1990 – Indonesia: Sulawesi e Borneo

Aprile 1990 – Indonesia: Sulawesi, Borneo, BaliIl tipico disclaimer che si può leggere su ogni edizione della Lonely Planet recita più o meno così: “I posti cambiano, nuovi alberghi e ristoranti aprono, altri chiudono, altri ancora cambiano gestione e diventano peggiori o migliori…”. Ebbene, anche nella vita reale le cose cambiano e...
Scritto da: steweboy
1990 - indonesia: sulawesi e borneo
Partenza il: 01/05/1995
Ritorno il: 26/05/1995
Viaggiatori: in coppia
Spesa: 1000 €

Aprile 1990 – Indonesia: Sulawesi, Borneo, Bali

Il tipico disclaimer che si può leggere su ogni edizione della Lonely Planet recita più o meno così: “I posti cambiano, nuovi alberghi e ristoranti aprono, altri chiudono, altri ancora cambiano gestione e diventano peggiori o migliori…”. Ebbene, anche nella vita reale le cose cambiano e diventano peggiori o migliori; al limite rimangono inalterate. È grazie a questa eterna legge di natura che un bel mattino di Aprile ci incontriamo all’aeroporto con la Franca… e Gianni, il suo nuovo fidanzato nonché nostro amico di vecchia data. La Franca ha sempre avuto un fortissimo carattere trascinante, e il suo rapporto con Gianni non fa eccezione (se conosceste la Franca sapreste perfettamente che non si può riuscire a farle fare qualcosa sulla quale non sia d’accordo, o a non fargliene fare una per la quale si sia anche solo minimamente intestardita); il nostro amico è un Uomo di Mare, tranquillo, accomodante, simpatico e disponibile… e non aveva mai affrontato viaggi all’estero di questa portata, specialmente con due Integralisti della Filosofia Basica di Viaggio come la Franca ed il sottoscritto.

Saliamo sull’aeroplanino (ATR42, il famigerato “Colibrì”) che ci porterà fino a Parigi, da dove parte il volo Garuda Indonesia diretto a Zurigo e quindi a Jakarta; da lì – dopo qualche ora di attesa – affronteremo la tratta con destinazione Denpasar, cioè Bali, dove atterreremo all’incirca verso sera. All’alba del mattino successivo un aereo della Bouraq (la terza compagnia di bandiera indonesiana) ci trasporterà fino ad Ujung Pandang, la città principale, posta all’estremo sud dell’isola di Sulawesi, l’antica Celebes: un nome che fa venire alla mente i mercanti di spezie, le scorribande di Sandokan, le giungle inesplorate e le tigri mangiauomini.

La parte positiva del viaggiare in giorni feriali “fuori stagione” (cioè non a Luglio ed Agosto) è che di norma gli aerei intercontinentali sono semivuoti: infatti sul Boeing 747 Garuda che vola da Zurigo a Jakarta riusciamo ad occupare una fila centrale da cinque sedili ciascuno ed a volare comodamente sdraiati per una decina di ore; l’attesa all’aeroporto di Jakarta è estremamente piacevole, grazie anche alla bellezza delle strutture, che ricalcano – con ovvi criteri di sicurezza e modernità – quelle delle case tradizionali batak, con i lunghi tetti a forma di imbarcazione; il volo per Bali è poco più di una formalità.

Giunti a Denpasar, evitiamo di proposito gli innumerevoli tassisti e guidatori di bemo che assediano i turisti appena sbarcati per offrire trasbordi a prezzi decuplicati rispetto al tariffario “ufficiale” dell’isola, percorriamo zaino in spalla poche decine di metri fino ad incrociare la strada principale e fermare il primo bemo che ci viene incontro. Dopo la solita trattativa sfiancante, riusciamo a farci portare per poche centinaia di rupie (ai tempi 1 rupia valeva 70 centesimi di lira; ora poco meno di 25) a Legian, nella zona di Kuta, una lunghissima strada costellata di negozi, ristoranti e locali di ogni tipo, oltre – ovviamente – ad incalcolabili guesthouse. Ne troviamo una al primo tentativo: carinissima, con camere pulite e molto ampie, ciascuna con il suo mandi (il bagno) privato, il letto a baldacchino e la veranda con mobilio in bambù; il prezzo per camera, con prima colazione a base di pancakes, insalata di frutta e bevande calde, si aggira ben al di sotto delle diecimila lire. Gianni è stupefatto: mai si sarebbe immaginato di arrivare in un simile paradiso e spendere per vivere un giorno quello che a Genova di solito si paga per posteggiare l’automobile in centro per un paio d’ore. Dopo aver sistemato i bagagli in camera (praticamente non abbiamo neanche disfatto gli zaini, visto che si riparte domani all’alba) ci regaliamo una bella passeggiata per i negozi ed i locali di Kuta; mangiamo nasi goreng (riso fritto con vegetali e uovo), bamie goreng (spaghetti di riso fritti con vegetali e verdure) e ikan bakar (pesce alla brace) acquistandone copiose – ed economicissime – porzioni dagli innumerevoli street vendors che popolano le vie. Passeggiamo fino a tarda sera sul lungomare; il buio è quasi completo, si intravede ogni tanto la schiuma di qualche onda che, più fragorosa di altre, si va ad infrangere sulla spiaggia di Kuta, ritrovo internazionale degli appassionati di surf (specialmente australiani e giapponesi). Bali è – come amo definirlo a chi mi chiede consigli sui primi viaggi D.I.Y. Da intraprendere – “un ottimo ingresso in Indonesia”. Sulla famosa “Isola degli Dei”, infatti, chiunque sia desideroso di annusare per la prima volta l’Odore dell’Oriente ma non di provare ex-novo i Disagi dell’Oriente, può trovare quello che cerca. Se brama spiagge bianche a Bali ci sono: a Kuta con le onde per il surf, a Sanur con il mare calmo ed il fondale corallino per fare snorkeling o tranquilli giri in canoa e windsurf; verso Nord, da Candi Dasa in poi, sufficientemente selvagge ed incontaminate per poter credere – almeno per un pomeriggio o due – di essere naufragati su di un’isola deserta e non su di un caposaldo turistico mondiale dove atterrano più di venti Jumbo Jet al giorno. Se il turista alle prime armi sogna paesaggi orientali da sogno, basta che si noleggi una moto od una jeep e si rechi all’interno: da Ubud in poi sono solo templi ricoperti di vegetazione, risaie a terrazze di mille verdi cangianti (complete di contadini e bufali d’acqua), villaggi abitati da persone allegre che sono sempre disposte a regalare un sorriso al turista che si ferma, anche solo per riposarsi un attimo. Persino i fanatici dei paesaggi naturali e del trekking “duro” potrebbero essere piacevolmente sorpresi da Bali: all’estremo Nord, infatti, partendo dalle pendici del vulcano Batur si può camminare per un’intera giornata verso la vetta, dalla quale si gode una vista indimenticabile di parte dell’arcipelago indonesiano; se il vulcano Batur non fosse abbastanza impegnativo, in un paio d’ore di traghetto si può raggiungere il vicino isolotto di Lombok, formato interamente da un vulcano spento, il Monte Rinjani, per conquistare la cima del quale si deve camminare per almeno due giorni; al centro del cratere si è formato un laghetto, in mezzo al quale sorge un isolotto; non esiste fatica che non possa essere ripagata da simili spettacoli. E per i romantici, direte voi, cosa offre Bali? Ma come, vogliamo tralasciare gli splendidi tramonti, la silhouette notturna del tempio di Tanah Lot (che avrete visto in almeno settemila dépliant turistici), i ristorantini intimi sulla spiaggia, gli spettacoli di becak, le danze locali e l’atmosfera “lontano da tutto, vicino al tuo cuore” (gasp!) che si respira in certi angoli riparati. Se desiderate chiarimenti più approfonditi su Bali, compratevi una guida (vedi Appendice), ho già fatto fin troppo il cicerone pubblicitario… Dopo la sontuosa colazione del mattino ci facciamo chiamare un bemo per l’aeroporto dal gestore della guesthouse; le procedure di check-in e boarding non creano il minimo problema; l’aereo sul quale ci imbarcano, invece, qualche problemino ce lo crea: sedili traballanti, cinture di sicurezza sfilacciate, impianto di condizionamento che trasuda abbondantemente… c’è persino una hostess con gli occhi storti! Insomma, il quadro tipico di un velivolo del terzo mondo. Il volo piuttosto breve trascorre in maniera addirittura quasi piacevole, e il panorama dai finestrini è magnifico; atterrati a Ujung Pandang ci dirigiamo con una certa sicurezza verso l’Hotel North Pole (visto che la temperatura esterna sfiora i 40° all’ombra vi pregherei di evitare commenti, grazie), consigliato dalla – ovviamente – Lonely Planet. Come al solito, abbandoniamo i “tassisti” dell’aeroporto per dirigerci sulle strade urbane, dove veniamo contattati dal proprietario di un ciclo-risciò che ci chiede dove siamo diretti. Quando gli pronunciamo il nome dell’albergo ci dice “Yes mister… North Pole… tu tausend!”; io e la Franca ci giriamo imbufaliti e gli diciamo “Tu tausend stocazzo, ladrone! Non se ne parla nemmeno!”; il tipo non demorde e ci offre “Uan tausen eit andred, yes, mister…”; questa volta se ne occupa Gianni che – notiamo con piacere io e Franca – sta assimilando a dovere la F.B.V., anche se non conosce l’inglese: “No… tu mach… vai via!”; il caldo ha raggiunto livelli danteschi, stiamo camminando sotto il sole con pesantissimi zaini e siamo completamente zuppi di sudore (sono le nove scarse del mattino!), ma il pedalatore instancabile ci tampina assillantemente “Ochei mister… uan tausend… ochei?”; io e la Franca gli rispondiamo in coro “Te ne devi andare a fan culo, uan tausend con quel cacchio di biciclettina” e continuiamo a camminare, pedinati dal tipo. Ad un tratto Gianni si ridesta da un torpore quasi mistico e ci chiede “Scusate, ragazzi, che io mi confondo ancora un po’ con i cambi… mille rupie esattamente quanto sono?”; risponde la Franca “Boh… più o meno settecento/ottocento lire”, al che Gianni ci urla “Ma siete rincoglioniti? Stiamo camminando sotto il sole da mezz’ora per non dare duemila lire a ‘sto pezzente? Ma che il Signore vi porti via” e, rivolto al tipo che si stava finalmente allontanando sconsolato, urla “Ehi, come here… ti do cinquemila rupie se mi porti a fare una doccia… five thousand!”. La Franca, delusa, lo guarda un po’ con odio un po’ con tenerezza.



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