Patagonia – Un orizzonte senza fine

“… Richiamando le immagini del passato, scopro che le pianure della Patagonia si ripresentano con insistenza ai miei occhi; eppure quelle pianure sono considerate da tutti squallide e inutili. Le si può descrivere soltanto con caratteri negativi; senza case, senza alberi, senza montagne, producono soltanto alcune piante nane. Perché allora,...
Scritto da: bruno-visca
patagonia - un orizzonte senza fine
Partenza il: 30/01/2000
Ritorno il: 20/02/2000
Viaggiatori: in gruppo

“… Richiamando le immagini del passato, scopro che le pianure della Patagonia si ripresentano con insistenza ai miei occhi; eppure quelle pianure sono considerate da tutti squallide e inutili. Le si può descrivere soltanto con caratteri negativi; senza case, senza alberi, senza montagne, producono soltanto alcune piante nane.

Perché allora, e ciò non accade soltanto a me, questi aridi deserti mi si sono impressi così fortemente nella memoria? Perché non hanno prodotto un’uguale impressione le pampas, più piane, più verdi, più fertili e utili all’umanità? Non saprei analizzare questi sentimenti, ma essi devono dipendere in parte dal libero corso dato all’immaginazione.

Le pianure della Patagonia sono sconfinate, perché sono difficilmente percorribili, e perciò sconosciute; tutto fa pensare che siano rimaste immutate per millenni e che tali rimarranno nel tempo…” Charles Darwin ,Viaggio di un naturalista intorno al mondo Ripensando ai viaggi fatti nelle pianure patagoniche, a bordo di autobus di linea, su strade sterrate, non posso fare a meno di evocare emozioni e ricordi analoghi a quelli descritti da Darwin nel suo racconto del rapporto che ebbe con questi luoghi nel 1834, nel corso del suo viaggio intorno al mondo effettuato dal 1831 al 1836, a bordo della nave Beagle comandata dal capitano Robert Fitz Roy. Ricordi di spazi immensi battuti dai venti dove crescono solo rari arbusti spinosi, con scarse vie di comunicazione e pochi villaggi distanti tra di loro centinaia di chilometri; ma luoghi così inospitali e selvaggi producono un fascino irresistibile su chi, come me, cerca di sfuggire alle mete del turismo tradizionale. La Patagonia è però un paese di forti contrasti e quindi, a paesaggi così poco ospitali, affianca laghi e fiumi azzurri, verdi boschi, montagne innevate e ghiacciai che spingono i loro fronti nelle acque di grandi laghi. Forti contrasti si notano anche nelle condizioni climatiche e nella gestione del territorio: in poche ore si può passare dal caldo estivo al freddo intenso con forti venti, spesso anche accompagnati da precipitazioni nevose. A pochi chilometri di distanza convivono zone altamente sfruttate dal punto di vista turistico ed altre completamente desertiche dove la presenza umana è, o totalmente assente, o talmente rada e ben integrata nell’ambiente e nella natura da farne parte anch’essa. Forse è giusto dare a tutti la possibilità di visitare luoghi di bellezza e fascino indescrivibili, quindi collegarli con strade e sfruttarli turisticamente nel pieno rispetto dell’ambiente; non posso però fare a meno di pensare come sarebbe affascinante poterli ammirare in tutto il loro splendore selvaggio, come li ha visti Alberto Maria De Agostini quando, nella prima metà del 1900, esplorava queste terre.

Scoperta da Magellano nel 1520, la Patagonia ospitò stabili insediamenti spagnoli e gallesi solo dalla seconda metà dell’800. L’attuale regione, nella cartografia del XVI secolo, era indicata col nome di “Terra gigantum”; il nome deriva dall’impressione che l’incontro con gli indigeni aveva provocato in Magellano ed in Pigafetta che, nelle loro relazioni di viaggio, chiamavano gli abitanti del posto “Patagoni” per le impronte lasciate dalle loro calzature (“patagones” significa letteralmente “piedoni”). Dalle relazioni lasciate da viaggiatori ed esploratori, si riconoscono due gruppi di popolazione: uno settentrionale, a nord dello stretto di Magellano, i Tehuelche e uno meridionale, gli Ona, insediati nella terra del fuoco.

Anche il cielo notturno, che nell’emisfero australe è molto più ricco di stelle di quello che abitualmente siamo abituati ad ammirare, è meraviglioso; la costellazione dell’Orsa Minore, che da noi comprende la stella Polare e che indica il nord, è qui sostituita dal gruppo di stelle che formano la Croce del Sud che, naturalmente, indicano il sud; Pigafetta nella sua relazione del viaggio di Magellano intorno al mondo le definì “una croce meravigliosa”; anche Dante la cita nel Purgatorio della “Divina Commedia” (canto I, versi 22-24): “… puosi mente/ a l’altro polo, e vidi quattro stelle/ non viste mai fuor ch’ a la prima gente …”.

Merita di essere citata anche la cucina della Patagonia con le sue specialità. Il piatto forte è costituito dalla carne, specialmente ovina e caprina, ottenuta dalla macellazione di animali lasciati pascolare liberi nelle immense estancia. L’Asado è il modo più tipico di cucinarla in Argentina ed in particolare nella Patagonia; l’intero animale sventrato, infilzato su una croce di ferro piantata nel terreno vicino ad un fuoco di legna, è lasciato cuocere per ore. La Parrillada è un altro modo tipico di cucinare la carne in Patagonia; assomiglia ad una comune grigliata ma, insieme con tagli comunemente usati in Europa, ne vengono impiegati alcuni da noi sconosciuti od addirittura disprezzati come frattaglie, reni, intestino ed altri. Altro piatto tipico della Patagonia è la Empanada; è fatta da piccoli pezzetti di carne e verdure racchiuse in una striscia di pasta che può essere cotta al forno o fritta. Tra i dolci si deve sicuramente citare il Dulce de Leche, che si ottiene facendo cuocere a fuoco lento latte e zucchero ed ha un gusto simile alle nostre caramelle mou. Bevanda tipica è il Mate, un’infuso simile al té, con sapore decisamente amarognolo.

Diario di viaggio Domenica, 30 Gennaio 2000 Finalmente, dopo un interminabile volo dall’Italia a Buenos Aires, con un successivo volo interno atterriamo, nella tarda mattinata, a Trelew, nella provincia del Chubut nel nord della Patagonia, dove ci attende un pulmino col quale percorriamo i circa 60 Km che ci separano da Puerto Madryn, nostra prima meta e porta di ingresso per le escursioni alla penisola di Valdés. Puerto Madryn è una cittadina di 83000 abitanti che si affaccia sul Golfo Nuevo, circondata alle spalle da alture che formano un anfiteatro naturale. Il pomeriggio libero ci consente di effettuare una passeggiata sulla spiaggia per andare a visitare gli insediamenti dei primi colonizzatori Gallesi, che si stabilirono nella zona alla fine del 1700.

Lunedì, 31 Gennaio 2000 Giornata dedicata alla visita della penisola di Valdés per ammirare i numerosi insediamenti di pinguini, leoni ed elefanti marini che colonizzano le sue sponde. La Península Valdés, così chiamata in onore di Antonio Valdés, ministro spagnolo della marina nella seconda metà del 1700, si presenta con una forma insolita, unita al continente dall’istmo Ameghino, una striscia di terra lunga 35 Km, che separa il Golfo di San José, a nord, dal Golfo Nuevo, a sud. Mediante un pulmino effettuiamo quasi l’intero periplo della penisola visitando: la Caleta Valdés, una insenatura lunga 32 Km separata dall’oceano da una sottile striscia di terra, dove si concentrano un gran numero di uccelli e mammiferi marini; Punta Norte, all’estremità nord-orientale della penisola, con numerose colonie di elefanti marini, osservabili solamente da una piazzola dall’alto del promontorio; Puerto Pirámides, unico centro abitato della penisola (70 abitanti), ubicato sul Golfo Nuevo, accoglie nelle sue vicinanze una colonia di “lobo marino de un pelo”, mammifero appartenente all’ordine dei Pinnipedi e alla famiglia degli Otaridi chiamato volgarmente leone di mare; Isla de los Pájaros, un’isola visibile dalle sponde dell’istmo Ameghino, creata riserva naturale nel 1967 per proteggere la grande varietà di uccelli marini che qui vivono e si riproducono.



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