Spiaggia e safari

Che dire. Sono partito anche quest’anno spinto da una settimana di relax totale in un posto che a me non si confà assolutamente. Lo dico come tipo di viaggio. Non come meta perché il Kenia mi ha sempre attirato con ...

  • di Matcorsa
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: da solo
    Spesa: Da 500 a 1000 euro
 

Che dire. Sono partito anche quest’anno spinto da una settimana di relax totale in un posto che a me non si confà assolutamente. Lo dico come tipo di viaggio. Non come meta perché il Kenia mi ha sempre attirato con i suoi splendidi paesaggi e i suoi animali selvaggi. Quello che non è da me è di andare in vacanza con un tour operator e quindi essere vittima degli animatori assillanti. Problema che ho risolto ignorandoli totalmente.

Parto col mio amico di vecchia data Fulvio di Mantova che da anni mi accompagna in capo al mondo. Con lui ho già fatto due volte l’Australia.

Quest’anno la sua ragazza è impegnata ad una serie di corsi a Roma e non ha ferie per cui mi inserisco io come un cuneo sulla crepa e decidiamo il Kenia dopo aver scartato Miami (Fulvio non aveva il passaporto a lettura ottica ed eravamo agli sgoccioli), il Senegal (eravamo più attirati dal Kenia), Messico (troppe ore di volo e troppi fusi orari da smaltire per una misera settimana) e Sudafrica (troppe ore di volo).

Partiamo da Verona con la compagnia Livingstone. Puntualissimi. E puntualissimi arriviamo a Mombasa dopo aver fatto scalo a Luxor per fare rifornimento in quanto lì il “pieno” costa molto meno che da noi. C’è da dire che partiamo che sta per nevicare di brutto e veniamo poi a sapere che da lì a poche ore l’aeroporto verrà chiuso.

A Mombasa veniamo accolti da un caldo torrido. Non come il nostro soffocante caldo estivo, però considerando che nove ore prima eravamo tutti imbaccuccati come dei babbi natale e sotto zero, uscire dall’aereo e trovarsi a più trenta, fa un certo effetto.

Veniamo subito accolti dai locali che vogliono a tutti i costi aiutarci coi bagagli. Inutili i nostri no. Vabbè. Ci cuccano ora e mai più.

Prendiamo il pulmino e in un paio d’ore raggiungiamo il nostro residence passando per la periferia di Mombasa e per paeselli in cui vedi le condizioni vere del Kenia. La miseria e la povertà regna sovrana e questo fa riflettere non tanto sulle loro condizioni, quanto sulle nostre. O meglio su quando noi ci lamentiamo quando ci va storto qualcosa.

Arrivati a residence che ben si ambienta col contesto naturalistico della zona, facciamo subito conoscenza con gli spaccapalle degli animatori i quali ci invitano, dopo aver preso possesso delle stanze, ad un primo incontro per programmare il soggiorno. Incontro che noi evitiamo, tanto che nei giorni successivi ci vengono a chiedere se noi alloggiamo qui. Mi vien da ridere ripensare a quelli che si sono fatti nove ore di volo e passano parte delle giornate a fare giochino del tipo “fare un giro della piscina con un cucchiaio in bocca e con sopra un uovo e compiere il giro mantenendo intatto l’uovo”. Premio finale? Un cocktail offerto dallo staff. Roba da matti.

La stanza è molto bella, confortevole e spaziosa. E per fortuna munita di aria condizionata che fa il suo effetto sia durante il giorno che durante la notte quando uno di noi due è costretto ad alzarsi per andarla a spegnere onde evitare un’ibernazione.

I primi giorni passano molto borghesemente tra spiaggia, evitare i beach boys, qualche tuffo nell’acqua sempre calda e passeggiare nella battigia per fare conoscenza con gli altri turisti. La sera invece, la passiamo ad imbrattarci di creme lenitive perché durante il giorno non abbiamo colto i consigli di chi ci diceva che qui all’equatore, anche se non sembra, il sole batte fisso. Morale: la prima sera eravamo come due aragoste cotte e pennello, tanto che i due giorni successivi abbiamo evitato il contatto diretto col sole

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