Iran. Tra archeologia, religione e storia

12 luglio 2008. Partenza da Milano Malpensa, ore 11.30. Volo Iranair. Solo un’ora di ritardo. Un tizio dell’agenzia Adineh ci dà il benvenuto e ci dice che viaggeranno con noi altre due persone e che all’arrivo un autista ci attende ...

  • di mar.te
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  • Viaggiatori: in coppia
 

12 luglio 2008.

Partenza da Milano Malpensa, ore 11.30. Volo Iranair. Solo un’ora di ritardo. Un tizio dell’agenzia Adineh ci dà il benvenuto e ci dice che viaggeranno con noi altre due persone e che all’arrivo un autista ci attende per portarci in albergo. Ci danno da mangiare e da bere in abbondanza. Arrivo verso le 18 (o forse più). Primo impatto con la calura di Teheran. Appostati davanti all’ingresso dell’Imam Khomeini Airport per fumare la prima sigaretta dopo tante ore, papà pronuncia le ultime parole famose “spostiamoci da qui che c’è un bocchettone che butta aria calda!”. No, non è un bocchettone dell’aria condizionata ... è semplicemente la temperatura iraniana. L’aeroporto, a 35 km. Dalla città è nuovissimo, spaziale, in una landa quasi deserta. Lunga attesa al controllo documenti per i “foreign”, tutti gli iraniani sono già fuori. Noi, 10-12 stranieri passiamo lentamente. Noi quattro passiamo proprio per ultimi.

L’autista è il fratello del proprietario dell’agenzia viaggi, ci porta in albergo, un po’ schiacciati nella Peugeot grigia (“ma come faremo domani se ci sarà anche la guida?”). Papà, accanto all’autista, si esibisce con il solito inglese lungo un’autostrada tutta nuova. Lungo il percorso niente da segnalare eccetto il Santuario dell’imam Khomeini, un enorme complesso con quattro minareti e una gigatesca “casa per i pellegrini”.

Si entra in Teheran da sud a nord. La zona meridionale si chiama Zam zam è più povera, c’è moltissimo traffico, tanta gente per le strade. Ormai è buio. Albergo Laleh International, puro stile anni ’70, ai piedi della zona collinare della città. Stanza al 10° piano. E la cena? Usciamo in perlustrazione. A circa 500 metri troviamo un locale decente, popolare, ma accogliente. Io prendo un tè, papà un megapanino con birra analcolica. Scopriremo che alcune sono discrete, una buona, altre pessime perché aromatizzate ai gusti più strani.

Il mattino dopo all’alba partiamo per l’aeroporto della città, Mehrabad, non lontano dal centro, volo interno per Shiraz, circa un’ora. Ma ... orrore! “Have you glass...?(!)” La polizia scopre la fiaschetta di grappa ... i ligi pasdaran ritirano l’acool e stendono “opportuno” verbale. Come inizio non c’è male! E’ il 13 luglio e sono le sette del mattino: risveglio a sorpresa. A differenza di Teheran dove c’è foschia, Shiraz (1491 mt slm), a sud è chiara e luminosa. Sole potente, caldo asciutto. Ottimo albergo, il Pars International. Primo cambio: per un euro ti danno 14.000 rials. Per semplificarsi la vita (e complicarla a noi) spesso gli iraniani indicano il prezzo in toman, che è un sottomultiplo. Prima visita: al complesso monumentale di Shah-e-Cheragh (risale al XIV sec.), con un enorme cortile su cui si affacciano due veneratissimi mausolei. E’ pieno di pellegrini iraniani. Primo chador obbligatorio fornito all’ingresso. Donne da una parte, uomini dall’altra. La guida ci istruisce “lasciate parlare me, voi fingete di essere musulmani”. Forse siamo bravi attori, ci lasciano entrare. Ma una solertissima ulteriore “custode” nerovestita mi fa capire che non va bene che io mi trovi lì. Sono io musulmana? So io il nome del signore che è sepolto a pochi passi da noi? (è Sayyed Mir Ahmad, fratello dell’Imam Reza, morto a Shiraz nel 835, ovvio!). Cercano di portarmi da qualche parte, verso l’interno del mausoleo, io faccio lo gnorri, dispenso sorrisi, ma decido di uscire a gambe levate. Mi copro fino agli occhi e anche più su e mi siedo sotto il portico, davanti all’ingresso aspettando gli altri. La giovane, solerte e scandalizzata custode non mi cerca fin lì

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