Da tanto avevo sognato l’Africa, quella vera, dei parchi naturali, dei grandi spazi, dei colori, della gente. Il sogno si avvera l’8 Febbraio quando un mio amico (Alessio) ed io partiamo per il Kenya, meta africana tra le più tradizionali ...
Da tanto avevo sognato l’Africa, quella vera, dei parchi naturali, dei grandi spazi, dei colori, della gente. Il sogno si avvera l’8 Febbraio quando un mio amico (Alessio) ed io partiamo per il Kenya, meta africana tra le più tradizionali ma non per questo meno interessanti. Lo scopo di questo racconto è di trasmettere le sensazioni che ho provato in quei 9 giorni, premettendo alcune considerazioni pratiche:
PERIODO: Febbraio, la stagione secca a cavallo tra le grandi piogge e le piccole piogge.
CLIMA: caldo secco attorno ai 28 – 30°C, sole splendente tutti i giorni (qualche nuvola a Masai Mara che risente le influenze della stagione umida tanzana).
VACCINAZIONI: l’asl ci ha consigliato l’epatite A e B, tifo, febbre gialla e antimalarica. Noi le abbiamo fatte tutte anche se febbre gialla e antimalarica non si sono rivelate utili (2 sole zanzare in tutto il viaggio); la profilassi antimalarica non copre al 100% il rischio di essere affetti da malaria ma è comunque una protezione in più e noi abbiamo utilizzato il Malarone (farmaco non mutuabile e costoso ma senza alcun effetto collaterale); scopriremo in Kenya che le zone “temibili” per la malaria sono la costa e le zone umide del Lago Vittoria, non toccate dall’itinerario.
TRASPORTI: abbiamo volato con KLM via Amsterdam, aerei confortevoli, hostess gentilissime e simpatiche, aeroporto Schipol comodissimo per lo scalo e molto funzionale e intuitivo; in Kenya ci siamo spostati con jeep 4x4.
TIPO DI VIAGGIO: abbiamo deciso di affidarci a un tour operator (Il Diamante) e di fare un viaggio organizzato. La scelta si è rivelata azzeccata avendo eliminato ogni problema di movimento (la segnaletica è spesso inesistenze, le strade sono in cattivo stato e i guasti sono all’ordine del giorno) e avendo anche trovato un gruppo (8 persone in tutto) affiatato e simpatico con cui fare amicizia e rendere ancora più piacevole la vacanza. Anche la guida/autista (Kennedy) è stato impeccabile, una simpatia e una disponibilità rare.
ITINERARIO: partenza da Nairobi, riserva di Samburu (non molto toccata dai classici itinerari ma stupenda), parco nazionale di Aberdares, parco nazionale del Lago Nakuru, Masai Mara e rientro a Nairobi.
Il primo contatto con l’Africa (l’Africa vera, precedentemente ero già stato in Marocco) avviene la sera dell’8 Febbraio, una volta atterrati a Nairobi e dopo aver goduto di un tramonto arancione e ocra dai finestrini dell’aereo. Per essere la principale città dell’Africa orientale, l’aeroporto è piccolo e poco affollato e questo ci permette di ottenere il visto (costo: 25$) in breve tempo, rilasciato dalla polizia aeroportuale al momento del controllo passaporti senza code ulteriori e con una gentilezza e cordialità tipica dei kenioti e che ritroveremo in tutto il viaggio.
Dopo una notte al Nairobi Safari Park Hotel si parte di buon mattino per il nostro viaggio in terra d’Africa. La curiosità e l’emozione è tanta, difficile credere di trovarsi in AFRICA. Dai finestrini della nostra jeep la vita di tutti i giorni, gente indaffarata, mercati caotici, ammassati, affollatissimi e gente che cammina. E’ proprio vero: l’Africa è il continente che cammina e ciò rende questi luoghi magici.
La jeep ha un primo guasto (un problema allo sterzo che si pensava dovuto a un pneumatico) e dobbiamo farla riparare in una area di sosta “attrezzata”; hacuna matata, non c’è problema, tutto si affronta con serenità, con il sorriso sulle labbra e questa è la caratteristica che più mi ha colpito dei kenioti. La gente è così: serena, tranquilla, semplice. Mi sento subito il benvenuto e la frase di una canzone shwaili che Kennedy ci insegnerà a metà viaggio mi risuona nella mente e più ci ripenso più mi sembra perfettamente calzante con quella realtà: wageni mwakaribishwa Kenya yetu hacuna matata (ben venuto visitatore in Kenya nostro senza problemi). Voglio parlare per prima cosa della popolazione perché spesso viene tralasciata a favore dei safari e della natura ma nella mia testa, metà dei ricordi sono occupati dalle persone. La parola “mwakaribishwa” (ben venuto) è forse quella che esprime al meglio la sensazione vissuta là: tanti i saluti, i “welcome in Kenya” e l’immagine dei bambini che vanno a scuola nella loro uniformi colorate (verde, blu, rosa, rossa a seconda della scuola) alzando al mano per salutarci e ridendo mi strappa un sorriso anche ora che sono tornato in Italia. I bambini sono i veri protagonisti del Paese e la cartolina di un’Africa migliore, ottimista e che infonde speranza, fotografa proprio questi bimbi che vanno a scuola, camminando per chilometri, che ridono e che giocano. Dai finestrini della jeep infatti si vedono moltissime scuole, elementari, superiori, università e uno dei ricordi più piacevoli sono proprio questi: scuole isolate, in strutture solide rispetto alle case che si vedono, con grandi cortili punteggiati dai colori delle divise degli studenti