Sahara, una sorprendente Tunisia in 4×4

Da Tunisi a Ksar Ghilane attraverso il deserto (Grand Erg), i villaggi trogloditici e i laghi di sale (chott)
 
Partenza il: 05/04/2014
Ritorno il: 12/04/2014
Viaggiatori: 10

5 aprile 2014 – Da Tunisi a Douz attraversando l’entroterra

Atterriamo a Tunisi dopo due ore dal decollo a Milano Malpensa e per prima cosa spostiamo indietro di 60 minuti le lancette dell’orologio: in Tunisia l’ora è soltanto solare. Ci attende un minibus diretto a Douz, cittadina di quasi 30 mila abitanti nel sud della Tunisia, definita “la porta del Sahara”, dove dormiremo alcune notti, prima e dopo i tre giorni nel deserto.

Che si sia alle porte del Grand Erg (il mare di sabbia) lo si capisce fin dalla capitale: tutto appare impolverato, le auto soprattutto, dentro e fuori. Ma non è polvere. E’ il fesh fesh, sabbia sottilissima proveniente dal Sahara, che impalpabile quanto il borotalco non ci lascerà più durante tutto il viaggio. Anzi, ce la ritroveremo in valigia anche una volta tornati a casa.

Ma lasciata alle spalle la capitale da oltre 700 mila abitanti, con le sue grosse arterie lungo le quali sventolano, alte, innumerevoli bandiere rosse nazionali, i colori si impongono con tutto il loro calore, nonostante il cielo sia coperto di nuvole. Se davanti infatti ci precede una lunga e grigia striscia d’asfalto, ai lati sfilano ampie piantagioni di viti e ulivi, e campi di frumento recintati da filari di fichi d’India coi loro simpatici frutti rossi come posticci nasi di clown.

Sono seduta davanti, a fianco dell’autista, Alì, di Douz. Peccato non saper parlare il francese, che qui parlano praticamente tutti, oltre ad un dialetto dell’arabo: in Tunisia infatti l’inglese serve a poco o a nulla. Anzi, è più facile incontrare tunisini che parlano italiano. Non Alì, purtroppo, con il quale riesco tuttavia a comunicare qualcosa. Scopro così che Douz dista da Tunisi circa 550 chilometri e che ci vorranno circa 7 ore per raggiungerla. Uno scherzo, dunque, in confronto alle 22 ore in bus fatte lo scorso novembre per attraversare la Patagonia (http://piccolareporter.blogspot.it/2013/12/viaggio-in-argentina.html)

Intanto capiamo perché i nostri sedili sono tutti rivestiti alla bell’e meglio di sacchi celesti, quelli della spazzatura, fissati con il nastro adesivo. Massimiliano, il tour leader (Horizon Travel), si era infatti raccomandato che il pulmino venisse non solo pulito, ma anche lavato, visto che avrebbe trasportato solo donne, 14 per l’esattezza. Peccato, però, che i sedili risultassero ancora umidi quando siamo arrivate, così gli incaricati hanno improvvisato la soluzione dei sacchi di plastica, che tutte abbiamo comunque apprezzato.

Qui, del resto, siamo in Africa: c’è poco dello standardizzato, del massificato e dell’industrializzato cui siamo ormai assuefatti noi occidentali. Si avverte anzi la sensazione che ogni situazione sia a sé stante, irripetibile, unica. E noi non stiamo andando né in un villaggio turistico né in crociera. E’ un viaggio on the road il nostro, che per definizione ha un margine di imprevedibilità, ovvero proprio quel quid in più che lo rende speciale fin sulla carta. L’importante è affidarsi a professionisti, come si sono dimostrati i nostri accompagnatori in ogni circostanza.

Nei sedili in fondo al minibus sono sedute anche due giovani donne tunisine, di cui una con il velo islamico: capiremo che sono le aiutanti di Mahjoub, il cuoco dello staff che cucinerà per noi durante il tour nel deserto. Proprio la ragazza con il velo ad un certo punto consegna un cd all’autista e dopo pochi istanti parte a cantare un Eros Ramazzotti d’antan con “Una storia importante”. Gusti a parte, una squisita carineria nei nostri confronti.

Nel frattempo, all’altezza di Enfida, sulla costa, lasciamo l’autostrada per addentrarci nell’entroterra, tra file di eucalipti e tamerici a bordo strada e colline che sembrano di cartapesta sullo sfondo. Ci accorgeremo presto che è la parte più povera del Paese, quella che più ha risentito degli effetti della “rivoluzione dei gelsomini” iniziata a fine 2010. La caduta del regime e l’instabilità politica infatti, oltre alla crisi economica europea, ha colpito in particolare le attività legate al turismo, e, di riflesso, anche quelle agricole che ora non hanno più scambi nè con la costa, nè con il nord del Paese, né con i villaggi a sud, a ridosso del deserto, dove per lo più si reca(va)no i turisti, soprattutto francesi, inglesi e tedeschi.

Così, mentre il sole, nel frattempo impostosi sulle nuvole, cala alla nostra destra accendendo le facciate delle poche abitazioni che costeggiano la strada (spesso al grezzo, seppure abitate), notiamo susseguirsi contadini che vendono soprattutto piselli in bacello, disposti a mucchi su banchetti improvvisati. Alcuni attirano l’attenzione dei passanti sventolando sacchetti di plastica colorata.

Ogni tanto si incrocia anche qualche mucca o qualche gregge di pecore e caprette sorvegliati a breve distanza da uomini seduti lungo la banchina stradale, incuranti del traffico che sfreccia a pochi metri dalle loro spalle.

Ma la cosa più curiosa, oltre ai comodi giacigli per cicogne che qui costruiscono su piattaforme in cima ai tralicci, sono i distributori fai da te di carburante, di contrabbando naturalmente. Numerosissimi lungo la strada, si riconoscono semplicemente dalle taniche di plastica colorata disposte a file, una sopra l’altra, da cui pende una canna: basta poi un imbuto e i clienti pagano la metà del prezzo delle pompe delle compagnie petrolifere.

Anche i ristoranti dove si mangiano pecore e agnelli si riconoscono subito: la loro pelle è appesa fuori, penzolante, nel portico di ingresso, quando addirittura non c’è una mezzena avvolta nel cellophane.

A farla da padrona è comunque la spazzatura, sparsa ovunque, a tratti si direbbe ad arte, e concentrata in alcune zone in ingresso o in uscita dai villaggi, da dove si vedono salire fumi affatto salutari. Inutile nasconderlo: l’immondizia qui è un grosso problema, e par proprio una questione di cultura, che richiederà quindi parecchio tempo perché si risolva.

Ci si chiede come gli autoctoni (qui come in molte altre aree meno sviluppate del mondo) possano tollerare, senza soluzione di continuità tra periferia e centro città, lo spettacolo di sacchetti di plastica celesti impigliati tra le spine dei fichi d’India e tra i rami degli alberi, o di bottiglie di plastica e lattine di birra accartocciate lungo le strade, assieme a cartacce, cartoni e macerie. A farci dimenticare questa riflessione ci pensa il buio, ma soprattutto una tempesta di sabbia niente male che incrociamo per alcune decine di chilometri all’altezza di Gafsa. Dal parabrezza la visibilità diventa sgranata e assume la colorazione tipica delle fotografie in seppia, mentre nel cono di luce davanti a noi l’asfalto viene continuamente attraversato da repentine onde marroni.



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