Fuerteventura la selvaggia

La più grande e la più selvaggia delle isole Canarie da visitare con calma in un soggiorno di dieci giorni, alternando visite culturali e naturalistiche con del semplice relax sulle grandi spiagge e un mare cristallino.
 
Partenza il: 22/09/2019
Ritorno il: 01/10/2019
Viaggiatori: 3
Spesa: 1000 €

Delle quattro grandi isole Canarie, l’unica che ancora dovevo visitare era Fuerteventura, intravista dalle spiagge del sud di Lanzarote in occasione dei miei due soggiorni sull’isola: prese informazioni su vari siti e da letture selezionate, ho potuto appurare che l’isola viene considerata la più selvaggia e “nature” dell’arcipelago. Poiché è l’unica ancora non visitata, perché non trascorrerci una decina di giorni alla sua scoperta? Così ho prenotato un volo Ryanair per fine settembre, due alberghi (uno a sud e uno a nord, visto la lunghezza dell’isola nonché anche la sua vastità) e un’auto per tutta la durata del soggiorno, pianificando quotidianamente dei percorsi tali da poter visitare un bel po’ di posti e da concederci anche l’opportunità di approfittare del mare e del sole. Quello che sto per scrivervi è il resoconto di questo soggiorno nell’isola più selvaggia delle Canarie.

Domenica 22 settembre

È notte fonda quando si parte da casa: la Ryanair ha ben pensato di mettere un volo per Fuerteventura con partenza alle 06.10 del mattino quindi tra il raggiungere Orio, lasciar l’auto al Parkingo (65€ per 10 giorni ma solo perché ne siamo clienti, altrimenti la cifra sale), incontrare il nostro amico Vito e affrontare la fila per lasciare il bagaglio da stiva al gate si perde tutta la mattinata e il tempo di un caffè è così breve che mentre lo beviamo chiamano per l’imbarco del nostro volo. Partiti in orario, l’aereo percorre tranquillamente la sua rotta e poco dopo le 9 del mattino (ora locale) atterra all’aeroporto di Fuerteventura in una splendida giornata di sole: siamo partiti con felpe e maniche lunghe e camminiamo in un’aria già bella tiepidina! All’aeroporto, dopo la consegna dei bagagli, affrontiamo la lunga fila alla Cicar per il ritiro dell’auto: abbiamo prenotato una media (Corsa o Fiesta) per 10 giorni al prezzo di € 140, già assicurata e con doppio guidatore gratis, ma ci viene rifilata invece una Leon, più grande e ottima per i bagagli che vengono agevolmente sistemati; poi partiamo per Costa Calma, a sud dell’isola. La lunga autovia FV-2, scorrevole e moderna, penetra tra vulcani spenti e rocce laviche in un’atmosfera brulla e selvaggia senza alcun segno di alberi né di macchie verdi ma solo arbusti e sparuti gruppetti di palme. Il cielo è azzurro e il sole splende vivo quando, dopo un’oretta, arriviamo a Costa Calma: questo agglomerato di case vacanze ed hotels sorge sull’istmo de la Pared, la striscia di sabbia creata in centinaia di migliaia di anni dall’accumulo delle sabbie del Sahara, che ora unisce il resto dell’isola con la penisola di Jandia. Qui sorge il Bahia Calma Beach Resort, un complesso di appartamenti prospicienti la lunga spiaggia sabbiosa della località: ce ne viene assegnato uno ben fornito, al prezzo di € 216 per tre notti. Ci sistemiamo, poi ci rechiamo al bar de Marko, una tapicerìa in Calle de Sicasumbre molto conosciuta e quotata: le sue tapas sono a dir poco favolose (quella alle melenzane fritte con miele le sogno ancora di notte) e spendiamo appena € 11 a testa per un veloce e gustoso buon pasto. Ovviamente il resto della giornata viene trascorso nel riposo e in un giro d’un paio d’ore al mare.

Lunedì 23 settembre

Partiamo in mattinata per la nostra prima escursione, che toccherà il sud dell’isola. Sulla poco trafficata FV-2 andiamo verso sud, passando per l’affollato centro turistico di Morro Jable e proseguendo verso El Puertito/Cofete. Ad un certo punto un cartello indica l’ingresso al Parque Natural de Jandìa e la strada smette di essere asfaltata per diventare sterrata: sarebbe meglio affrontarla con un 4×4 ma una utilitaria qualsiasi va bene lo stesso, basta ridurre leggermente la velocità. Ci impieghiamo quasi un’oretta per seguire il saliscendi della strada tra pendii, barrancos e malpaìs (le grandi colate laviche che hanno reso brullo e impervio il paesaggio) e giungere a El Puertito e al vicino Faro di Jandìa: siamo nella punta estrema dell’isola, dove il vento soffia imperante e il mare si riversa con enormi onde sulle scogliere sottostanti. Da lontano, i resti dei vulcani contrastano con l’azzurro cielo e le nuvole corrono veloci spinte da alte correnti. Sebbene il faro abbia un che di abbandonato, il posto è molto bello e le foto a riguardo si sprecano. Decidiamo di raggiungere anche l’altro faro, quello di punta Pesebre, ma la strada è ben peggiore della prima, da affrontare davvero a passo d’uomo però, giunti poi al faro più o meno dopo 15 minuti, lo spettacolo della natura è ancora più affascinante (anche se il faro è a dir poco miserevole: una costruzione alta un paio di metri e nulla più). Torniamo pian piano indietro e ci fermiamo per ammirare una piccola baia, playa de los Oyos, dove è possibile bagnarsi grazie ad una serie di scogli naturali che bloccano la furia del mare creando un piccolo golfo interno tranquillo e dall’acqua trasparente. Ritornati sulla strada principale, ripercorriamo la strada d’andata ma solo fino all’incrocio con la strada per Cofete: da questo bivio inizia davvero un’avventura perché la strada si inerpica sulla montagna, non ha barriere e in alcuni punti è larga appena poco più di una corsia. Fino al piccolo Mirador de Barlovento ce la caviamo, meritandoci una sosta e una bellissima veduta sulla costa occidentale dell’isola, accompagnata dalla presenza delle classiche capre locali. È dopo che viviamo un po’ di ansia perché la strada discende a tornanti lungo il fianco del monte e dà proprio su burroni e salti, senza contare che due auto a stento riescono a passare contemporaneamente. Comunque tra clacsonate, frenate, velocità ridotta e quant’altro, arriviamo all’agglomerato di Cofete dirigendoci subito verso il Cemeterio e la playa. Siamo in arrivo quando, a quasi 20 metri dal parcheggio… foriamo! Attimi di panico: speriamo di avere il ruotino perché la gomma è squarciata. Per fortuna c’è quindi la cambiano, non senza difficoltà su un terreno di sabbia e pietra, e raggiungiamo la playa di Cofete, dove si trova anche il cimitero della piccola comunità, buona parte sommerso dalla sabbia. La spiaggia è enorme, il mare genera onde alte, ci sono tanti aquiloni e qualche temerario accenna ad un tuffo, sebbene vediamo surfisti e windsurfisti essere maggiormente i padroni di questo remoto litorale. Col pensiero del ruotino, torniamo piano piano indietro e decidiamo di riportare l’auto alla Cicar più vicina, che è a Morro Jable: Google Maps mi dà un ufficio al Porto quindi riprendiamo la strada lì diretti. Lasciamo così il selvaggio parco naturale di Jandia e ritorniamo a Morro Jable, raggiungendo l’ufficio che, però, è chiuso per la pausa pranzo. Noi ci fermiamo da Restaurante Cofradìa, proprio lì vicino, assaggiando delle gustose crocchette di pesce, un ottimo melòn y jambòn serrano, delle patatas arrugadas (patate cotte con la buccia da insaporire con una salsina apposita detta mojo) e il gofìo, una pastella tipo polenta da mangiar con il mojo o con una salsa piccante. Dopo pranzo scopriamo che questo ufficio è chiuso nel pomeriggio ma è aperto quello sul lungomare di Morro Jable quindi ci rechiamo lì e l’addetta presente, dopo aver visionato l’auto, non può far altro che cambiarcela: siamo ben felici anche se siamo costretti ad accettare una Corsa, ben più piccola della prima. Fatto il cambio e sistemata la parte burocratica, ci fermiamo per un breve giretto sul lungomare, ammirando l’alto faro e la carcassa di una balena messa in bella mostra, ripartendo poi per Costa Calma, dove abbiamo intenzione di finire il pomeriggio con un bel bagno nel mare turchese.



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