Sulla Via della Seta da Khiva a Urumqi (parte I)

Ripercorrere le orme di Marco Polo lungo la Via della Seta è il sogno di tutti i viaggiatori. La vita moderna impone però i suoi limiti di tempo e con tre settimane a disposizione ci siamo concentrati sull’Asia Centrale, attraverso ...

  • di mapko64
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  • Viaggiatori: in coppia
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

Ripercorrere le orme di Marco Polo lungo la Via della Seta è il sogno di tutti i viaggiatori. La vita moderna impone però i suoi limiti di tempo e con tre settimane a disposizione ci siamo concentrati sull’Asia Centrale, attraverso Uzbekistan, Kirghizistan e Xinjiang in Cina. Si tratta di realtà molto diverse, tanto che ci è sembrato di fare tre viaggi separati. In Uzbekistan le mitiche città di Khiva, Bukhara e Samarcanda hanno una lunga storia alle spalle e sono inconfondibili per le loro architetture islamiche. In Kirghizistan le tradizioni nomadi sono ancora forti con le splendide montagne cosparse dalle yurte dei pastori. Nello Xinjiang la popolazione uigura, che vive in questa regione da secoli, è ormai sotto l’assedio della “colonizzazione cinese”. Naturalmente non mancano gli elementi comuni a tutta la regione, primo fra tutti la lingua parente stretta del turco, anche se trascritta con alfabeti diversi (l’arabo in Cina, il cirillico per ora nell’ex Unione Sovietica). Dopo il crollo del comunismo, l’Asia Centrale sovietica ha raggiunto finalmente l’indipendenza ma non ha certo risolto i suoi problemi. Le cinque repubbliche nate dalle ceneri della superpotenza sono finite sotto il controllo dei comunisti locali che in tutta fretta hanno rinnegato il passato e abbracciato il corano. In Uzbekistan il presidente Karimov ha imposto un rigido stato di polizia mentre i kirghisi si sono liberati solo da qualche anno, con la rivoluzione dei tulipani, del fisico ex-comunista Akayev. I confini degli stati attuali sono stati creati artificialmente da Stalin in base al principio del divide et impera e il miscuglio di popolazioni determina non poche tensioni. Nelle capitali, Tashkent e Bishkek, il futuro della numerosa minoranza russa appare incerto, anche per il prossimo abbandono del cirillico. Lo spauracchio dell’integralismo islamico è servito ai governi per rafforzare il proprio potere. Durante il nostro viaggio tuttavia non abbiamo assisto a manifestazioni d’integralismo: in Kirghizistan la religiosità è molto blanda mentre in Uzbekistan il comunismo è servito se non altro per liberare le donne dalla tradizionale condizione d’inferiorità (forse la situazione è diversa nella valle di Fergana dove però non siamo stati). Un discorso a parte merita lo Xinjiang: il governo della Repubblica Popolare ha promosso una forte immigrazione di cinesi han e di questo passo la popolazione uigura diventerà una minoranza nella sua terra. Nelle città i moderni quartieri cinesi, con ampi viali pieni di centri commerciali, stanno rimpiazzando i vicoli tradizionali con le case di fango e le piccole botteghe. Cinesi e uiguri sembrano vivere in due mondi paralleli, anche per la totale incomunicabilità linguistica. La contraddizione è stridente: mentre le giovani cinesi passeggiano con minigonne vertiginose, le donne uigure sono spinte nel passato e alcune tornano a indossare il burkha. Di ritorno da questo viaggio è bello più che mai “srotolare” i tanti ricordi, come suggerisce Kapuscinski. Dal punto di vista monumentale le città uzbeke non temono rivali. La cittadella di Khiva è magnifica, un vero museo a cielo aperto che riporta nelle atmosfere del passato. Le moschee e le madarse di Bukhara sono splendide; la piazza con il minareto Kalon la più bella di tutto il viaggio. Samarcanda, la mitica capitale di Tamerlano, con il famoso Registan offre magnifici edifici, anche se i viali moderni hanno eliminato parte del fascino. In Kirghizistan la natura regna incontrastata, con i paesaggi montani e la quiete del lago Son Kul. Sul versante cinese il lago Karakul è una gemma collocata a 4000 metri di altitudine, circondata da giganti innevati. Il passo del Torugart invece è stato una delusione, a causa anche della giornata inclemente, nonostante l’emozione per avere attraversato un confine “impenetrabile”. Un elemento interessante, lungo questo antico tratto della Via della Seta, non potevano che essere i mercati. In Uzbekistan stanno rifiorendo dopo la fine dell’economia di stato; a Kashgar in Cina il famoso mercato domenicale è ormai troppo moderno mentre quello del bestiame rimane affascinante, con le trattative suggellate da vigorose strette di mano. In provincia i mercati di Yarkand e Urpal sono stati una piacevole sorpresa. Ed ora il diario di viaggio. In Asia Centrale abbiamo percorso il seguente itinerario: Khiva – Bukhara – Samarcanda – Tashkent – Bishkek – Passo Torugart – Kashgar – Turpan – Urumqi

Venerdì 10 agosto: Roma – Milano Abbiamo organizzato il nostro viaggio sfruttando un’attenta combinazione di voli Uzbekistan Airways, compagnia efficiente e in forte crescita. Durante l’estate ai due voli settimanali Roma – Tashkent se ne aggiunge un terzo da Milano, l’unico sul quale abbiamo trovato posto vista l’alta stagione. La mattina raggiungiamo quindi Linate e ne approfittiamo per fare un giro in città. E’ una bella giornata e piazza del Duomo è affollata di turisti. Dopo pranzo ci spostiamo in metro alla basilica di Sant’Ambrogio ma è chiusa per restauro; anche il tentativo di ammirare il Cenacolo di Leonardo fallisce miseramente in quanto i biglietti, acquistabili solo per telefono, sono esauriti. Non ci resta che consolarci visitando la chiesa di Santa Maria delle Grazie dalla bella cupola ottagonale e riposarci nel suo piacevole chiostro. La sera raggiungiamo Malpensa dove ci aspetta il volo intercontinentale. Sabato 11 agosto: Milano – Tashkent – Urgench – Khiva Sbarchiamo a Tashkent, capitale dell’Uzbekistan, la mattina presto ma l’aereo per Khiva è in serata. Ci spostiamo al terminal dei voli nazionali per vedere se ci sono posti disponibili su un volo precedente; siamo fortunati e riusciamo a infilarci in quello delle dieci. Il vecchio Tupolev russo suscita qualche preoccupazione in Stefania ma in un’ora e mezzo ci conduce sani e salvi a Urgench. Il nostro viaggio però non è ancora finito; recuperati i bagagli direttamente dai carrelli nel piazzale, ci affidiamo al tassista che subito ci ha agganciato. Attraversata Urgench, moderna ma piacevole e senza casermoni, proseguiamo attraverso una pianura coltivata ricca di frutteti e cocomeri, raggiungendo in appena mezzora Khiva, nostra destinazione finale. Siamo alloggiati all’Hotel Islambek, appena all’interno dell’Ichan Kala, la città antica circondata dalle mura. La nostra prima passeggiata ci proietta in un mondo affascinante con case di fango, tra le quali risplendono come gemme, moschee, madarse e minareti. L’assenza di ogni mezzo di locomozione, inclusi quelli a trazione animale, crea un’atmosfera di grande tranquillità che nemmeno i venditori di souvenir riescono a turbare. Raggiungiamo la Porta Occidentale, uno dei quattro accessi lungo le mura, dove acquistiamo un biglietto che ci consentirà di visitare, tra oggi e domani, quasi tutti i luoghi d’interesse. Dall’esterno ammiriamo la pittoresca successione di torri delle mura. Una statua ritrae Al Khorezmi, “inventore” dell’algoritmo, probabilmente originario della regione mentre un grande cartello con la Via della Seta sembra volerci illustrare la strada che ci aspetta. Rientrati nella città antica, subito si distingue l’inconfondibile Kalta Minor. Il minareto, commissionato nell’ottocento come la maggior parte degli edifici di Khiva (per questo in buono stato di conservazione), doveva essere il più alto del mondo islamico ma non fu mai completato. La sua superficie è interamente ricoperta da fasce decorate di mattonelle smaltate. Di fianco si trova la madarsa Mohammed Amin Khan, tanto grande da rendere necessario l’abbattimento di un tratto delle mura. La facciata presenta la classica struttura a due livelli di arcate e un portale centrale. Al suo interno oggi è ospitato l’Hotel Khiva. Il Kukhna Ark era la fortezza residenza degli emiri di Khiva. La sua storia è antica ma la costruzione attuale risale all’ottocento All’interno si raggiunge subito una piccola corte con la moschea estiva, un portico con due file di colonne di legno e pareti interamente ricoperte da mattonelle con arabeschi bianchi e blu. In un angolo si apre la zecca che oggi ospita una collezione di monete e banconote di seta. Nella seconda corte si trova la sala del trono, un meraviglioso porticato utilizzato durante l’estate per le udienze. Il soffitto ligneo presenta cassettoni con decorazioni geometriche colorate. D’inverno le udienze si tenevano invece in una yurta collocata sulla base circolare in mezzo alla corte. Il bastione Ak Sheik Bobo rappresenta il cuore delle fortificazioni dell’Ark. Le sue fondamenta sono antiche, contemporanee alle rovine delle fortezze sparse per il deserto della regione del Khorezm (l’antica Corasmia). Dalla torre a due livelli si gode un bel panorama sulla città. Tra le madarse, spiccano i minareti di Islam Khoja e, più vicino, della moschea del venerdì. Davanti all’ingresso dell’Ark si trova la Zindan, la prigione della città. Tra le tante punizioni previste, una più tremenda dell’altra, mi colpisce la condanna a essere chiuso in un sacco pieno di gatti selvatici. Sul lato opposto della piazza sorge un’altra grande madarsa, opera di Mohammed Rakim Khan, con la classica facciata preceduta però da un’insolita corte. All’interno è ospitato un museo, in parte dedicato al khan che si dovette arrendere ai russi nel 1873 cercando poi di acquisire da loro qualche elemento di modernità spesso con risultati comici (come quando si portò un telefono da San Pietroburgo nonostante non ci fossero linee per centinaia di chilometri). Tornati su Pulvon Qori, l’asse principale che unisce le porte occidentale ed orientale, raggiungiamo la piccola madarsa che ospita il museo della musica: nel cortile si trova una yurta mentre nelle celle sono esposti lunghi mandolini e foto di cantanti degli anni settanta. La moschea Juma (del venerdì) è fiancheggiata da un alto minareto di mattoni decorato con strette fasce di mattonelle. La torre si restringe verso l’alto e presenta una preoccupante inclinazione. Raccolgo la sfida e affronto subito la salita, attraverso scoscesi gradini al buio. La grande sala della moschea è una foresta di oltre duecento colonne di legno; alcune sono intagliate, le quattro più antiche risalgono addirittura al X secolo. Ceniamo nella Chaikana Farruh, in un cortile su Pulvon Qori, ma il cibo non è all’altezza dell’ottima posizione. Domenica 12 agosto: Khiva La mattina dalla terrazza dell’albergo ammiriamo un panorama di case di fango e paglia; antenne fissate sopra bastoni e qualche parabola si alternano a minareti e cupole. Raggiungiamo il mercato che si svolge appena fuori le mura. Frutta e verdura fanno bella mostra di se su panni poggiati per terra: carote gialle, meloni, cocomeri e tanti ortaggi. Le donne indossano vivaci vestiti colorati. Nessuna porta il velo ma nemmeno osa i pantaloni! Riprendiamo la nostra visita dei monumenti di Khiva con il Palazzo di Pietra, Tash Hauli, che nell’ultimo periodo sostituì l’Ark come residenza dell’emiro. Una mostra ricostruisce botteghe artigianali per la lavorazione di pietre, ceramiche e tessuti (con tanto di Singer). Alcuni manichini indossano grossi cappelli a colbacco; altri sono pelati con la barba. Il complesso si articola attorno a tre corti raggiungibili da ingressi diversi. La prima era destinata all’harem; su un lato si aprono cinque iwan, per il sultano e le sue quattro mogli, delimitati da pilastri di legno finemente scolpiti su basi di marmo. Il cortile è decorato con mattonelle blu che formano grovigli di decorazioni. Al centro della seconda corte una yurta è collocata sopra una base circolare, ricordo delle origini nomadi degli uzbeki; su un lato si apre la sala del trono e tutto intorno si apprezzano i rivestimenti di maioliche. Nella terza corte le due basi circolari sono vuote mentre l’iwan ha nel mezzo una colonna di legno su base di pietra; il soffitto ligneo è tutto colorato e decorato con motivi geometrici. Belle anche le cornici di legno rosso delle tre finestre. Qui era amministrata la giustizia, un’uscita serviva per i condannati l’altra per gli assolti. Vicino alla porta orientale si fronteggiano le due grandi madarse di Kutluq Muraq Inaq e Allah Kuli Khan. Il luogo è apprezzato dagli uzbeki che si fanno fotografare in compagnia di una tigre finta. Nei paraggi un museo di storia naturale, ospitato nelle celle della piccola madarsa di Abdullah Khan, attrae molti visitatori anche se la frutta in mostra è la stessa del mercato! Tra gli animali impagliati due pecorelle nere unite per la testa. Più interessante il museo di arti applicate nel quale si ammirano pilastri e porte di legno finemente incisi, vestiti lunghi di seta colorata per le donne (tra cui il parcha rosso e dorato), cappelli maschili e femminili con lunghe trecce di capelli attaccate. Le borse da sella hanno disegni geometrici, i tappeti ornamenti a marigul. Rotoli scritti in arabo risalgono all’ottocento. Non mancano i tradizionali leggii per il corano che ieri abbiamo visto fabbricare in un laboratorio. La madarsa e il minareto di Islam Khoja risalgono al 1910 e sono gli ultimi monumenti islamici costruiti a Khiva. Il minareto sembra un gigantesco birillo con fasce di piastrelle colorate. Dalla cima si domina la città: la cupola del mausoleo di Paklavan Mahmoud e il tozzo minareto Kalta sono macchie di smeraldo in mezzo alla tonalità beige delle case di fango e delle moschee di mattoni. Sotto di noi, da una parte un’umile moschea con cupola e portico, dall’altra le cupolette di un cimitero, ma l’effetto più bello è il curioso contrasto tra i colori del deserto della città che ha travalicato le mura e il verde della piana tutto intorno (un’oasi al contrario!). Sull’altro lato della piazzetta sorge la prima scuola “moderna” non religiosa costruita a Khiva (1912), oggi sede del museo dell’educazione. Il visir Islam Khoja cercò di ammodernare lo stato ma le sue riforme causarono l’ira dei conservatori che lo fecero assassinare. Il museo espone foto d’epoca che ritraggono il bazar, la città vecchia e uomini con il curioso colbacco irsuto che oggi si trova in vendita in tutte le bancarelle. La modernità è rappresentata da una macchina fotografica e un grammofono. Nel manifesto della prima scuola secondaria di Khiva campeggiano Marx, Lenin e Stalin. Altre foto ritraggono insegnanti decorati con medaglie sovietiche. Nei paraggi raggiungiamo il mausoleo più sacro della città, intitolato a Paklavan Mahmoud, un poeta filosofo vissuto nel trecento. La sala quadrata, dominata dall’alta cupola, è interamente rivestita di maioliche azzurre con intrecci bianchi. Finalmente un luogo religioso sembra avere ritrovato la sua funzione originaria. Un gruppo prega seduto in un angolo benedicendo il pane ma presto ci accorgiamo che è tutta una finzione: i turisti giapponesi, infatti, danno il cambio ai locali. Una scritta in arabo corre sopra le pareti della sala; più in alto un ottagono con nicchie angolari e un terzo livello formato dagli otto spicchi della cupola. Nell’ambiente di sinistra, dietro una porta di legno, si trova la tomba di Paklavan Mahmoud, magnificamente ricoperta di mattonelle decorate. Tutto intorno al mausoleo sorge un pittoresco complesso di tombe mentre nella madarsa sull’altro lato della strada sono sepolti due poeti e, con gusto macabro, si conservano sotto spirito due gemelli nati uniti. Dopo avere placato la fame con due samsa, fagottini ripieni di carne e cipolla appena sfornati, pranziamo in un ristorante al bazar insieme ai locali ordinando gli spiedini che accompagneranno spesso il nostro viaggio. Una puntata fuori dalla porta orientale ci conduce subito a una moschea attiva, dove ci invitano a entrare. Il pavimento è ricoperto da un tappeto con le “posizioni” per i fedeli. Le pareti sono bianche con cupolette rette ciascuna da quattro pilastri coperti da una specie di carta da parati di seta. L’insieme è semplice ma carino, con un minuscolo minbar formato da quattro gradini di legno. Il successivo minareto è cilindrico invece che affusolato come gli altri mentre nel mausoleo di Abd el Bobo la tomba del santo è segnalata da un palo coperto da pezze colorate. Tutto intorno sorgono tombe di mattoni con cupolette. Una passeggiata oltre l’angolo nord-occidentale delle mura ci porta fino al palazzo Isfandiyar. Il complesso versa in cattive condizioni eccetto un padiglione che conserva sale con lampadari a gocce e stufe in ceramica colorata, testimonianza degli influssi russi d’inizio novecento. Terminata la visita, ci concediamo una sosta in una chaikhana, una casa del tè. Stefania indossa in testa un fazzoletto color Hare Khrisna con medagliette dorate e subito suscita l’interesse della padrona che sorride scoprendo i denti d’oro. Mentre noi sediamo a un tavolino, un gruppo di vecchi con bianchi cappelli sorseggia il chai su un letto coperto da tappeti e cuscini. Rientrati nell’Ichan Kala dalla porta settentrionale, percorriamo un tratto del camminamento sulle mura fino all’Ark. Ci dedichiamo poi all’esplorazione delle parti “meno nobili” della cittadella. Khiva è un gioiello che ha tutti gli elementi per trasformarsi in una città museo ma per fortuna mantiene anche la sua spontaneità. All’interno delle mura, oltre il “nocciolo” centrale di madarse e moschee, sorgono le case della gente comune e i bambini salutano ancora gli stranieri. Il turismo non ha raggiunto i livelli di guardia e le bancarelle di souvenir sono limitate. Le attività artigianali rimangono vive, in particolare la lavorazione del legno. In un laboratorio si producono porte intagliate e leggii per corani che possono assumere molteplici posizioni. La produzione di tappeti è diffusa: in un altro cortile le tinture bollono dentro tinozze mentre le matasse sono stese ad asciugare. La nostra passeggiata ci porta fino all’angolo sud-occidentale delle mura, dove sorgono numerose tombe addossate l’una all’altra. Ceniamo alla Chaikana Zarafshon nella piazza del minareto Islam Khoja. I tavoli sono collocati all’aperto davanti alla madarsa Tolib Maxsun. Questa volta alla vista magnifica si accompagna una cena squisita, conclusa in bellezza con alcune fette di cocomero. Terminiamo la giornata assistendo a uno spettacolo nella madarsa Allah Kuli Khan (5000 som pax). Si esibisce un gruppo o meglio una famiglia formata da papà, mamma, zio e i due figli. Il papà suona un mandolino con due casse che sembrano tamburi, lo zio un tamburello, il ragazzo più grande nacchere metalliche, la mamma balla e canta mentre il più piccolo fa le smorfie e qualche balletto. Alcune movenze sembrano quasi africane con il ragazzo che si lancia in una danza sfrenata imitando una scimmia. Lunedì 13 agosto: Khiva – Bukhara Questa mattina ci attende il lungo trasferimento fino a Bukhara. Per procurarci un’auto privata ci siamo affidati all’intraprendente figlio del proprietario dell’albergo. Il ragazzo è l’unico che parla inglese ed è un gran furbacchione. Dopo un po’ di tira e molla ci siamo accordati per 70 dollari perché la macchina dovrebbe avere l’aria condizionata ma poi naturalmente non c’è. Partiamo alle nove, percorrendo di nuovo il lungo e ampio rettilineo per Urgench. Il nostro autista, Ubayd, alla guida di una Daewoo Nexia si lancia fino a 150 km/h facendo mangiare la polvere alle piccole Daewoo. La linea elettrica del filobus accompagna tutto il tragitto; grosse tubature d’acqua corrono a fianco della strada. Arrivati alla periferia di Urgench prendiamo la strada per Xonqa, fermandoci per fare rifornimento di gas. Al distributore ci sono solo macchine della casa coreana. Immense piantagioni di cotone accompagnano il nostro viaggio finché alle dieci raggiungiamo l’Amu Darya, il cui nome antico, Oxus, evoca ricordi storici e in particolare il racconto di Erodoto della campagna di Ciro in Transoxiana contro i Messageti che costò la vita al grande re persiano. Il fiume scorre maestoso con le sue acque melmose scavalcate da un lungo ponte di chiatte metalliche. Nei punti di raccordo gli operai stanno facendo delle saldature; una Lada supera con difficoltà un dosso mentre la nostra Nexia procede spedita. Subito dopo l’autista si ferma alle bancarelle lungo la strada per acquistare quattro cocomeri. Il paesaggio prosegue monotono e densamente popolato. Superata Turtkul alle 10:30 si fa più brullo, scompaiono le coltivazioni sostituite da bassi cespuglietti e campi spelacchiati. Costeggiamo la ferrovia; qua e là ricompare qualche campo di cotone ma poi la sabbia ha la meglio. Ormai il deserto regna incontrastato con la piatta distesa di sabbia e terra punteggiata da ciuffetti di vegetazione. La striscia d’asfalto, quasi sempre in buone condizioni, si allunga in mezzo al nulla. Proseguiamo lontani dal fiume finché appare la macchia cobalto di un lago. L’autista mi cita il suo nome ma la pronuncia è incomprensibile. Poco dopo un cartello ci svela che siamo a Sorimoy a 270 km da Bukhara. Superiamo un posto di controllo, forse un confine regionale; un poliziotto stringe la mano ad Ubayd. L’autista è di Bukhara e cerco di fare un po’ di conversazione con l’aiuto del frasario ma la pronuncia mi mette in difficoltà: riesco appena a dire che fa caldo, non piove mai e d’inverno nevica. La strada peggiora a causa di un lungo tratto di lavori in corso. Poco prima dell’una attraversiamo un altro posto di controllo ma i poliziotti si disinteressano del nostro passaggio. Il paesaggio è ritornato completamente piatto e procediamo fissi a 150 km/h. Ci fermiamo per il pranzo in un locale lungo la strada. In cucina mi mostrano un invitante langhman, una zuppa con noodles e verdure, tipica dell’Asia Centrale. Ormai Bukhara non è lontana e l’avvicinarsi della città è segnalato dalla ricomparsa delle piantagioni di cotone. A Bukhara alloggiamo nell’Hotel Amelia a pochi passi dall’animata Lyabi Hauz. Al centro della piazza si trova una vasca ombreggiata da alberi, circondata dai tavoli di ristoranti e chaikana mentre su tre lati sorgono antichi edifici religiosi. La madarsa di Nadir Divanbegi presenta attorno al portale un elemento eretico: due grossi uccelli che tengono una pecorella tra gli artigli, rivolti verso un sole con la faccia mongola. All’interno, la corte piena di negozi è occupata dai tavolini dei caffè. L’edificio era stato costruito per essere utilizzato come caravanserraglio ma quando il khan lodò la nuova madarsa nessuno osò contraddirlo. Nel giardino di fronte i bambini si fanno fotografare davanti alla statua del saggio folle, mitico personaggio dei racconti sufi, raffigurato su un asino. Sul lato opposto della piazza sorge la khanaka di Nadir Divanbegi. Anche questa all’interno ospita negozi di souvenir con i tappeti poggiati persino sul mihrab. Completa l’insieme la madarsa di Kulkedash, un grosso edificio in mattoni; i negozi nelle celle del cortile espongono belle miniature su seta. Decidiamo di acquistare subito il biglietto del treno per Samarcanda; dopo avere chiesto invano a un paio di agenzie, raggiungiamo l’ufficio a ovest del centro segnalato dalla Lonely Planet solo per scoprire che lo sportello è già chiuso nonostante siano appena passate le cinque. Non ci resta quindi che consolarci visitando il Chor Minor nel vicino quartiere popolare. L’edificio è molto fotogenico: presenta quattro torri ravvicinate culminanti con cupole blu cobalto e una bassa cupola in mezzo. Dal negozietto di souvenir ospitato nella stanzetta interna si sale fino alla terrazza. Tornati in piazza Lyabi Hauz, visitiamo la sinagoga che sorge in una stradina, ricordo della passata comunità ebraica. Una lunga passeggiata ci porta fino all’Ark, la residenza dell’emiro circondata da mura possenti, un vero colosso dopo le atmosfere raccolte di Khiva. Ma le sorprese devono ancora venire: per prima appare la magnifica cupola verde smeraldo della moschea Kalon, con un giro d’iscrizioni arabe, poi, superate le mura della moschea, scopriamo un’altra meraviglia, la madarsa Mir i Arab. Il portale risplende alla luce del sole calante, decorato da intrecci colorati su sfondo terracotta che formano motivi geometrici con stelle. Sui pilastri laterali le nicchie poco profonde hanno ciascuna un disegno diverso, con palline, spirali e grovigli mentre in cima alti caratteri cufici bianchi su sfondo blu coronano l’insieme. Sopra la facciata con il classico schema a due livelli di tre arcate, risplendono altri gioielli, due cupole con la calotta verde smeraldo che si leva su un tamburo di decorazioni geometriche colorate sopra un’iscrizione in candidi caratteri cufici. Le meraviglie non sono finite: il minareto Kalon chiude il lato corto della piazza e dopo tanto smalto luccicante rappresenta il trionfo del mattone. Fasce di decorazioni a mattoni si succedono una dopo l’altra, tutte diverse, fino alla cella superiore, una corona con loggia degna conclusione verso il cielo dell’arditezza del monumento. Il terribile Gengis Khan ne rimase così impressionato che decise di risparmiarlo, unica costruzione in tutta la città. Per cena torniamo a Lyabi Hauz. Attorno alla fontana si allineano i tavoli dei ristoranti; scegliamo quello davanti alla khanaga di Nadir Divanbegi, accomodandoci con le gambe incrociate su un letto coperto da tappeti e cuscini, in mezzo al quale è collocato un basso tavolino. Gusto peperoni e pomodori ripieni e Stefania uno spiedino con un pollo quasi intero, mentre i bambini si divertono ad arrampicarsi sulle statue di cammelli e le papere aspettano pazienti il pane dagli avventori. Tornati in albergo per il biglietto del treno decidiamo di affidarci al proprietario, pagando il sovrapprezzo della commissione. Martedì 14 agosto: Bukhara Da Lyabi Hauz raggiungiamo subito il primo dei tre bazar coperti, sopravissuti fino ad oggi. Un tempo Bukhara aveva decine di bazar e il commercio si svolgeva in tutta la città. Il comunismo pose bruscamente fine a tutto ciò. I tok erano strutture coperte con cupole che sorgevano agli incroci, ciascuno specializzato in un commercio. Il Tok i Sarrafon era il bazar dei cambiavalute dove si trattavano le più disparate monete della regione. Oggi sotto le cupole, i negozi di souvenir per turisti hanno sostituito le vecchie attività. Poco lontano, la moschea di Maghoki Attar è la più antica della città (XII secolo), costruita sopra un tempio buddista che a sua volta aveva sostituito uno zoroastriano. Il portale è affascinante, decorato da motivi di mattoni rovinati dal tempo. All’interno il museo del tappeto espone splendidi pezzi, provenienti da vari paesi: un tappeto armeno con quattro cavalli e Dio Padre, uno afgano con linee colorate, tappeti di Bukhara con decorazioni a bande. Interessanti anche le sacche per gli asini e le decorazioni per le yurte. Poco oltre attraversiamo il Tok i Tilpak Furushon, il bazar dei cappellai, fino a raggiungere il Tim Abdullah Khan. Il tim era una sorta di centro commerciale e Bukhara ne aveva addirittura sei. Questo era uno dei più importanti, frequentato da mercanti afgani. Sotto la grande cupola centrale ancora oggi l’aria è pervasa dal profumo del narghilè mentre i tappeti sono appesi alle pareti. Una donna lavora al telaio; attraverso un gioco di leve e pedali, ricava il disegno intrecciando fili di vari colori. Il Tok i Zargaron, il bazar dei gioiellieri, è il più grande dei tre sopravissuti: una selva di cupole e cupolette si staglia sullo sfondo della madarsa Mir i Arab e della moschea Kalon. Nella direzione opposta si trovano due madarse kosh (gemelle), costruite una di fronte all’altra. La facciata della madarsa di Ulug Beg ha perso il suo fascino per i frettolosi restauri del 1994, in occasione dei 500 anni dalla nascita del nipote di Tamerlano. La corte interna invece non è stata restaurata. Secondo lo schema classico due sale angolari fungevano da moschea e sala di lettura. Oggi la moschea ospita vetrine con libri in arabo poggiati su vecchi leggii di legno mentre il mihrab è invaso dalle stoffe in vendita. Nella sala di lettura una foto ritrae il minareto Kalon rovinato dai bombardamenti dei comunisti: la corona semidistrutta sembra mangiucchiata da un topo. La madarsa di Abdul Aziz, subito di fronte, è coperta da impalcature per i restauri in corso ma si notano ugualmente le decorazioni a maioliche con insolite rappresentazioni di vasi di fiori. Entrati raggiungiamo la moschea con le pareti coperte da affreschi colorati, rovinati ma affascinanti. Interessante l’esposizione di leggii, griglie e porte di legno; suggestive le nicchie con archi a stalattite mentre il mihrab reca una crepa preoccupante. La corte interna è occupata da negozi; particolari i cappelli con lunghe trecce appese che domani Stefania finirà per acquistare. Attraversato di nuovo il bazar dei gioiellieri, raggiungiamo la piazza tra la moschea Kalon e la madarsa Mir i Irab, uno degli scenari più belli del viaggio. Alcuni bambini giocano con un aquilone mentre noi visitiamo, subito dietro il minareto, la madarsa Emir Alim Khan costruita nel 1914 e utilizzata da decenni come libreria per bambini. Ci soffermiamo ad ammirare il portale della moschea Kalon, una macchia colorata che si erge sulle basse mura di mattoni che cingono il complesso. E’ circondato da scritte in arabo mentre sopra l’arco spiccano decorazioni con stelle e raggiere. Finalmente entriamo nella moschea, rinviando invece al pomeriggio la salita sul minareto. La vasta corte è circondata da portici formati da una selva di pilastri bianchi che reggono cupole. Il portale davanti al mihrab riecheggia quello dell’ingresso con decorazioni a maioliche colorate. Dall’interno la vista è magnifica; dietro il padiglione ottagonale risplendono le due cupole della madarsa, il minareto e il portale della moschea. Spostandosi di lato si ammira la successione di tre portali, due della moschea ed uno della madarsa. Mi stupisce il mihrab veramente piccolo per una moschea tanto grande. E’ strano visitare questi luoghi religiosi, una volta templi del fanatismo islamico, tra turisti in pantaloncini corti senza nessuno che prega. I comunisti sarebbero soddisfatti del lavoro svolto! Una deviazione ci porta, fuori dal giro turistico, alla moschea Zalaidin, un’oasi di tranquillità. La piscina circondata da casette di fango è senz’acqua. All’interno due ragazzi e un bambino (si chiama Dajenbech) mi invitano a scattare foto. Le pareti e la cupola con le “classiche stalattiti” sono affrescate e anche se rovinati i colori sono affascinanti. Un poster reca una foto di Medina come mi spiegano i ragazzi. Nel giardino compaiono altri giovani, uno studia nella madarsa. Pranziamo nel parchetto davanti all’Ark, seduti ai tavolini ombreggiati. Alcune donne uzbeke siedono con noi e ne approfitto per scambiare quattro chiacchiere. Le tre ragazze hanno 16, 17 e 18 anni; poi però arriva un gruppo di turisti e dobbiamo dividerci. La moschea Bolo Huaz di fronte all’Ark è un largo portico formato da una selva di alte colonne di legno con capitelli dipinti a stalattite che reggono un soffitto ligneo a cassettoni colorati. Questa volta anche le basi delle colonne sono di legno. La visita dell’Ark invece è una delusione. Gran parte degli edifici, un tempo residenza dell’emiro, sono andati perduti e i pochi sopravissuti hanno appena chiuso i battenti. Riusciamo a visitare, per il rotto della cuffia, solo il museo storico. Una cartina illustra le campagne militari di Tamerlano; una foto ritrae un ponte a due archi sullo Zerafshan del periodo degli Astrakanidi. Un gigantesco samovar risale al 1810 mentre il binocolo fu regalato all’emiro da un russo nel 1842. Belle una foto del Chor Minor con quattro nidi di cicogna sulle torri e una, scattata nel 1909, che ritrae un maestro ebreo insieme ai suoi allievi. Sotto l’impero russo fu costruito il ponte ferroviario sull’Amur Darya. L’abbigliamento di un derviscio è formato da una tunica con fascia e un cappello. Terminata la visita, m’infilo nei locali sopra la porta d’ingresso all’Ark, trasformati in una sorta di negozio di rigattiere con vestiti ammassati. Da fuori la fortezza appare immensa ma all’interno un muro limita la parte sopravissuta; dietro è solo un ammasso di macerie. La costruzione più interessante è la moschea del venerdì con un portico di colonne di legno; purtroppo è già chiusa e non possiamo ammirare i manoscritti conservati al suo interno. Lasciato l’Ark, raggiungiamo altre due madarse kosh, costruite nel cinquecento. Visitiamo prima la madarsa Abdullah Khan; il portale della facciata è interamente circondato da scritte in caratteri cufici. Dalla corte saliamo al secondo piano, in compagnia del custode, visitando ambienti rovinati con riquadri stuccati e cornici dipinte di blu. Attorno a una stanza angolare si aprono quattro celle tutte di forma diversa, destinate agli studenti e oggi piene di macerie. La cella dell’iman ha un “soppalco” utilizzato per dormire. Saliamo sulla terrazza camminando tra la selva di cupolette delle celle. Sull’altro lato della piazza la madarsa Modar i Khan, dedicata alla madre di Abdullah Khan, è molto più piccola. Un viale ci porta alla moschea Baland, attraverso un quartiere benestante. La facciata anonima nasconde un interno molto bello. Il mihrab è lucente di maioliche con arabeschi dorati su sfondo blu, circondati da un’iscrizione cufica; il soffitto è ligneo a stalattite. Unica nota stonata il moderno lampadario dorato. Alle pareti stucchi dipinti con tinte delicate e nicchie con griglie bianche su sfondo d’oro; per terra tappeti. Su una parete piccole nicchie sono utilizzate come ripostiglio per i cappelli. Ormai l’ora della sera si avvicina ed è tempo di salire sul minareto Kalon. Dall’alto si domina la città. Subito sotto, il porticato della moschea è coperto dalle bolle delle cupolette; il tema caro all’architettura centro asiatica ritorna più lontano anche nel moderno edificio del mercato. Ancora oltre, l’Ark è un vasto ammasso di macerie. La città nella sua parte monumentale è dominata dal colore dei mattoni mentre le case basse della gente comune hanno tetti in lamiera. Le due cupole della madarsa Mir i Irab luccicano al sole; dall’alto l’edificio appare più tozzo con il cortile piccolo rispetto alla profondità del lato verso la facciata. Sulla terrazza un turista giapponese riposa all’ombra; come sarà arrivato fin lassù visto che l’ingresso è vietato agli infedeli!? La madarsa ha ripreso la sua funzione di insegnamento religioso; davanti a una cella uno studente ha steso i panni ad asciugare. A sud la città moderna è discretamente lontana: si intravedono alcuni palazzi più alti, lo stadio con i riflettori e un vasto cimitero. Nei centri storici delle città uzbeke il comunismo sembra non essere mai passato. Mercoledì 15 agosto: Bukhara Iniziamo la giornata con la magnifica colazione dell’Hotel Amelia, la migliore del viaggio. Questa mattina ci spingiamo nel quartiere a sud di Lyabi Hauz, con stradine circondate da basse case dipinte di bianco. La madarsa Eshoni Pir ospita una cooperativa per la produzione di tappeti sponsorizzata dall’Unesco. Ci soffermiamo davanti a una cella per guardare il lavoro paziente di una ragazza. Tesse fili di vari colori nella trama bianca e poi li taglia. Terminata la fila blocca i fili nella trama, li pareggia con una spatola e taglia le sporgenze con le forbici. Poi sposta la trama con una leva e ricomincia. In un’altra cella le tinte bollono in tini metallici. Raggiungiamo una piazzetta con una piccola tomba (forse di un bambino!?) sormontata da un palo che reca in cima una mano, un sole e una bandiera triangolare con la mezzaluna, insieme a una coda di capra. Nel mausoleo di Turki Zhandi siamo accolti cordialmente. Proseguendo la passeggiata raggiungiamo la casa museo di Faizullah Khodiaev, molto interessante perché c’introduce nella dimora di un ricco mercante del primo novecento. Khodiaev, benché figlio di un mercante ricchissimo, fu il primo presidente della repubblica comunista uzbeka ma venne poi liquidato da Stalin. Visitiamo le stanze d’inverno dalle pareti bianche con decorazioni geometriche e floreali; le piccole nicchie per i vasi sono uguali a quelle della nostra camera d’albergo mentre il soffitto è in legno d’olmo. Un grammofono sfoggia una grossa tromba. Il portico con pilastri di legno ha pareti bianche con dipinti di vasi di fiori; l’effetto è simile alle nostre grottesche. Due grandi sale estive erano destinate alle donne e agli uomini. In quella femminile una culla ha un pratico buco per la pipì del bambino con “cateteri” diversi per maschi e femmine; una fascia consentiva inoltre di bloccare il pupo. Una piccola mostra è dedicata al cibo. Nel forno il pane si cuoce poggiato sulla parete superiore; uno stampo serve per disegnare i cerchi di puntini immancabili sul pane uzbeko. Una pentola era utilizzata per cuocere a vapore i manti. La “sezione sovietica” invece è chiusa (per motivi politici o per pigrizia?). Nella madarsa Gaziyon ci accoglie un vecchietto che ci disegna per terra la sua età: 83 anni. Ha 5 figli, 10 nipoti e 20 bisnipoti. Al nostro arrivo lo sorprendiamo mentre dorme tranquillamente su un letto. La madarsa è molto rovinata ma affascinate: il vecchietto ci spiega che è stata ridotta così dai terremoti e dai comunisti. In mezzo alla corte ci sono tre alberi frondosi mentre dalla terrazza la vista si spinge fino al centro con l’inconfondibile minareto Kalon. Tornati in centro vorremmo visitare la Zindan, la prigione dell’emiro ma anche oggi come ieri è chiusa. Il pensiero corre ai due ufficiali inglesi giustiziati dopo una lunga prigionia, all’epoca del “Grande Gioco” nell’ottocento. Ci consoliamo pranzando nuovamente nel locale di fronte all’Ark. Mentre ci dirigiamo verso il parco Samani, un anziano signore seduto davanti casa ci ferma, attaccandoci un bottone su Hitler e Mussolini. Ha combattuto durante la seconda guerra mondiale; è stato ferito e fatto prigioniero. Raggiungiamo il mausoleo di Chasma Ayub, “fonte di Giobbe”, un edificio di mattoni con una cupola conica, stile trullo. Secondo la leggenda Giobbe colpì il terreno con il suo bastone facendo scaturire una sorgente d’acqua. All’interno si trova una cisterna con rubinetto dalla quale alcune donne attingono l’acqua. Un piccolo museo è dedicato a questo bene prezioso. Sono esposte sacche di pelle per il trasporto, propaganda sovietica per la costruzione di un canale secondo la quale nel 1939 furono scavati 19 km in 5 giorni. Impressionanti le foto di navi in secca per il prosciugamento del mare d’Aral. Poco lontano si trova il mausoleo di Ismail Samani, considerato uno dei gioielli dell’architettura dell’Asia Centrale. Costruito nel X secolo per il fondatore della dinastia Samanide, si salvò dai mongoli perché la popolazione lo nascose interrandolo completamente. L’esterno ha l’aspetto di un cubo con colonne angolari e quattro porte racchiuse da archi a sesto acuto; sopra corre una loggia d’archetti con colonnine tortili, culminante nella cupola. Tutto è decorato da motivi di mattoni; l’arco d’ogni porta è limitato da un riquadro di mattoni a ciambella che racchiude disegni con rombi e quadrati insieme a mattoni disposti di taglio. Nell’interno a quattro livelli prosegue il trionfo del laterizio. In basso un reticolo di mattoni posti in orizzontale e di sbieco, attorno agli archi delle porte quadrati, rombi e cerchi, sopra un ottagono di arcate con griglie dagli schemi diversi, infine una cupola certamente rifatta. Le quattro porte traforate di legno riprendono le griglie di mattoni ed arieggiano l’ambiente. Dietro il parco sorge un tratto molto rovinato delle antiche mura della città e una porta ricostruita, Talli Pach. I colori sono quelli del deserto. La sera le ragazze di piazza Lyabi Hauz sfoggiano pantaloni e ombelico al vento. L’integralismo islamico è lontano anni luce da Bukhara, nell’ottocento una della città più conservatrici del mondo islamico. Nei locali si serve liberamente la birra. Un vecchio con papalina sorveglia il suo carretto pieno di meloni bianchi dalla forma a dirigibile. Gli zampilli della fontana sono già attivi; la musica dei locali completa l’atmosfera da festa di paese. Il centro di Bukhara è più vivo della cittadella di Khiva che la sera si svuotava lasciando i turisti ad aggirarsi al buio tra i fantasmi dei minareti. Naturalmente all’animazione si accompagna anche il disordine, la sporcizia, l’acqua melmosa del canale mentre a Khiva tutto era perfetto, senza un pezzo di carta per terra. Le due città si completano quindi a vicenda; vedremo domani cosa ci riserverà Samarcanda. Il locale sulla piazza dove ceniamo, oltre che dei turisti, è affollato da comitive locali. Tra i tavoli circolano svariati gatti. Uno più intraprendente approfitta degli avanzi abbandonati: addenta i bocconi e li sgranocchia sotto il tavolino poggiato sul letto. Giovedì 16 agosto: Bukhara – Samarcanda Sveglia alle sei e mezzo, veloce caffè in albergo senza colazione (è troppo presto, sigh!!) e una corsa in taxi ci porta alla stazione ferroviaria. Si trova a Kagan, quindici chilometri da Bukhara, poiché l’emiro non permise che il treno profanasse la città santa. Nacque così un sobborgo russo con tanto di “palazzo dello zar”. Il vagone di seconda classe del treno per Samarcanda è moderno e confortevole. I sedili, disposti stile aereo, lasciano molto spazio per le gambe e sono dotati di tavolini. I posti sono numerati e i viaggiatori si attengono scrupolosamente a quello indicato sul biglietto, sfoggiando sorrisi dai denti d’oro. Alle otto partiamo puntuali e la televisione inizia a trasmettere video musicali con belle ragazze. Il paesaggio alterna piatte distese desertiche a vaste piantagioni di cotone. Alle nove attraversiamo un polo industriale: siamo a Navoy snodo ferroviario dove converge anche la linea proveniente da oriente. Sale molta gente e sorge qualche discussione sui posti, anche perché ci hanno ritirato i biglietti. Un turista giapponese non può “difendere” il suo posto e si sposta al mio fianco. Il deserto è scomparso e attraversiamo vaste coltivazioni quando ci portano le ciotole per il chai, seguite da biscotti confezionati. Le sorprese gastronomiche non sono finite: arriva un piatto saporito di farro, funghi e zucche. Viaggiamo lungo la valle del fiume Zerafshan che collega Samarcanda e Bukhara. Finalmente il cotone lascia spazio anche a campi di frumento, granturco e girasoli. La stazione di Samarcanda è nuova di zecca: nella vasta galleria ravvivata da vetrate colorate, i lampadari a gocce sono ancora avvolti nella plastica. Scesi dal treno decidiamo di acquistare subito i biglietti per Tashkent. La fila è peggio che in Italia con le persone che s’infilano da tutti i lati. Il ragazzo giapponese, poco avvezzo a queste situazioni, si fa sempre sorpassare. Arrivati allo sportello ci dirottano su un altro dove gli uzbeki continuano a passare avanti. Alla fine dopo mezzora riusciamo nell’impresa e abbiamo i nostri biglietti. Il tassista con i capelli bianchi, che ci conduce dalla stazione all’albergo, è armeno. Appeso allo specchietto, in mezzo ai rosari islamici, notiamo un crocefisso. Gli chiediamo spiegazioni e ci svela la sua nazionalità. Appena viene a sapere che siamo stati in Armenia esulta di gioia e ci spiega che i rosari non servono a nulla, quello che funziona è il crocefisso! Ci sistemiamo nell’hotel Furkat, non lontano dal Registan, la piazza simbolo dell’Uzbekistan. Ormai siamo a corto di som e dobbiamo cambiare ma tutte le banche si trovano nella parte russa della città. Alla banca nazionale cercano di imbrogliarci, approfittando della montagna di banconote che devono consegnarci: una mazzetta di 100 banconote da 1000 som ne contiene in realtà solo 91! Tornando verso la città vecchia, superata un’imponente statua di Tamerlano seduto sul trono, ci fermiamo a visitare alcuni mausolei. Il mausoleo di Rukhabad, isolato per le demolizioni, è un’alta struttura di mattoni priva di decorazioni. L’interno presenta i classici tre livelli con il cubo che si trasforma in un ottagono e poi in una cupola. Il custode prega invocando Allah insieme a tre signori; tutti hanno un cappellino bianco. Le tombe sono coperte da panni colorati con scritte in arabo. Il Sepolcro dell’Emiro, Gur Emir, presenta una magnifica cupola formata da costoloni coperti da maioliche verdi con losanghe blu e inserzioni rosse. Nel tamburo un’alta scritta in caratteri cufici; due torri laterali dalla forma di grandi colonne hanno “capitelli” con maioliche smaltate. La madarsa e la khanaga laterali sono scomparse, ne rimangono solo le fondamenta, e così la cupola è l’incontrastata protagonista. L’interno del mausoleo è di una ricchezza estrema, dominato dall’oro delle decorazioni con arabeschi e stelle. La parte più bassa è in onice tralucente; quattro nicchie con stalattiti oro e blu si inseriscono nelle pareti. Sopra corre una scritta in caratteri cufici; ancora più in alto l’ottagono precede la cupola da cui pende un assurdo lampadario a gocce. In mezzo si trovano varie tombe, anzi cenotafi, tra cui il sarcofago di Tamerlano ricavato in un grosso blocco di giada. La spaccatura in mezzo ricorda il tentativo di trafugamento operato dai persiani. Una semplice lastra di marmo è la lapide di Ulug Beg, il nipote di Tamerlano appassionato di astronomia. Le vere tombe si trovano in una camera sotterranea che non possiamo visitare. Una profezia ammoniva che se qualcuno avesse disturbato il sonno di Tamerlano una grave sciagura si sarebbe abbattuta sul paese ma nonostante ciò nel 1941 un archeologo russo aprì le tombe, confermando che Tamerlano era zoppo e Ulug Beg morì decapitato. Il giorno dopo Hitler invase l’URSS. Tornati all’esterno noto che la cupola assomiglia a un turbante. Le decorazioni delle pareti in mattoni del mausoleo appaiono misera cosa in confronto alla sua ricchezza. Nel vicino mausoleo Ak Serai gli archeologi hanno ritrovato uno scheletro senza testa, forse si tratta di Abd al Latif, figlio e assassino di Ulug Beg. Raggiunta la piazza del Registan, scopriamo che non può essere visitata perché sono in corso le prove del Festival Musicale che si terrà a fine agosto. Proseguiamo quindi fino alla pedonale Tashkent Kuchasi raggiungendo la moschea Bibi Khanum, tipico esempio della vanagloria umana. Era talmente grande e fu costruita così in fretta che già dopo l’inaugurazione, i mattoni cadevano in testa ai fedeli! Secondo la leggenda Bibi Khanum, moglie di Tamerlano, la fece costruire durante l’assenza del marito per fargli una sorpresa ma l’architetto s’innamorò pazzamente di lei ed accettò di completarla solo dopo averla baciata. La passione lasciò un segno sulla guancia di Bibi Kanum e al suo ritorno Tamerlano fece giustiziare la moglie, ordinando che le donne si coprissero il volto con un velo per non indurre in tentazione gli uomini. Ciò che si vede oggi è frutto di ampie ricostruzioni. Il portale d’accesso schiaccia per la sua mole, la moschea centrale intimidisce. La sua cupola è tornata smaltata ma l’interno è attraversato da crepe preoccupanti. Le due moschee laterali sfoggiano eleganti cupole a costoloni decorate geometricamente, in contrasto con la centrale liscia. In mezzo alla corte si trova il grande leggio che ospitava il corano Osman. La tradizione afferma che se una donna cammina carponi sotto il leggio avrà molti bambini. Di fronte alla moschea sorge il mausoleo Bibi Khanum, sormontato da una cupola coperta di mattonelle blu. Una signora c’impone l’ennesimo biglietto d’ingresso ma il prezzo contrattabile m’induce il sospetto che s’intaschi lei i soldi. In fondo a Tashkent Kuchasi si erge una collina interamente ricoperta dalle tombe di un cimitero. Proseguendo si raggiunge Shah-i-Zinda, un viale di tombe monumentali, forse il luogo più suggestivo di Samarcanda. Arrivando dal cimitero la nostra visita procede “al contrario” ma ci fa risparmiare il biglietto d’ingresso. Il viale è chiuso in fondo dal mausoleo di Khodja Akhmad, uno dei più antichi, prototipo per gli altri con la sua forma a cubo sormontata da una cupola. La facciata è splendidamente decorata da smalti verdi e blu con colonnine e iscrizioni a caratteri cufici. A fianco, il mausoleo di Kutlug Aka, una delle mogli di Tamerlano, presenta un portale con stalattiti. Una moschea ospita la tomba di Kussam-ibn-Abbas, il cugino di Maometto che diffuse l’Islam da queste parti. Il luogo è considerato un’importante meta di pellegrinaggio e tre visite equivalgono a una alla Mecca. Sotto la cupola tutta piastrellata, un gruppo di uomini prega con le mani giunte “a conca” e poi alla fine le porta sulla testa. Proseguiamo lungo il viale con i mausolei addossati uno all’altro, un trionfo delle decorazioni a maiolica (mi ritornano alla mente i giri per negozi alla ricerca delle mattonelle per bagno e cucina!!). Il mausoleo di Alikm Nafasi ha un interno fantastico, ricoperto interamente da mattonelle. Esternamente la cupola presenta un tamburo con pannelli decorati da disegni diversi, come tanti tappeti. Seguono altre due gemme, una di fronte all’altra. Il mausoleo della nipotina di Tamerlano, Shadi Mulk Aka, si distingue per la filigrana delle colonne angolari, i merletti delle cornici intorno al portale e il magnifico interno. La cupola ha otto spicchi ciascuno con una lacrima che racchiude un sole e alcune stelle (forse un accenno al pianto per la morte della nipotina). Il mausoleo di fronte, Shirin Bika Aka, è più tardo e presenta la novità delle maioliche a mosaico mentre all’interno prevale il bianco con qualche paesaggio affrescato. Tornando verso Tashkent Kuchasi, ci fermiamo alla moschea Khazret Khyzr; costruita su una collinetta nell’ottocento, presenta un bell’iwan di legno dal quale la vista spazia sulla moschea Bibi Khanum. Venerdì 17 agosto: Samarcanda Samarcanda, diversamente da Khiva e Bukhara, è una città di viali, dove i monumenti sembrano cattedrali nel deserto. Per questo, nonostante l’innegabile bellezza di moschee e madarse, risulta meno affascinante. Questa mattina ci rechiamo al bazar, ospitato in una grande struttura coperta a fianco della moschea Bibi Khanum. Nelle bancarelle è un trionfo di frutta secca e spezie; in fondo, pile di meloni gialli e cocomeri verdi, davanti a una striscia di chaikana. Le donne indossano vesti colorate; alcuni volti con gli occhi a mandorla confermano il miscuglio di razze dell’Uzbekistan. Il mercato appare moderno e perfettamente organizzato ma forse per questo meno pittoresco. Piccole bancarelle sono stracolme di non, il pane locale, un’istituzione. Si presenta come una grossa pagnotta circolare decorata con cerchi concentrici di puntini. Servito caldo è squisito ma spesso nei ristoranti arriva freddo. Nei negozietti si trova di tutto; i bambini fanno incetta di penne e quaderni per l’avvicinarsi del nuovo anno scolastico. Per raggiungere l’osservatorio di Ulug Beg ricorriamo a un minibus: è veramente minuscolo con appena sette posti. Ulug Beg, nipote di Tamerlano, interessato più all’astronomia che alla politica, fece costruire un osservatorio che si pensava perduto, finché nel 1908 un archeologo russo scoprì i resti sotterranei di un grande sestante. Oggi possiamo ammirare solo gli archi di due parapetti di marmo che recano i solchi dei gradi ma nel museo a fianco un modellino illustra la struttura dell’osservatorio: un edificio circolare a tre piani con il sestante disposto lungo un diametro. Nel museo, oltre a copie di miniature e foto in bianco e nero dal film “Ulug Beg’s Star”, una piccola esposizione è dedicata all’astronomia con disegni che rappresentano l’osservatorio indiano di Jaipur, notizie su astronomi cinesi e occidentali e l’esaltazione della precisione delle tavole astronomiche di Samarcanda. Quest’anno ricorrono 2750 anni dalla fondazione di Samarcanda, anche se domani il figlio del proprietario dell’albergo ci confesserà che qualche decennio fa erano stati festeggiati i 2500 anni!! La città antica sorgeva più a nord sulla collina di Afrosiab, dove oggi un museo ospita i reperti di millenni di storia. L’attrazione principale sono gli splendidi affreschi del VII secolo custoditi in un’apposita sala: ricoprono tre pareti e rappresentano l’apogeo dell’arte sogdiana. A sinistra la parte meglio conservata con dignitari a cavallo, una processione di cigni, una principessa sopra un elefante bianco; a destra scene di caccia alla pantera, una barca con l’imperatore della Cina e musici; infine al centro ambasciatori da tutto il mondo rendono omaggio al re (si distinguono i coreani con il codino). Ormai è giunta l’ora del Registan, visitabile solo nell’intervallo delle prove per il pranzo. La piazza è circondata su tre lati da madarse e rappresenta la summa dell’architettura uzbeka e delle decorazioni a maiolica. A sinistra sorge la madarsa più antica opera di Ulug Beg; unica sopravissuta delle originali costruzioni timuridi, è la sola senza cupole. Sopra il portale spiccano “fiori” multicolori a tante punte, su uno sfondo color terracotta. Ai lati i due minareti hanno le sembianze di gigantesche colonne. All’interno la corte è tutta ricoperta da decorazioni, restaurate nel 1994 in occasione dell’anniversario della nascita di Ulug Beg. I due portali laterali presentano intrecci arancione che racchiudono “fiori” verdi e bianchi, mentre i due frontali hanno decorazioni più schematiche che formano stelle a tante punte. Da un angolo si accede alla moschea, formata da due ambienti con pavimenti coperti da tappeti e una fila di pilastri di legno nel mezzo. La madarsa Shir Dor (“dei leoni”), a destra nella piazza, fu costruita nel seicento. Sopra il portale campeggiano due tigri, ciascuna che insegue una gazzella mentre un sole con lineamenti umani sorge dai loro dorsi. Sui lati si levano due “colonne minareti”; sopra la facciata due cupole a costoloni. Da una porticina entriamo in un ambiente, oggi occupato da un negozio di tappeti. Le pareti sono tutte dipinte e gli affreschi rovinati ma affascinanti. Al centro della cupola un “sole” irradia dei raggi che formano una calotta; sotto decorazioni a stalattiti. All’interno della madarsa la corte ha due livelli di celle e quattro portali molto decorati. Ogni cella ha la sua porticina e sopra una finestra con griglia. Il lato frontale della piazza è occupato dalla madarsa Tillya Kari (“rivestita d’oro”), la più recente che risale sempre al seicento. La lunga facciata ha due piani con quattro arcate per lato, invece delle solite tre. Il portale presenta decorazioni con due stelle ad otto punte, verdi, gialle e blu. La corte interna è formata da un unico piano di celle mentre su un lato domina la moschea con la cupola turchese. La sala è un trionfo d’oro e blu. La cupola reca anelli concentrici di foglie d’oro sempre più piccole verso l’alto, su uno sfondo blu; sotto stalattiti che ritornano anche nel mihrab e nelle nicchie angolari del tamburo. Nella galleria laterale foto in bianco e nero mostrano Tashkent Kuchasi affollata di gente in turbante a cavallo e gli affascinanti monumenti di Samarcanda in rovina prima dei restauri. Un minareto della madarsa di Ulug Beg è avvolto da impalcature di legno; un altro della moschea Bibi Khanum con la sua inclinazione fa impallidire la Torre di Pisa. Tornati al museo di Afrosiab, riprendiamo la visita interrotta, cercando di individuare le rovine dell’antica città ma la nostra passeggiata lungo sentieri solitari non approda a nulla. Proseguendo sulla strada del museo raggiungiamo invece la tomba del profeta Daniele. L’edificio, da poco restaurato, è collocato su una sponda del fiume Siab e racchiude un sarcofago lungo 18 metri, coperto da un panno verde. Secondo la leggenda, infatti, il corpo del profeta leccato dai leoni cresce ogni anno di mezzo pollice e perciò è stato collocato in un sarcofago così grande. Samarcanda è una città strana; la sera è un vero mortorio. La via più animata è la pedonale Tashkent Kuchasi ma al tramonto tutti i negozi chiudono i battenti. Trovare un ristorante senza spostarsi nella parte russa è un’impresa. L’unica soluzione è il Lyabi Gor sul viale del Registan. I turisti arrivano con il volto affannato di chi ha camminato a lungo alla ricerca di un’alternativa. Sabato 18 agosto: Samarcanda – Shakrisabaz – Samarcanda Per organizzare la gita a Shakrisabaz ci siamo rivolti all’istrionico proprietario dell’hotel Furkat. La mattina scopriamo che viaggeremo con la “macchina del capo”, una “lussuosa” Daewoo Nexia con aria condizionata, guidata dal figlio ventunenne. Il ragazzo dal nome impronunciabile parla inglese e con il passare delle ore diventerà sempre più “sciolto”. Studia economia politica a Tashkent ma ora è in vacanza, anche se il padre lo tiene a stecchetto. Lasciata Samarcanda, raggiungiamo una catena di montagne fermandoci in prossimità di una roccia formata da due parti che racchiudono un cuore. Le brulle distese sono interrotte dagli alberi di una cittadina mentre oltre le montagne si trova il Tagikistan. Proseguiamo infilandoci in una vallata lungo il corso di un ruscello, circondato da colline gialle. Poi prevalgono le rocce e il paesaggio diventa montano. In cima al passo acquistiamo due bustine di menta al prezzo per locali di 500 som; segue una discesa spettacolare piena di tornanti. In un forno di terra e fango lungo la strada stanno cucinando il pane. Shakrisabaz è la città natale di Tamerlano. Il ragazzo ci lascia al Palazzo Bianco (Ak Serai), un complesso immenso, descritto dall’ambasciatore spagnolo Clavijo, del quale oggi rimane ben poco. Al centro della grande piazza si trova una statua di Tamerlano, rappresentato in piedi. Diversi cortei nuziali si aggirano tra la folla, accompagnati da tamburi e lunghe trombe. Le foto davanti alla statua si sprecano; una coppia depone un mazzo di fiori. Gli unici resti del palazzo di Tamerlano sono i piloni laterali dell’ingresso, un gigantesco portale in mattoni, con parte delle decorazioni in maiolica tra cui una bella colonna a tortiglione. Il piazzale odierno corrisponde all’area del palazzo scomparso e serve per rendersi conto delle sue dimensioni. Fa molto più caldo rispetto a Samarcanda ma non possiamo esimerci dal salire su una delle due “torri”. Dall’alto la vista spazia sulla città infuocata mentre le montagne intorno s’intravedono appena a causa della foschia. Lasciata la piazza, imbocchiamo Ipak Yuli, “Via della Seta”, la strada principale della città vecchia, raggiungendo un paio di madarse, una di fronte all’altra. Il Chorsu Bazar è un edificio di mattoni con cupola, una classica struttura della Via della Seta costruita all’incrocio tra due strade (chorsu significa “quattro direzioni”). Nelle stradine intorno si trova il mercato, affollato di gente. Siamo gli unici stranieri e tutti ci accolgono con un sorriso, chiedendoci di dove siamo. Su un banchetto osservo curiosi “cristalli” lucenti. Subito il proprietario mi offre un pezzetto da assaggiare: si tratta di zucchero grezzo. Una bancarella vende svariati tipi di pasta. Tornati dal nostro autista ci facciamo accompagnare fino alla moschea Khazreti Imam. La corte è ombreggiata da alberi di chinor dai tronchi giganteschi. Nell’iwan dalle candide pareti bianche, vecchi in turbante con lunghe barbe pregano verso il mihrab. Il cinguettio degli uccelli e la frescura dell’ombra sono un sollievo dopo la confusione e il caldo della città. Di lato si trova il mausoleo di Jehangir, il figlio prediletto di Tamerlano morto a 22 anni per una caduta da cavallo. L’edificio faceva parte di un altro immenso complesso, denominato “Il seggio del potere e della forza”, ma oggi sopravvive solo il mausoleo dominato da una cupola conica. Poco oltre si scende nella cripta di Tamerlano, scoperta nel 1943 e destinata alla sua sepoltura. Un sarcofago occupa quasi tutta la sala ma contiene i resti di due sconosciuti. Tamerlano, infatti, morì in Kazakistan mentre organizzava una campagna contro la Cina e dovette essere sepolto a Samarcanda poiché era inverno e i passi per Shakrisabaz erano chiusi. A un centinaio di metri raggiungiamo un altro complesso monumentale. Tra i portici della madarsa Dorut Tivolat sorgono vari edifici. La moschea Kok Gumbaz, costruita da Ulug Beg come moschea del venerdì, è dominata dalla grande cupola coperta da mattonelle turchesi che risplendono al sole. All’interno un fedele prega con una profusione d’inchini davanti al mihrab. Di fronte due mausolei, ciascuno con la sua cupola. Uno è dedicato allo sceicco Shamseddin Kulyal, precettore di Tamerlano e di suo padre. L’altro, Gumbazi Sayiddan, contiene quattro tombe, l’ultima con una scanalatura prodotta dall’acqua fatta scorrere dai fedeli che la ritengono miracolosa per i bambini malati. Terminate le visite lasciamo Shakrisabaz e, raggiunte le pendici delle montagne, ci fermiamo per il pranzo. Il posto è molto popolare e attrae un gran numero di locali, provenienti anche da lontano. Il nome “Minch Chinor”, “mille alberi”, è appropriato: pranziamo all’ombra, seduti su un divano chiacchierando con il figlio del boss. Il cibo è abbondante e squisito. Sulla via del ritorno il nostro giovane accompagnatore sembra fare di tutto per prolungare la gita che per lui deve essere una specie di giorno di riposo, senza l’incubo del padre padrone. Prima blocca un tizio con un asino e mi costringe a salire in groppa per una foto. Poi si ferma a una colonia estiva per bambini e, nonostante sia chiusa perché è agosto, insiste comunque per scalare la montagna dietro in un bel paesaggio fino a raggiungere una roccia soprannominata il “forno” in uzbeko. Ci fornisce anche alcune informazioni interessanti. In questa regione vivono molti tagiki e Samarcanda è una città cosmopolita con minoranze indiane (“uomini neri”), persiane, russe e tagike. I rapporti con il Tagikistan, dove si parla una lingua farsi, non sono buoni e il ragazzo non c’è mai stato. Gli chiediamo notizie sul dualismo tra cirillico e latino. Ci spiega che dal 2012 l’alfabeto latino sostituirà anche ufficialmente quello cirillico. Il clima non eccezionalmente caldo e spesso ventilato è stato una piacevole sorpresa durante il nostro soggiorno in Uzbekistan. Non è un caso perché ci spiega che i mesi più caldi sono giugno e luglio. Arrivati a Samarcanda, il ragazzo ci accompagna di sua iniziativa a due interessanti mausolei. Nel complesso di Khodja Abdi Karun la corte con una grande vasca è ombreggiata da quattro frondosi chinor. L’iwan si specchia nell’acqua mentre nei portici laterali gli operai stanno restaurando il soffitto dipinto di legno. Attraversata la strada, raggiungiamo il mausoleo di Ishrat Khana ridotto a un’affascinante rovina di mattoni. La cupola della sala centrale è crollata ma si può ancora salire sulla terrazza. Poco prima delle sei siamo di ritorno in albergo e il padre padrone mette subito al lavoro il figlio che probabilmente si è presentato troppo tardi per i suoi gusti. La gita è stata molto piacevole anche grazie al nostro accompagnatore. Per la terza sera consecutiva, in mancanza di alternative nella città vecchia, ceniamo alla chaikana Lyabi Gor. Dalla veranda al primo piano ho modo di osservare la cucina che si trova sul marciapiede e lo struscio lungo il viale del Registan. Domenica 19 agosto: Samarcanda – Tashkent Per raggiungere Tashkent sfruttiamo di nuovo le efficienti ferrovie uzbeke. Dopo una lunga e monotona pianura, cominciamo a salire attraverso spoglie colline di terra costeggiando un ruscello fino a raggiungere Dzhizak Il paesaggio ritorna poi piatto con vaste praterie spelacchiate mentre il viaggio prosegue tra un sonnellino e un’occhiata ai video musicali, una sagra di ombelichi femminili. All’una e mezzo ci fermiamo a Guliston. Superata una fascia di fabbriche, tornano le vaste piantagioni di cotone intervallate a terreni incolti. Tra un paese e l’altro finalmente compaiono altre colture: frumento, mais, girasoli e ortaggi. Alle due e mezzo scavalchiamo un largo fiume; forse è il Syr Daria. Riprendono i video con una serie di danze del ventre, finché alle tre arriviamo a Tashkent, con i palazzoni dell’inconfondibile periferia sovietica, i primi osservati in Uzbekistan. In metro raggiungiamo il Chorsu Bazar vicino al quale si trova la Gulnara Guesthouse. Siamo alloggiati in una stanza senza bagno ricavata nella veranda al primo piano; la guesthouse è piacevole, una casa privata intorno a una tranquilla corte, abitata da una famiglia russa. In metro raggiungiamo la parte monumentale della città, costruita dai russi. In piazza Amir Timur, al centro dei giardini si trova una statua di Tamerlano a cavallo che completa la terna dopo quella seduta di Samarcanda e quella in piedi di Shakrisabaz. Tamerlano saluta mantello al vento, con uno spadone ricurvo sul fianco del puledro. La piazza ha visto avvicendarsi in un secolo un gran numero di personaggi: dal generale russo Kaufmann, a Stalin, a Marx fino a Tamerlano, solo per citarne alcuni. La pedonale Sayilgokh, comunemente chiamata Broadway, porta fino a Piazza dell’Indipendenza, la più grande dell’URSS, oggi piena di fontane circondate da aiole verdi. Un colonnato moderno ne limita un lato, con un portale sormontato da cicogne argentate in posizione acrobatica. Sul lato opposto un globo dorato con la cartina dell’Uzbekistan si leva sopra un alto podio davanti al quale la statua di una donna con un bambino in grembo assomiglia a una Madonna. Proprio qui si trovava la più grande statua di Lenin dell’URSS. Una passeggiata ci porta fino al Memoriale dedicato al tremendo terremoto del 1966: un gruppo retorico e imponente rappresenta un uomo che protegge una donna e un bambino davanti alla terra che si spacca. Una coppia di sposi è intenta a farsi immortalare. Per cena raggiungiamo un locale lungo il canale Anhor; parlano solo russo e abbiamo qualche difficoltà a farci capire. Lunedì 20 agosto: Tashkent – Bishkek Oggi pomeriggio abbiamo il volo per Bishkek e quindi possiamo sfruttare la mattinata per qualche ulteriore giro per Tashkent. Prima però eliminiamo un po’ di cose inutili dal nostro bagaglio, lasciandole alla guesthouse dove faremo ritorno alla fine del viaggio. All’interno del mausoleo di Sheikhantaur la tomba è fiancheggiata dal tronco di un albero morto. Fuori un giardino con alberi di melograno. Stefania per la prima volta viene invitata ad indossare un fazzoletto in testa. Un secondo ambiente ospita altre due tombe. Le stanze sono in mattoni scuri con una fascia di archi intonacati a calce che separa il tamburo dalla cupola. Nel recinto si trova anche un altro mausoleo mentre un terzo più grande sorge nel complesso dell’università islamica e ci viene negato. Prosegue nella sezione dedicata al Kirghizistan...

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