Coast to Coast dalle Hawaii alla Florida

Luca Cristina Leonardo, Lanfranco Caterina, e Sandro Antefatto Scegliere una meta di viaggio in questi ultimi anni sta diventando sempre più difficile. Le guerre in medio oriente e africa centrale , la situazione politica precaria in molti paesi come il ...

  • di Luca Sist
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Luca Cristina Leonardo, Lanfranco Caterina, e Sandro Antefatto Scegliere una meta di viaggio in questi ultimi anni sta diventando sempre più difficile. Le guerre in medio oriente e africa centrale , la situazione politica precaria in molti paesi come il Perù o il Nepal il terrorismo internazionale e le ulteriori esigenze derivanti dalla presenza di mio figlio Leonardo (15 mesi compiuti da poco) non lasciamo molte alternative a disposizione. Per vari motivi quest’anno decidiamo di prendere in considerazione gli USA. Come sempre il “viaggio fai da te” ha richiesto mesi di indecisioni sul miglior tragitto da seguire nonchè ore e ore passate davanti al computer navigando in internet e leggendo libri e guide di viaggio per acquisire quante più informazioni possibile. Inizialmente il programma di massima prevedeva un “coast to coast” allargato dalle Hawaii alla Florida via California, Nevada, Utah, Colorado, Arizona, New Messico, Texas e Louisiana, che alla fine è stato quasi completamente rispettato. Sostanzialmente il viaggio si svilupperà attraverso tre tappe fondamentali: una vacanza rilassante alle Hawaii, una visita approfondita di San Francisco e dintorni e un viaggio in automobile “al galoppo” tra San Francisco e Miami. Oltre alla maggiore delle isole Hawaii , durante il percorso nel continente nord americano visiteremo San Francisco, alcuni parchi della Sierra Nevada come il famoso Yosemite e il Mariposa Grove of Giants Sequoia, percorreremo la stupenda “highway numero 1” che collega San Francisco a Los Angeles passando per la “17 mile drive” a Monterey e Santa Barbara; quindi Los Angeles, Las Vegas i parchi naturali dello Utah meridionale di Zion e Bryce; la incredibile Monument Valley in terra Navajo, poi ancora l’antico e originalissimo pueblo di Mesa Verde in Colorado, il famoso Grand Canyon in Arizona quindi passeremo per la storica “route 66” e Phoenix per finire al confine con il Messico tra i giganteschi cactus di Tucson . Per recuperare tempo perduto durante le prime settimane di viaggio, saremmo poi costretti a fare un salto direttamente dall’Arizona alla Florida perdendo le tappe previste di Houston e New Orleans. Il viaggio, dopo aver attraversato anche la Florida da Tampa a Key West, terminerà sulla spiaggia di Miami Beach, dopo aver percorso complessivamente circa 7000 km in auto e attraversato 5 fusi orari. Un viaggio molto lungo e faticoso ma ricco di emozioni. Cristina Caterina e Leonardo rientreranno comunque a casa anticipatamente dalla California salvandosi dalla sfiancante “galoppata” finale prevista nella terza tappa. 13 febbraio 2004 venerdì Volo Venezia – Kona\Hawaii via Amsterdam – Los Angeles. Tempo complessivo di volo poco meno di 20 ore.

Sveglia alle 3.30 del mattino; per fortuna non c’è la solita nebbia delle partenze invernali ad accompagnarci a Venezia. Nonostante i soliti buoni propositi imbarchiamo per ultimi, all’ultimo minuto. Leonardo è buonissimo, sembra che tutto cominci per il meglio. La rotta aerea per Amsterdam è quasi equivalente alla rotta diretta per le Hawaii e queste “stranezze” sono sempre motivo di discussione. In questo viaggio, che comporterà migliaia di km da fare in auto, ho deciso di portare con me un GPS palmare. Grazie a questo strumento di precisione possiamo subito verificare che la via più breve tra Pordenone e Kona comporta una rotta di 12652 km che passa solo qualche grado a sinistra del Polo Nord. Non esistendo rotte dirette e dovendo fare scalo a Los Angeles noi percorreremo quasi 15.000 Km per arrivare a destinazione. Atterraggio rocambolesco ad Amsterdam comprensivo di strettissima virata sopra il centro della città che ci consente di ammirare i canali e le abitazioni alte e strette della Venezia del Nord. Leonardo, dopo un’incredibile show di due ore all’aeroporto di Amsterdam, crolla addormentato. Ci aspettano undici ore di volo ma il “piccolo” ha un sedile tutto per se e dorme per tutto il viaggio. Il tempo perciò “vola” e siamo già in procinto di atterrare a Los Angeles ancor prima di accusare i primi stress claustrofobici. Per la prima volta ho sorvolato di giorno Canada e Stati Uniti settentrionali; il paesaggio, ricoperto senza soluzione di continuità da ghiaccio abbaccinante, mi tiene al finestrino per diverse ore e sembra incredibile che dal paese delle Giubbe Rosse alla California attraverso Montana, Wyoming, Utah, e Nevada vi siano così poche tracce umane. Ora siamo sopra Las Vegas che rivedremo da terra fra una ventina di giorni. Provo ad immaginare come sarà il nostro viaggio “on the road” attraverso queste avventurose frontiere; visto da quassù il territorio sottostante ha l’aspetto di un deserto attraversato solo da qualche strada incredibilmente rettilinea. Quasi un’ora di ritardo del volo Los Angeles-Kona non favorisce la nostra ultima tappa che non è per niente breve. Finalmente si riparte e nonostante l’austera accoglienza dell’equipaggio AmericanAirlines non sia confortante, alle 22 ora locale dovremmo essere a destinazione. Durante il viaggio mi ha colpito molto il fatto di non essere riuscito a bucare il buio fitto della notte pacifica se non pochi istanti prima di ritoccare terra; ad un certo punto ho avuto paura che non esistesse più alcuna forma di vita umana dopo 4000 km di nulla cosmico. Invece queste isole sono abitate dall’uomo da più di 1500 anni, probabilmente Polinesiani giunti fin qui dalle altrettanto lontane Isole Marchesi a bordo di primitive canoe. Il lungo viaggio e la stanchezza non influenzano negativamente la prima impressione al nostro arrivo; il giudizio è subito molto positivo ancor prima di uscire dall’aeroporto. Forse convincerci che un lungo viaggio aereo con un bimbo di pochi mesi sia terrificante, è stato l’approccio giusto per poter poi dire che tutto sommato è solo stato faticoso. In genere partire troppo ottimisti pensando che un lungo viaggio sia una passeggiata, fa spesso desiderare di essere rimasti a casa. L’aerostazione di Kona - Hawaii incuriosisce subito perché è tutta all’aperto. Neppure l’aeroporto della minuscola “Bora Bora” ha una struttura così “en plen air”. Qua e là ci sono solo delle tettoie tipo fermata di autobus e le zone di imbarco sono delimitate solo da bassi muretti in pietra vulcanica. Una statua raffigurante tre donne in costume hawaiano posta nella hall (anch’essa rigorosamente all’aperto) ci saluta esprimendo la grazia innata di questo popolo. Sembra dire: “Aloha a tutti, e benvenuti alle mitiche Hawaii”. Aloha, termine usato come augurio e come saluto, è una parola che non si può tradurre facilmente, ma che definisce e racchiude nel suo significato un intero popolo; un misto di culture asiatiche e americane fuse in maniera perfetta con i geni delle antichissime popolazioni di origine polinesiana. Peccato che la lingua ufficiale sia ormai da tempo l’inglese ma d’altronde anche a Tahiti il musicale idioma locale (composto prevalentemente da vocali) è stato sostituito dal francese. Il clima è meraviglioso e, se non fosse per la carenza di taxi (data l’ora tarda siamo rimasti solo noi all’aeroporto) arriviamo senza il minimo problema al resort della Outrigger prenotato attraverso Internet. L’appartamento che ci hanno riservato è enorme e di pregio, e anche se la vista dalla bella terrazza non è diretta sul mare, è tuttavia accettabile. Ci troviamo a pochi passi dal centro della città di Kona, circa a metà della costa occidentale dell’Isola; all’orizzonte, a 6000 km di distanza, si trova il Giappone. Andiamo a dormire tutti soddisfatti a mezzanotte di venerdì 13 febbraio. A casa sono le 11.00 del mattino di sabato quindi: undici fusi orari in meno e calcolando che siamo partiti da Pordenone alle 05.00 di venerdì significa che siamo in movimento esattamente da 30 ore. Leonardo come se niente fosse si gusta il suo latte al centro del grande lettone della nostra camera. Dato che ci sono solo due camere, il divano letto tocca inevitabilmente a Sandro che signorilmente dice di gradire comunque. 14\2 sabato Natura selvaggia Mi sveglio riposato alle prime luci dell’alba. Fortunatamente il letto è veramente comodo. Riprendiamo il taxi per ritornare all’aeroporto dove noleggiamo una comoda monovolume con sette posti. Sbrigate molto velocemente tutte le formalità partiamo per una prima esplorazione. Sono curiosissimo di vedere tutto e subito ma le dimensioni dell’isola (che ha oltre 400 km di costa) richiederanno circa tre giorni. Oggi decidiamo di dirigerci a nord e miglio dopo miglio arriviamo sulla punta più settentrionale di Hawaii-Big island. Il nome trae origine dalle dimensioni dell’isola che è la più meridionale e la più grande di tutto l’arcipelago hawaiano. Sopra di noi in ordine Maui, Lanai, Molokai, Oahu e Kauai tutte in fila verso nord ovest. In realtà tutto l’arcipelago comprende ben 137 isole, isolette e atolli , infilati come una collana di perle ineguali attraverso il Tropico del Cancro in un allineamento di 2822 kilometri, ma solo le isole elencate sono popolate. La scelta di fermarci a Big Island e non alla più nota Oahu (dove si trova la città di Honolulu e il 75 % della popolazione di tutte le Hawaii) è stata dettata dalla circostanza che in quest’isola si ritrovano riunite tutte le particolarità uniche delle altre isole con in più uno dei pochi vulcani attivi non esplosivi (e quindi a bassissimo rischio) della terra. Tuttavia l’attività vulcanica nella zona è talmente intensa che fra qualche centinaio d’anni spunterà dal mare un’altra isola 32 km a sud est di big island; sta nascendo dal fondo del mare piano piano ed ha già un nome Loihi. In effetti il viaggio è una continua sorpresa. Ad ogni curva il paesaggio cambia; da vulcanico inquietante e secco, a tropicale umido; da un misto di arida savana africana, a verdi e umide distese che ricordano i prati irlandesi. Tutto intorno un mare immenso e blu pieno di balene che ogni tanto saltano fuori dall’acqua. Il clima sulla costa è stupendo con temperature di circa 30 gradi allietati da una perenne brezzolina. Poco prima dell’estremità settentrionale dell’isola dove improvvisamente si formano delle scogliere altissime verticali sul mare ci fermiamo per fare un brunch in un piccolo ma suggestivo paesino chiamato Kapaau. Qui prendiamo confidenza con le abitudini locali, ormai americanizzate, in tema di colazione; muffin giganti, uova e pancetta in quantità industriale. Al rientro ci fermiamo a fare un po’ di spesa a Waimea, un paesino molto piccolo ma dotato tuttavia di un mega centro commerciale che ci ricorda ancora una volta che siamo negli Stati Uniti; anche i carrelli sono giganteschi. Al momento di pagare il conto verifichiamo che il costo della vita è decisamente inferiore a quello di casa nostra anche se in parte ciò dipende dalla nostra valuta che in questo momento è particolarmente forte rispetto al biglietto verde. Approfittiamo della sosta anche per comprare tutti l’uniforme del luogo; una bella camicia hawaiana piena di fiori di onde e di surf. La sera tutti a letto presto; il fuso non perdona. Io mi addormento sulla veranda mentre bevo il caffè

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