Un sacco di gente vi darà informazione e dati particolari, dritte utili, ristorantini che vale la pena provare. Io voglio solo trasmettervi le mie sensazioni, abbiate pazienza. Terrasanta,Terrasanta! (prima giornata) Sono tornato! San(t)o e salvo! Carico di sensazioni da metabolizzare ...
Un sacco di gente vi darà informazione e dati particolari, dritte utili, ristorantini che vale la pena provare. Io voglio solo trasmettervi le mie sensazioni, abbiate pazienza.
Terrasanta,Terrasanta! (prima giornata) Sono tornato! San(t)o e salvo! Carico di sensazioni da metabolizzare con calma, di bolle nei piedi (il pellegrino cammina molto), di retrogusto di coriandolo che finirò di digerire tra un mesetto e con la consueta certezza che ti porti a casa da un viaggio; quella di essere partito con tanti preconcetti che la conoscenza diretta di cose, luoghi e persone, anche solo sfiorata, ti fa capire quanto sia deformante la lente dei media e quanto rimangano deformati i giudizi conseguenti. Ma le cose vanno maturate con calma, per cui, con una speciale macchina del tempo tornerò ad una settimana fa, al giorno della mia partenza, per ripercorrere a poco a poco la strada verso ed attraverso la Terrasanta, mentre continuerò per qualche giorno a ruminare le mie esperienze cercando di condividerle con voi. Chi mi conosce si sarà stupito della mia scelta. Pure, la voglia di vedere con i miei occhi questa terra stravolta dagli odi e dalla violenza mi ha indirizzato verso una soluzione che mi è sembrata la più corretta. Il pellegrinaggio, il gruppo di umanità varia, che con intenzioni diverse, da sempre ha cercato di approdare a quei lidi spinto da fede, passione, voglia di conquista, ricerca di sè stesso, un topos che si ripete all'infinito da duemila anni, quindi non è cosa da poco, un fatto da trascurare. Ecco quindi perchè non un viaggio in Israele o in Palestina, ma in Terrasanta. Torniamo quindi ad una settimana fa, quando alle 5 di mattina (ora a cui sono poco uso) mi dirigevo all'appuntamento dove si sarebbe addensato, come un tempo, il gruppo di penitenti, curiosi, in cerca di avventura o di spiritualità, carichi, non più di sai, fagotti, bastoni, sandali e dei pochi zecchini preparati per l'occasione, ma di telefonini, zainetti, Kway tecnologici, macchine fotografiche e pacchetti di euro da scambiare con preziose reliquie. Chissà cosa avrò dimenticato. Un paio di scarpe di ricambio, va beh, il pellegrino deve soffrire almeno un poco. I pellegrini, per loro natura temono l'ignoto, pur se lo affrontano con slancio e le descrizioni di tregenda dello spietato interrogatorio a cui verremo sottoposti dai feroci agenti del Mossad prima dell'imbarco, mettono in ansia non poche signore, timorose di non saper dare le giuste risposte agli aguzzini, se pur imbeccate con cura dai nostri mentori. Naturalmente tutto si risolve in pochi minuti di colloquio con una cortese fanciulla che ci assicura che, se ci domanda se qualcuno che non conosciamo ci ha affidato un pacchetto, è per evitare che sul nostro aereo ci sia, magari una bomba, cosa che non dovrebbe in fondo dispiacerci. Non volo più da quasi quattro anni e circondato da vocianti bimbi israeliti, mi appresto al primo impatto con il cibo kosher, come da regolare certificato allegato al vassoio. Avevo giurato di non mangiare mai in aereo e tutte le volte, la maledetta curiosità, mi ci fa ricascare; ingurgito così il primo di un'infinita serie di polli al coriandolo e curry che mi sarà compagna per tutto il cammino. Al nostro arrivo, subito la nostra guida spirituale Don Rafal, viene immediatamente bloccato e trattenuto con motivazioni tanto vaghe, quanto inconsistenti, forse perchè è polacco, forse perchè è prete, forse perchè ha sul passaporto un visto siriano. Quando finalmente, dopo un'oretta, viene liberato e sale sulla zattera di salvataggio del predellino del pulmann, un senso di liberazione coinvolge tutti i pellegrini, ansiosi di salvezza, non solo per aver avuto restituito il caro Don, ma anche per il fatto di riuscire ad arrivare in albergo in tempo per la cena. Il pulmann corre veloce lungo il mare e poi su per le colline della Galilea verso Nazareth. In questa terra, anche soltanto i nomi evocano emozioni, sentimenti, aspettative. La notte è scesa di colpo mentre i piccoli paesi scivolano alle nostre spalle. In fondo, sulle alte colline, in un cielo di stelle basse, è tutto un brillare di piccole luci, una per ogni casa, una per ogni speranza. La Terrasanta è raggiunta. Nazareth, il Giardino Fiorito, sembra il presepe lontano che facevo assieme alla mia mamma, tanti anni fa. Shalom o salam (seconda giornata). Già di per sè, calpestare questa terra, calpestata e ricalpesta-ta da migliaia di anni, da milioni di persone è una emozione, una sensazione di antico. Colline dolci, uliveti sterminati, persone gentili che ti salutano con un sorriso, ragazzi che ridono. Quanto tutto sembra lontano e distante da quanto mi ero preparato a vedere dopo anni di televisione dura. Qui in Galilea, non si avverte nulla della tensione che ci raccontano i media. La vita che vedi scorrere accanto a te è normale. I ragazzi che tornano da scuola e scherzano con le ragazze, la gente che va a lavorare, il traffico. Di ebrei in giro se ne vedono pochi, asserragliati in quartieri separati in cima alle colline, ormai quasi tutte coperte disordinatamente di case. Nazareth si è sparsa a macchia d'olio e ne occupa diverse, così il drappello dei pellegrini si sposta qua e là passando da un luogo della memoria all'altro con cura meticolosa. Dal monte Tabor, immerso negli ulivi, una grande vista fino alle montagne del Carmelo, sempre , nutriti, abbevarati, trasportati e coccolati in quanto una delle poche fonti di reddito, i pellegrini passano da un luogo all'altro, dove la devozione ha situato i momenti fondamentali dei Vangeli. La fontana di Maria, la casa di Giuseppe, il luogo dell'Annunciazione, dove puoi vedere strutture dei primi secoli o di epoca crociata, quasi tutti, disperatamente ricoperti da colate di cemento della moderna devozione che deve mediare la celebrazione grandiosa, la meditazione intima, la logistica organizzativa. Nel piccolo museo, oggetti di tutte le epoche, qui basta scavare e viene fuori di tutto. Tutto sotto assedio dei mercanti del tempio, che però devono pur campare, anche se vendono l'autentico vino delle nozze di Cana. Autisti, venditori di souvenir religiosi, produttori di rosari di ulivo, laboratori dove si lavora il legno, tutta gente che vive in pace e vorrebbe solo continuare a farlo senza problemi, in pace. Salam aleikun, shalom alek, pace a noi tutti; due lingue gemelle, due popoli gemelli, forse la gente comune vuole solo vivere in santa pace. Camminare sulle acque (terza giornata). Di fronte al mare di Galilea, il monte delle beatitudini si adagia verde, coperto di macchie di ibisco, punture rosse a ravvivare la memoria. Da qui è partito un messaggio deflagrante, talmente nuovo e dirompente da sconvolgere il pensiero filosofico che lo aveva preceduto, da condizionare ogni pensiero futuro. Il concetto di dare spazio a chi è ultimo nella vita e fare agli altri ciò che si vorrebbe fosse fatto a te, avrebbe dovuto fare strame di ogni pensiero precedente; il solo seguirne il profumo avrebbe dovuto risolvere per sempre il problema della convivenza umana. Il bello è che quasi tutta l'umanità che ha vissuto dopo quel momento, si ispira a questi due concetti, li ha fatti suoi e li ritiene fondanti per il consesso delle genti. Dozzine di pulmann carichi di pellegrini, si fermano qui ogni giorno per rafforzare questo concetto, per parteciparvi, per sentirsene parte viva; poi se ne torneranno a casa, tutti coi santini e le pietre del lago in valigia, qualcuno magari ad organizzare qualche ronda, qualcun altro a dire che non è certo razzista, ma che certa gente, per cultura e religione inferiore, è portata a violentare le donne e dovrebbero tutti andarsene a casa propria. Ma sul lago di Tiberiade la barca di Pietro scivola lenta, magari con tanto di alzabandiera e inno di Mameli, poi , Un Italiano Vero e musica locale a base di Shalom; con il ragazzo che suona la tabla e la mamma che distribuisce il certificato di traversata del lago sulla copia autentica della barca di cui sopra. Bisogna pur vivere. Al ristorante, i pesci, miracolosamente moltiplicati, sanno un po' di fango, come tutti i pesci di lago, ma non si riesce a rimanere esenti dal fascino del luogo. Un gruppo di soldatesse in libera uscita sciamano festose, allegre lungo il pontile. Mi raccomando, non fotografare. Come immaginare queste ragazzine scherzose, che correndo si tirano i capelli, domani, con un mitra in mano, a perquisire un'auto ad un posto di blocco. Eppure quante ne vedremo nei prossimi giorni. Poi giù lungo il Giordano, un rivolo di acqua fangosa, aspirata, contesa, rubata e spartita tra i campi assetati di Giordania e Israele, attraverso la Samaria sempre più secca ad ogni kilometro, dove compare, ad arricchire i cespugli spinosi del deserto, il filo spinato dell'odio e della prevaricazione. Un veloce bagno medicamentoso, nel fango del mar Morto, panacea benefica per la mia discopatia e per le mie rughe di espressione; poca cosa, ma che bello vedere, alto sulla riva opposta, il nitido biancore del santuario del monte Nebo, dall'alto del quale avevo guardato in basso trentacinque anni fa. Poi fermi nel deserto di Giuda, tra i calanchi ocra nelle sfumature del tramonto, a compiangere Jerico, la città più antica del mondo, dove da dodicimila anni vivono persone, circondata, offesa, violata, imprigionata da posti di blocco e filo spinato. Ancora un balzo per salire dalla più profonda depressione fisica del mondo, per arrivare a Gerusalemme, la Santa, forse a sentire un'altra depressione
Filippo Foietta 1, 8/9/2010 21:10
E' una bellissima descrizione. Grazie mille per le emozioni suscitate, le riflessioni e le informazioni per un viaggio che farò la prossima settimana negli stessi luoghi.
Grazie ancora