Senegal, Africa vera

i colori dell'Africa

  • di Davide Landolfi
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

18 Giugno 2011 L’arrivo Fra pochi minuti sono le 19, è appena scattato il segnale che permette di slacciarsi le cinture, sto sorvolando il cielo di Spagna, il volo da Madrid è decollato con più di mezz’ora di ritardo. Destinazione Africa, sono diretto in Senegal. Nel sedile accanto al mio Chiara, già compagna di viaggio a Cuba, dorme. E’ stata una lunga attesa, con la sveglia suonata alle 4 di questa mattina. Mentre il sole illumina la campagna sottostante, la mia mente è un sovrapporsi continuo di pensieri, ricordi, sensazioni, illusioni e speranze, non mi faccio mancare nulla. Sono rientrato da meno di una settimana dalla bella Ungheria, ma questo è il viaggio, è un’altra cosa, è la scoperta di una parte di mondo a me nuova, ancora sconosciuta. L’adrenalina si mischia alla stanchezza, che forse ancora non mi fa apprendere a fondo che fra qualche ora sarò in Africa, a Dakar. Africa vera. E son contento ci sia Chiara ad accompagnarmi in questa nuova avventura...

H. 21.20 locali, metto finalmente piede sul suolo africano, accolto da una opprimente cappa di umidità. Chiara è stata parecchio male durante il volo a causa di un forte vuoto d’aria giusto dopo la cena servita a bordo; controllo passaporti e poi il più caotico e confusionario recupero bagagli a cui abbia mai preso parte. Gente che schiamazza, bagagli che non arrivano. Dopo una lunga attesa, con Chiara distrutta e semi sdraiata in un angolo a cura dei bagagli a mano, mi faccio largo vittorioso tra la folla vociante con le mie prede, gli zaini, e subito cambio una parte di euro in moneta locale (CFA), ricevendo in cambio dalla giovane addetta un mazzo cospicuo di vecchie banconote, senza alcuna ricevuta. Chiara è ancora debole dopo la nottataccia in volo, così, carico come un mulo, insieme usciamo dal piccolo aeroporto. Fuori la confusione è la stessa; tra i tanti tassisti, un uomo, lunga tunica celeste indosso, ha un cartello fatto a mano: “Davide e Chiara”, ci siamo, la Keure Diame, la guesthouse con cui mi ero messo in contatto dall’Italia, ci ha fatto venire a prendere. Il tratto di strada dall’aereoporto alla guesthouse mi regala il primo vero assaggio d’Africa: le strade, poco illuminate, sono affollate di gente, gente di tutte le età, che non si capisce bene cosa faccia, se non riempire i margini delle strade, visto che i marciapiedi sono per lo più assenti, e le auto, soprattutto vecchi taxi neri e gialli, che le schivano a colpi di clacson. Le case sembrano tutte mezze diroccate, un piano, due al massimo, danno l’impressione di essere state costruite senza essere mai state portate a termine; da qualche finestra ad altezza uomo intravedo, illuminata da improvvisati neon, pezzi di carne in vendita, mentre delle donne vendono bibite in vecchi e grandi bidoni arrugginiti. Mi sembra anche di udire il suono di percussioni provenire forte da un assembramento di gente poco distante. Dopo 20 minuti di auto in questa caotica giungla umana, sulla sinistra mi appare l’Oceano, che nel buio più folto, è riconoscibile solo dal bianco della schiuma delle sue onde che si infrangono sull’ampia distesa di sabbia, anche essa popolata di piccoli gruppi di persone. Siamo gli unici bianchi, e tutta questa diversità a primo impatto è disorientante. Quasi mi intimorisce ma allo stesso tempo mi eccita. Il Keure Diame è proprio qua, a due passi dall’Oceano, in una via di sabbia. Sembra l’unica piccola casa verniciata all’esterno e illuminata. Un ragazzo dai grandi occhi bianchi che risaltano nel buio, ci aspetta e ci porta alla semplice camera, al primo e unico piano di un piccolo patio che forma un quadrato. Chiara è cotta e già distesa sul letto, io un pò preoccupato per lei. E anche stanco, troppo stanco anche per una doccia che sarebbe doverosa, così mi concedo alla prima notte africana di questo viaggio.

19 Giugno Dakar - Palmarin

Io e Chiara siamo seduti sulla soglia della Keure Diame, e ci sembra di essere stati catapultati in un documentario: davanti a noi, nella sabbiosa strada, passano donne dalle lunghe vesti tipiche, dai colori accesi e vivaci, indossati con eleganza e sobrietà, alcune coi loro piccoli legati a fascia dietro alla schiena, altre che trasportano grandi ceste in perfetto equilibrio sulla testa. Nessuna auto nè altro mezzo. All’incrocio della via alcuni giovani chiaccherano, passano bambini dagli sguardi curiosi che ci salutano, e alcune caprette. Di fronte a noi, all’ombra di una delle piccole case malconcie in calce bianca, due ragazze vendono lunghe baguette di pane. Da una delle case provengono i canti in coro dei bambini, forse è una scuola ma non è indicata e non si capisce. E’ Africa, ancora un pò disorientante ai miei occhi, mi incute curiosità e timore, anche se so, ne sono certo, che è solo questione di qualche minuto di ambientamento, solo ieri il mondo che mi appariva di fronte era completamente diverso. L’auto che ci deve venire a prendere è in ritardo, per fortuna chiamo, mettendo da subito alla prova il mio scarso francese al telefono. Non trovava la guesthouse, così lascio il numero della stessa per le dovute spiegazioni circa la strada da prendere. E così ci possiamo risedere sul gradino e continuare ad osservare, o meglio, vivere, il nostro reale documentario di vita quotidiana a Dakar...Ancora mezz’ora e arriva l’auto, una peugeot gialla guidata da un giovane. Anche con la luce del giorno Dakar si rivela caotica, affollata e disordinata. Sull’ampia spiaggia molti giovani giocano a calcio o fanno ginnastica, nelle strade invece, vecchie macchine, sgangherati taxi gialli e neri e mini pulmini colorati stracarichi di gente, perfino aggrappata alla parte posteriore. Gente, gente ovunque, ai bordi delle polverose strade, sotto i vecchi cavi che portano la poca corrente elettrica in città. Dakar è molto estesa, la strada si allarga, solo una volta usciti dai suoi sobborghi la natura prende il sopravvento: una natura strana, poco verde, anzi quasi nulla visto che il terreno è arido, ma ci sono enormi alberi di baobab ovunque, tanti come mai mi era capitato di vederne, neanche nella mia precedente e unica esperienza africana in Namibia. E ancora alberi di mango, grandi piante di bouganville coi fiori viola, bianchi e arancioni, che colorano i pochi piccoli villaggi che attraversiamo lungo la strada; piccoli bambini giocano a gruppetti, alcuni scalzi, coi copertoni delle auto, e tanta immondizia sparsa un pò dappertutto, tanto che su alcuni rami degli alberi sembra di vedere dei corvi, invece altro non sono che brandelli di sacchetti di plastica portati lì dal vento. E’ quasi mezzogiorno, arriviamo a Mbour; breve sosta in un piccolo supermarket pieno soprattutto di prodotti importati dall’occidente, fuori tantissimi giovani si accalcano tra le impalcature di una moschea in costruzione: “lavorano gratis, per la fede. Non percepiscono alcun salario” ci dice Pepe, l’autista. Mbour è una cittadina piuttosto estesa, ci sono le insegne di qualche ristorante locale, in giro carretti di legno carichi di gente e merci, trainati da cavalli o piccoli e semplici calessi trainati da somari. E’ l’Africa dei racconti, con gente non contaminata dall’occidente nonostante i bambini e i ragazzi indossino le maglie dei calciatori famosi, così come a Dakar. E ancora bancarelle colme di frutta, e poco distante di pesce lasciato ad essicare al sole, dall’odore fortissimo. La strada prosegue, superata la cittadina di Joal devia verso l’interno lasciando la costa e diventando una larga pista di terra battuta rossa, un pò sconnessa, e circondata da aree paludose e rifiuti. Man mano sempre più nel nulla, in una zona arida dove si aggirano tra i baobab mucche dalle lunghe corna, in cerca di sterpaglie. Arriviamo, una piroga colorata indica l’arrivo al Niassam Lodge. Il posto che chiunque sognerebbe per una luna di miele: 3 palafitte di legno costruite sugli enormi tronchi di altrettanti baobab e qualche capanna a forma circolare dal tetto a cono in paglia, direttamente nella grande laguna del Delta del fiume Sinè Saloum, tutte discretamente separate tra loro; al centro la grande capanna ristorante e una piccola e graziosa piscina tra palme, alberi di carrube dai fiori rossi e bouganville. E’ incredibile come ancora tutto sia cambiato se ripenso a Dakar poche ore fa...Attraversiamo con gli zaini la passerella di assi di legno che porta alla nostra camera, la “Lagune”, subito alle spalle di un grande baobab sulla penisoletta affacciata sulla laguna stessa. Tutta in legno, bellissima, con un panorama mozzafiato nonostante il sole si sia nascosto nel frattempo. L’unico rumore che si sente è il suono del cinguettio degli uccellini, una calma surreale, un piccolo Eden in terra dove la tranquillità regna sovrana..

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