Un mondo ritrovato

“Is Iraq another Vietnam?” Titolano i giornali di tutto il mondo dopo le sconvolgenti rivelazioni fatte da alcuni marines pentiti riguardo a presunti stupri collettivi a danno di giovani donne iraqene e ad uccisioni gratuite perpetrate tra la popolazione civile. Ancora una volta la storia non ha insegnato niente! Si aspettano nuove...
 
Partenza il: 30/09/2006
Ritorno il: 14/10/2006
Viaggiatori: fino a 6
Spesa: 2000 €

“Is Iraq another Vietnam?” Titolano i giornali di tutto il mondo dopo le sconvolgenti rivelazioni fatte da alcuni marines pentiti riguardo a presunti stupri collettivi a danno di giovani donne iraqene e ad uccisioni gratuite perpetrate tra la popolazione civile. Ancora una volta la storia non ha insegnato niente! Si aspettano nuove clamorose rivelazioni, che per quanto efferate non potranno mai eguagliare i disumani crimini accaduti in Vietnam dove si è combattuta una guerra spietata, atroce e barbara che segnò profondamente le coscienze del mondo intero, ma, a quanto pare, non abbastanza.

Sono a Saigon da un solo giorno e non riesco proprio a fare a meno di pensare alla guerra. Quando si tocca il suolo vietnamita i pensieri vanno inesorabilmente alla Guerra Americana, come la chiamano i vietnamiti, e più che mai quest’anno perché com’è riportato dai molti manifesti sparsi un po’ dappertutto in città, il 25 aprile del 1975, ricorreva il trentesimo anniversario della fine della guerra del Vietnam. 30 settembre 2005 SAIGON [… A Saigon, che oggi si chiama Ho Chi Minh, si respira ancora l’atmosfera di quel tempo perché dopo la guerra non è cambiato niente. La città si è addormentata e aspetta un principe che la risvegli con un bacio…] La gran quantità di moto che circola per le strade è la prima cosa che colpisce quando si arriva a Ho Chi Minh. Vicino l’aeroporto, un cortile, grande almeno quanto un campo da calcio, è pieno zeppo di motorini ordinatamente parcheggiati.

Al calar del sole il movimento continuo di moto, motorini e biciclette aumenta diventando un’ondata fluttuante. Mi chiedo come facciano ad andare avanti e soprattutto a non avere incidenti. Dove andrà mai tutta quella gente? Non va da nessuna parte! Semplicemente passeggia. A differenza di noi che lo facciamo a piedi in piazza o sotto i portici, i vietnamiti lo fanno in moto per strada. Girano per conoscersi, per parlare, per passare il tempo. Uomini, donne, ragazzi con l’amica dietro, seduta in posizione da amazzone; ragazzi alla moda alla ricerca di avvenenti ragazze che circolano anche in quattro strette strette una all’altra; intere famiglie di cinque, sei componenti si muovono su un solo motorino. Cosa ancor più incredibile tutti guidano rilassati, conducono le moto discorrendo tranquillamente, si salutano, solo il traffico è confuso.

Osservo tutto dal marciapiede e attraversare, i primi giorni, sarà un’impresa poi… ci si fa’ l’abitudine. S’attraversa buttandosi a capo chino, saranno i mezzi a preoccuparsi di schivarmi.

La sera del nostro arrivo ci precipitiamo nel famoso bar Binh Soup Shop. Celebre per essere stato il quartiere generale dei Vietcong a Saigon. Qui, per sfuggire alla calura, occupiamo un tavolo sopra il quale gira pigramente un ventilatore e consumiamo un piatto di pho bò zuppa di tagliolini al brodo di manzo conditi con erba cipollina, naturalmente con le bacchette. Il brodo si beve direttamente dalla scodella. Alla faccia del nostro galateo. Gustiamo la prima di tante specialità culinarie del Vietnam sfogliando nel contempo quaderni, riviste, articoli e foto di privati e di reduci della guerra: americani e vietnamiti. Il bar è rimasto così com’era con il dichiarato obiettivo di far rivivere oggi l’atmosfera del triste passato. Scopo pienamente raggiunto poiché molti reduci ritornandoci si commuovono a tal punto da non riuscire a trattenere le lacrime.

Sulla via del ritorno al nostro hotel passiamo in rassegna il Palazzo del Comitato del Popolo, sarebbe un attentato non farlo dato che è l’edifico più fotografato dell’intero Vietnam. Una piazza attira, poi, la nostra attenzione perché piena di ragazzi impegnati ad eseguire esercizi a metà tra lo yoga e il karaté.

Giunti nei pressi dell’albergo entriamo a consumare qualcosa al Two Saigon. Uno dei tanti locali notturni di tendenza di Pham Ngu Lao. Vediamo molte ragazze di facili costumi in cerca di uomini benestanti, tanto meglio se stranieri. Sono per lo più giovanissime, hanno tutte i capelli lunghi neri e lisci. Sono vestite all’occidentale, con fatiscenti decoltè data la loro corporatura esile, pantaloni e gonne corte da cui fuoriescono gambe magre e storte, oserei affermare ridicole per i canoni di bellezza occidentali. Non cerchiamo una donna, ma se ci si ferma a bere una media di birra 333 e non si è in compagnia con delle amiche è difficile tenere queste ragazze a debita distanza. Non cerchiamo neppure del fumo. Passeggiando, però, quanto basta, su e giù sul marciapiede davanti al nostro hotel, dopo un po’ un tipo s’avvicina per venderci una canna. Capisco allora cos’era Saigon per i soldati americani. Come potevano trovarsi, dopo mesi di guerra in mezzo all’inferno della foresta, in licenza premio a Saigon, in camera con una donna, a bere una birra e fumare una canna. Saigon sembrava loro il paradiso! 1 ottobre 2005 Ho Chi Minh – Tay Ninh – Ho Chi Minh 196 km Il giorno seguente di buon mattino facciamo visita al “Museo dei Residuati Bellici”. All’ingresso una frase preannuncia le drammatiche testimonianze che vi sono raccolte: – “La guerra fa’ diventare l’uomo una bestia” -. Cinque sono gli spazi tematici. In una prima sala si possono vedere i manifesti propagandistici della guerra del tipo “Out of Vietnam” o “End the war in Vietnam! Now”. Nel cortile si trovano un carro armato, un elicottero, un aereo B.52, una bomba al napalm e pezzi d’artiglieria dell’esercito americano. Entrati nel corpo centrale seguendo il percorso di visita c’è dapprima una sala con centinaia di disegni fatti da bambini aventi per argomento la guerra. Segue il grande salone che ospita una mostra della guerra del Vietnam. Le atrocità delle fotografie documentano gli orrori della guerra e tengono avvinto lo sguardo del visitatore. Attimi di terrore e delirio umano colti dagli scatti di professionisti e no; sì tratta di foto tanto agghiaccianti quanto celebri, che a suo tempo fecero il giro del mondo e sono riprodotte su tutti i libri di storia. Tra le più ripugnanti quella di soldati americani che tengono a mo di trofeo la testa mozzata di tre soldati Vietcong sopra ai loro rispettivi corpi; quella di un carro armato che trascina dei morti con una fune; civili vietnamiti torturati dai soldati e, ancora, tre corpi esamini fatti rotolare su del filo spinato. La più orribile di tutte, non a caso l’unica a colori dell’intera raccolta, quella del massacro del villaggio di My Lai dove si vedono corpi e volti di donne e bambini insanguinati e mutilati. Per quanto concerne le più famose vi sono quella della bambina nuda bruciata dal napalm che corre in mezzo alla strada e del colonnello Nguyen Ngoac Loan che spara a bruciapelo alla testa di un prigioniero vietcong, con le mani legate dietro alla schiena. Immagini dell’assalto all’ambasciata americana e dello sbarco americano a Da Nang l’8 marzo 1965. Infine rimane, ma solo per i più audaci, la piccola saletta contenente le foto dei bambini nati deformi a causa dell’agente arancione e come se non bastasse, per quanti avessero lo stomaco davvero forte, la raccapricciante visione dei mostruosi feti di neonati le cui madri furono costrette ad abortire per volontà del governo Vietnamita affinché non si mettesse al mondo una generazione imperfetta. CAODAISMO Lasciamo per un intera giornata Saigon e il suo traffico di motorini per ritrovarci sulla strada diretta a Tay Ninh in mezzo ad un traffico prevalentemente di motorini. Dopo circa un centinaio di chilometri giungiamo, in tempo, alla nostra meta: il Grande Tempio Cao Dai, la Santa Sede del Caodaismo. Nel tempio, ogni sabato, alle dodici, si tiene una suggestiva funzione (corrispondente alla nostra messa domenicale) a cui si può assistere dal balcone del piano superiore. Da questa invidiabile posizione vediamo entrare dapprima i clerici caodaisti vestiti di color azzurro, giallo e rosso, che sono anche i colori predominati del tempio, i quali devono avere, evidentemente, un preciso significato. Di seguito entrano i fedeli tutti vestiti con una tunica bianca accompagnati da una tipica nenia orientale. L’interno è un’unica grande sala, sostenuta da colonne, sulle quali si arrampicano draghi multicolore. Sull’altare c’è un occhio enorme, l’occhio divino (che tutto vede), che credo, data l’ubicazione, ha lo stesso significato che la croce ha per noi cristiani. La religione caodaista è un miscuglio di buddismo, confucianesimo e cristianesimo come testimonia un affresco all’ingresso dove sono raffigurati lo statista cinese Sun Yatsen, il poeta vietnamita Nguyen Binh Khiem e lo scrittore francese Victor Hugo intenti a firmare la triplice alleanza religiosa tra Dio e gli uomini.



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