Il Nicaragua che volta pagina

Nicaragua, Novembre-Dicembre 2006 Itinerario: San Josè (Costarica) – Managua – Matagalpa – La Dalia – Leon – Masaya – Granada – San Juan del Sur Mezzi di trasporto: Pulman Pernottamenti: Casa Materna Tuma La Dalia – hotel Durata: 15 giorni ...

  • di vagamondi
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: da solo
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro

29 Novembre 2006

Sveglia come sempre all’alba. Ho appuntamento con una signora amica di Norman, che mi accompagnerà in una municipalità di montagna, La Dalia. Vado ospite presso una clinica per l’infanzia di sole donne, per conoscere e documentare fotograficamente un progetto che lo stesso Norman ha seguito e segue in prima persona attraverso l’attività del Centro per l’Educazione la Cooperazione e lo Sviluppo (CECS www.Cecs.It). Insieme a Rosa, l’amica di Norman, ci dirigiamo alla stazione dei bus di Matagalpa. Uno spettacolo: tanti pulman parcheggiati a caso, i vecchi scuolabus americani anni 50, ognuno addobbato con mille fronzoli coloratissimi, dove le effigi di Sandino, di Gesù e del Che si mescolano in una forse improbabile convivenza. Son tentato di fare mille foto, ma non è il caso di tirare fuori la macchina fotografica in questo coloratissimo caos (le stazioni dei pulman e i mercati sono i luoghi meno sicuri, come in tutto il mondo...), e così desisto e salgo sul bus che mi porterà a La Dalia insieme a Rosa.Da solo sarebbe stata dura capire su quale bus salire...Un igienista convinto qui morirebbe: prima della partenza è un continuo saliscendi di donne e bambini che vendono bibite colorate e acqua in sacchetti di plastica, dolci coloratissimi, pollo con riso e fagioli in piatti di carta e crepes al formaggio! Altro che il bus di ieri, questo è ancora più da film: 2 ore di strada a 20km/h, piena di curve in un continuo salire; che avventura, il pulman non è stracarico, di più! C’è come sempre gente sopra il tetto, e io mi ritrovo una bambina quasi in braccio. Rosa è simpatica, chiacchera tanto, e a volte faccio fatica a starle dietro. Alla fine arriviamo nel piccolo Municipio di La Dalia: l’atmosfrea è subito una di quelle che non ti dimentichi: bancarelle piccole botteghe che vendono ogni cosa, stracolme. Ci dirigiamo a piedi verso la Casa Materna. E’ un piccolo e grazioso circondario di casette basse, con una bottega, una farmacia, una clinica dentale e le stanze dove vengono accolte le donne incinte, una sorta di dormitorio, con una cucina e i bagni, e le stanze dove alle donne, spesso povere e senza istruzione, vengono insegnate le regole base della fase pre parto e post parto, il significato della maternità, i metodi contraccettivi, l’allattamento, il ruolo della madre e del padre...E vengono seguite fino alla nascita del bebè. Un progetto molto ben avviato ed importante, in una zona del Paese molto povera, che funge anche da punto di riferimento per molte famiglie del posto.. Vengo invitato a documentare fotograficamente l’attività della clinica, dove al momento sono ospitate 9 future mamme e una neo mamma di un bebè di un giorno, al quale ancora non è stato dato un nome. Resterò ospite qui, mi hanno ricavato una stanzina/magazzino con un letto. Mi sento un po’ imbarazzato, ma anche a mio agio tra loro. Pranziamo insieme, poi esco un po’, e trovo due bambine che dopo che gli chiedo il permesso di una foto, ci prendono gusto, divertendosi un mondo a fare immortalare i loro sorrisi per poi rivederli nella macchina! Hanno delle espressioni spontanee e bellissime, scatto a ripetizione! Dopo pranzo vado con Rosa ed Ernan (un ragazzo aiutante nelle clinica) nella selva circostante il paesino di La Dalia; il sentiero, non difficile, attraversa una natura rigogliosa, con tanti banani e sterminate piantagioni di caffè. Ogni tanto qualche capanna di campesinos, con l’immancabile bandiera rossa e nera sul tetto. Arriviamo ad un piccolo stabilimento di lavorazione del caffè, pochi e obsoleti macchinari, dove ci sono dei lavoratori a cui chiediamo il permesso di scattare qualche foto, e loro, contenti, ci spiegano le varie fasi della lavorazione. Intorno a noi si radunano in breve un po’ di bambini incuriositi dalla mia presenza e soprattutto dalla macchina fotografica: mi chiedono loro di farsi fare delle foto, quale migliore richiesta mi poteva capitare? Si divertono un mondo solo a rivedersi immortalati...Sto ancora scattando foto quando arriva il capo dell’impresa, anche lui contadino, che dopo due chiacchere mi invita ad andare direttamente a vedere dove e come raccolgono il caffè!Così, senza una ragione, quasi per dovere di ospitalità lo chiamano qui. E’ solo l’inizio...Mentre i campesinos preparano il camion, io e Rosa veniamo letteralmente attaccati da un maiale inferocito! E io che li credevo animali docili! Vabbè, un paio di scatti (di gambe stavolta) e finte (come ai bei tempi...)e la scampiamo!Salgo sul cassone posteriore del camion insieme ad altri campesinos (altra esperienza!la mia schiena...) e ci dirigiamo attraverso una strada impraticabile, verso un punto dove ad aspettare il camion stesso, ci sono almeno una cinquantina di persone di tutte le età : uomini, donne, bambini, anziani, ognuna col suo sacco di raccolta di fine giornata. E’ gente molto povera, vestita di stracci, con ai piedi sandali rotti o improbabili scarponcini. Hanno i volti molto stanchi, rugosi e un po’ incuriositi dalla mia presenza. E’ un lavoro duro, ci vuol poco a capirlo. Assisto al carico dei sacchi sul camion ad opera dei giovani più in forze, e il capo contadino mi spiega le condizioni in cui versano, abbandonati a loro stessi da decenni di governi che mai si sono preoccupati di loro, spesso costretti a vendere il raccolto a prezzi stracciati alle grandi imprese straniere che poi lo mettono sul mercato traendone enormi guadagni (il caffè Nica è tra i più ricercati). Mi dice che al tempo della Rivoluzione Sandinista le cose andavano molto meglio, e che oggi che i Sandinisti sono di nuovo al potere, spera che i giovani che vedo lì possano avere un futuro. Non sarà facile penso io, perché qui decenni di neoliberismo sfrenato hanno ridotto alla fame intere generazioni, ma questa è l’unica speranza che hanno. Mi sento impotente ascoltando queste parole, vorrei fare qualcosa per questa gente, ma non so bene cosa...Loro sanno che sono solo uno straniero che passa di là, ma sentono lo stesso il bisogno di fare conoscere la loro situazione, per non sentirsi abbandonati...Gli basta questo...Non so, magari al mio rientro in Italia, tramite il CECS, organizzeremo un progetto o una semplice raccolta fondi per questa gente, informando e documentando la loro condizione...Vedremo...Intanto ho deciso che darò loro le poche cose che mi sono portato dall’Italia da regalare (matite, quaderni, giocattoli vari, e qualche abbellimento femminile), però ovviamente non ce le ho dietro con me, così prendiamo appuntamento alle loro case, nella selva, dove ci eravamo incontrati. Con Rosa ed Ernan facciamo quindi la strada del ritorno verso la clinica, dove recupero le cose da dare, e di nuovo in cammino.Finalmente arriviamo, sono tutti lì, e avviene la consegna. Accennano a dei sorrisi, senza promettergli nulla, gli accenno che se sarà possibile ci metteremo in contatto con loro tramite la gente della clinica. Si fa buio, un po’ a malincuore, però dobbiamo ritornare...Ma...Il sole sparisce in fretta, e mi ritrovo a camminare nella selva al buoi! E’ infatti scesa la sera...Un po’ da incoscienti, ma che emozione!Non si vede una mazza, solo migliaia di minuscoli luccichii di piccoli insetti cicala, sono tantissimi puntini bianchi nella più completa oscurità, impressionante! C’è un caos di versi di uccelli e insetti, mischiato al rumore dei nostri passi; non si vede dove si mettono i piedi, un po’ ci si fa largo con le mani tra la vegetazione, intanto tallono da vicino Ernan, che non so come, ma sembra sappia bene dove stia andando!La mia mente, che oggi non si è fermata un attimo (ogni tanto lavora anche lei...)mi porta ad immaginare quanto debba essere stato duro, ai tempi della Rivoluzione, per i guerriglieri sandinisti muoversi di notte, mal vestiti e carichi di peso, per questi sentieri, o ancora per i tanti nicaraguesi, donne, bambini e anziani compresi, rapiti e deportati a forza dalle contras controrivoluzionarie finanziate dagli Usa, negli anni ’80, verso l’Honduras (mi vengono in mente i racconti dei sopravvissuti raccolti nel libro “Presidente non mi uccida” di Teòfilo Cabestrero, ed. Cens, che ben racconta quegli sporchi anni dimenticati dall’occidente...).Comunque, torniamo a noi...Non so come, ma arriviamo sulla strada asfaltata di La Dalia, ma anche qui siamo completamente al buio per il solito problema della luce che viene a mancare (fa eccezione qualche candela sulla porta di qualche casa o bottega, almeno si intravedono le ombre). Mi rintano nella stanzina ricavatami all’interno della clinica, è stata una giornata intensa, e faccio un po’ fatica a riordinare le idee e le tante emozioni vissute oggi...Ho tante domande a cui non trovo risposte, e un po’ la voglia di condividerle con qualcuno..

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