Hoggar-Tassili

Hoggar-Tassili - Il fascino del deserto Testo di Bruno Visca O uomo, che importa che tu abbia caldo o freddo? È la legge del deserto aver caldo di giorno e freddo di notte. Ma non hai che da volgere la tua fronte al cielo per ricevere il sole e poi le stelle. E sarai contento. Mussa Ag Amastane poeta Tuareg Le emozioni che si provano nel...
 
Ritorno il: 14/03/2002
Viaggiatori: fino a 6
Spesa: 1000 €

Hoggar-Tassili – Il fascino del deserto Testo di Bruno Visca O uomo, che importa che tu abbia caldo o freddo? È la legge del deserto aver caldo di giorno e freddo di notte. Ma non hai che da volgere la tua fronte al cielo per ricevere il sole e poi le stelle. E sarai contento.

Mussa Ag Amastane poeta Tuareg Le emozioni che si provano nel deserto vanno ben oltre alle sensazioni meteorologiche del caldo e del freddo. Sono sensazioni di calma, di tranquillità e di pace in netta contrapposizione coi ritmi frenetici cui siamo abituati, con i quali conviviamo in questa nostra società “civile”. La totale immersione in una natura incontaminata, la bellezza dei paesaggi intorno a noi, i colori delle dune che variano dall’ocra al rosso con riflessi che, al tramonto ed all’alba, assumono toni ed ombreggiature che solo un pittore può esprimere sulle sue tele ed il cielo di un azzurro intenso durante il giorno e traboccante di stelle nelle notti regalano al visitatore, che sappia affrontare i piccoli disagi che inevitabilmente s’incontrano, un senso di dolcezza e di serenità che fanno apprezzare maggiormente la bellezza del nostro “vecchio” mondo. Questa considerazione sul deserto, dove la vita sembra quasi assente, può apparire contrastante solo al viaggiatore che lo osserva in modo superficiale; infatti, specialmente nelle zone rocciose, il deserto è ricco di vita: oltre ai pochi mammiferi di grosse dimensioni come dromedari, gazzelle e fennec (la volpe del deserto), sono presenti numerosissimi insetti, piccoli rettili e molti volatili. Cosa dire poi dei rari arbusti spinosi e delle poche piante che riescono a vivere in un ambiente tanto ostile spingendo le loro radici in profondità per riuscire a catturare la poca acqua presente nel sottosuolo? Il nostro viaggio si svolge nel sud dell’Algeria, in una zona dove il 90% della popolazione è di etnia Tuareg (Targhi al singolare). Parenti prossimi dei berberi, sono ammirati per l’eleganza dei loro abiti e del loro portamento davvero regale, sono riusciti ad insediarsi ed a sviluppare una straordinaria civiltà nomade in un territorio che può sembrare invivibile. Il loro nome, probabilmente, deriva dalla parola araba targa e sta ad indicare una regione ricca di alberi e di acqua, come erano questi territori in epoche remote. I Tuareg sono molto fieri della loro etnia e si considerano uomini liberi, cavalieri straordinari e profondi conoscitori del deserto; la loro lingua è il tamashek, derivata dal berbero, ma parlano quasi tutti correttamente anche il francese. Sono chiamati “uomini blu” perché il loro shèsh (lunga striscia di stoffa di solito blu dietro la quale nascondono il viso), stingendosi fa sì che il loro volto prenda una tinteggiatura blu. Secondo la tradizione Tuareg, il shèsh serve anche per evitare che gli spiriti maligni si introducano nel cuore attraverso il naso e la bocca. Contrariamente a quanto accade nel mondo arabo, le donne non si coprono il volto e, in questa società apparentemente maschilista, sono loro che tramandano la scrittura, che insegnano ai bambini e che erigono le tende; possono anche abbandonare il marito con la stessa formula che il Corano prevede per gli uomini. Purtroppo oggi il progresso ha reso quasi inutili le vecchie attività degli uomini Tuareg, che erano principalmente la lavorazione della pelle per confezionare le selle ed il commercio effettuato con lunghe carovane di dromedari che percorrevano le piste transahariane; nonostante questo disfacimento culturale, il popolo Tuareg non si è dato per vinto e, con l’avvento dei pur rari visitatori, si è dedicato alle attività legate al turismo, quali l’artigianato e la guida dei viaggiatori nell’attraversamento del deserto. Trascorrere qualche giorno nel deserto in compagnia dei Tuareg può rivelarsi un’esperienza stupenda ed indimenticabile; abilissimi ad orientarsi anche quando non ci sono punti di riferimento e lo sguardo, rivolto all’orizzonte, non scorge che sabbia e pietre. Questa loro profonda conoscenza del territorio infonde un senso di sicurezza al viaggiatore che da solo non saprebbe certamente dove dirigersi. Prima di iniziare la traversata, che si svolge sempre con tranquillità e senza fretta, ci si procura la legna che servirà per accendere il fuoco, un vero rito che si effettua tre volte al giorno, al mattino appena svegli per il tè della colazione, per cucinare il pasto di mezzogiorno e della sera. Il cibo del Targhi, nel deserto, è costituito essenzialmente dalla “galletta”, un pane non lievitato fatto con semola di mais, acqua e sale; acceso il fuoco per procurarsi la brace, il Targhi impasta il tutto con una perizia degna del miglior pizzaiolo napoletano; ottenuta la consistenza voluta, la galletta viene coperta di sabbia su cui si deposita la brace; dopo circa 30 minuti la cottura è terminata, la galletta viene estratta dalla sabbia, pulita e ridotta in minuscoli pezzettini che sono conditi con verdure e carne tagliata a pezzi, precedentemente fatti cuocere in umido. Dopo il pasto non può mancare il tè che, specialmente alla sera, costituisce un vero rito. Le foglioline di tè, a volte accompagnate da qualche foglia di menta, sono fatte bollire tre volte per ottenere tè di concentrazione sempre minore; al termine di ogni bollitura si aggiunge lo zucchero che viene rimescolato travasando, con notevole perizia, il tè da una teiera ad un’altra, per diverse volte e tenendo le due teiere notevolmente una più in basso dell’altra. Tutti e tre i diversi tè vanno bevuti perché ognuno ha un suo significato: secondo la tradizione Tuareg il primo è duro come la morte, il secondo è forte come la vita mentre il terzo è dolce come l’amore.

Il deserto non è soltanto sabbia, infatti unicamente il 20% circa del Sahara è sabbioso. La zona dell’Hoggar, da noi attraversata nella prima settimana, è costituita prevalentemente da un altopiano roccioso a gradinate sul quale si innalzano dei pinnacoli isolati, resti di antiche attività vulcaniche; tra essi il più elevato è il Tahat (2918 metri). Il Tassili n’Ajjer, visitato nella seconda settimana, è formato da un vasto altopiano terrazzato posto ai margini del massiccio dell’Hoggar, con guglie e pinnacoli di arenaria profondamente incisi dall’erosione. La zona del Tassili costituisce uno dei maggiori centri dell’arte rupestre sahariana. In particolare è celebre per le numerose ed importanti pitture parietali esplorate e rilevate in maniera sistematica dalla metà degli anni ’50 in poi.



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