Tuono bianco

Alaska: Il posto giusto per diventare un orso
 
Partenza il: 07/07/2010
Ritorno il: 12/08/2010
Viaggiatori: 2
Spesa: 4000 €

“The best feeling: returning to civilization”. Delle oscenità che infiorettano i cessi degli uomini, questa, letta a Katmai, è la più memorabile. E il coro di “Hell yes”, “I agree” e “True that” che circonda il graffito è smentito dall’anno e mezzo d’anticipo necessario per prenotare il lodge del parco in luglio. I salmoni, dopo qualche avventuroso anno nell’oceano tra i 40 e i 60 gradi di latitudine, in quel mese tornano nel torrente natìo e gli orsi di Katmai, che ne sono ghiotti, si congregano a Brooks Falls, una graziosa cascatella, regalando ai fotografi l’emblematica immagine del plantigrado appollaiato sulla roccia, in bocca al quale il salmone salta dritto dritto. Occorre pazienza e, come in uno stadio di calcio, un coro di disappunto della platea segue ogni tentativo infruttuoso. Uno spettacolo noioso? Al contrario, l’attrazione è tale che un pomeriggio intero su quella passerella non mi aveva ancora saziato. Oltre a suscitare tenerezza per la goffaggine e per la corporatura da supercoccolone, l’orso ci rimanda come nessun altro la nostra perduta animalità e la chiarezza d’intenti dell’istinto, obliterato proprio da quella “civilization” alla quale i viaggiatori di Katmai festeggiano il ritorno.

Cent’anni fa, altri viaggiatori – botanici, geologi e perfino un prete esploratore – organizzavano qui spedizioni estive per studiare gli esiti della più violenta eruzione vulcanica del ventesimo secolo, causata da Novarupta nel 1912. Quella che venne battezzata “la valle delle diecimila fumarole” rimase attiva per decenni e presenta ora i segni di quell’epocale catastrofe: strati di cenere alti metri e metri, chiazzati dai metalli contenuti nei fumi e pittorescamente erosi dai corsi d’acqua. Già negli anni ’60 era facile andare a vedere gli animali dei territori selvaggi, e in tutta comodità, magari in treno. Da quando si cominciò a scrivere sull’Alaska, non si contano le storie sulla sua magnificenza panoramica, sul suo clima severo e sulle imprese al limite del possibile che offre. Le sue montagne invitano alla scalata, cresta dopo cresta, e i suoi simboli: gli esquimesi, le pellicce, il pesce e l’oro, sono essi stessi patrimonio dell’umanità.

Siamo sulla “cintura di fuoco” dell’oceano Pacifico: non solo il tempo qui è perennemente instabile, ma neanche sulla solidità della terra si può fare affidamento – ne sanno qualcosa gli abitanti di Valdez. Annunciata dal ghiacciaio Worthington che scende quasi fino alla strada e superato il sipario del banco di nebbia che ha preso residenza a Thompson Pass, la discesa verso Valdez è piacevole e gagliarda come una sinfonia di Beethoven. Le pareti di roccia che ne disegnano i tornanti si fronteggiano quasi verticali a Keystone Canyon, in una gara tra la cascata del Velo da Sposa a sinistra e la cascata della Coda di Cavallo a destra. Il conto alla rovescia delle indicazioni miliari s’azzera a Old Valdez, spazzata via da un violentissimo terremoto durato cinque interminabili minuti e dal conseguente maremoto. In quel tremendo venerdì santo del 1964 alcuni pensarono fosse arrivata la fine del mondo, mentre la gente scompariva senza lasciar traccia, inghiottita dalla terra o dal mare. Il ricordo ancora porta le lacrime agli occhi dei sopravvissuti, intervistati in un video dell’interessante museo cittadino. Valdez venne ricostruita quattro miglia più a ovest secondo un perfetto feng-shui: aperta al mare, le montagne alle spalle e un fiume a fianco. Ma sono le casette ordinate – ciascuna nel proprio fazzoletto di verde e fiori –, lo spazio vitale di cui ciascuno gode, gli accoglienti locali e il buonumore della gente che ne fa una delle più piacevoli cittadine costiere. La sera ci si ferma alla pescheria sul lungomare, dove la presa del giorno viene tagliata e pulita. I fotografi si allineano lungo un rio, richiamati dagli schiamazzi dei gabbiani, e scoprono il dramma dei salmoni, che si agitano disperati in pochi centimetri d’acqua, tra i cadaveri dei compagni, ormai banchetto degli uccelli. Il ciclo vitale dei salmoni è tra l’abc della vita in Alaska e diversi allevamenti ne offrono una panoramica completa, dall’uovo alla lattina. Poveri salmoni! Raggiunta l’età del matrimonio, risalgono la corrente, tornano all’allevamento che li ha ospitati per anni come uova fecondate e poi come pesciolini, s’affollano nella “dream room” dove vengono storditi e, separati poi per sesso, i maschi vengono brutalmente piegati per spremerne il latte in un secchio, e le femmine uccise con una manganellata e sventrate delle uova. Alla fecondazione provvediamo noi umani, per ottenere la massima riuscita. Non si butta niente: le uova immature diventano caviale e i pesci non mangiabili o in sovrannumero diventano cibo per Fuffi e per Fido, concime e vari altri improbabili prodotti. E se il paventato chip sottocutaneo che abiliterà al controllo degli umani impensierisce qualcuno, vale sapere che noi già lo facciamo coi salmoni: una serie di variazioni nella temperatura dell’acqua lasciano dei segni su un particolare osso del pesce, la cui provenienza può quindi essere identificata. Salmoni nati a Juneau, ad esempio, sono stati trovati in acque giapponesi. Per avere un’idea della fauna presente nel territorio, l’elegante museo Maxine e Jesse Whitney presenta una rassegna completa di stupendi animali impagliati, presentati assieme ad oggetti locali raccolti nel corso di una vita di sortite in sperduti villaggi dalla titolare, appassionata collezionista.

Tanto della cultura indigena sarebbe andato perduto, non fosse stato per alcune menti illuminate o semplicemente curiose. Un’idea la dà l’Alaska Native Heritage Center, un bel punto di dimostrazione delle culture dei tanti gruppi etnici presenti nelle Aleutine, sulla costa e nell’interno. Si raccontano le leggende, si tramandano le canzoni, si danno dimostrazioni di abilità fisica (a questo proposito, lo sport nazionale sono i cani da slitta, seguiti dalla pesca), si visitano le abitazioni tradizionali qui ricostruite, dove viene spiegato come catturare un orso visitatore importuno, quali erbe abbiano poteri curativi, quali siano i vincoli sociali e come la comunità passi i lunghi inverni. E siccome, come in tutti i paesi nordici, il materiale umano è scarso, il ruolo svolto da ciascuno è prezioso. In Alaska, chiunque uno sia, qualsiasi cosa uno sia, viene accettato. E se è vero che, di tipi originali, qui ce ne sono molti, è altrettanto vero che la passione di una persona può avere qui un grande impatto. Ascoltiamo nascondendo un vago compatimento la storia, le storie e le storielle dei pionieri di questo che, perfino secondo la striminzita tempistica americana, è uno stato giovane: “l’ultima frontiera”, lo chiamano. Qui è facile avere una strada intitolata al proprio nome, come era possibile avere un appezzamento di terreno gratuitamente, dietro l’impegno ad occuparlo per un determinato periodo. Tra quanti hanno colto l’occasione, c’è chi ha messo radici. C’è anche chi, capitato qui senza particolari obiettivi, si sia innamorato di questo indomabile splendore, e l’abbia scelto a propria casa. All’arrivo, come anche alla partenza, occorre passare la cortina di nubi che permane sull’Alaska, che solo i più alti picchi, detti “nunatak”, perforano. I pezzi di celeste che si vedono in cielo sono rari, ma ci si abitua. Una bella giornata è quando non piove, ma anche se piove, d’estate di rado fa sul serio: di solito è poco più di una nebbia, visibile solo su un fondo scuro, abbastanza per annaffiare le verdure, che qui crescono mirabilmente, grazie al gran numero di ore di luce (non proprio “di sole”) dell’estate. Qui, oltre a concorsi per il più grosso pesce pescato, ne organizzano per i cavoli e le zucche più grandi! E i fiori! Non ho mai visto una tale varietà di forme e colori, grazie senza dubbio al cielo che non dimentica, giornalmente, di dar loro una spruzzata di “sole liquido”, come chiamano qui la pioggia.



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