uno stagno e che a noi è sembrata una grossa pozzanghera. Ma in quest’acqua ci sono micro-organismi e insetti, nonostante il sale e il clima così estremo. Il percorso è infatti protetto da un pontile di legno e non si può assolutamente toccare l’acqua o le zolle di sale, per non distruggere questo miracolo della natura.

Di ritorno verso lo Stovepipe Wells Village, ci siamo fermati a Dante’s View, un promontorio al quale si accede tramite una strada stretta e in salita... l’ultimo km è molto faticoso per le auto, infatti la pendenza è del 15% quindi bisogna fare attenzione! Una volta lì però si gode di una vista spettacolare sulla maggior parte della Death Valley. Il sole cominciava ad abbassarsi, colorando le distese di sale di un giallo oro molto particolare, avremmo voluto fermarci di più ma ci era stato detto che il tramonto a Zabriskie Point è imperdibile, quindi siamo corsi lì in tempo ma... sono rimasta molto delusa. Il posto è bello, però sarebbe stato da godere in silenzio, invece era pieno zeppo di turisti, soprattutto francesi, che non facevano altro che parlare ad alta voce e ridere sguaiatamente. Se l’avessimo saputo prima saremmo rimasti a Dante’s View!

Eppure... mentre tornavamo al nostro motel, all’altezza di Furnace Creek ho visto due sagome avanzare verso la nostra auto. C’era ancora luce e non essendoci nessun altro in giro ho chiesto ad Al di fermare subito la macchina: erano due coyote! Per niente spaventati dalla nostra presenza, non hanno nemmeno rallentato, mentre noi facevamo foto e video, hanno attraversato la strada in tutta calma. Poco più avanti, ne abbiamo visto un altro che faceva lo stesso. Va da sé che questi animali non vanno né toccati né avvicinati, perché possono essere pericolosi, ma a noi sono sembrati carinissimi, in quanto non abbiamo fatto alcun gesto per loro minaccioso e quindi li abbiamo ammirati per qualche minuto, assolutamente sconvolti dall’incontro. Insomma, li avevamo visti soltanto in tv a SuperQuark ed ora passeggiavano con calma proprio davanti a noi!! Ancora emozionati dall’incontro, siamo finalmente andati a cena al ristorante dello Stovepipe Wells Village, che offre prezzi medi per cibo nella norma e un menu alquanto scarno. E’ stato quando abbiamo alzato gli occhi al cielo, in procinto di entrare in camera, che abbiamo trattenuto il fiato. Sopra di noi c’era lo spettacolo più bello che avessimo mai visto: milioni di stelle, piccole e grandi, in un cielo nero come la pece, che addirittura permetteva di vedere la via lattea a occhio nudo. Non riuscivamo a staccare gli occhi da quella meraviglia, tuttora ci vengono i brividi nel ricordare quella notte, ma alla fine ci siamo rassegnati a rientrare. Speravamo di dormire un po’, ma il condizionatore ce lo ha impedito e purtroppo non potevamo farne a meno, visto il caldo!

26 Agosto

Dopo la notte insonne, abbiamo provato a riprenderci con un po’ di colazione. Purtroppo il negozietto del Village non offriva altro che cookies in scatola o merendine confezionate, qualche succo di frutta e un caffè fatto da una macchinetta vecchia e poco pulita. Siamo ripartiti con qualche cookie in pancia e tanta voglia di rivedere Las Vegas. Appena entrati in Nevada abbiamo fatto una fotografia al classico cartello “Welcome to Nevada”... era completamente sforacchiato, qualcuno gli aveva sparato!! La nostra macchina intanto aveva cominciato a darci problemi. Innanzitutto c’erano scricchiolii un po’ dappertutto e poi una ruota anteriore aveva iniziato a fare un rumore strano, talmente forte che si sentiva nonostante lo stereo. Arrivati a Las Vegas abbiamo anche bucato, stavolta la ruota posteriore, ma abbiamo subito avuto modo di constatare l’efficienza americana: in un centro di assistenza specializzato con 18$ e pochi minuti ci hanno sistemato la ruota, ma non il rumore, che pareva fosse dovuto a un cuscinetto che si era rotto. Intanto, avendo già perso mezza giornata, abbiamo deciso di andare a posare i bagagli nel nostro hotel, il Luxor. Quanto mi era mancata la Strip! So che è eccessiva, colorata, anche di cattivo gusto, ma a me piace esattamente così com’è, mi mette allegria! Quest’anno però abbiamo trovato tantissimi cantieri aperti e quindi la viabilità è stata un vero caos: traffico ovunque, strade interrotte e uscite della freeway chiuse. A quel punto ci siamo detti: perché non andare al Premium Outlet, uno dei due di Las Vegas, per fare un po’ di shopping? C’eravamo già stati l’anno scorso e ci era piaciuto di più dell’altro Outlet in quanto questo è all’aperto, mentre l’altro è un vero e proprio centro commerciale chiuso e un po’ triste. Parcheggiata l’auto, abbiamo portato i soliti cappelli: proprio perché è all’aperto, si rischiano scottature in quanto il sole a Las Vegas è molto forte e non ce ne ricordiamo soltanto grazie ai vaporizzatori posizionati ovunque, che spruzzano acqua vaporizzata per rinfrescare i clienti. Meglio non rovinarsi il soggiorno con un’insolazione!

Il tempo è volato come al solito e, prima che ce ne rendessimo conto, anche tutto il pomeriggio! Siamo tornati al parcheggio verso le 19, carichi di buste contenenti scarpe, jeans, felpe e regali per tutti gli amici e i familiari rimasti a casa. Meno male che il cofano della Kia, già ingombro di bagagli, è veramente grande!

Al Luxor scopriamo che all’interno dell’hotel c’è anche un botteghino della Dollar, la compagnia che ci ha noleggiato l’auto, ma è aperto poche ore al giorno e quindi la receptionist ci consiglia di andare direttamente in aeroporto per parlare con un tecnico riguardo all’auto. Anche se il Luxor non è centralissimo, a noi piace molto come hotel. Tutto in stile egizio, accoglie i visitatori con statue e sfingi enormi e offre un servizio di tram che lo collega ad altri hotel sulla Strip, la strada principale di Las Vegas, ovvero il Las Vegas Boulevard. La nostra stanza si trova nell’enorme piramide, è bella grande, pulitissima e affaccia sulle belle piscine dell’hotel. Troppo stanchi per andare in giro, decidiamo di cenare al buffet All Inclusive del Luxor. Qui ogni hotel offre uno di questi buffet, a colazione, pranzo o cena. Si paga un biglietto di ingresso, poi una volta dentro, varie “isole” offrono cibo di tutti i tipi e bibite. Ci si può servire ogni volta che si vuole, appunto per questo si chiama “all you can eat”! Quello del Luxor è ambientato in un antico scavo archeologico, i tavoli non sono moltissimi, ma non abbiamo trovato molta fila all’ingresso, così, dopo aver ordinato le bibite, ci siamo avventurati attraverso le varie stazioni. Proponevano cibo italiano (che noi all’estero evitiamo sempre), messicano, americano, cinese, giapponese, sushi, insalate.. Insomma era veramente impossibile assaggiare tutto! Considerate tra l’altro che ci sono anche decine di dolci tra i quali scegliere, quindi dovevamo lasciare un po’ di spazio nello stomaco anche per quelli! Noi abbiamo mangiato un po’ di tutto quello che ci attirava ma inevitabilmente siamo usciti di lì pieni come uova e con la promessa di fare molta attenzione a questi buffet che attentano alla linea!

27 Agosto

Stamattina siamo andati in aeroporto a Las Vegas, ma ci abbiamo impiegato un bel po’ a causa degli ingorghi causati dai lavori. Una volta arrivati nel settore Rented Cars, abbiamo trovato la Dollar e, un po’ preoccupata che volessero addebitarci il danno, ho parlato con un tecnico del nostro problema. Il gentilissimo signore ha semplicemente annuito e ci ha detto che avremmo potuto cambiare auto, senza nemmeno verificare l’effettiva presenza del guasto. Avremmo però dovuto scegliere un’auto targata California, in quanto dobbiamo riconsegnarla a Los Angeles, per cui, anche se Al aveva scelto una macchina più maneggevole, ci viene affibbiata un’enorme Toyota Avalon, berlina sì, ma dalle misure spropositate! Era un’auto di categoria luxury, ma io avrei preferito a quel punto un fuoristrada! Non era possibile però, quindi ci siamo accontentati e siamo ripartiti. Tutta la fila, il traffico e la trafila burocratica ci hanno però rovinato la giornata: avevo previsto una tappa allo Shelby Museum nel primo pomeriggio, perché Al è un appassionato di motori e in questo museo, che si trova accanto alla Speedway di Los Angeles, sono esposte tante auto da corsa, antiche e di quelle ultra-moderne che corrono la Nascar. Anche se siamo arrivati cinque minuti prima della chiusura, la signora alla biglietteria ci ha detto che erano già chiusi. Tornati in hotel, ci siamo consolati con la piscina del Luxor. Il sole però era veramente fortissimo e si poteva tollerare solo restando in acqua tutto il tempo. Dopo circa un paio d’ore Al, preoccupato per me, visto che ho la pelle chiarissima, mi ha proposto di fare una doccia e poi rimetterci in marcia per scovare qualche altra cosa carina in città. Nemmeno un’oretta dopo, ci siamo messi a gironzolare senza meta e siamo approdati in un supermercato Wholesome Foods. Si tratta di una catena che offre alimenti sani e biologici... a noi è sembrato un supermarket da ricchi, ma ci è piaciuto molto! L’interno era ordinatissimo, pulito e profumato; le merci erano un po’ care ma sempre biologiche e di ottima qualità. Abbiamo comprato alcune cose, tra le quali finalmente un bel po’ di spring water! Non sopportavo più l’acqua purificata (purified water), cioè distillata e dal sapore orrendo, che avevamo trovato alla Death Valley e nei negozietti a Las Vegas.

Dopo una cena da Denny’s, diner stile anni’50 aperto tutta la notte e con prezzi modici, che ci ha offerto anche la connessione wi-fi gratis, siamo tornati in città. Non paghi ci siamo ri-tuffati nel traffico della Strip per vedere qualche altro spettacolo. Ma i lavori in corso (anche di notte!!!) hanno di nuovo rovinato i nostri piani in quanto ci hanno permesso di guardare solo lo spettacolo del vulcano che erutta al Mirage. Molti degli altri spettacoli gratuiti li avevamo già visti l’anno scorso ma per pochi minuti ci siamo persi lo spettacolo di musica e danza al Caesar’s palace e... un’esposizione di automobili sempre nello stesso hotel... povero Al, tutto contro di lui!! Passata la mezzanotte, anche se avremmo voluto continuare a folleggiare in giro per Las Vegas, ci si chiudevano gli occhi e abbiamo quindi deciso di tornare in camera.

28 Agosto

Grazie al fast checkout, siamo riusciti a partire molto presto da Las Vegas. L’aria era già rovente e quindi abbiamo caricato prima l’auto con i bagagli, poi siamo andati ad esplorare un po’ l’hotel. Abbiamo fatto colazione in uno dei due Starbuck’s all’interno della struttura e poi Al ha deciso che non avremmo potuto certo lasciare la capitale del gioco senza giocare alle slot machine! Ed appunto si è trattato solo di 4$, ma ci siamo divertiti veramente tanto.

Siamo arrivati al Ruby’s Inn, nello Utah (attenzione, nello Utah la lancetta dell’orologio va spostata in avanti o indietro di un’ora, a seconda dell’ora legale!), quasi per ora di pranzo e abbiamo scoperto che avevano organizzato una specie di festival western proprio lì. Lo confesso, io adoro i cavalli e adoro la monta western, quindi prima ancora di capire bene di cosa si trattasse, avevo già comprato due biglietti ($10 l’uno) per il rodeo che si sarebbe tenuto quella sera nel campo di fronte all’hotel. Non lontano dalla nostra stanza – arredata in stile western, molto pulita e spaziosa – cowboys e cowgirls stavano allegramente cantando al karaoke, bevendo the freddo e limonata. Tutto molto americano! Dopo aver comprato dei sandwich freddi, ci siamo finalmente avventurati nel parco, il Bryce Canyon, vicinissimo al Ruby’s Inn. Proprio all’ingresso, dove c’è la targa col nome del parco nazionale, abbiamo conosciuto una simpatica famigliola di tedeschi che ci hanno chiesto di fare loro una foto e... di poter dare un’occhiata alla mia canon e soprattutto all’obiettivo Sigma che durante tutto il viaggio ha attirato l’attenzione di molti fotografi. Una cosa però ci ha lasciato perplessi: dopo aver fatto la foto, la famigliola ha girato l’auto ed è tornata indietro. La loro visita al parco è stata... fare la foto davanti all’insegna, per non pagare il pedaggio ai ranger! Non aveva molto senso, ma era già tardi e non ci siamo soffermati poi troppo sulla loro decisione. Bryce è un parco che secondo me avrebbe meritato più del tempo che gli abbiamo dedicato. Ci sono tanti alberi e aquile, ovunque vedrete i simpaticissimi tamias, degli scoiattolini piccolissimi e se sarete fortunati come noi, anche i cani della prateria... lo confesso, erano così teneri che mi sarebbe piaciuto poterli accarezzare scoprire se erano morbidi come sembravano!

Arrivati al Navajo Loop, percorso che pare sia imperdibile, ho iniziato a fare foto ai famosi hoodos, le colonne rocciose che caratterizzano il parco, stupefatta dai tantissimi colori e sfumature che aumentavano e diminuivano a seconda dell’intensità del sole (purtroppo il tempo era piuttosto variabile), quando ad un tratto Al mi guarda e dice “Eh si però il Grand Canyon era molto più bello...” Siamo scoppiati a ridere e, accanto agli alberi, abbiamo fatto caso ad alcuni rumori sibilanti. Mi ero informata prima di partire sui serpenti a sonagli e (grazie youtube) ho riconosciuto il loro verso, ce n’erano alcuni in mezzo all’erba alta: può essere molto pericoloso uscire dai sentieri segnati!

Uno sguardo al sentiero del Navajo Loop ci ha però spaventati. Il percorso è estremamente ripido e non ci sono balaustre o altro per aggrapparsi in caso di scivoloni. Per non parlare del fatto che tutta quella strada in discesa avremmo dovuto ripercorrerla in salita e sotto il sole! Il rodeo avrebbe avuto inizio di lì a poche ore, quindi rischiavamo di perdere anche quello. Abbiamo a malincuore deciso di saltare quel trail, rimettendoci in macchina per vedere il resto del parco senza perdere tempo: ne avevamo fin troppo poco!

Ci siamo fermati a tutti i viewpoint indicati sulla mappa gentilmente fornita dal ranger all’ingresso, facendo fin troppe foto e chiedendoci come mai l’anno scorso non ci eravamo accorti della massiccia presenza di corvi, che sembrano anche piuttosto a loro agio, al punto di appollaiarsi accanto a me mentre Al mi stava scattando una foto, per niente impauriti!

Il rodeo del Ruby’s Inn non era grande quanto me lo aspettavo, ma il motivo è presto detto. In Utah il rodeo è lo sport più importante e tutti i campioni o quantomeno gli adulti che lavorano in questo campo si riposano in estate in attesa del campionato vero e proprio e dei grossi eventi che fruttano fior fiori di quattrini. Non potrebbero dunque rischiare un infortunio per via di un rodeo piccolo, organizzato per i turisti, perché li costringerebbe a rinunciare alle gare più importanti! Scopriamo inoltre che esistono delle vere e proprie scuole di rodeo, di vari livelli e che in genere nei ranch la gestione è quasi interamente familiare, tutti aiutano con i cavalli e il bestiame e quindi... anche i bambini iniziano prestissimo a competere! Dopo alcune esibizioni di ragazzi e dei due proprietari dei ranch che partecipavano, abbiamo assistito a un vero e proprio “rodeo dei piccoli”. I bambini, dai 5 anni in su, salivano su animali via via più grossi, a cominciare dalle pecore, fino ad arrivare a vitelli e torelli per niente docili. Mentre il resto del pubblico rideva e applaudiva, io e Al siamo rimasti senza fiato: in un paio di occasioni un bambino ha rischiato di rompersi una spalla e un altro la spina dorsale. Non si rialzavano più e nonostante la presenza dei dottori e il fatto che era evidente che il piccolo si era fatto male, la folla continuava a incitare e a chiedere di proseguire. Questo forse mi ha rovinato un po’ l’atmosfera, ma per fortuna dopo l’ultima caduta i giudici di gara hanno preferito passare alla specialità del barrel racing. Avendo fatto equitazione western a livello agonistico fino ai 15 anni (sigh), sapevo già di cosa si trattava, della corsa a tempo attorno a 3 grossi bidoni, fino a formare una specie di “nodo”, senza far cadere il cappello o i bidoni stessi. Ebbene, anche qui hanno corso quasi tutti i figli, nipoti e parenti dei proprietari dei due ranch! Una bimba era talmente piccola – e già con un braccio rotto – che il papà l’ha piazzata su un cavallo altissimo e l’ha guidata lui di corsa attraverso il percorso. Certo, era dolcissima, ma continuiamo a chiedermi se sia un modo di fare giusto oppure no..

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