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Cambogia, nel Paese dei sorrisi

L'Asia con i suoi colori, intensi profumi e religiosità immensa

  • di Ste65
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

di Stefano e Annalisa Gualco

16 – 24 Gennaio 2010

Per il secondo anno consecutivo è ancora l’Asia ad accoglierci per il nostro viaggio “invernale”, l’Asia con i suoi colori, con i suoi intensi profumi, con la religiosità immensa della sua gente. In particolare è la Cambogia il Paese scelto per la nostra vacanza. Questo piccolo stato, stretto tra Thailandia, Laos e Vietnam è famoso soprattutto per il sito archeologico di Angkor, ma è ricco anche di altri luoghi meritevoli di una visita, come la zona di Battambang oppure il grande e pescosissimo lago Tonle’ Sap, con i suoi caratteristici villaggi galleggianti e su palafitte nei dintorni. Purtroppo,però, la Cambogia è famosa anche per un periodo della sua storia macchiato da ogni tipo di atrocità e follie, quando al potere c’erano i Khmer Rossi di Pol Pot e compagni, che provocarono circa 2 milioni di morti (anche se quanti sono stati per davvero, forse nessuno lo potrà mai sapere) tra l’aprile 1975 ed il gennaio 1979.

Il nostro viaggio in Cambogia,quindi, non si concentrerà solo su Angkor, ma ci permetterà di visitare diverse zone del Paese: dapprima la capitale Phnom Penh, con il suo Palazzo Reale ma anche con i tristi luoghi del genocidio di Pol Pot, quindi Battambag e dintorni, poi navigazione sul fiume Sangker fino a Siem Reap , visiteremo villaggi grandi e piccoli, ancora siti archeologici come Bantenay Srei, Beng Mealea , i templi di Roluos e quindi Kbal Spean, il curioso fiume dei “Mille Linga”. Insomma un po’ di tutto.

Dopo aver verificato i programmi di diversi tour operator “classici” in agenzia , la scelta cade su About Asia, trovato “navigando” su internet. Buone le recensioni trovate in internet, buono il prezzo del programma personalizzato solo per noi due che ci hanno inviato, buono il fatto che una parte degli incassi vengono devoluti a progetti umanitari in Cambogia. Ok, la scelta è fatta, si parte con About Asia.

Arriviamo in Cambogia dopo una lunghissima giornata, trascorsa tra le 12 ore di volo che separano Milano da Singapore, le 8 ore di sosta in aeroporto per la coincidenza (a proposito, quello di Singapore è il piu’ bello che abbiamo mai visto, grandissimo ma molto molto pulito ovunque ed estremamente funzionale) e per finire le ultime 2 ore di volo che sono ancora necessarie per raggiungere Phnom Penh, la capitale cambogiana, dalla quale avrà inizio il nostro tour. Sbarchiamo a Phnom Penh che sono oramai le 17. Sbrighiamo molto velocemente le formalità doganali, anche grazie ai numerosi funzionari addetti a queste operazioni: c’è chi ritira i passaporti, chi li apre alla pagina dove mettere il visto, chi mette il visto, chi lo timbra ed infine chi ti restituisce il prezioso documento: una catena umana molto funzionale e rapida. Pochi minuti e quindi siamo fuori, dove ad attenderci troviamo il nostro autista con il classico cartello con su scritti i nostri nomi. Ok, tutto perfetto, nessun intoppo, nessun ritardo. Possiamo quindi dirigerci al nostro hotel, (hotel Cara, buono) distante circa una mezz’ora dall’aeroporto. Pochi chilometri ma il traffico è piuttosto sostenuto, come d’abitudine da queste parti, per cui l’andatura non può essere che lenta. Finalmente siamo arrivati! Nonostante la stanchezza comincia a farsi sentire, decidiamo di non cenare in hotel ma di uscire per vivere un po’ la città di sera. I locali e i ristoranti sono tutti concentrati nella zona del lungofiume, non distante dal nostro hotel, ma che conviene comunque raggiungere con il tuk tuk in pochi minuti. Passeggiamo un poco per questa via, ricca come detto di locali di ogni genere, per lo più frequentati da turisti. Ma accanto a queste oasi di felicità e spensieratezza, non possiamo non notare molte donne giovanissime che tengono in braccio un piccolo bimbo chiedere l’elemosina accampate sui marciapiedi. Per la prima nostra cena cambogiana decidiamo di provare il pesce più comune da queste parti, l’amok. Lo servono a pezzetti all’interno di una noce di cocco, con latte di cocco e qualche spezia, che lo rende un poco piccante (per me) ma comunque molto buono. E’ davvero bello cenare in questo semplice ristorantino qui sul lungofiume, con una calda brezza a farci compagnia. Ancora più bello se pensiamo ai 50 cm. Di neve che abbiamo lasciato a casa! Proprio sull’altro lato della strada c’è un mercato notturno e stanno anche suonando e cantando. Decidiamo di farci quattro passi. C’è molta gente, tutti ragazzi e ragazze molto giovani ma di turisti in realtà ne vediamo pochi. Giriamo un po’ tra le varie bancarelle, che vendono ogni sorta di oggetti. E’ bello passeggiare così senza meta tra i venditori, tra la gente che canta e balla, tra la gente che mangia seduta a terra sulle stuoie. Siamo appena arrivati ma già è forte la voglia di comperare qualche cosa. Troppo belli i vari souvenir in legno di palma o in bambù, troppo belle le varie sciarpe in seta o in cotone. E qualcosa difatti acquistiamo: i prezzi sono davvero bassissimi, tanto che a volte non ci sembra il caso neppure di contrattare, ma, si sa, qui la contrattazione è una regola, un gioco, praticamente un obbligo, per cui, vai con le trattative! Ora però la stanchezza si è impadronita del tutto di noi e una bella dormita è decisamente necessaria, per cui decidiamo di fare ritorno all’hotel ma ripromettendoci di ritornare qui l’indomani sera per completare l’opera, più riposati e con calma.

Come da accordi eccoci pronti alle 8,30 nella hall dell’hotel, dove troviamo ad attenderci la guida locale che ci accompagnerà. Si chiama Socheat e parla un buon italiano. Iniziamo dal complesso del Palazzo Reale: è bellissimo, immerso nella quiete dei suoi giardini. Subito notiamo una certa somiglianza con il Palazzo Reale di Bangkok, anche se questo è più piccolo di quello thailandese. Una buona parte degli edifici sono però chiusi al pubblico, in quanto trattasi della residenza ufficiale del re Sihamoni. Stupenda la pagoda d’Argento, chiamata così perché il suo pavimento è letteralmente ricoperto da piastrelle d’argento. Sono addirittura più di 5.000 e pesano circa 1 kg l’una. Si possono vedere però solo in alcune parti del pavimento, in quanto sono per la maggior parte ricoperte da una copertura protettiva. L’interno della pagoda offre al visitatore uno splendido colpo d’occhio. Impossibile dimenticare il grande Buddha tutto in oro e del peso di ben 90 kg. La scalinata di accesso alla pagoda, inoltre, è stata costruita utilizzando marmo italiano. Dopo questa visita ci rechiamo al Museo Nazionale, molto interessante e ricco di oggetti ed opere dell’ arte khmer davvero notevoli. Purtroppo non si può fotografare nelle varie sale. Le nostre visite proseguono con i campi di sterminio di Choeung Ek. E’ una visita “dura”, che ti fa accapponare la pelle e venire gli occhi lucidi. Questi campi si trovano a 15 km dalla capitale. Qui, tra il 1975 ed il 1978, furono massacrate migliaia di persone. Le fosse comuni sono un centinaio, ma diverse non sono ancora state aperte. Nel 1980 furono ritrovati i resti di circa 9.000 persone e in un grande stupa commemorativo eretto nei pressi delle fosse, si possono vedere circa 8.000 teschi, disposti dietro pannelli trasparenti. Vi è anche un mucchio di vestiti, o ciò che ne resta, che sono stati ritrovati qui. Passeggiando nel sentierino tra le varie fosse si possono notare ancora, spuntare qua e là tra l’erba tagliata, lembi di vestiti e frammenti di ossa! C’è ancora l’albero contro il quale venivano sbattuti e uccisi i bambini. Poi due fosse più grandi delle altre: in una furono trovati i corpi di 166 persone decapitate mentre nell’altra i corpi ritrovati furono addirittura 450. In un edificio nei pressi vi sono molte foto storiche, che, anche se datate e ovviamente non certo tecnologiche come quelle odierne, testimoniano molto bene i momenti dell’apertura delle fosse e del ritrovamento dei resti delle vittime. Certo, la storia non va dimenticata, anzi, dovrebbe servire all’umanità da insegnamento per non ripetere i tanti errori e le troppe mostruosità del passato, ma passeggiare qui è veramente molto doloroso. Se chiudi gli occhi ti sembra di vedere quei poveretti nei loro ultimi istanti di vita. E’ davvero terribile. Ad ogni passo che fai, non puoi far altro che pensare a quello che è successo , alle migliaia di persone che vi vennero brutalmente massacrate, la maggior parte a bastonate per risparmiare le munizioni. Ad ogni passo che fai ti chiedi perchè, perché tutto questo orrore. Ad ogni passo che fai ti chiedi come può l’uomo essere capace di tanto male ad un proprio simile. E purtroppo non trovi risposte ma solo speranza, speranza che in futuro tutto ciò non si ripeta mai più. Usciamo da Choeung Ek con gli occhi lucidi e un grande dolore.

Rientrati in città ci rechiamo a pranzo nel medesimo ristorantino della sera precedente. Anche stavolta tutto ok. Dopo pranzo continuiamo le visite previste nella città. Iniziamo subito con un’altra visita raccapricciante, ossia la S-21, il mostruoso carcere di sicurezza. Nei tre edifici del complesso , che un tempo ospitavano le aule di un liceo ed ora sono stati trasformati nel Museo Tuol Sleng, migliaia di persone vennero imprigionate e torturate prima di essere portate ai campi di sterminio di Choeung Ek (si parla di più di 17.000 persone e moltissime morirono qui a causa delle incredibili atrocità loro commesse). Nel primo edificio vi sono le stanze di tortura, con i letti di ferro sui quali venivano stesi i prigionieri, le catene e i vari attrezzi utilizzati. Inoltre vi sono anche delle vecchie fotografie , che raccontano, purtroppo molto chiaramente, cosa succedeva tra quelle mura. In un altro edificio, con ancora il filo spinato originale alle finestre e alle porte, vi sono le celle di detenzione. Poiché le aule scolastiche erano troppo grandi, il regime pensò bene di alzare muri divisori in modo da creare tante piccole cellette, di circa 1 metro e mezzo di lunghezza per 1 metro di larghezza. Al primo piano le celle sono in muratura e senza porte, con un piccolo spazio per il passaggio dei detenuti, al secondo piano sono in legno. In entrambi i casi sono ancora visibili le catene dove venivano legati i detenuti. Nel terzo piano invece vi è soltanto un grande stanzone spoglio: Socheat ci dice che qui i prigionieri venivano incatenati tutti insieme lungo le pareti, strettissimi uno accanto all’altro. E una volta “completate” le pareti, si proseguiva verso il centro della stanza. Centinaia di persone, accalcate una sull’altra. Nel terzo edificio vi sono moltissime foto di prigionieri e anche dei loro aguzzini. In entrambi i casi si tratta di ragazzi giovanissimi. Alcuni di questi ragazzi avevano applicato il numero di matricola con una spilla direttamente appuntata sulla pelle! Vi sono esposti anche alcuni strumenti di tortura. Quando le truppe vietnamite entrarono all’inizio del 1979 in Phnom Penh per liberarla, trovarono a S-21 soltanto 7 persone ancora in vita. Queste persone si salvarono grazie alle loro capacità di dipingere o fotografare: il regime infatti li utilizzò per documentare tutto ciò che accadeva tra quelle mura. Vi sono infatti alcuni disegni di torture nelle sale e anche la foto di questi sopravissuti è esposta all’interno. Le truppe vietnamite trovarono però anche i corpi di 14 persone che gli aguzzini finirono in fretta e furia prima di fuggire. Le tombe in pietra bianca di queste povere persone si trovano nel cortile all’esterno. Qui vi è anche un pannello con l’assurdo regolamento che vigeva nel carcere. Il punto 6 è quello più agghiacciante: vietato gridare mentre si è sottoposti a bastonate o ad elettroschok! E ancora una volta ti chiedi come è potuto accadere tutto ciò, perché tutte queste brutalità e soprattutto perché il resto del Mondo ha fatto finta di non sapere, voltandosi per troppo tempo dall’altra parte. Parliamo di soli 30 anni fa, non del Medioevo, per cui i sistemi di comunicazione erano già piuttosto sviluppati, o no?

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