Varsavia, la magia della notte polacca

Alla scoperta della bellezza polacca
 

Kasia si sveglia tutte le mattine molto presto, troppo presto anche per arrivare in anticipo al lavoro che dista pochi km dalla sua casa, non troppo distante dal centro, al decimo piano di un palazzo di vetro che ricorda gli edifici della city Londinese.

Mi dice che adora vedere l’alba proiettare le luci sulla città, incantarsi di fronte ai riflessi che si suddividono in mille frattali caleidoscoipici sui rivestimenti a specchi dei palazzi adiacenti, il suo caffè mattutino è fatto dei colori e dei suoni del motore della capitale Polacca che si riaccende, sempre più velocemente, scandito da ritmi della finanza internazionale e delle ricerche hi-tech.

Come darle torto del resto? Lo spettacolo che si presenta di fronte agli occhi del viaggiatore che soggiorna in zone centrali è quello di una megalopoli in corsa verso il futuro. Si dice che, tornando a Varsavia dopo 3 anni, non la si riconosca più. Questo il ritmo vertiginoso con cui la città cambia, si plasma in nuovi edifici sempre più importanti, come la Varso Tower, la torre più alta dell’Unione Europea, in fase di completamento quest’anno, che con i suoi 310 metri di altezza surclassa ed oscura il Palazzo della Cultura, o “il mostro”, come lo chiamano affettuosamente gli abitanti, il primo edificio che si nota quando si arriva in treno a Varsavia, troneggiante nella sua imponenza, accentuata dagli ampi spazi circostanti che sono un punto fisso dell’architettura del centro Europa, simbolo di un potere russo che ha cercato di dominare ma che, oggi più che mai, viene oscurato dai simboli della crescita finanziaria, rimanendo a memoria di un tempo storicamente ancor vicino ma mentalmente lontanissimo.

All’interno oggi ci sono uffici, librerie, due musei, un cinema multisala, quattro teatri, un auditorium, una grande piscina e persino un’università, oltre ad una bellissima terrazza che consente di visualizzare ancor di più il mutamento della capitale, offrendo una panoramica a 360 gradi. Il palazzo di notte viene illuminato con luci a led, che cambiano a seconda del periodo dell’anno o in concomitanza con momenti storici e feste nazionali (sotto Natale assume colorazioni che lo equiparano ad un albero

di Natale, oppure di recente ha proiettato i colori della bandiera Ucraina).

Accanto alla Varso Tower, due edifici altrettanto importanti, entrambi sfiorano i 100 metri d’altezza, collegati fra loro e connessi, con passaggi sotterranei, alla stazione centrale poco distante, parte di un enorme progetto di rinnovamento che coinvolge tutto il quartiere.

Passeggiando nelle aree limitrofe si scopre che tutta la zona è in fermento, vecchie aree industriali o storiche in degrado sono state completamente riqualificate trasformandole in quartieri ad alta tecnologia e pieni di ogni comfort, ricche di locali e ristoranti etnici, birrerie artigianali e luoghi di ricreazione che seguono le ultime tendenze della moda internazionale (un esempio? Aree verdi dedicate alle silent disco, discoteche dove ognuno balla con delle cuffie di ultima generazione, scegliendo la propria soundtrack e muovendosi a ritmo in un mare di altre persone con gusti differenti, in un silenzio esterno surreale, per la gioia del vicinato. Uno spettacolo curioso da vedere ma anche da provare).

Eppure la voglia di nuovo non si ferma alle zone centrali, anzi. Il quartiere Praga ne è un esempio. A discapito del nome, nulla a che vedere con l’altrettanto splendida capitale della Repubblica Ceca (il nome affibbiatogli deriva infatti dal verbo prazyc, bruciare, poiché la foresta che risiedeva prima della costruzione degli edifici venne bruciata per farvici spazio), la zona divenne per molti anni un luogo periferico, complice anche la divisione dalla città vera e propria dal fiume (venne

formalmente annessa solo nel 1791, per poi esser di nuovo sconnessa col patto Hitler-Stalin).

Il collegamento avveniva con ponti di legno che spesso bruciavano oppure, d’inverno, sul ghiaccio. Nel corso dei secoli le vicissitudini di quest’area sono state molteplici, rendendola, anche in tempi moderni, una zona sconsigliata ai turisti, malfamata e pericolosa. Oggi è uno dei luoghi di maggior fermento della città da un punto di vista culturale, artistico ed architettonico, in grado di assorbire e riformulare il passato senza oscurarlo del tutto.

Ed è così che troviamo, a fianco di nuovi palazzi ultramoderni, i murales che negli anni passati hanno cercato di renderla, almeno esteticamente, più appetibile, baretti di un tempo dimenticato che servono pietanze in perfetto stile comunista, con ricette originali di particolare intensità per lo stomaco, ma anche atelier e studi professionali, mercati all’aperto con vecchie capanne di legno affiancate da strutture più moderne, concludendo con musei di interesse davvero particolare.

Uno di questi non può mancare nell’itinerario del viaggiatore curioso, il museo dei neon. Realizzato da due fotografi, raccoglie più di trecento insegne, la maggior parte, Polacche ma non solo, del famoso vetro colorato riempito di gas. La storia di questi cartelli, in tutta l’Europa centrale è particolarmente interessante, come ci spiega il direttore, un inglese con marcato accento autoctono. Quando, in tutti i paesi dell’ex blocco, venne introdotto il concetto di imprenditorialità privata, con una ramificazione dei settori sia produttivi che di vendita, il consumatore non era preparato, venendo da un periodo dove pochi negozi non erano certo variegati come in Occidente.

Non esisteva il concetto di macelleria e panetteria separate, per esempio. Per questo, ma anche per dare un tocco di colore a città caratterizzate da una standardizzazione architettonica forzata da un regime che poco spazio lasciava all’immaginazione, al libero arbitrio e alla bellezza, unitamente ad un clima non particolarmente solare, vennero create le prime insegne a neon che poi spopolarono dagli anni 70 in avanti. Ad ogni colore corrispondeva un’attività diversa, educando così la clientela a questo nuovo mercato. La storia la conosciamo, i neon divennero popolarissimi negli anni 80, seppur con basi ideologiche diverse, per poi decadere con il susseguirsi delle mode e l’avvento di tecnologie più sostenibili.

Il museo ha quindi deciso di raccogliere centinaia di insegne differenti a testimonianza di un passato che dovremmo imparare a conoscere. Ci si muove in ambienti bui illuminati da colori intensi e crepitii elettrostatici nell’aria, un tuffo indietro nel tempo, da vedere. Varsavia tuttavia ha saputo rinnovarsi senza sopprimere il passato, anzi. C’è una sottile ma ben definita linea di coesistenza fra il passato ed il futuro della capitale, una coesistenza che si può percepire in realtà in tutto il paese, proiettato alla massima velocità verso un futuro a lungo negato dalla storia, ma che in questa città si tocca ancor di più.

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