08 marzo 2009 ore 11.00. Mi faccio un regalo per la festa della donna e parto per la Birmania per questo mio viaggio in solitaria. In realtà le cose non stanno proprio così. Ho letto vari libri e racconti di ...
08 marzo 2009 ore 11.00. Mi faccio un regalo per la festa della donna e parto per la Birmania per questo mio viaggio in solitaria.
In realtà le cose non stanno proprio così. Ho letto vari libri e racconti di viaggio su questo paese e ho pensato che sarebbe stato bello andarci, ma il mio compagno, alla mia proposta, mi ha detto: “Cosa mi vuoi portare a vedere pietre?” e così, dopo qualche mese di tentati convincimenti, ho deciso di andarci da sola, non sapendo bene cosa avrei potuto trovare. Le guide sconsigliavano ad una donna di viaggiare senza accompagnatore ma io ho pensato: “è un paese buddista, cosa vuoi che mi possa accadere? Ed in effetti avevo proprio ragione. Io vivo in una piccola cittadina nel nord est dell’Italia e qui, uscire da soli la sera, è sicuramente più pericoloso che non addentrarsi nelle stradine della capitale Rangoon.
Dopo aver visitato lo scorso anno la Cambogia e aver respirato quelle atmosfere magiche che si possono trovare solamente tra i templi di Angkor, non mi aspettavo proprio un gran che da questo mio viaggio, e invece, ho dovuto ricredermi.
La Birmania può veramente darti tanto, non solo dal punto di vista architettonico, quanto da parte della gente che incontri, sempre amichevole, pronta ad aiutarti, ad occuparsi di te, ad invitarti a casa sua a bere una tazza di te, anche se la loro casa non è altro che una misera stanza racchiusa tra pareti di bambù intrecciato.
I bambini che ti chiamano e ti vengono vicino solo per toccarti o per chiederti una foto da poter poi vedere sulla tua macchina digitale.
I professori delle scuole private che ti fermano per la strada e vogliono parlare con te per vedere com’è la vita nel tuo Paese, così lo possono raccontare ai loro alunni, magari invitandoti a mangiare un dolcissimo e unto panzarotto ripieno di carne o di frutta in uno dei tanti “ristorantini” ai bordi delle strade.
Le persone che, di nascosto da occhi indiscreti, ti raccontano che il governo dittatoriale che c’è ora non va, che se solo tagli un albero di tek, o dici qualcosa sulle guardie e sul governo, o solo nomini il nome di Aung San Suu Kyi, ti portano via, al nord, sulle montagne ai lavori forzati. E sperano che con le elezioni del prossimo anno si possa votare liberamente ed avere finalmente un governo democratico. E poi la Birmania è un paese dalle mille contraddizioni.
Un Birmano mi faceva notare che il suo paese in realtà è ricchissimo: fonti di petrolio, giacimenti di pietre preziose maggiori che in tutto il resto del mondo, uno dei maggiori esportatori al mondo di riso, cotone, tek e oppio. Ma in realtà gran parte della popolazione è poverissima, vive in baracche fatte di bambù, trova a stento di cosa vivere e, a rendere ancora più difficile la situazione del popolo birmano, sta il fatto che dal 2007, a causa della rivolta pacifica dei monaci buddisti soppressa nel sangue e del conseguente embargo da parte dei governi occidentali, il turismo è notevolmente calato.
E questo ha causato un ulteriore impoverimento a questo fantastico popolo che vale veramente la pena di andare a trovare ed aiutare, magari portando con se anche una piccola scorta di penne, matite, quaderni e altre piccole cose di cui loro hanno veramente bisogno.
Ma ora cominciamo con il resoconto!!! 08/03/09 Partenza da Trieste, scalo Monaco e volato con la Thai airways fino a Bangkok.
Lì ho preso la prima coincidenza per Rangoon e attendendo in aeroporto ho assistito ad una scena molto carina: altri 3 turisti che come me aspettavano l’aereo, stavano fotografando un gruppetto di monaci buddisti che, a loro volta, dotati di macchina digitale e videocamera stavano riprendendo i turisti bianchi. E lì mi sono chiesta: ma i monaci non dovrebbero fare una vita di stenti e rinunce da tutti i beni materiali cercando di raggiungere la pace anteriore come aveva fatto il Budda? In realtà non funziona proprio così: ho visto monaci con il cellulare, quelli che tentano di spillarti soldi con la scusa di comperarsi una veste nuova, quelli che, sorseggiandosi una cola cola stanno di fronte alla Tv a guardarsi un film di guerra, quelli che aprofittano della situazione in cui si trovano solo per farsi spazio tra la gente e prendersi il posto migliore in una fila o su di un autobus. Forse questo accade anche perché parte dei monaci che vedi girare per le strade sono composte da quei ragazzi e bambini che, per un certo periodo di tempo della loro vita, devono “obbligatoriamente” diventare novizi come una sorta del nostro servizio civile