Quel cappuccino a Trondheim..

Aeroporto di Bergamo, venerdì 13 maggio 2005, comincia questo nostro viaggio norvegese. Abbiamo perso un pezzo della squadra dell’anno scorso, ma siamo ancora qui – Ale Marcus e Mauri - con un biglietto aereo (a dire il vero sono sette) ...

  • di Maurizio Rivetti
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    Ritorno il
  • Viaggiatori: fino a 6
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

Aeroporto di Bergamo, venerdì 13 maggio 2005, comincia questo nostro viaggio norvegese.

Abbiamo perso un pezzo della squadra dell’anno scorso, ma siamo ancora qui – Ale Marcus e Mauri - con un biglietto aereo (a dire il vero sono sette) e tre zaini nuovi uguali: sembriamo Qui, Quo e Qua. Chissà Adelmo - il pezzo perso - chi sarebbe stato, forse Paperoga.

Da gennaio stavamo progettando, cercando itinerari e coincidenze. Poi i programmi sono passati ai voti ed ora la responsabilità per la buona riuscita di quello prescelto (il mio) comincia farsi sentire. Si vola Ryanair, con 9 euro e 99 arriviamo a Sandefjord, 130 chilometri a sud di Oslo dove attendiamo il volo per Bergen di SASBraathens: vedere la faccia di Ale che scruta perplesso il grosso (ne prenderemo comunque di assai più piccoli) aereo con le eliche non ha prezzo. Nell’aria l’odore di wurstel riscaldato (qui l’hot dog si chiama Polse ed è una vera passione nazionale) che incontreremo in ogni centro commerciale e in ogni stazione di servizio. L’odore ufficiale della Norvegia, insomma. Riusciamo anche ad inviare qualche mail da un internet point gratuito (una delle poche cose che non dovremo pagare). Il volo tra Oslo e Bergen è come percorrere una cartina, notarne i rilievi a seconda della presenza più o meno fitta del manto nevoso e dalla presenza di laghi ghiacciati o in via di scioglimento. Un autentico spettacolo regalatoci da una giornata limpidissima. Bergen (200.000 abitanti, più o meno come la nostra Brescia), seconda città norvegese dall’illustre passato. Città dei Kings of Convenience, il cui ultimo cd – Riot in an empty street – ci stiamo sparando da mesi in auto; siamo dei precursori, a giugno il pezzo principale – Misread - sarà in tv con lo spot delle Pagine Gialle. Arriviamo in città con il bus (l’autista fa i biglietti con una macchinetta tipo organetto che non vedevo dagli anni ’70, quando con mamma prendevo la corriera per andare da nonna Maria in campagna). Il molo di Bryggen, resto architettonico del periodo in cui la Lega Anseatica tedesca era arrivata fin qui annusando l’odore dei soldi legati all’esportazione del pesce essiccato, è veramente carino; ora gli antichi magazzini in legno sono occupati dai bar con i tavolini all’esterno completi di copertine per scaldarsi le gambucce quando il vento del mare del nord decide di fare shopping in centro. Purtroppo il mercato del pesce Fisketorget è ormai chiuso, speravamo di gustarci qui il primo spuntino. Ci troviamo subito di fronte ad una questione che si ripeterà per tutto il viaggio: ma quanto sono belle queste norvegesi? Resterà una domanda priva di una risposta precisa, almeno per l’unità di misura da adottare. In città si notano i preparativi per la festa nazionale del 17 maggio, quest’anno più sentita che mai visti i 200 anni dalla pacifica separazione (con referendum) dalla Svezia, che da queste parti ha sempre dominato a singhiozzo con la Danimarca. Nel parco con laghetto incorporato hanno montato persino una finta nave vichinga, le bandiere rosse con la croce blu e bianca si sprecano. Incontriamo anche una banda musicale di ragazzini in divisa, i Buekorps, brigata paramilitare formata da giovanissimi, un’istituzione locale vecchia di oltre 150 anni. Attraversiamo il centro città e ci dirigiamo verso il porto dei traghetti, risalendo una ripidissima (al punto che non ci stupiremmo se le auto parcheggiate cominciassero a rotolare giù) strada, dalla cui sommità si gode un bel panorama della città. Una graziosa ragazza ci regala la prima foto di gruppo. Giungiamo al porto attraverso grigi quartieri da edilizia socialista, qui il contrasto con la bellezza del centro è evidente. Arriviamo alla nostra nave: signori benvenuti a bordo della “Richard With”, o se preferite “Riccardo Con” come Marcus la ribattezzerà dopo pochi istanti. La nave è una delle dodici della flotta dell’Hurtigruten che da oltre cento anni garantisce i collegamenti sulla costa fino all’estremo nord, 34 scali in sei giorni fino a Kirkenes al confine con Finlandia e Russia, dove non arrivano neppure i treni. Grazie alla corrente del Golfo, che sfiorando le coste norvegesi impedisce la formazione di ghiacci nei porti, tutti i giorni dell’anno da Bergen ne parte una; solo viaggiandoci un po’ capisci quanto sia importante questo servizio, quanta merce -la più variegata- salga e scenda attraverso i portelloni che già calano verso il molo ancora prima che la nave sia completamente ormeggiata. Per scopi turistici i percorsi sono studiati in modo che le frequenti soste notturne nella rotta verso nord avvengano invece di giorno in quella verso sud. Il viaggio più bello del mondo, citano concordi tutte le guide. Abbiamo prenotato una cabina tripla, che raggiungiamo attraverso un corridoio rosa e beige dagli effetti psichedelici. Comunque è accogliente e sarà la nostra casa per i prossimi tre giorni. Visitiamo subito i vari saloni e i ponti esterni dove tira un vento teso e freddo. Dobbiamo risolvere il problema del cibo visto che è la voce su cui intendiamo effettuare gli unici tagli al budget ancora possibili. Volendo evitare il ristorante di bordo (il cui menù esposto non ci fa comunque impazzire), ci salverà un incrocio tra bar e self-service al quale ricorreremo spesso quando non riusciremo a fare spesa a terra. Facciamo cassa comune e cominciamo con un bel piatto di salmone affumicato, uova sode e insalata russa. Per l’indomani abbiamo un dubbio se passare la giornata ad Alesund (sulla punta della A c’è un cerchietto, perciò si dice Olesund informa la Routard di Marcus, da lui considerata un autentico vangelo snobbando tutte le altre guide di cui siamo dotati) descritta come una bella cittadina ricostruita interamente in stile liberty dopo uno spaventoso incendio nel 1904, o restare sulla nave percorrendo i 16 chilometri del Geirangerfjord, uno dei fiordi più famosi, per poi far rotta nuovamente verso Alesund riprendendo quindi il mare aperto. Il dubbio si scioglierà da solo all’indomani, quando constateremo che la città è quasi deserta (sono le 8.45 di sabato mattina), restare lì dieci ore porterebbe sicuramente ad un suicidio di almeno uno dei tre. La cosa più divertente sono due ragazze (scopriremo dopo che tornano a casa finita la scuola) che cercano di impilare i loro bagagli su un bancale per poi caricarli sulla nave, una mette e l’altra toglie in un circolo vizioso che pare senza fine. Facciamo anche una foto digitale della scenetta che mostreremo loro incontrandole a bordo più tardi, strappando loro un sorriso dopo un’iniziale diffidenza. Scegliamo quindi il fiordo, sarà una scelta felice. La navigazione attraverso le verdissime acque è spettacolare, circondati da alte vette ancora coperte di neve che sciogliendosi forma cascate (ve ne sono sette vicinissime, dette – invero con poca originalità – le Sette sorelle) che terminano in mare dopo aver accarezzato la pareti rocciose. Dopo due ore di strette virate, ideali per foto incantevoli, si arriva a Geiranger, paesino al termine del fiordo dove vengono sbarcati coloro che torneranno ad Alesund con l’autobus, passando per la strada panoramica in cima alle montagne. Noi giriamo la prua e ripercorriamo la nostra strada d’acqua. Quando fuori fa freddo (spesso) ci rifugiamo nel salone panoramico, protetto da vetrate che permettono di ammirare le montagne circostanti alzando ogni tanto lo sguardo dai nostri libri. A parte leggere per ora non c’è molto da fare, l’atmosfera è da ricovero di Dusseldorf in quanto i nostri compagni di viaggio sono quasi tutte coppie tedesche ultra settantenni: la scena tipica è lei che sferruzza con gli aghi un filo di lana che esce dalla borsetta e lui che si addormenta con una birra a metà sul tavolino, forse sognando le avventure raccontate da papà quando nell’aprile del 1940 invase la neutrale Norvegia, conquistandola interamente in 62 giorni e costringendo re Haakon VII e company ad una fuga precipitosa verso l’Inghilterra, sulla quale il giudizio storico dei norvegesi si divide ancor oggi: vigliaccheria o necessaria ritirata per riorganizzarsi? Ad Oslo venne insediato un governo fantoccio alle dipendenze di Berlino, ma nella clandestinità si formò anche un’organizzazione militare che arrivò a contare oltre 40mila uomini. Alla fine dell’occupazione, nel maggio del 1945, i tedeschi misero a ferro e fuoco il paese, lasciandosi alle spalle quasi tutte città rase al suolo. Durante la notte attracchiamo a Molde (la città delle Rose, per i numerosi roseti) e a Kristiansund, ma di questo avvertiamo solo qualche rumore nel sonno. Domenica mattina, 8 e 15, sbarchiamo a Trondheim sotto una pioggerella fine fine. Ancora non sappiamo che sarà una giornata piena di sorprese. Non c’è anima in giro dei 150mila abitanti: le nostre guide raccontano che questi norvegesi passano tutta la settimana nei loro impegni professionali, ma nel weekend abbandonano il loro moralismo luterano e si danno alla pazza gioia, ballando e bevendo fino a tarda notte. Dev’essere proprio così, ora sono evidentemente tutti a letto a smaltire le loro sbornie. Attraversiamo la zona dei locali notturni ora chiusi lungo il fiume Nidelva, alla ricerca quasi disperata di una colazione calda che non troviamo. Dopo aver percorso la strada principale, Munkegata, giungiamo alla cattedrale gotica di Nidarosdomen, l’edificio medievale più grande della Norvegia, costruita sulla tomba di Olav il Santo, che da re convertì il paese al cristianesimo nel mille. Facciamo colazione con tre banane comprate il giorno prima (qui la frutta viene venduta a pezzo anziché a peso), ma il bisogno di caffeina continua a salire vertiginosamente. Ale esamina la cartina e suggerisce di spostarci nuovamente verso il fiume, nel quartiere di Bakklandet, dove forse sarà possibile trovare qualcosa di aperto. Per arrivarci si attraversa il ponte della Città Vecchia, sormontato da portali dallo stile vagamente cinese. Il quartiere è veramente delizioso con strette stradine tortuose in ciottolato ma -cosa più importante- troviamo aperta una caffetteria della catena Seven 7 dove due occhi azzurri dolcissimi ci servono un cappuccino mai tanto desiderato, accompagnato da un muffin caldo. Grandissima sensazione di piacere. In Norvegia sono frequenti questi strani negozi dove puoi comprare di tutto, dal giornale alla frutta, dal caffè ad una porzione di lasagne, dai rullini fotografici agli ombrelli. Mentre Marcus prova a spiegare in inglese ad una coppia tedesca perché la situazione politica in Italia è messa così, noi compriamo anche tre mega panini per il pranzo. Decisamente rifocillati torniamo sui nostri passi, attirati da uno scampanare poco distante. Attorno ad una chiesetta notiamo tracce di festa: sta per iniziare un matrimonio, che bella occasione per toccare con mano uno spaccato di vita norvegese! Il matrimonio è però un po’ particolare, la sposa è una giovane indocinese mentre lo sposo è made in Norway. Entriamo in chiesa per assaggiare l’atmosfera: è uno spettacolo vedere da una parte gli asiatici con le donne nei loro coloratissimi vestiti lunghi di seta sopra leggeri pantaloni bianchi e gli uomini quasi tutti con vestito e camicia neri usciti direttamente da “L’anno del dragone”, dall’altra i norvegesi nel tipico vestito nazionale, il bunad, che in questa regione -siamo nel Trondelag– è di colore blu. Le lunghe gonne delle signore hanno anche un grembiule, mentre sopra la camicetta bianca portano un corpetto con fiori ricamati. Alla vita portano una borsetta a rete con ganasce d’argento. Ci deve essere un certo affiatamento tra le due comunità, tutti si salutano con una calorosa cordialità. Ci sono anche bambini indocinesi vestiti con il bunad, così come splendide ragazze dagli occhi a mandorla completamente occidentalizzate. Anche il prete è asiatico, mentre il sagrestano scandinavo ha le guance rubizze, deve aver avuto anche lui il suo bravo sabato sera. La sala si riempie sempre più e noi scaliamo man mano fino alle ultime file. Lasciamo la chiesa dopo l’ingresso di un piccolo corteo diretto verso l’altare, Marcus si porta via una copia del programma per farselo tradurre dalla sua vicina di casa norvegese, auguri agli sposi. Ritorniamo alla nostra nave, ci aspetta un pomeriggio di intera navigazione. Prima di salpare ci portiamo sulla terrazza di poppa, dove scopriamo due jacuzzi chiuse: scherziamo un po’ fingendo di tuffarci dentro e simulando la doccia nell’apposita cabina. Non ci accorgiamo che da una telecamera il personale della nave ci sta osservando e poco dopo arriva un addetto che scoperchia una delle vasche, svelandone il contenuto di acqua a 40 gradi che subito comincia a fumare. Ci aspettiamo che da un momento all’altro arrivi qualche privilegiato alloggiato ai piani alti per godersi il servizio, ma nessuno compare. Una strana idea cominci a farsi spazio in noi, così decidiamo di inviare il nostro addetto alle p.r. Marcus alla reception per chiedere informazioni, scoprendo così che la vasca è stata aperta (per giunta gratuitamente) per noi!! Veloce corsa fino alla cabina per indossare i costumi e dopo pochi minuti siamo già immersi nella calda vasca mentre intorno, a 4 gradi, la nave salpa da Trondheim circondata da montagne innevate: altra sensazione indimenticabile. Nel pomeriggio saremo assaliti da una rilassatezza infinita, che ci porterà ad addormentarci nel salone con i nostri amici pensionati tedeschi. I nostri sonni saranno però turbati dal tratto di mare aperto non protetto da isole che farà ballare la nave modo sempre più deciso. Vedere la prua della nave salire fino alla cima delle onde per poi ricadere fragorosamente sulla successiva è uno spettacolo impressionante (non so perché ma mi torna in mente “Titanic”): molti passeggeri preferiscono scendere in cabina, qualcuno cade anche rovinosamente e, nonostante il nostro soccorso per rimetterlo in piedi, viene trascinato via dalla moglie teutonicamente risentita per quello spettacolo indecoroso offerto. Anche il nostro Marcus, sbiancatosi via via, preferisce una dignitosa ritirata prima di star male. Due ore dopo tutto tornerà calmo, ma il mare del Nord ci ha dato un piccolo saggio di quel che è capace. A cena una bella zuppa calda risistemerà lo stomaco di molti. Il giorno successivo attraversiamo il circolo polare artico, d’ora in avanti la notte non esisterà praticamente più; dopo uno sbarco nell’anonima città di Bodo, ultimo terminale delle linee ferroviarie, arriviamo alle isole Lofoten, vero paradiso della Norvegia. Breve sosta a Stamstund, dove una mamma con figlioletto approfitta dei pochi minuti per abbracciarsi col marito che lavora sulla nostra nave, si ritroveranno qui sul molo tra sei giorni? In serata sbarchiamo a Svolvaer, capoluogo delle isole. L’agente Europcar ci attende appena oltre il cancello del porto, meno male che è venuto a prenderci perché non avremmo mai trovato il suo ufficio collocato all’interno di una concessionaria Volkswagen. Disbrigo veloce del contratto (non prima di una controllatina all’auto) e via che partiamo con la nostra Polo verso la nostra nuova casa, poco fuori dal centro e dopo aver percorso un ponte sulla baia. Arriviamo allo Svinoya Rorbuer, nella parte vecchia della città dove nell’800 sorsero le prime attività commerciali della città, proprio sotto il monte Svolvaergeita (monte Capretta, per la forma bicornuta della cima) . Sono 30 casette rosse su palafitte, completamente restaurate: in tutta l’isola è pieno di queste abitazioni, costruite in passato quando i marinai non potevano passare la notte al largo a causa delle ridotte dimensioni dei pescherecci ed erano troppo lontani per rientrare a casa. Ora sono state riconvertite ad uso turistico, anche quelle nuove hanno mantenuto lo stile delle originali. Entrare nella nostra casetta riscaldata, deporre gli zaini e togliersi le giacche a vento è stata un’altra delle sensazioni che ricorderemo per sempre. La casa è composta da due camere con relativi ampi bagni, un soggiorno e una cucina attrezzata, cosa sulla quale contavo particolarmente essendomi portato dall’Italia gli ingredienti per due cene. In un battibaleno compaiono dal mio zaino due pacchi di spaghetti, una scatola di pomodoro, olio extravergine di oliva (in bottiglietta di pet di un succo Sangemini), aglio, peperoncino, sale grosso, zucchero e persino una busta di parmigiano grattugiato che sulla nave avevo attaccato al vetro dell’oblò per mantenerlo più al fresco possibile. Aggiungiamo tre belle birrozze fredde comprate al ristorante del villaggio (ci troviamo un ragazzo che parla anche italiano) e ci gustiamo la nostra cena, mentre da una delle finestre vediamo ripartire la nostra nave con rotta verso nord. Accanto alla nostra casetta c’è una grande rastrelliera di legno piena di merluzzi (che profumo delizioso per chi ama la cucina) che si stanno essiccando al sole, diventando così stoccafissi. Ne incontreremo tantissime in giro, alcune interamente riservate alle sole teste dei merluzzi che finiscono esportate in Africa, dove sono considerate una prelibatezza. Leggiamo che il pesce viene esposto nella stagione in cui i gabbiani covano le uova e quindi non hanno molto tempo per andare in giro a mangiarsi tutto quel ben di Dio, astuti questi pescatori norvegesi!! Io ho cucinato, ora Marcus sta lavando i piatti, Ale….lasciamo perdere, questi non sono lavori per lui. Restiamo alzati ancora per un po’, questa luce che non tramonta mai è un fenomeno incredibile: il corpo è stanco e reclama il suo riposo ma il cervello non ne vuol sapere, c’è ancora un sacco di cose che si potrebbero fare con questo chiaro. Decidiamo di fare due passi in centro, ci sono lavori in corso per rifare la piazzetta principale ed è tutto un po’ sottosopra. C’è poca gente in giro, incontriamo un gruppo di ragazzine su di giri tutte con bottiglia alla mano con un contenuto rossastro (l’indomani, ad una stazione di servizio, scopriremo che si tratta di bevande energetiche) ed alcuni ragazzi, pure loro alticci, che mentre fanno un bancomat ci chiedono da dove veniamo e ci raccontano che la temperatura da qualche giorno sale e scende radicalmente. Ci salutano e se ne vanno verso un locale da dove proviene musica a palla. Ora siamo veramente stanchi, rientriamo. Una bella doccia e poi a letto, qualche pagina del libro e spengo la luce: da fuori entra praticamente un faro, non esistono persiane o tapparelle alle finestre, ovunque troveremo solo tende interne che non garantiscono molto buio. Al mattino di buon ora siamo già in viaggio, verso sud. La giornata è bellissima e i panorami sono spettacolari: queste isole sono formate da montagne che si innalzano dal mare come un muro ed il paesaggio alterna vallette, circhi glaciali, fiordi, paludi e fattorie sparse ovunque, tutte con il loro bravo pennone con la bandiera norvegese sventolante. E’ il 17 maggio, festa nazionale, ma in giro non si vede anima viva, saranno tutti a casa a preparare lo stufato di renna? Le isole sono collegate da ponti dalle forme a volte ardite, non hanno certo badato a spese nelle infrastrutture in questo paese. D’altro canto la scoperta del petrolio nel mare del nord negli anni ’70 ha impresso una decisiva spinta in alto all’economia norvegese, al punto che ora hanno un reddito pro-capite doppio rispetto al nostro, superiore persino a quello degli USA. Nel 1994 hanno potuto permettersi di respingere con un referendum l’ingresso nell’Unione Europea e nell’euro. Questa ricchezza è però stata visibilmente investita, vi sono collegamenti stradali tra molte delle migliaia di isole che sono piccoli gioielli di ingegneria, aeroporti anche nelle piccole cittadine, ovunque musei sui temi più svariati del passato locale. Impossibile non fare un confronto con il potenziale italiano mal sfruttato. Attraversiamo l’isola di Vestvagoya per passare in quella di Flakstadoya dove ci fermiamo nel villaggio di Nusfjord, che conserva ancora molti edifici dell’800, per poi proseguire fino alle spiagge di sabbia bianca sulla costa occidentale. Qui d’estate si può fare anche il bagno e le foto sono da autentica cartolina con distese candide da isola tropicale circondate da montagne ancora piene di neve. Cielo, mare, montagna, neve, una visione che manca alle nostre latitudini. Percorriamo tutta la strada fino all’ultimo paese raggiungibile, A (sempre col cerchietto in testa) probabilmente quello col nome più corto del mondo. Qui ci facciamo una bella passeggiata fino alle scogliere a strapiombo sul mare, c’è una tranquillità irreale rotta solo dagli uccelli marini che qui se la spassano davvero, qualche laghetto immobile restituisce come uno specchio il panorama soprastante capovolto. Su questa costa si infrange una delle correnti più forti al mondo, il Maelstrom, letteralmente “inferno”, il cui rombo quando si unisce al vento si avverte per chilometri all’interno. Bellezza selvaggia, ideale per l’introspezione recita solenne Marcus estrapolando dalla sua guida. Sulla strada del ritorno troviamo finalmente una stazione di servizio Statoil (la compagnia petrolifera statale) che ci salva anche stavolta permettendoci almeno un Polse, mentre attorno gabbiani aspettano famelici il dono di un boccone di pane, che naturalmente Marcus accontenta scatenando scene da “Uccelli” di Hitchcock. Ritorniamo verso Svolvaer, l’indomani ci attende una giornatina intensa con tre voli che ci porteranno via Bodo-Tromso ad Alta, per poi proseguire in auto fino a Capo Nord. Serata con seconda cena italian style e successiva ricerca in ciabatte e giacca a vento di Ale che, uscito per una telefonata, davamo già per disperso in acqua o congelato col cellulare in mano. Il mattino successivo ci concediamo un’oretta per lo shopping e poi ci trasferiamo all’aeroporto a conduzione familiare di Svolvaer, dove lo stesso addetto lo incontri allo sportello biglietti, al check-in ed anche al rifornimento dell’aereo. Attendiamo l’aereo in compagnia della squadra di calcio delle Lofoten, mentre noi giochiamo a trovare per ognuno dei giocatori il corrispondente nella nostra squadra del giovedì sera. Una volta a casa scopriremo via internet che militano nella serie c norvegese e che quella sera perderanno 5 a 2. Ale vede atterrare il nostro aereo, un De Havilland 5 da 35 posti, e la sua preoccupazione monta: sostiene anche che la pista di decollo finisce con una salita per un effetto trampolino per spiccare il volo. A bordo inizia i suoi esercizio respiratori per rilassarsi, ma il volo va benissimo: neppure il tempo di decollare, ammirare le Lofoten dall’alto ed è già ora di scendere a Bodo. Fortunatamente non dobbiamo preoccuparci dei bagagli che transitano autonomamente da un aereo all’altro, giusto il tempo per uno dei nostri spuntini ed è già ora di ripartire per Tromso, la Parigi del Nord, peccato non fermarsi ma non abbiamo tempo. Al controllo passeggeri conosciamo una guardia che -capito che siamo italiani- ci racconta che ha sposato uno di Torino salito fin quassù per amore. Piove, siamo a 300 km oltre il circolo polare artico, alla stessa latitudine dell‘Alaska settentrionale. Subito la coincidenza per Alta, dove arriviamo alle cinque del pomeriggio, ritiriamo la nostra auto - una Skoda Fabia – e ci immettiamo sulla mitica E6 proveniente da Stoccolma per farci i 200 e passa chilometri che ci separano da Capo Nord. Poco dopo la strada lascia la costa e gira verso l’interno immettendosi in una valle immersa nel bianco assoluto, interrotto solo dalla striscia d’asfalto che prosegue davanti a noi fino a perdersi all’orizzonte, fiancheggiata da paletti rossi che d’inverno delimitano la carreggiata. Non incontriamo anima viva per decine di chilometri, solo qualche tir diretto sud. Eppure non mancano mai le case, alcune con segni di vita che escono dal camino, moltissime all’apparenza chiuse; ve ne sono persino ricoperte completamente su qualche lato dalla neve che qui non sembra avere la minima intenzione di sciogliersi. Ci fermiamo e scendiamo per qualche foto, fa freddissimo e c’è solo il rumore del vento. Tutta questa solitudine è affascinante. Il timore di qualche contrattempo non ci sfiora, oltretutto non manca mai il segnale dei cellulari. Cominciamo ad incontrare gruppi di renne al pascolo che attraversano placidamente la strada, forse sono il solo pericolo a cui prestare attenzione durante la guida. A Olderfjord abbandoniamo la E6 lasciandola proseguire verso Kirkenes ed imbocchiamo la E69, costeggiamo l’ampio fiordo di Porsangen; il tempo diventa sempre più nuvoloso e le probabilità di vedere il sole a mezzanotte crollano. Ci giunge via sms dall’Italia la notizia che l’Inter è in finale di Coppa Italia, 3 a 1 al Cagliari: io e Ale gongoliamo. Giungiamo al tunnel sottomarino per passare sull’isola di Mageroy lungo circa otto chilometri, la prima metà in discesa l’altra in salita, all’uscita troviamo il casello dove ci salassano niente male (e al ritorno completeranno l’opera); non riusciamo a capacitarci di come l’impiegato passi il suo tempo, almeno in questa stagione. Ecco finalmente Honningsvag, dove alloggeremo al Rica Hotel: mancano una trentina di chilometri alla nostra meta. Ci danno una caldissima camera enorme, apriamo le finestre per abbassare la temperatura, evidentemente temono che noi mediterranei congeliamo da queste parti. Scendiamo per cena, la prima in un ristorante. In sala ci sono due italiani (ti pareva) e una comitiva di spagnoli che da queste parti devono esser frequenti visto che riusciamo a comprenderci facilmente col cameriere grazie a qualche parola in lingua iberica. Finalmente mangiamo questo benedetto stoccafisso. Risaliamo in camera per indossare abiti più pesanti e partiamo, sono le 22 e 30. Lungo la strada il tempo peggiora, ci fermiamo a fare le foto classiche sotto il cartello Nordkapp, temperatura un grado. Arriviamo alla fine della strada, già pronti a subire la gabella di 25 euro a testa per accedere al centro turistico ma con grande sorpresa troviamo aperti gli ingressi. Il centro è in funzione solo dalle 12 alle 18 (ma se qui si viene per la mezzanotte??), nessuna guida lo riportava. Fortunatamente però possiamo girargli attorno, nel parcheggio c’è solo un camper targato Cuneo, forse se ne stanno dentro belli rintanati sotto le coperte. Arriviamo alla punta del promontorio, dove c’è il famoso globo in bronzo illuminato da fari, simbolo del punto più settentrionale di tutta Europa. Duecento metri sotto ci dovrebbe essere il Mar Glaciale Artico e più nulla fino al Polo nord, ma non si vede nulla per la nebbia mentre soffia un vento gelido Siamo alla latitudine di 71° 10’ e 21”, Capo Nord è tutto e solo nostro. Comincia a nevicare, siamo comunque elettrizzati di essere qui, in questo luogo più mentale che fisico, tutto questo viaggio era nato proprio per arrivare fin qui

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