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Istanbul: una Parigi che prega in ginocchio e si leva le scarpe

Il tepore dell’ultimo sole lentamente , a suon di preghiere e richiami, si attenuava, così come il suo timido rossore. Le cupole, gli slanci , i ponti perdevano dettagli disegnando siluette stagliate all’orizzonte. Le ombre di un’antica e prostrata cultura. ...

  • di robclimbing
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Fino a 500 euro
 

Istanbul mi ha spiazzato. Non sapevo a cosa andavo incontro. Avevo letto di moschee, bazar, spezie, tè. Avevo sentito parlare della città come centro dell’islam (da cui deriva il nome), come folklore turco tra minareti e richiami alla preghiera. Per cui l’idea formatasi aveva un non so che di orientale , che si riconduceva un po’ a cosa avevo visto in Cairo. Idea completamente fuorviante.

Istanbul è una Parigi che prega in ginocchio e si leva le scarpe. Tanto graziosa, pulita, ordinata quanto a volte meramente superficiale, contrastante e furtiva. Lo stile arabeggiante si districa nobilmente flessuoso con ornamenti i fluttuanti tra i colori delle ceramiche che tappezzano palazzi e mosche. Il passio flemme e ombreggiato dai minareti che sfrecciano versoi l’alto è una caratteristica di chi vuole esalare Istanbul. Camminare è l’unico modo di scoprire una città. A orari prestabiliti gli altoparlanti presenti su ogni minareto iniziano il richiamo alla preghiera. Un lungo, cadenzato e cantilenino lamento, che barcamena sinfonico tra una moschea ed un'altra. Come se fosse un direttore orchestrale , il canto ha inizio dalla grande moschea blu e si propaga come se l’onda sonora avesse anima propria, attraverso le strade e le tramvie. Il Bosforo stesso in tutta la sua ampiezza sembra risonare come una cassa acustica il tonante canto degli imam.

La prima percezione è acuta e alienante, qualche minuto dopo la si incomincia a dimenticare.

Istanbul è una città immaginaria, o meglio immaginata. Eretta in tutta la sua magnificenza dai sogni degli stranieri. Uno specchio che da un lato riflette gli slanci e i taxi gialli e dall’altro nasconde la quiete dei piedi nudi dei venditori di spezie e ghiaccio all’ombra di tendami e tappeti.

Il sole si spegne dietro cupole e picchi luccicanti. Al rumore del Bosforo alla sera, le lunghe ombre delle canne da pesca fanno fronte e s’issano. Il pascolio di pescatori e pescato aspetta l’accendersi delle stelle per ammainare l’ultimo amo e il ponte Galata libera la sua groppa appesantita dal continuo via vai. Il vocio frammentato , l’aria squarciata dalle lenze che la fendono con uno schiocco , sono adesso solo quiete e brusio del mare. Solo riflessi scomposti delle luci del culto nei flutti del tempo.

Vivere Istanbul significa, odorare Istanbul ed assaggiarla. Il cumino impregna ogni pietanza lasciando il palato gustar meglio la semplice acqua. Gli odori sono associati ai quartieri. Ognuno tipico è pungente speziato o acre. Il frittume che costeggia il porto e il lungo mare impregna le t-shirt sudate dei venditori e di coloro che vi si avvicinano. I pesciolini poco sostanziosi , che non hanno speranza di attraversare il ponte senza cascare nell’inganno del verme, sono impanati e cotti nell’olio bollente all’istante.

Deambulando a naso aperto odor di tè, vaniglia, e caffè si appiccicano alle narici espandendo l’orizzonte sensoriale. Il tipico caffè turco , macinato fresco è tra le delizie olfattive che più catturano. Pur di portarlo con me ne ho acquistato un chilo sfuso in busta di cartone. È fresco e leggermente pungente. Rimane nell’aria e né si sente il sapore aromatico sotto la lingua che comincia a secernere saliva per il desiderio. Lo stesso dicesi per la fruttosità del tè alla mela.

Alla sera, i mercati e bazar contengono i loro profumi protetti da serrande e saracinesche . Adesso i kebab , prima coperti da ondate di spezie sfuse e sudore , divampano in profumi possenti e pesanti, ricchi di seducente grasso che cola dagli strati di pollo e tacchino uniti dal tipico forcone

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