Da Lima a Iguazù e ritorno di 2

Il racconto di questo viaggio si divide in 8 capitoli geografici: 1) DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno 1. Sezione PERÚ 2) DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno 2. Sezione BOLIVIA 3) DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno 3. Sezione PARAGUAY 4) DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno 4. Sezione BRASILE 5) DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno 5. Sezione BOLIVIA 6) DA LIMA A IGUAZÚ e...
 
Partenza il: 31/12/1998
Ritorno il: 16/04/1999
Viaggiatori: da solo
Spesa: 1000 €

Il racconto di questo viaggio si divide in 8 capitoli geografici: 1) DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno 1. Sezione PERÚ 2) DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno 2. Sezione BOLIVIA 3) DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno 3. Sezione PARAGUAY 4) DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno 4. Sezione BRASILE 5) DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno 5. Sezione BOLIVIA 6) DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno 6. Sezione CILE 7) DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno 7. Sezione BOLIVIA 8) DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno 8. Sezione PERÚ Per leggere il racconto completo bisogna seguire quest’ordine

La mattina dopo, sotto una leggera pioggerella, andai a piedi al confine che distava solo un chilometro. Alle otto, quando aprì la migración, consegnai la carta turistica e mi feci apporre il timbro di uscita sul passaporto. Superata la sbarra, cambiai Stato ed orario. La Bolivia, infatti, è un’ora avanti rispetto al Perú. Al posto di frontiera di Kasani mi dissero che bisognava pagare il rilascio della carta turistica. Cambiai gli ultimi soles peruviani da una cambiavalute, che aveva sistemato il banchetto pieno di banconote esattamente sotto l’arco che segna il confine, e tornai con l’equivalente in svalutatissimi bolivianos. Le banconote erano logore e le monetine di stagno sembravano finte. Avevo sentito ogni genere di storie sui funzionari di frontiera boliviani: come secondo mestiere estorcono denaro ai turisti. E invece l’ufficiale mi rilasciò una ricevuta di pagamento, con i suoi bei timbri, date e firme. Provai a chiedere un permesso di tre mesi, ma mi rispose che di quella durata lo rilasciavano solo a La Paz. Timbrò il passaporto e la carta turistica: 30 días.

Collasuyo sotto l’impero inca, Alto Perú nel periodo coloniale, Bolivia dal 6 agosto 1825. Da lungo tempo attendevo questo momento. Fu molto divertente passare legalmente la frontiera con un sacchetto di foglie di coca. Lì vicino c’era la fermata dei colectivos per Copacabana. Salii su una vecchia Dodge nera, sperando di non doverla anche spingere visto com’era ridotta. Quando fu bella piena partimmo. La strada, che fino a quel punto era asfaltata, divenne una pista accidentata piena di pozzanghere. Era il biglietto da visita della Bolivia.

Copacabana sorge sulla sponda meridionale del Lago Titicaca, mollemente adagiata tra due buffi colli. Il nome dal sapore esotico non ha niente a che vedere con la spiaggia di Rio. In lingua aymara significa Vista sul lago. Trovai una stanza in un alojamiento vicino al lago, con bagno e cucina in comune, spendendo meno della metà di quello che pagavo in Perú. Rimasi piacevolmente colpito dai prezzi incredibilmente bassi che si praticavano in Bolivia, considerando che Copacabana è una località molto frequentata dai turisti. Andai a zonzo per il centro e mi fermai davanti alla Catedral costruita in stile mudéjar, con le alte volte artesonado e gli azulejos che ricordano le influenze arabe nell’architettura spagnola. In una teca collocata sopra l’altare maggiore è conservata la statua nera della Virgen de la Candelaria. Le sono attribuiti numerosi miracoli e attira un flusso inarrestabile di devoti pellegrini. Nella piazzetta di fronte vidi Stefania, che si stava riparando dalla pioggia leggera sotto un gazebo rialzato destinato alle orchestre. “Ma non facevamo prima a viaggiare insieme?” le urlai, zompandole da dietro e provocandole un mezzo infarto. Quando si riprese mi disse che stava soffrendo l’altitudine, ed era un po’ preoccupata perché stava partendo per La Paz.

“A che altezza si trova? Quattromila, no?” “Bah, credo di sì, più o meno.” “Volevo andare sul Chacaltaya, ma mi sa tanto che non ce la faccio. Boh, se proprio vedo che sto male torno indietro.” Da quell’invidiabile punto d’osservazione assistemmo ad un corteo di cholas, che protestavano contro il sindaco sventolando le huipalas, le bandiere a scacchi dell’Impero del Sole. L’accompagnai sull’autobus e ci salutammo, certi che ci saremmo rivisti prima o poi.

Il mio stomaco brontolava. Andai a passo sicuro verso il mercato. Avevo imparato che c’è sempre un settore riservato ai comedores, mense essenziali dove esperte signore preparano piatti semplici ma gustosi. Erano disposti uno di fianco all’altro, grandi quanto basta per contenere un angolo cottura e una panca. L’accanita competizione permetteva di concludere ottimi affari. La cuoca mi servì un caldo de gallina, minestra liquida di verdure con dentro un po’ di pasta scotta e un pezzetto d’osso di pollo. Di seguito un piatto di riso, pollo e patate e una scodellina di pomodori e cipolle. Sul bancone c’era l’onnipresente llajhua, la salsa piccante verde o rossa preparata con pomodori e peperoncini.

Dopo mangiato salii sul Cerro Calvario, uno dei due colli entro cui è compresa la città. Sulla ripida scalinata erano state erette, ad intervalli, le quattordici stazioni della via crucis, che terminavano nel piccolo santuario posto sulla sommità. A metà della salita c’era un belvedere con panchine e tavolini in cemento per i pic-nic. In teoria, perché invece erano utilizzati da sedicenti stregoni per togliere il malocchio e per assicurare la protezione degli spiriti. Il rituale prevedeva abbondanti aspersioni e libagioni di birra e l’uso delle foglie di coca, tra fumi d’incenso e croci cristiane in un miscuglio sincretico di nuove ed antiche credenze magico religiose. Ripresi la via dell’ortodossia e raggiunsi la cima. Il cielo era nuovamente di un azzurro profondo, posto maggiormente in risalto dal bianco puro delle nevi eterne. All’orizzonte la penisola di Yampupata si allungava verso nord proseguendo idealmente nell’Isla del Sol, separata dalla costa solo da un breve braccio di lago.

Il Niño Calvario, l’altro colle di Copacabana, è caratterizzato invece da aspre formazioni rocciose e da pietre scolpite. Il reperto più famoso è la cosiddetta Horca del Inca, una pietra orizzontale posta su due affilate rocce verticali, che la leggenda popolare vuole servisse come patibolo per le impiccagioni, da cui il nome. In realtà pare che venisse usata come osservatorio solare. Purtroppo il sito era deturpato da scritte e da graffiti.

Dopo una lunga astinenza decisi di approfittare della cucina dell’alojamiento per prepararmi un bel piatto di pasta. Andai al mercato e comprai pomodori, cipolle, peperoncini e mezzo chilo di spaghetti, venduti sfusi in grossi sacchi di canapa. Comprai anche qualcosa da mangiare per il giorno dopo e un sacco dello zucchero vuoto, utile per diversi scopi. Tra i comedores incontrai Brooke e Yana che stavano bevendo delle birre, tanto per non perdere l’abitudine.



  • Gianluca Sgaramella Gianluca Sgaramella
    Non riesco a leggere un diario in santa pace, posso capire che la publicità è la vostra fonte di reddito, ma questa a tutto schermo è davvero insopportabile..scusate lo sfogo."
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