Città imperiali deserto e Atlantico

19 ottobre 2003 Domenica Volo AT 5163 da Verona a Marrakech. Ci siamo sistemati all'Hotel Ibis Moussafir di Marrakech, situato accanto alla stazione ferroviaria, in una stanza tranquilla e pulita. Rinfrancati da un breve relax, eccoci in strada con passo deciso ad immergerci nella città. Ventotto gradi di temperatura, ben ventilati da una...
 
Partenza il: 19/10/2003
Ritorno il: 02/11/2003
Viaggiatori: in coppia
Spesa: 3500 €

19 ottobre 2003 Domenica Volo AT 5163 da Verona a Marrakech.

Ci siamo sistemati all’Hotel Ibis Moussafir di Marrakech, situato accanto alla stazione ferroviaria, in una stanza tranquilla e pulita. Rinfrancati da un breve relax, eccoci in strada con passo deciso ad immergerci nella città.

Ventotto gradi di temperatura, ben ventilati da una leggera brezza.

Da Avenue Hassan II parte il nostro percorso, sui marciapiedi di un largo viale alberato per immetterci in Avenue Mohamed V, sinché, oltrepassate le mura della Medina, vediamo la Koutoubia, il minareto di 70 metri illuminato a giorno. Ci allontaniamo dal traffico disordinato e strombazzante infilandoci in una viuzza di botteghe di colori ed odori. Confusione di persone che passeggiano senza meta, che trattano acquisti, che chiacchierano senza posa.

Djemaa El Fna è la piazza principale della città, ma è molto più di una piazza, è un cuore che pulsa vitalità ed eccitazione. Gremita di bancarelle di venditori di spezie, frutta secca e spremute d’arancia, disposte a quadrilatero nel cui centro innumerevoli altre bancarelle adibite a ristorantini all’aperto. Fumo acre di cucina, di griglia e di fritto, odori di ogni sorta, vocio ininterrotto. Cerchiamo un ristorante più tradizionale, nonostante la tentazione di accomodarsi in una di quelle bancarelle tra fumi e profumi. Saliamo un tot di gradini sino a raggiungere la terrazza di “Chez Alì”, Rue Moulay Ismail. L’ingresso, tra botteghe e banco del cambio, promette ben poco, saliamo una scala a sinistra affacciandoci ad ogni piano su cortiletti e ballatoi ed eccoci sulla terrazza e sui tavolini in ferro e mosaici di piastrelline.

La cena è a buffet, nel vero senso del termine. Su di un bancone sta ogni sorta di verdure crude e cotte. Sull’altro, bracieri scaldano pentole di terracotta colme di vivande. Cibi speziati e saporiti, nient’affatto stucchevoli e pesanti allo stomaco. Ci riempiamo i piatti e ceniamo sorseggiando tè alla menta, al modico costo di 130 DH (circa 13 euro in due).

Nella piazza Djemaa El Fna la gente è sempre più numerosa e la folla assiepata attende l’inizio di uno spettacolo di acrobati. C’è una gran confusione, ma noi tranquilli dalla nostra postazione osserviamo curiosi questa piazza ch’è un tripudio di bancarelle, colori e personaggi.

20 ottobre 2003 Lunedì Colazione pantagruelica nel giardino dell’hotel, il sole è già caldo alle nove del mattino.

Ci avviamo, ritemprati e pasciuti alla conquista della Medina. Arriviamo alla piazza Djemaa El Fna nella quale l’attività degli ambulanti è già iniziata. Venditori di spremute d’arancia e frutta secca cercano di attirare la nostra attenzione, così pure i danzatori e gli incantatori di serpenti. Cerchiamo di orientarci per inoltrarci tra i souk, andando per tentativi, si fatica decisamente a capire, nonostante la nostra mappa, poiché mancano totalmente indicazioni e nomi di vie.

Ci imbattiamo in Ismail, guida abusiva, ma simpatico e cordiale, che ci accompagna chiacchierando nel dedalo di stradine della vera Medina. Piccole e fatiscenti botteghe artigianali si alternano alle porte delle dimore. Uomini, donne e bambini accovacciati davanti alla porta di casa.

Curiosiamo in un’officina dove uomini e bambini saldano ferro e lamiere per costruire lampade, proteggendosi il viso con un pezzo di stoffa. Poco più in là due ragazzi decorano a vivaci colori scansie e scaffali, mentre accanto, in un antro puzzolente e caldo, un uomo mescola il colore che bolle dentro una vasca. C’è odore di lana cotta anche nel magazzino dove le matasse multicolori sono appese ad asciugare. Prima di raggiungere la zona dei conciatori di pelli, Ismail ci procura alcuni ramoscelli di menta, che ci aiuteranno a mitigare la puzza nauseabonda. I conciatori lavorano seminudi dentro vasche di due metri per uno tracimanti liquidi melmosi e putridi dove trattano le pelli di capra, vacca e cammello. Le pelli vengono quindi liberate dalla lana, stese ad asciugare e infine levigate pezzo per pezzo per renderle morbide e pulite. Segue a questo la fase della colorazione con zafferano, henné ed altri colori naturali.

Da lì passiamo alla zona dei tessuti e dei tappeti, quindi alle spezie che ci ubriacano dei più disparati profumi. Ismail ci ospita a casa sua per un tè e per riposarci un po’, accovacciati sul divano di un piccolo “salotto”, ovvero una stanzetta senza finestre che si affaccia come le altre in un cortiletto assolato dal quale prende la luce. A Palazzo Badii ci andiamo da soli. Gli edifici in rovina ancora rappresentano la maestosità di cui hanno goduto. Sulle mura merlate hanno nidificato le cicogne, irremovibili sentinelle a guardia di quel che resta della dignità di un passato di sultani. Le Tombe Saudiane invece si sono conservate in uno stato migliore, vi troviamo i mosaici a ricordo delle fastosità passate.

21 ottobre 2003 Martedì Abbiamo affittato un’auto (già dall’Italia) e ritiriamo pertanto una Fiat Palio. Partiamo a metà mattinata in direzione Ouarzazate. Lungo la strada, dapprima pianeggiante e poi pedemontana, casupole, botteghe e spacci raccolti in piccoli centri, mentre dal ciglio si sbracciano ragazzi che vendono minerali multicolori rinvenuti tra le rocce delle montagne dell’Atlante. La Palio s’inerpica sino al Passo Tizi n’Tichka (m. 2260) mentre il cielo si rannuvola. Cambiano i colori del paesaggio, tra i monti si distinguono appena le casupole dei villaggi – kasbah – fatte di fango rossastro. Il vecchio Villaggio di Ait Benhadden, al quale facciamo tappa, è un insieme di kasbah di pisé, terra rossa argillosa mescolata a paglia, arroccato su un pendio roccioso che degrada verso un fiumiciattolo, ora asciutto. Le poche famiglie che vivono qui lavorano i campi resi fertili dal letame che i contadini trasportano nelle ceste a dorso di mulo. Dopo una ventina di chilometri eccoci a Ouarzazate, paesotto che si sviluppa lungo una strada principale, in un susseguirsi di edifici, per lo più alberghi e ristoranti costruiti in tempi di ottimismo progettuale, tempi in cui si sperava nell’arrivo di un florido turismo. Speranze alimentate dai numerosi set cinematografici che in passato hanno reso questi luoghi protagonisti di numerosi e famosi film.

A Ouarzazate prendiamo una stanza (718 DH colazione compresa) all’Hotel Kenzi Azghor, quattro stelle, in Boulevard Prince Moulay Rachid, camera ordinata e pulita con quello sfarzo arabo un po’ kitch. Ceniamo davvero bene e spendiamo poco (210 DH) al Ristorante “La Kasbah”, proprio di fronte alla kasbah Taurit.



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