Il Paese degli uomini che vivono tre volte

Sopravvivere, in Guatemala, è una pratica antica
 
Partenza il: 04/02/2017
Ritorno il: 20/02/2017
Viaggiatori: 6
Spesa: 4000 €

Dalle stele ancora fissano, pietrificati, le radici serpeggianti scalzare i gradoni dei palazzi, i secoli sgretolare le acropoli altezzose, il sole bruciare le piazze cerimoniali. Cogli occhi sbarrati squadrano genti d’ogni dove affacciarsi per un attimo sul loro mondo, calpestare i recinti sacri e violare le stanze riservate ai sacerdoti. Ed è solo all’imbrunire che quei sovrani maya tornano signori delle piramidi imponenti e degli spiazzi erbosi, dove arrivano appena i richiami degli uccelli e i fremiti dell’umida giungla subtropicale che avevano eletto a proprio paradiso, a proprio inferno. E nella giungla ritrovano ragion d’essere gli altari e la loro offerta di vento a un dimenticato, sanguinario Olimpo, mentre le enormi pietre zoomorfe riportano allo stringente hic et nunc lo spirito degli animali che ancora serpeggiano, scivolano, saltano e s’appostano, intessendo un groviglio verde di varchi, voli, versi e voci.

Questa foresta ha dato la vita a uomini dall’indole bellicosa che crearono una società spietata di caste e di conquiste. La conoscenza puntuale e completa dell’ambiente non bastò però ad arginare la cieca presunzione o l’incompetenza – problemi acutamente attuali – dei governanti, che avevano forse dimenticato l’impegno solenne giurato dai loro antenati alla Terra. Fu una gestione irresponsabile delle risorse naturali, una macromutazione genetica causata dalle droghe e dall’alcool o un lungo periodo di siccità ad azzerare uno dei trionfi più notabili dell’ingegno umano? Gli ultimi Maya a venir sepolti erano giovani e malati. E’ lì, dove i glifi delle stele e delle architravi tacciono, che occorre cercare, lì dove un millennio e mezzo di progressi e di ampliamenti è imploso, forzato dal potere della natura o dalla natura ciclica delle vicende umane. Noi, testimoni d’un’era di gloria lontana nello spazio e nel tempo, assistiamo attoniti e muti, incapaci di entrare nella logica, di intuire le ragioni, per sempre relegati fuori da quest’ambiente così remoto, così arcaico, così alieno. Noi stranieri, se solo cediamo alla tentazione dell’apprezzamento, dell’ammirazione, cadiamo vittime dell’incantesimo maya. Per primitive che ci appaiano – la ruota era conosciuta ma, essendo sacra, non era utilizzata –, l’unicità dell’espressione, la ricchezza dei bassorilievi, la complessità dell’iconografia e l’ambizione irrefrenabile di perforare il livello terrestre per arrivare al celeste hanno sedotto archeologi e avventurieri sin dal 1881, quando l’interesse scientifico prevalse sull’indifferenza colla quale gli spagnoli avevano registrato, più di due secoli prima, la scoperta di quegli antichi insediamenti, passando oltre in cerca di utili immediati. C’è sempre un tesoro sconosciuto all’inizio d’un viaggio alla scoperta di un mito, e la muta presentazione che ne fa Iximché, la prima capitale, apre con cautela lo scrigno d’un tempo favoleggiato, d’una terra da scoprire al di là degli oceani dell’ardimento. Le sue pietre invitano a intuire l’interazione tra i luoghi e gli esseri, tra il reale e l’immaginario, e dalle pietre inesorabilmente spoglie e misteriose salgono i fantasmi dell’eterno ieri, spiriti incapaci di scomparire che impercettibilmente accordano la nostra sensibilità ai registri, alla pluralità delle voci che ci attendono. Le mutile basi squadrate che si susseguono sulle aride ondulazioni di Iximché offrono appena un sentore della monumentalità che si scoprirà più a nord, ma la loro finalità rituale comunica il senso che lì si è partecipato significativamente al grande mistero, che lì bene e male, tempo e non tempo, vita e morte hanno lottato e lì le arcane potenze che regolano il visibile e l’invisibile si sono rivelate agli umani. E lì capiamo che c’è una presenza nascosta in ogni oggetto, si tratta solo di affinare la percezione e sintonizzarsi sulla giusta lunghezza d’onda.

Festose nuvole rosa di madre cacao (gliricidia sepium) fioriti fiancheggiano la Carretera 13 che si insinua nel Petén, la vasta regione settentrionale del Guatemala, cuore del territorio maya, che spaziava da Chichen Itzá in Yucatán a nord a Cerén ne El Salvador a sud e da Toniná nel messicano Chiapas all’orientale confine de El Puente in Honduras. Delle città-stato che lo punteggiavano, Tikal, con le piramidi più eleganti e d’una verticalità impressionante, era di certo la superpotenza. Dal vertice della Piramide delle Maschere, dirimpettaia di quella del Gran Giaguaro, il colpo d’occhio sulla Plaza Mayor, colle stele allineate in bell’ordine ai piedi dell’Acropoli Settentrionale, evoca cerimonie presenziate da folle immense, occasioni in cui regnanti e officianti in pompa magna consolidavano il proprio ascendente sul popolo, sudato e stregato dallo spettacolo come noi. Come i rivoli di formiche tessitrici che indefesse portano ritagli di foglie, le fiumane umane sbucavano dai larghi viali che serpeggiano sotto le fitte chiome agitando palme in segno di esultanza. Dev’essere successo così per secoli: la scena, che più che immaginata, si direbbe indotta dal contesto, ed è così vivida, così plausibile che non può essere stato altrimenti. Il rito si ripete ogni anno per il Festival della Razza il 12 ottobre, quando un carnevale di colori anima il verde del prato. E davanti alla resilienza di questi uomini tarchiati, davanti alla solidità di queste donne dalle forme decise, il lascito dei loro avi dismette la gratuita monumentalità da catalogo turistico che ha ai nostri occhi per diventare, davanti ai loro, lo scenario nobile e necessario perché si riannodino gli estremi del tempo e i Maya smettano d’essere una falsa profezia per diventare una realtà concreta: i viventi, colle fattezze dei progenitori, parlano il dialetto ancestrale e, a dispetto di tutti i flagelli che hanno sferzato questa terra, sono qui, dappertutto. Dall’alto del Tempio IV una visione, inverosimile ma reale, s’imprime indelebile nella memoria: i vertici delle tre piramidi più alte emergono dalle onde ordinate dell’oceano di foglie che le circonda, isole di pietra candida, reliquie d’una sovrumana aspirazione o, forse, relitti dell’umana superbia. Quest’ossessione d’ascesa, confermata dagli osservatori astronomici presenti in ogni sito e dalla precisione delle previsioni planetarie – accuratezza che noi europei avremmo raggiunto solo un millennio più tardi – sostanzia il dubbio – inoculato dall’apparentemente ingiustificato interesse che tutte le antiche culture dimostrano per i movimenti celesti – della presunta paternità extraterrestre della razza umana, ventilata dalla stessa mitologia creazionista maya.

Abbandonata in questa valle di lacrime, l’umanità, assecondando un innato senso dell’autorità, ha provveduto a creare i propri dèi. Per volgere uno sguardo benigno, le divinità maya richiedevano il sangue dei re e dei sacerdoti, ma apprezzavano di più i sacrifici umani. Guai ai vinti: che fosse una partita del gioco della pelota o una guerra, il capo degli sconfitti veniva decapitato. E’ quel che successe a Coniglio Diciotto, il sovrano che promosse l’epoca d’oro di Copán, attualmente poco al di là del confine con l’Honduras e, un tempo, la maggiore città-stato meridionale. L’acropoli torreggia su una radura dove numerose stele celebrano, nei famosi bassorilievi, importanti personalità agghindate con ricchi costumi ed elaboratissimi copricapi. Continuamente sotto gli occhi di tutti, quelle erano le immagini imposte dal sovrano, il loro equivalente dei graffiti, onnipresenti rappresentanti delle nostre democrazie. Pezzo unico è la scalinata dei geroglifici, non ancora completamente decifrata. Protetta da un tendone, non la si direbbe una delle più rilevanti costruzioni maya. Una ceiba gigante fornisce ombra al tempio che sovrasta l’acropoli, oltre il quale le conche di due grandi cortili affiancano il Tempio 16, decorato da una fila di teschi scolpiti che, secondo una prassi comune, racchiude come una matrioska un tempio precedente, il coloratissimo Rosalila, che si può ammirare in replica a scala naturale nel luminoso, interessantissimo museo del sito. Coniglio Diciotto, il Lorenzo de’ Medici di Copán, fu decapitato da Cielo Cauac, vassallo ribelle della vicina Quiriguá, immersa, oggi come allora, in infinite piantagioni di banane. La foresta cinge la grande piazza silenziosa, dove le stele più alte in assoluto, pregevolmente scolpite e appropriatamente protette da tettoie di palme, ritraggono ripetutamente Cielo Cauac, tanto quanto Coniglio Diciotto è onnipresente a Copán. La solitudine deliziosa delle rovine di Quiriguá si fa magica sotto le alte fronde dei viali del sito archeologico di Yaxhá. Alcune piramidi sono state ottimamente restaurate, altre restano sepolte, in attesa di esploratori dai pingui portafogli. Dopo la vertiginosa arrampicata, dalla loro cima la sensazione di dominio è faraonica. E, proprio come i faraoni e i cesari romani, i capostipiti delle dinastie venivano mitizzati e venerati, il loro nome per sempre inciso nella pietra, per sempre sospirato dall’aria. Alla fine d’una lunga giornata zigzagando tra piramidi, acropoli e rovine, il tacito appuntamento è in cima al Tempio 216 per assistere al tramonto sulla laguna, piccolo specchio lucente aperto nell’infinita selva: Yaxhá significa infatti “acque verdi”. La caduta del sole, lenta ma irrefrenabile, impone un raccoglimento religioso. Circondate dalla muta distesa verde, quelle epiche dichiarazioni di pietra serbano il segreto dell’intenzione che ne ha determinato forma e funzione, mentre i petroglifi criptano le leggende, i rituali e gli oggetti di un sapere che, esiliato da una mitica Montagna Fiorita – anche i Maya favoleggiano un Eden –, raggiunse apici d’eccellenza prima di venire risucchiato dal nulla. Dopo esser stati testimoni del bene e del male, del fasto e dell’annichilimento umani, l’avvicendarsi ineluttabile del giorno e della notte inscena il grande fondale dove arcane potenze ci hanno calato. Sospesi in quel tempo-non-tempo, la relatività di essere e non essere diventa percepibile, e la mente muta, sospendendo la frenesia brutale a cui è abituata, nel tentativo di adattarsi alla cadenza del graduale andare naturale. In quest’incrocio del concreto e del meraviglioso, del quaggiù e dell’aldilà, il caleidoscopio delle emozioni che ci condizionano si stempera nella fissità serena della luce morente, mentre si rivela l’ineluttabile dualità della condizione umana: è il trionfo di māyā, il concetto indiano di illusione. Dopo cena, sotto le stelle e davanti a una birra, ascolteremo le note delle stazioni radio di Flores, le prime della regione del Petén, che arrivano di certo fino alle casupole sperdute nella giungla impenetrabile che nasconde El Mirador, culla della civiltà maya, raggiungibile solo con diversi giorni di trekking.



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