Senegal à la carte

Via Lisbona facendo capo a Mbour da cui girare lungo la costa fino al nord di Saint Luois. Un Senegal fai da te altamente consigliabile
 
Partenza il: 01/11/2011
Ritorno il: 13/11/2011
Viaggiatori: 5
Spesa: 2000 €

Taste of Lisboa.

L’aereo rolla sulla pista. Profumo di kerosene. Adrenalina che scorre. Che bello l’assenza di peso, il tao della levitazione, sopra le nubi, sopra le borse che crollano, anche quelle degli occhi. E’ un soffio, un attimo, non riesci neanche a mantenere un ritmo respiratorio che controlli i chackra in maniera decente. Passa sotto i tuoi occhi la carta di Google, ma non è così piatta come dovrebbe essere, sembra così vera, così autentica. Montagne coperte di neve come in un videogioco, sembra il flight simulator, pianure dai colori autunnali, poi ancora montagne e poi lontano sotto le nubi basse, una linea bianca infinita. Al di là un azzurro che si confonde infinito col cielo. Forse è un sogno e di colpo cambia il livello, sono per le strade di Lisbona, le strade larghe, quadrate, i quartieri con le facciate coperte di azulejos, i piccoli bar, le pasticcerie. Dal Rocio fino alla Piazza do Comercio che finisce nel mare. Nell’oceano, quella baia da cui partivano le navi alla conquista del mondo. Mentre il sole scende in un cielo di rame, dalle mura del castello guardi i tetti rossi sotto di te che a poco a poco diventano grigi, mentre la sera cala la sua veste di seta nera sulle stradine strette dell’Alfama, con le porticine strette da cui escono le note del fado. Profumi di bacalao e polpo asado, luci gialle e fioche che fanno ombre lunghe sui muri di mattone. E’ ora di andare, nessuno aspetta, bisogna arrivare per tempo a sentire di nuovo quel rombo soffocato, quell’odore di kerosene. Ma c’è un altro odore nell’aria, più forte. Più misterioso. Un odore che viene da lontano. Odore d’Africa.

Africa nera.

Non era solo l’odore, il senso di tamburi lontani. Un tocco di corde di balafon, il vento carico di umidità. Non sono solo sensazioni, è davvero Africa. L’Africa occidentale, quella più nera ed agitata, quella delle masse povere, ma non poverissime, che hanno voglia di lottare, di trovare una soluzione di vita, disposti a muoversi e a tentare qualcosa, anche ad ogni costo. La notte piena all’aeroporto di Dakar è popolata di figure nere. E sono grandi, grossi e tanti, tutti ad aspettare l’aereo che arriva dall’Europa e che scarica, oltre a qualche raro turista, quelli che tornano a casa, benedetti da chi li aspetta come divinità che tornano da un altro cielo, fieri delle loro esperienze, pronti a dimenticare o a nascondere le umiliazioni subite, i giorni passati a mendicare la possibilità di essere schiavi di un mondo che li rifiuta, ma li usa, gongolando. L’Africa nera senegalese ti avvolge cupa e materna come la madre antica, da cui ci siamo staccati tanto tanto tempo fa, ma che è rimasta comunque nei nostri geni malati di moderno.

L’Atlantico infinito davanti a noi, oceano, non mare, che non invita il marinaio con la sua onda di tenebra, dove le piccole barche colorate si muovono solo per gettare le reti di una pesca magra ma comunque utile. Camminare lungo le strade di terra tra le case di Niakhniakhal dove sono fiorite le piccole attività di sussistenza in attesa di un turismo fai da te che comunque riesce a dare un po’ di ossigeno ad una economia asfittica e afflitta dall’aumento della popolazione e dalla scarsità di beni che il territorio può produrre. Ma c’è un affetto straordinario ed una accoglienza commovente per chi torna in questa terra come amico già conosciuto ed apprezzato, che ti fa visitare case, ti mostra i nuovi arrivati, che ride con te e ti abbraccia felice del tuo arrivo. Voi sapete che io, come una zecca mi aggrego a chi mi concede queste occasioni di vedere un paese in modo diverso, un po’ da dentro, un po’ con la curiosità e l’interesse di del viaggiatore in cerca di capire ed anche questa volta mi sembra proprio che l’esperienza sarà piena e completa. Ma non pensate che che sia tutta sofferenza interiore. Oggi Marie, da cui siamo e che ci accudisce con amore con la sua deliziosa figliola, ci ha preparato una crudité di carote con salsa olio, cipolla e senape, seguita dalle sogliole spadellate che ha portato il pescatore stamattina. Assolutamente strepitose. Papaia e fette di pompelmo per accompagnare la birra Gazelle. Una bella soluzione per ingannare il tempo tra le bouganvillee e le palme davanti alla spiaggia. Stasera ha promesso la lotte, un altro pesce di buona cucina. Aspettiamo il tramonto, respirando l’umido aliseo, mentre la spiaggia si popola a poco a poco di ragazzi in cerca di serenità.

L’ile de Gorée

Le metropoli africane sono disperatamente uguali e terribili. Periferie sterminate che ospitano l’orrore e gli errori dell’occidente mescolandoli con la miseria africana in un cocktail micidiale e straniante. Dakar non fa eccezione. Quando tenti di percorrere le arterie principali che portano al plateau centrale, rimani immancabilmente bloccato in ingorghi colossali. Non ti muovi per ore, ma tutto intorno a te continua a vivere di vita africana, senza troppe ansie, senza nervosismi occidentali. I venditori si accalcano attorno alle auto a spingere il loro business, i mercati al bordo della strada fervono di attività, ma lenta, mediata dal calore meridiano. Lunedì sarà il Tabaskì, la festa musulmana del montone. I mercati ne sono pieni e le famiglie scelgono il loro montone e se lo portano a casa issandolo sul tettuccio dell’auto o dei piccoli bus, carichi di umanità stipata. Quanti sono gli africani, neri e bellissimi, alti, lucidi, atleti per Dna acquisito nelle savane. Le donne con un portamento regale, consce della loro bellezza superba e prepotente. L’immensa periferia brulica di gente che si sta preparando alla festa. Anche nel centro le strade sono ingombre di bancarelle di ogni tipo, cariche dei frutti poveri della campagna.

All’imbarco del battello per l’isola di Gorée, tappa obbligatoria per chi transita in Senegal, c’è poca gente, qualche routard di lungo corso, le venditrici che vanno ai loro banchetti sull’isola, un po’ di locali in gita. Le stradine dell’isola sono coperte di buganvillee. La casa degli schiavi è lì, con i suoi ricordi ed i suoi orrori, le piccole camere dove venivano ammassati gli uomini incatenati a due a due, quelle delle ragazze e delle donne, infine quelle dei bambini. Orrori su orrori che hanno segnato oltre tre secoli. Di qui sono passati 20 milioni di esseri umani e guardare la porta del non ritorno ti dà una stretta al cuore. I malati gettati ai pescecani che circondavano l’isola, quelli recuperabili ingrassati con un pastone di fagioli e farina, selezionati per forza fisica, i migliori per la riproduzione. La bestialità dell’uomo, quando si coniuga con l’avidità è davvero senza limiti e le connivenze incrociate si sposano alla perfezione. Commercianti europei con i despoti locali, con la benedizione della chiesa cattolica hanno fatto funzionare un sistema spietato e infame con buona pace di tutti. Povera Africa, così dolce e violenta, così ricca e selvatica, così povera e disperante.



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