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Il Canto del Marocco

Il Deserto e le sensazioni che lascia in ognuno che lo visita. Due mete imperdibili per chi visita il Marocco: la Valle del Draa e Marrakech.

  • di Tonyofitaly
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 3
    Spesa: Fino a 500 euro
 

Cantano le guide berbere. Al suono dei tamburi e delle quarquaba cantano a ritmo. Cantano al cielo stellato e alle dune fredde. Cantano anche al vento che, leggero, soffia sul bivacco. Cantano a noi, cosmopolita piccola folla seduta in cerchio ad ascoltarli. E cantano misteriose canzoni che noi non comprendiamo. Forse cantano di antiche storie di uomini che vivevano qui, tra la terra arsa e il sole cocente. Forse di viaggi che portano nel Sahrā', la parola tuareg che da’ il nome a quell’immenso oceano di sabbia e che significa appunto “deserto”. Forse invece cantano per non dimenticare che sono figli di questa terra. O forse cantano più per loro che per noi. Chissà. So solo che mentre loro cantano io ammiro il cielo su di me, pieno delle stelle che avevo già visto a Merzouga l’estate scorsa.

Guardo i miei compagni di viaggi: due francesi in pensione; un cow boy del Colorado e noi tre, piccoli italiani sotto il cielo blu del Marocco.

Sorridono ora le guide. Anzi ridono e, in una babele di lingue miste, ci invogliano a cantare. E cosa, chiediamo. Bella Ciao. Eh?! Bella ciao? In pieno deserto? Ma siamo sicuri? Si, ci dicono. Qui tutti i canti sono uguali perchè il vento del deserto li porta lontano, tra le montaghe sullo sfondo e le dune. Io e Vito intoniamo così “Bella Ciao” e loro subito ci seguono a ritmo con i loro strumenti. E noi cantiamo: “Una mattina, mi son svegliato, o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao ciao....” Strano: mi sento come loro. Canto per me e per il deserto. Canto per il vento che rinfresca. Canto per la piccola folla cosmopolita. Ora capisco perché cantano: perché sono Amaghiz, uomini liberi.

Scatta l’applauso e poi ci lasciano soli a guardar le stelle. Le tante, migliaia, luminose, brillanti stelle del cielo. Rivederle è il motivo per cui, dopo appena 9 mesi dall’ultima volta, son voluto tornare nel deserto. Le lucine, come le chiamo io quando cerco di spiegare lo spettacolo a coloro che non l’han mai visto. Le innumerevoli lucine che sembra poterle prendere con due sole dita e portarle nel palmo della mano.

I miei compagni di viaggio sono muti. Non parlano. Stanno distesi e guardano il cielo rapiti. Gliel’avevo detto che lo spettacolo sarebbe stato semplicemente meraviglioso. E loro contemplano e annuiscono.

Siamo stanchi. Da Ouarzazate siamo partiti di filato per M’hamid, dove avevo prenotato il bivacco nel deserto, e siamo venuti dritti facendo solo brevi soste volte ad ammirare la splendida valle del Draa, il lungo nastro verde tra montagne brulle ed arse ed abbellito non solo dalla natura con i suoi palmeti e i suoi roseti ma anche dall’opera dell’uomo con le Kasbah e i Ksar, le fortezze berbere.

Agdz è stata la prima tappa sulla N9: c’era giornata di mercato e la città brulicava di persone. A parte la Jebel Kissane, la retrostante montagna che assomiglia ad una tajine, e il palmento, la città non è valsa più di una sosta. E poi da qui inizia l’incubo dei guidatori: ad ogni fermata effettuata per qualsiasi motivo, spunta dal completo nulla il venditore di datteri. O più venditori. Quindi meglio armarsi di santa pazienza e decidere se voler o no comprare la loro mercanzia: saranno petulanti ma spesso è il loro unico lavoro. Devono pur vivere in qualche modo. Si vede che forse tre uomini li spiazzano perchè il bambino venditore apparso poco dopo l’uscita dalla città ci ha lasciato fotografare con tutta calma lo Ksar di Tamnougalte, che si erge bellamente in lontananza tra le palme. Gli ho dato qualche Dirham, anche se avrei preferito dargli delle biro o un paio di quaderni

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