Libia, WAW AL NAMUS: un viaggio per noi due

Giovedì 9 Febbraio 2006, un giorno lungo. Levataccia alle 4 di notte. Un generoso amico ci accompagna all’aeroporto. Tra tempi morti e attese varie dei voli, arriviamo a destinazione nel primo pomeriggio, abbiamo ancora un bel po’ di ore di ...

  • di Maria_Grazia
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: in coppia
    Spesa: Da 500 a 1000 euro
 

Giovedì 9 Febbraio 2006, un giorno lungo. Levataccia alle 4 di notte. Un generoso amico ci accompagna all’aeroporto. Tra tempi morti e attese varie dei voli, arriviamo a destinazione nel primo pomeriggio, abbiamo ancora un bel po’ di ore di luce a disposizione. C’è un bel sole, ma non fa molto caldo, tira una bella brezzolina. Caricate le valigie sull’auto partiamo subito, puntiamo a sud. Da questo momento e per tutto il viaggio saremo un piccolo gruppetto di 4 persone, noi due (Maria Grazie e Massimo), l’autista, che varierà rispetto alla zona da visitare e Hafid la nostra premurosa ed efficiente guida.

La prima parte del viaggio sarà su strade asfaltate. I centri abitati gradatamente finiscono e anche il traffico si attenua. La piana si interrompe a ridosso di un gradone roccioso sul quale puntiamo decisamente, è il Jebel (1) Nafusah, secco e sassoso. Sul ciglione si affacciano rari villaggi con il loro vitale corredo di palme da dattero. Qua e la pini sparsi, bassi cespugli cerulei, e una peluria verde, effetto delle recenti piogge. Siamo vicini a Gharyan, zona di case troglodite e di ceramiche. Lungo la strada sfilano tantissime bancarelle di terraglie, non molto belle per la verità. A parte le poche oasi tutto è desertico, ma qui, come in altre parti del paese, grazie ai recenti acquedotti e a regolari annaffiature vengono realizzate numerose nuove piantagioni. In questa zona puntano sulle palme, in altre sui cereali. Siamo in terra di berberi e andiamo alla ricerca delle loro vecchie abitazioni. Per millenni e fino a pochi decenni fa qui si abitava in case scavate nella terra, troglodite appunto, per stare più freschi d’estate e per essere meno visibili ai predoni. Queste particolari case, consistenti in un grande buco, mt 10x10 profondo 7/8, con una serie di stanze e magazzini attorno e in mezzo il pozzo, non sono per niente facili da individuare, solo alcuni mucchi di terra, dovuti allo scavo, ne tradiscono la presenza, nessun parapetto delimita la fossa e la casa si vede solo quando si sta per precipitarvisi dentro.

Per accedervi si supera una porta e si percorre una galleria buia e pendente.

Queste abitazioni stanno inesorabilmente scomparendo, per abbandono, crolli, infiltrazioni d’acqua. Alcuni le usano come magazzini, altri, pochissimi, le hanno trasformate in “musei” dove sono raccolte grandi anfore, attrezzi di uso domestico e agricolo. Le stanze sono essenziali e con scarsi arredi. Anche qui c’è un mondo che sta scomparendo, senza grande interesse per il recupero e per la conservazione della memoria e della storia. Le case troglodite sono accerchiate e soffocate dalle nuove costruzioni, simili in tutta la Libya, anonime, spesso incompiute, circondate da rifiuti, ma più confortevoli.

Fa freddo, molti uomini, soprattutto quelli anziani si proteggono avvolgendosi nel jard, una larga striscia di stoffa, generalmente bianca, indossata come una tunica romana.

Uomini, uomini, solo uomini ma, e le donne? A parte Tripoli, dove la presenza femminile è abbastanza rilevante, all’interno quelle visibili sono rarissime se non al mattino, quando le studenti vanno a scuola, altrimenti il loro spazio era ed è la casa. Nonostante gli intenti ed i programmi di Gheddafi il sistema sociale mantiene inalterate le ferree abitudini tradizionali.

La prima notte sarà a Yafran. Il paese è sdoppiato. La parte antica, costruita in sasso, è completamente in sfacelo, le vecchie abitazioni, semicrollate, stanno lentamente tornando alla natura. La parte nuova, è composta da case ad un piano con il tetto a terrazza, ognuna con il serbatoio per l’acqua, intonacate con il colore della terra. Bianca invece, spicca la moschea, dall’esile minareto. Nella parte più periferica le case sono circondate da appezzamenti di terreno per l’orto, il recinto per gli animali, le palme, gli olivi circondati da una bassa arginatura per trattenere l’acqua

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