Le mie notti con Tamerlano

La seduzione millenaria dell’Uzbekistan
 
Partenza il: 19/04/2014
Ritorno il: 04/05/2014
Viaggiatori: 4
Spesa: 2000 €

Oh, è bella, bella, sì, vestita a festa per i turisti, ma spogliala, toccane i punti rilevanti e ti darà il meglio, ti sorprenderà per cosa è capace e ti mostrerà le sue grazie, nascoste dietro mura anonime. Questa terra desiderata da tutti, da tutti fatta propria, colla forza o per amore, fertile di frutta e d’ingegno, questa terra non conosce il mare perché non vi si parte ma ci si arriva. Questa terra esibisce con orgoglio le vestigia di mille battaglie ardite, di efferate crudeltà e di grandi amori, di potentati scomparsi e di commerci fiorenti. Sono queste le radici della solida onestà della gente, che risponde allo sguardo con occhi dall’indecifrabile colore, che sorride con volti europei, asiatici e orientali, che comunica inciampando in una cascata di consonanti e ride. Ride il bambinello sul treno veloce Samarcanda‑Tashkent che non parla ancora, ma fa notare al babbo una persona che entra in carrozza, lancia un gridolino e batte le mani con espressione compiaciuta quando accendono le luci ed è attento a tutto, come sapesse tutto, gli occhi tondi pieni di un’esperienza antica, la mimica eloquente come quella di un adulto. Ridono mostrando i denti d’oro le contadine in gita festiva, casacca nera della nonna fino alle caviglie e fazzolettone in testa. Ridono tutti perché anche se la corrente è andata via, gli spiedini continuano a cucinarsi sulla brace, cubetti di tenero montone che cogli anni faranno metter su a tutti chili pregiatissimi. Ridono gli uomini quando si incontrano, abbracciandosi a pudica distanza, e le donne che tessono un tappeto sedute vicine. Ridono i passanti dietro ai turisti che son così strani e non capiscono, non sanno come si vive, qui.

Qui è un paese che gode d’un felice periodo di ricostruzione dalla riacquistata indipendenza nel 1989, e indipendenza vuol dire volontà di riappropriarsi dell’antico credo musulmano, forzatamente soppresso durante l’occupazione sovietica; libertà di sostituire, nei nomi delle strade e nella mente delle persone, gli eroi russi con quelli nazionali e i caratteri cirillici con quelli latini; e possibilità di cambiare le alleanze minimizzando l’influenza sovietica per avvicinarsi all’Europa – anche se la seconda lingua rimane il russo. Pur delimitato dai confini speciosi imposti nel 1925, al momento della creazione dell’Unione Sovietica, a genti che hanno vissuto assieme da secoli in fluidità – gli Uzbeki stanziali, i Tajiki nomadi – l’Uzbekistan sorride scrivendo questa nuova pagina della sua plurimillenaria epopea restaurando e ricostruendo i siti per i quali i turisti continuano a far la spola tra Bukhara, Khiva e Samarcanda. Si ricostruiscono moschee e scuole coraniche come si è sempre fatto dopo che gli insulti del tempo e dei regimi le hanno rese impraticabili: la conservazione è un’idea occidentale del XX secolo. Le maestranze non sono sempre all’altezza, ma a giudicare dai minareti pendenti del Registan neanche i costruttori originali erano molto versati nel gettare le fondamenta e nell’uso del filo a piombo. Queste imperfezioni tecniche esaltano, piuttosto che umiliare, la frenesia decorativa che ha creato per Samarcanda la piazza più bella dell’Asia centrale, nucleo imprescindibile, attrazione irresistibile, gemma prediletta, visione celestiale. La definiscono tre madrasse – scuole coraniche per l’élite religiosa e politica – le cui facciate sono un tripudio di majoliche azzurre. La Tillya-Kari (la Ricoperta d’Oro) presenta motivi geometrici e vegetali incorniciati da un’epigrafe. Un cielo stellato stilizzato orna invece la Ulug Bek, l’università completata nel 1420 dove quel sovrano stesso insegnava matematica e astronomia. L’iscrizione in caratteri cufici recita: “L’altezza della facciata è due volte quella del cielo e il peso tale che la schiena della terra sta per cedere”. La Shir‑Dor sorprende con le figure di due tigri all’inseguimento di due cerbiatti. Dietro di loro, due soli raggianti dal volto umano glorificano forse il committente, il governatore Yalangtush, o, più probabilmente, rivelano la persistenza del simbolismo solare dello zoroastrismo nonostante il tabù riguardo l’arte figurativa dell’Islam, il credo che lo ha rimpiazzato. Recenti lavori di ripristino hanno restituito oggi la piazza com’era tre, quattro, cinque secoli fa, ora centro non più politico e commerciale ma di cultura e di storia. Le quattro possenti colonne che fiancheggiano le madrasse che si fronteggiano sembrano sorreggere il cielo. L’ambizione, la maestà e la meraviglia avranno impressionato tanto di più una volta, al tempo dei cavalli e dei carretti che la occupavano nelle foto d’epoca, nell’era dei pasciuti emiri in posa con emissari e ambasciatori di paesi lontani. Private delle funzioni educative, le madrasse accolgono il turista avido di bellezza e voglioso di portare con sé un memento di quest’esotica magniloquenza. Che si fa intima, cambiando registro ma non espressione, nel breve ma intenso percorso di Shah-i-Zinda, una favolosa necropoli dove riposano, nel fresco interno di splendidi mausolei, un cugino di Maometto ed importanti esponenti dell’aristocrazia timuride come il maestro del pronipote di Tamerlano, la tata di Tamerlano, la nipotina di Tamerlano, la vecchia zia di Tamerlano, la sorella di Tamerlano e il comandante capo dell’esercito di Tamerlano, oltre a due delle mogli di Tamerlano. Lui, naturalmente, ha un mausoleo formato cattedrale, il Gur Emir, in splendido isolamento, ed io ho scelto di dormire in una casa privata giusto dietro l’angolo, per fargli visita ogni notte. Peccato a quell’ora non ci si possa avvicinare al portale: il mio voto rimane disatteso, ma mi consolo pensando che siamo vicinissimi. Tamerlano, grande duce, spietato ma anche benevolo, distruttore ma costruttore là dove Gengis Khan aveva distrutto, icona assoluta della nazione uzbeka, riposa al di là di un cortile odoroso di fiori e di erbe attorno al quale si stringono, spalla a spalla, le case di due o tre famiglie che di notte guardano lo stesso pezzo di cielo.

Tamerlano, nomade signore di terre senza confine, ama ancora circondarsi del meglio: in una nazione di trenta milioni che m’apostrofano con l’incivile “Mister!”, il ragazzo della biglietteria è l’unico che mi si sia rivolto col corretto “Sir”. Tamerlano, nobile cavaliere, spadaccino, arciere, che appese come bersaglio vivente (vivente per poco) chi lo aveva sciancato (il nome con cui lo conosciamo è Timur the Lame, cioè Timur lo Zoppo), ha fatto, della città di mattoni crudi che aveva trovato, la Samarcanda gioiello per cui i superlativi non bastano. Fortunati siamo noi che vediamo Bibi Khanum, il mausoleo più bello, come il conquistatore dell’impero più esteso che il mondo abbia visto l’aveva progettato per la moglie prediletta: l’edificio aveva iniziato a crollare subito dopo il completamento, e nei secoli è stato depredato di materiale da cantiere, usato come stalla dagli invasori zaristi e come deposito di cotone. Cosa vedremmo, senza ricostruzioni? “Che chi dubita della nostra potenza e magnificenza venga a vedere i nostri palazzi”, poteva vantare il condottiero nel 1379, che a Samarcanda, dalle terre vinte, concentrava le ricchezze razziate e deportava gli artigiani migliori, affinché ne facessero una capitale degna della sua ambizione. Che fosse essenzialmente un’operazione di immagine è evidente considerando quanto più imponenti siano le facciate rispetto ai corpi degli edifici: l’impressione di una presenza incombente, quasi sovrumana, che comanda sottomissione, è ineludibile. E il pregio dei decori, spesso eseguiti a mosaico usando minuti frammenti sagomati di majoliche colorate, riporta ad un’era in cui la vita umana aveva un valore molto diverso da oggi, e poteva, con la stessa noncuranza, essere spesa per soddisfare le velleità propagandistiche di un dittatore o essere falciata da un’improvvisa invasione di barbari predoni. Era quello il tempo in cui in migliaia pagavano per i bollenti spiriti di uno: è stato calcolato che le conquiste di Tamerlano, che dalla Turchia si estendevano fino all’India, siano costate la vita a quindici milioni di persone. Rispetto ai conti, spesso meschini, che facciamo, era quella l’età degli eccessi e degli eccelsi, con scene di cui Samarcanda era già stata testimone quando si chiamava Maracanda, leggendario insediamento sulla collina di Afrosiab, protetta da dirupi e burroni, ora ai margini dell’abitato, al di là delle tombe di Shah-i-Zinda. Il passato sembra così vegliare discretamente sull’andirivieni delle superstrade e dei bazar senza imporre pesanti ipoteche sul tessuto urbano, come invece avviene nella coetanea Roma. Pezzo forte del piccolo museo di Afrosiab è un affresco, molto frammentario ma artisticamente sublime, dove animali vengono offerti in sacrificio, cavalieri cacciano tigri, ambasciatori portano doni e naviganti cinesi conversano. Concubine, cavalli e persino un elefante completano il ritratto d’una società ricca di sfarzo, tradizioni e cultura. Neanche la nuova città, sorta accanto alle rovine lasciate da Alessandro Magno, ha tradito questa vocazione intellettuale: poco lontano è stato scoperto, nel 1908, il grande arco di un enorme quadrante sotterraneo, unico superstite dell’osservatorio di Ulug Bek, nipote di Tamerlano, appassionato d’astronomia più che di politica. Tutto quel che i cinesi sapevano sui movimenti dei corpi celesti era venuto dalla colta Samarcanda, che aveva già illuminato il mondo con Khorezmi, Beruni e Avicenna, e a tutt’oggi non esiste calcolo più esatto dell’inclinazione dell’asse terrestre di quello degli studiosi riuniti da Ulug Bek. Aveva scritto che “La religione evapora come la nebbia, i reami periscono ma i frutti dell’intelligenza rimangono per l’eternità”, e quegli illustri risultati sono tanto integrati nel tessuto urbano che è proprio per la creatività culturale islamica, che in questo crocevia di popoli ha lasciato i suoi maggiori capolavori, che Samarcanda è patrimonio dell’umanità. Questa dimensione atemporale ha talvolta curiosi risvolti: Kussam-ibn-Abbas, cugino di Maometto, arrivato qui per convertire ad Allah i seguaci di Zoroastro, fu decapitato ma si dice che viva ancora e per sempre sotto una delle quattro cerchia di mura difensive col nome, appunto, di Shah-i-Zinda, cioè il Re Vivente. Anche per il profeta Daniele, patrono della città, la morte è uno stato relativo, tanto che continua a crescere e il sarcofago che lo contiene è stato allungato a più riprese fino agli attuali 18 metri. Persino le attività qui sfidano il tempo: l’Unesco ha resuscitato la millenaria tradizione cartiera e in un sereno scenario campestre si può osservare l’intero ciclo di fabbricazione della carta preferita di Tamerlano: i rametti di gelso vengono scorticati, sbucciati e la guaina filamentosa bollita e poi pestata da un meccanismo azionato da un ruscello. Uno strato della polpa, diluita in una vasca, viene raccolto con un colino rettangolare, pressato e messo ad asciugare. Il foglio che ne risulta è piacevolmente rozzo, ugualmente adatto per proclami e paralumi. Raffinati, al contrario, i tappeti tessuti nel laboratorio del simpaticissimo Abdullah Badghisi, ma anche qui il tempo è un concetto incerto: tanto o tantissimo che ne serva, dipende dal numero di nodi per centimetro e dalle dimensioni. Le fantasie tradizionali per i vari usi – da preghiera, da parete, come tenda, come copertura di tomba, come sella – sono allegoriche e sempre stupende: lui le chiama, a ragione, “musica per gli occhi”. Le radici di robbia, i gherigli di noce e le bucce di melagrana forniscono i colori tradizionali, terrosi: nel cortile i calderoni per la cottura riposano sotto un pergolato di vite. Gli uzbeki amano l’ombra della vite e là dove noi pianteremmo un glicine o una rosa rampicante, nel giardinetto davanti casa o nel cortile d’una moschea, loro preferiscono la vite. Il tempo, indolente, lascia altre persistenze inaspettate, come piccoli sacrari con la tomba d’un sant’uomo dietro l’angolo d’una casa, e dappertutto resti dell’epoca in cui la Via della Seta era trafficatissima: solo alcune emergenze sono state restaurate, tante altre attendono pazientemente il ritorno di tempi migliori, provvedendo per il momento ospitalità agli uccelli, che ne approfittano con rapacità.

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Tashkent freedom memorial park

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Samarkand minestra uzbeka

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Samarkand portale e moschea bibi khanum

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Samarkand shah i zinda

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Samarkand tomba del profeta daniele

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Samarkand cortile del gur emir (mausoleo di tamelano)

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Samarkand cortile della madrassa nodir devonbegi

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Samarkand cupola interna della madrassa shir dor

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Tashkent monumento a tamerlano in amir timur square

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Tashkent museo statale della storia dell'uzbekistan

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Tashkent mustakillik maydon (piazza indipendenza) col ministero delle finanze sullo...

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Tashkent pane uzbeko

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Tashkent prince romanov residence

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Tashkent chorsu bazaar

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Tashkent freedom memorial park

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Samarkand mausoleo hodja abdi darun orari delle preghiere

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Tashkent leccornie al chorsu bazaar uz14 00044l

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Margilan seteria ydgorlik bollitura dei bozzoli

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Margilan seteria ydgorlik tecnica tradizionale di colorazione ikat

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Margilan seteria ydgorlik telaio per la seta

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Margilan suzani tradizionale

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Monti kurama (confine col tajikistan)

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Pane tradizionale

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Passo kamchik (2267 m)

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Rishtan decorazione della ceramica nel laboratorio di ceramiche di rustam usamanov

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Rishtan decorazione della ceramica nel laboratorio di ceramiche di rustam usamanov

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Rishtan nel laboratorio di ceramiche di rustam usamanov

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Rishtan pezzi da museo nel laboratorio di ceramiche di rustam usamanov

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Kokand laboratorio del maestro incisore haidarov

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Kokand madrassa amin beg

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Bukhara moschea bolokhauz

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Bukhara bazar dei tappeti lungo khodja nurobod

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Bukhara cortile della madrassa di nadir divan beghi

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Bukhara cortile della moschea kalyon

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Bukhara cortile di caravanserraglio

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Bukhara danza tradizionale

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Bukhara facciata della madrassa di nadir divan beghi

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Bukhara imam al bukhari memorial museum

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Bukhara khanakha

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Bukhara la fortezza ark

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Bukhara lagman (minestra)

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Bukhara madrassa chor minor

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Bukhara marionette

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Bukhara mausoleo di ismail samaniy

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Bukhara mercato delle spezie

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Bukhara architettura di bazar

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Khiva cupole intorno alla madrassa yoqubboy khoja

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Khiva foto di gruppo

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Khiva manty

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Khiva minareto islam khoja

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Khiva minestra uzbeka

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Khiva palvan darvoza (porta occidentale)

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Khiva plov

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Khiva venditrice di dolci

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Khiva accesso alle madrasse kutlughmurod inok e abdullah khan

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Samarkand facciata della madrassa tillya kari

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Samarkand facciate nel percorso dello shah i zinda

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Samarkand foto di gruppo

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Samarkand le cupole della moschea bibi khanum

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Samarkand manifattura di tappeti samarkand bukhara silk carpet company



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