Alaska, una lunga strada per il Mar Glaciale Artico

Racconto di un'avventura on the road ai confini del mondo
 
Partenza il: 06/06/2016
Ritorno il: 09/09/2016
Viaggiatori: 2
Spesa: 500 €

Ciao! Un saluto a tutti i lettori di Turisti per caso. In passato avevo già scritto su questo sito, raccontando dei miei viaggi spesso fuori dagli schemi (in quel caso raccontavo di un viaggio in bicicletta attraverso l’Australia) ed ora sono tornato con nuove storie e nuovi viaggi particolari da condividere con voi. Vi lascio al racconto del mio viaggio lungo la Dalton hwy, la strada più a nord del mondo che arriva molto vicina alle spiagge dell’oceano artico. Questa storia trova come sua ambientazione di partenza la città di Fairbanks in Alaska, la seconda per grandezza di questo stato chiamato “The last frontier” ovvero l’ultima frontiera, nome che gli si addice perfettamente. Tornando a noi, in questa occasione sarò ancora in compagnia del mio amico e socio di viaggi Mr. Marco Pasini con il quale guideremo una macchina fino all’oceano Artico questa volta. Ad essere onesto l’idea di questo itinerario la avevamo scartata a priori per il nostro tempo in Alaska, ma vuoi che per caso, ci fermammo a fare sosta all’ufficio informazioni della città di Delta Junction, un posto letteralmente in mezzo alle pianure centrali, e lì parlando con la simpatica signora del negozio ci venne l’illuminazione (questa volta veramente rischiosa) di tentare questa impresa. La signora ci disse che la strada non era in condizioni terribili, ma era fortemente consigliato avere con se almeno un 4×4 per intraprendere quel viaggio, esistevano anche dei tour ma i prezzi decisamente non erano per le nostre tasche … Fu cosi che con delle nuove idee in testa io e il Paso (Marco) riprendemmo a guidare fino a Fairbanks e una volta arrivati all’ostello, (avevamo davvero bisogno di una doccia) cominciammo a fare le nostre valutazioni che avrebbero portato ad un esito che penso già voi abbiate inteso…. 😉 Cercammo tra le varie informazioni possibili su quella strada, personalmente quello che mi premeva di più era la paura di forare una gomma della nostra utilitaria (una kia rio se non erro) una riparazione da quelle parti sarebbe costata centinaia di dollari. Dopo varie ipotesi eravamo più propensi a provare un autostop per raggiungere l’oceano Artico, una cosa improponibile penserete voi, ma ci sono stati vari casi di gente che c’è riuscita.

Parlando con l’ufficio informazioni di Fairbanks ci avevano abbastanza rassicurato, poca ma altra gente aveva guidato fino a Deadhorse (ultimo posto lungo la strada, e vietato proseguire oltre senza permesso) con un economy car (un utilitaria) e le condizioni attuali della strada non erano cosi proibitive, era parzialmente asfaltata ma non era per nulla da sottovalutare, stavamo parlando sempre di una strada con poco traffico lunga 600 km. Fu cosi che prendemmo la decisione di partire e la sera stessa in ostello creammo un cartello con del cartone che ci sarebbe servito ad arrivare in autostop fino a Deadhorse, in caso la strada sarebbe stata troppo pessima per arrivare con la nostra Kia… Oramai la folle idea di guidare fino alle coste dell’oceano Artico era presa e la mattina del giorno seguente (non troppo presto grazie al sole di mezzanotte..) lasciammo l’ostello direzione Deadhorse.. ma non prima di avere fatto scorte di cibo e avere controllato le gomme della macchina. Viaggiando sempre con la luce, avevamo perso la cognizione del tempo, in pratica partimmo di domenica pensando che era lunedì, di fatti non trovammo aperti molti gommisti e l’unico (grazie al cielo) che era aperto era quello (ulteriore ringraziamento) che stava di fianco al Fred Myer (una catena di supermercati in Alaska). Finalmente con le ruote in regola e del cibo per 3 giorni, lasciammo la città di Fairbanks, per iniziare di li a breve la mitica “Dalton hwy” la strada per l’artico in Alaska… Quel primo giorno di quella gita il tempo era veramente uno schifo ora che mi ricordo, anche se questo per certi aspetti fu anche un nostro vantaggio dato che la prima parte della strada era sterrata per molte miglia, la fanghiglia ci evito lo schizzare di sassi sulla carrozzeria e ci fece guidare più cautamente per nostra fortuna. Dopo aver superato qualche cittadina ad un ora da Fairbanks eravamo già sulla Dalton hwy, la pioggia che ci aveva accompagnato per tutta la mattinata, si era placata anche se il clima restava freddo, io ed il Pasini ci stavamo alternando alla guida e stranamente non erano ancora partite bestemmie rilevanti, questo almeno fino al nostro primo stop del viaggio ovvero il fiume Yucon. Questo il più grande e lungo fiume della zona, nasce in Canada e sfocia nel mare di Bering in Alaska, fu qua che decidemmo di fermarci a pranzare lungo le sue sponde, avevamo già guidato quasi 200 km quel giorno, ma la strada era ancora lunga. Come dicevo prima fino a quel momento tutto era andato perfettamente, fino a che il mio socio non opto per una sigaretta a fine pasto … sentivo odore di bestemmie in agguato e infatti la storia vuole che si rovescio tutto il tabacco sui tappetti della macchina, facendo arrabbiare talmente tanto quell’imbecillazo del Paso che la sua faccia cambio di forma e colore…. Scusate per il fuori onda ma certi ricordi fanno ridere anche a distanza di anni… tornando al viaggio, riprendemmo a guidare, il prossimo stop era il circolo polare Artico, anche se stavamo già pensando a dove fermarci per la notte. Il meteo era abbastanza accettabile ma verso nord in zona del “gates of the artic” ovvero le ultime montagne chiamate cancello dell’artico, sembrava annuvolarsi .. Quella sera all’avamposto di Coldfoot ci sarebbe stata una serata con dei video alla quale non potevamo mancare.. (non nel senso che stavano aspettando noi, 🙂 ma perchè sembrava interessante) quindi sicuramente saremmo arrivati li in serata e poi si sarebbe visto se proseguire o no. Riprendemmo la strada in direzione di Coldfoot e nel giro di un ora, cercando di viaggiare più rapidi dove la poca strada asfaltata lo permetteva, raggiungemmo il mitico cartello che segnalava il circolo polare artico, precisamente al km 185 di quella strada. Era impossibile non fermarsi per delle foto e un breve riposo, questo era uno dei punti in cui avevamo sperato perlomeno di arrivare con la nostra macchina e siccome la strada fino a Coldfoot sarebbe stata migliore (asfaltata) rispetto a qui, decidemmo di continuare… La strada che sarebbe seguita dal circolo polare sarebbe stata si asfaltata, ma anche piena di buche… era come guidare su un campo minato, le buche giganti apparivano all’improvviso, fu anche divertente ad essere onesto ma pericoloso per certi versi. Lungo la strada le sorprese si susseguivano una appresso ad un altra, ad un certo punto mentre eravamo impegnati tra i vari slalom tra le buche, notammo una strana formazione rocciosa sui lato destro della carreggiata, eravamo arrivati alla “finger mountain”. La montagna del dito, la chiamata “finger mountain” era una roccia di granito di bassa elevazione (15 mt circa) che sbucava all’improvviso nel bel mezzo della tundra artica, bastavano 5 min di sentiero per raggiungerla dalla strada, insomma aveva un richiamo abbastanza forte per chi era di passaggio anche se al tempo, eravamo nella tundra soli a godere di questa simpatica attrattiva. Chi lo sa se quel posto in passato era zona sacra per gli Inuit .. boh non saprei …? Le ore passavano ma il sole non tramontava mai in quelle zone, tra slalom di buche e vari scherzi tra me ed il mio socio, finalmente arrivammo a Coldfoot tra l’altro giusto in tempo per la serata a tema con i video sull’artico (per la cronaca niente di speciale comunque) e per cenare (un panino e barrette). Metà strada era andata, ma ne mancava ancora per arrivare all’oceano artico, chiedemmo informazioni all’ufficio informazioni dell’avamposto e ci dissero che fino al passo che superava le ultime montagne verso l’oceano non avremmo incontrato problemi, poi sarebbe stato più difficoltoso per colpa della neve che aveva creato problemi negli ultimi tempi, anche se oramai eravamo a giugno… Ci avevano avvertiti di gente che era tornata indietro (per lo più motociclisti), in verità eravamo titubanti sul da farsi il giorno dopo saremmo dovuti essere a Deadhorse per andare a vedere l’oceano. Eravamo vicini al punto di non ritorno, l’idea di poterci trovare in mezzo ad una bufera ci aveva spaventato parecchio, non eravamo cosi attrezzati per quel tipo di evenienza, e per di più la strada sarebbe molto peggiorata nel giro di 30 km … Venimmo poi a sapere che lungo la strada erano presenti un paio di campeggi ed aree di sosta (molto rudimentali) ragion per cui, dopo aver cenato prendemmo la decisione di continuare dritti verso il passo di montagna (fattibile in macchina) più a nord del mondo.. bellissima la Sukakpak mountain al lato della strada subito prima che la strada diventasse ancora sterrata, quasi in prossimità del passo dell’Atigun. Il clima era ancora bello ma quando arrivammo al passo di montagna lo scenario cambiò radicalmente …. Tutto d’un tratto ci ritrovammo immersi in una nevicata (non tremenda ma la strada era già imbiancata) per fortuna avevamo di fronte a noi un tir che spianava la strada innevata alla nostra utilitaria dell’ avis, macchina che quasi a rischiato di finire fuori strada su quel passo … mettendo me ed il mio socio in una situazione a dir poco tragicomica. Scendendo dal passo la nevicata si placò però l’ambiente che ci trovammo di fronte non aveva nulla a che vedere con quello che avevamo lasciato in zona Coldfoot .. eravamo a circa150 km dall’oceano artico le montagne erano sparite, e la tundra la neve ed il permafrost avevano preso il sopravento … Continuammo penso altri 30 km dopo il passo, oramai erano le 2 di notte quando ci fermammo al lato della strada per dormire, i campeggi che avevamo visto li avevamo lasciati perdere causa desolazione e neve… per quel giorno l’avventura era finita.

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verso le ultime montagne dell' Alaska



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