Mongolia terra di nomadi

Un paese di spazi immensi con una natura selvaggia … Un popolo nomade generoso ed ospitale … Un viaggio indimenticabile in un mondo antico … La Mongolia è un paese che colpisce per i suoi spazi immensi, per la sensazione di vuoto così lontana dalla nostra realtà quotidiana. I pastori nomadi vivono nelle gher, le tradizionali tende...
Scritto da: mapko64
mongolia terra di nomadi
Partenza il: 25/06/2005
Ritorno il: 18/07/2005
Viaggiatori: in coppia

Un paese di spazi immensi con una natura selvaggia … Un popolo nomade generoso ed ospitale … Un viaggio indimenticabile in un mondo antico … La Mongolia è un paese che colpisce per i suoi spazi immensi, per la sensazione di vuoto così lontana dalla nostra realtà quotidiana. I pastori nomadi vivono nelle gher, le tradizionali tende bianche di feltro, e l’incontro con la loro civiltà costituisce l’aspetto più interessante del viaggio; l’ospitalità è sincera ed ogni occasione è buona per offrire qualcosa all’ospite di passaggio. In un mondo sempre più globalizzato, dove tutti si stanno appiattendo sul modello occidentale, la Mongolia rappresenta ancora un ritorno alle tradizioni antiche, con i nomadi che vivono quasi come ai tempi di Gengis Khan. Appena si lascia Ulaan Batar, la moderna capitale, la natura regna incontaminata. Verdi praterie si estendono sterminate, punteggiate qua e là solo dai bianchi puntini delle gher. Salendo verso nord si raggiunge il lago Khuvsgul, circondato da montagne coperte da foreste di larici siberiani e prati ammantati di fiori selvatici. Le stelle alpine da noi così rare sono brucate tranquillamente dalle capre. Il sud è il regno dell’immenso deserto del Gobi, il più settentrionale del mondo. La lunga striscia delle dune di Khongoryn Els, rallegrata dalla presenza dei “veri” cammelli, quelli con due gobbe, costituisce una delle immagini più belle del paese. La Mongolia è uscita da poco più di un decennio dal lungo tunnel del regime comunista filo sovietico. Gli anni delle purghe staliniste sono stati tremendi: gran parte dei monasteri buddisti è stata distrutta e i monaci trucidati o deportati in Siberia. Il periodo post-comunista è stato altrettanto difficile: sono venute meno le garanzie sociali offerte dallo stato con la “classica” conseguenza dell’aumento della disoccupazione. Il paese per tirare avanti deve contare sugli aiuti internazionali. La vita è dura sia per chi vive in città che per i pastori delle campagne. Ad Ulaan Batar migliaia di bambini orfani vivono per strada rifugiandosi nel sottosuolo durante i gelidi mesi invernali, i salari sono bassi, anche se la situazione sta lentamente migliorando. Nelle campagne le temperature toccano punte di 50 gradi sottozero e i nomadi rischiano di perdere il bestiame, unico mezzo di sopravvivenza in una terra selvaggia dove è impossibile qualsiasi coltivazione. Con il crollo del regime comunista, i mongoli si stanno riappropriando delle proprie tradizioni religiose, legate ad un buddismo lamaista contaminato da elementi di sciamanismo. I monasteri sopravissuti sono stati riaperti al culto mentre altri sono in fase di restauro o ricostruzione. Alcuni sono veramente affascinanti: basti pensare ad Amarbayasgalant sperduto in una verde vallata. Naturalmente sono ricomparsi anche i monaci, ancora poco numerosi rispetto al passato, quando la Mongolia era uno stato teocratico. Assistere alle preghiere è un’esperienza intensa ed autentica. Il turismo è limitato, ostacolato dal pessimo stato della rete viaria. Solo un paio di strade è asfaltato e le piste devono essere percorse con mezzi a quattro ruote motrici. L’assenza di qualsiasi indicazione e i ridotti trasporti pubblici rendono necessario affittare un mezzo con autista. I campi di gher per turisti sono invece piacevoli e le possibilità di campeggio libero davvero infinite: piantando la propria tenda vicino alle gher dei pastori si è certi di essere invitati a casa loro e vivere uno spaccato di vita nomade. Naturalmente non bisogna abusare dell’ospitalità e contraccambiare sempre con qualche regalo. Il turismo, anche se limitato alla breve estate, può rappresentare una grossa risorsa ma c’è da augurarsi che il paese rimanga immune agli effetti devastanti del turismo di massa. Per il nostro viaggio io e Stefania ci siamo affidati ad un’agenzia segnalataci dall’ottimo sito www.Mongolia.It, la “Great Chingis Empire” gestita da Nyamaa, una mongola che parla un buon italiano. L’agenzia in realtà funge solo da intermediario: i mezzi sono di proprietà degli autisti e gli interpreti vengono ingaggiati per l’occasione. Il tour organizzato con tutti i pernottamenti prenotati è risultato tuttavia troppo rigido e malamente costruito nell’ultima settimana dedicata al deserto. Non immaginavamo che il programma inviatoci per e-mail e più volte modificato dovesse essere preso così alla lettera: siamo arrivati all’assurdità di passare a pochi chilometri da un sito ma dovere pagare un extra per poterlo visitare perché non incluso nel programma. Nelle prime due settimane abbiamo avuto un ottimo autista, Otgoo un ex nomade, e una guida in gamba, Erden uno studente di 22 anni, sempre pronti ad assecondare i nostri desideri di contatto con la popolazione. Il mezzo tuttavia era vecchio (un’ex autoambulanza di fabbricazione russa) ed, infatti, dopo innumerevoli contrattempi si è rotto nel deserto, per fortuna a pochi chilometri da un paese. Nell’ultima settimana abbiamo avuto un mezzo migliore ma la nuova guida, Nora una ragazza di città, si è rivelata inadatta a due viaggiatori indipendenti come noi, preoccupata solo della nostra sicurezza e poco incline ai contatti con i nomadi. Alla luce di quest’esperienza mi sentirei di consigliare agli amanti dei viaggi in libertà una scelta differente: noleggiare solo la macchina con autista (eventualmente facendosi procurare da loro un interprete) senza passare per un’agenzia che fornisce un pacchetto “tutto organizzato”. Un’informazione pratica: per ottenere il visto non conviene rivolgersi al consolato di Trieste che applica un sovrapprezzo ingiustificato ma invece spedire il passaporto all’efficiente ambasciata di Ginevra ([email protected]). Ed ora il diario di viaggio. In Mongolia abbiamo seguito il seguente itinerario di massima: Ulaan Batar – lago Khuvsgul – lago Terkhiin Tsagaan – Kharakorum – deserto del Gobi – Ulaan Batar 25-26 giugno: Roma – Francoforte – Pechino – Ulaan Batar Arrivo ad Ulaan Batar Raggiungiamo Ulaan Batar con un volo da Pechino della Miat, la compagnia di bandiera mongola. All’aeroporto ci accolgono l’autista e la guida del tour organizzato. E’ tardi e c’è solo il tempo per raggiungere l’appartamento dove trascorreremo la prima notte. Si trova in un edificio fatiscente, protetto da una porta blindata che ci raccomandano di tenere ben serrata!! 27 giugno: Ulaan Batar – verso il monastero di Amarbayasgalant Ulaan Batar Nella sede dell’agenzia di viaggio “Great Chingis Empire” conosciamo di persona Nyamaa, la manager con la quale abbiamo tenuto i contatti per e-mail. Provvediamo a saldare l’intero importo del tour (speriamo bene !!), chiedendo assicurazioni sulla bontà del pulmino che ci è stato assegnato visto che appare un po’ vecchiotto. Iniziamo il giro turistico con il monastero di Gandam, formato da una serie di edifici scampati alle distruzioni comuniste. In un tempio i monaci siedono su due file, una di fronte all’altra. Pregano suonando grossi tamburi e piatti di metallo; voluminosi libri dalla forma allungata sono avvolti in panni. Intorno ai vari templi si trovano le ruote della preghiera, caratteristiche del buddismo tibetano; i fedeli pregano facendole girare una dopo l’altra. Un imponente edificio dall’aspetto moderno ospita una gigantesca statua di Budda in piedi, ricostruita di recente dopo che l’originale fu distrutto dai comunisti. Nelle pareti tutte intorno, dentro vetrine, campeggiano una miriade di statue di divinità. Il Palazzo d’Inverno era la residenza del lama-re d’inizio novecento. Attraversiamo una serie di splendidi padiglioni di legno. Gli interni sono decorati piacevolmente e il colore dominante è il rosso. Il complesso si è salvato perché trasformato in museo ed ospita un’interessante collezione. Raffinati arazzi recano rappresentazioni di divinità dalle molteplici braccia e teste. Nel tempio finale 21 statuette di bronzo sono opera di Zanabazar, il famoso lama vissuto nel seicento. Raffigurano Taras, divinità femminile dalle tette tornite, seduta all’orientale con una gamba piegata. Il giro termina con l’edificio a due piani, residenza del lama-re. Gli oggetti conservati sorprendono e fanno pensare ad un raffinato principe, non ad uno spartano monaco buddista. Una pelliccia è realizzata con le pelli di decine di volpi; i letti del re e della regina sono elaborate strutture di legno a baldacchino. Non mancano le curiosità come la foto di un elefante regalato al re, dopo una marcia di tre mesi dalla Russia. Splendide vesti testimoniano la raffinatezza dell’epoca. Prima di lasciare la città scaliamo la collina Zaisan, dominata dal monumento ai caduti eretto dai russi. Retorici mosaici raffigurano il pantheon del mondo sovietico: soldati in uniforme schiacciano i simboli del nazismo mentre astronauti, operai e contadini fraternizzano. Sul retro un mucchio di pietre è il nostro primo incontro con gli ovoo, i tradizionali tumuli di pietre retaggio dei culti sciamanici. Dal monumento la vista spazia, oltre il fiume, sulla città circondata da colline; gli edifici moderni di stile sovietico e le fabbriche con le loro ciminiere non ingentiliscono certo il panorama. In viaggio verso il monastero di Amarbayasgalant Alle tre e mezzo lasciamo Ulaan Batar, attraversando un paesaggio di verdi colline punteggiate qua e là dal bianco delle gher, le tradizionali tende di feltro dei nomadi mongoli. Ci fermiamo per qualche foto e subito un pastore a cavallo viene a salutarci mentre un gruppo di mucche pascola tranquillo. Proseguiamo verso nord e dopo tre ore, alle porte di Darkhan, lasciamo la strada diretta verso la Russia e pieghiamo in direzione di Erdenet. Il paesaggio è molto più monotono: una piatta distesa si estende brulla e anche le gher sono scomparse. La Mongolia è “il paese del cielo blu” ma oggi il tempo è nuvoloso e persino uno spruzzo di pioggia sembra porgerci il suo saluto poco rassicurante. Carichiamo due poliziotti: sarà un passaggio oppure una scorta? Scendono poco dopo a Khotol, una striscia di condomini davanti ad una fabbrica bianca. Superiamo un fiume e il paesaggio torna verde, una vallata chiusa da basse montagne. Unici segni dell’uomo, la linea elettrica e la striscia d’asfalto luccicante per il sole frontale. I tralicci sembrano i soli “alberi” di questa regione. La luce della sera esalta i colori della valle: brillanti strisce gialle e verdi sono chiuse dal verde cupo delle colline. Un tratto più brullo ed anche il marrone arricchisce la tavolozza dei colori. Alle otto e mezzo abbandoniamo l’asfalto prendendo una sterrata che si dipana tra colline verdissime. In cima ad una salita un ovoo c’invita ad una sosta; impariamo dal nostro autista a compiere tre giri intorno e a lanciare sassi sul mucchio, come vuole la tradizione. Dopo un’ora raggiungiamo il campo turistico; le gher sono disposte entro un recinto e l’effetto è molto suggestivo. Le tende sono bianche con le parti di legno dipinte d’arancione e il comignolo della stufa che sbuca nel mezzo. La linea elettrica è tagliata e così manca la luce a rendere l’atmosfera più autentica. Il sole scompare dietro le colline e subito la temperatura scende bruscamente; non mi resta che coprirmi un po’ e sfruttare la luce solare residua per preparare le cose per la notte. Nella gher ristorante siamo in pochi, poiché la maggioranza degli ospiti coreani consuma il pasto con le proprie provviste. Ceniamo insieme all’autista e alla guida con un piatto di carne con il sugo, tagliata a striscioline. Durante il giorno abbiamo avuto modo di conoscere Erden, la nostra guida. E’ uno studente di 22 anni e parla un ottimo inglese: è stato, infatti, un anno a Pittisburg negli Stati Uniti (ma anche in Cina ed Ungheria). Ci racconta tra l’altro qual è la situazione del paese dopo la caduta del comunismo; molte cose sono migliorate ma poi ci parla solo di ciò che è peggiorato (disoccupazione, privatizzazioni, ecc.). Erden sembra un ragazzo preparato e curioso: ci chiede notizie sull’Italia e i paesi del mondo che abbiamo visitato. Il primo giorno in Mongolia volge al termine e la mente corre alle immense distese verdi che abbiamo attraversato: la sensazione degli spazi vuoti è quella che più mi ha colpito in questa giornata.

28 giugno: Monastero di Amarbayasgalant – Erdenet Monastero di Amarbayasgalant La sala del tempio principale è affascinante: l’ambiente è diviso da pilastri dipinti di rosso ricoperti da stendardi colorati mentre il soffitto a cassettoni è decorato con figure dorate di draghi. Nella “navata centrale” due file di panche, una di fronte all’altra, sono destinate ai monaci, anzi ai lama, ma è tardi e l’ora della preghiera è passata. Il seggio del lama più anziano reca ancora le offerte mentre sulle panche vuote giacciono, piegate, tuniche gialle e rosse, insieme a buffi copricapo a cresta. Nella parete in fondo una selva di statue forma uno schieramento compatto; in una vetrina la statua realistica di un lama tutto abbigliato sembra sul punto di alzarsi dopo la preghiera. Il canto degli uccelli rende il luogo ancora più mistico. Dalle colline dietro il monastero, la vista spazia sull’immensità del paesaggio, un’ampia valle verdissima. Il monastero in basso sembra un plastico; un cavaliere solitario sfreccia sul suo destriero. Il silenzio è rotto solo dal canto lontano di qualche uccello appollaiato sui tetti del monastero. Il solito mucchio di sassi forma una macchia di colore con le sciarpe azzurre che si stagliano sul verde delle montagne. Solo le mosche ronzano dispettose disturbando la quiete del luogo. Camminando sul crinale raggiungiamo un secondo tumulo più in alto. La valle in basso è cosparsa qua e là dai bianchi puntini delle gher e dalle anse isolate di un ruscello. I tetti di tegole smaltate del monastero luccicano al sole. L’immensità dello spazio verde mi stupisce: nel terzo millennio esistono ancora luoghi incontaminati come questo! Il cielo si è riempito di nuvole e appare più basso come raccontano nei libri; il vento che ha preso a spirare sembra volere contribuire alla piacevolezza di questo paradiso verde. Le mosche sono scomparse e il silenzio regna sovrano. La visita del monastero è stata emozionante: nessun turista ma anche pochi monaci. Un vecchio lama malfermo era condotto nel tempio da due persone per le preghiere. Un giovane monaco ci ha accompagnato nei vari edifici, aprendoli giusto per noi. Vive nel monastero da due anni per studiare, lontano dalla famiglia. Nel padiglione subito dopo l’ingresso ritroviamo i quattro Protettori già incontrati nel Palazzo d’Inverno di Ulaan Batar. Le statue colorate sono ancora più grandi. Ciascuna reca in mano un simbolo, un topo, un serpente, una spada e uno strumento a corda; sotto i piedi schiacciano figure umane, un serpente e una tartaruga. Erden cerca di spiegarci la simbologia ma il significato mi sfugge. Tornati nel tempio principale il ragazzo solleva una botola e sotto il pavimento compare una riserva d’acqua, alimentata dalla pioggia convogliata dal tetto attraverso le colonne. Proseguiamo il giro dei vari edifici nella corte posteriore. In un padiglione dedicato alla dea della longevità colpisce la solita moltitudine di statuette in serie dalle vesti dorate che recano nelle mani giunte una corona. Nell’edificio centrale, attorno ai tre Budda del Passato, Presente e Futuro, alcuni mobili in legno contengono libri avvolti entro panni. I rotoli sono disposti nelle celle dell’armadio. Uno stendardo reca una svastica, simbolo arcano; un altro rappresenta il Dio della Cronologia dalle 12 braccia, con una corona di teschi sopra la testa e una cintura di volti umani alla vita. All’esterno, coronato dalla ruota del Dharma attorniata da due gazzelle, una scritta cinese ricorda che il tempio fu fondato da un re manchu. Un padiglione ospitava la tomba di Zanabazar ma oggi rimane solo la sua statua, fatta ricostruire dal Dalai Lama negli anni novanta; gli occhi spalancati esprimono uno sguardo infantile. Tornati al campo turistico pranziamo gustando strisce di stomaco, dumpling e pesce fritto. Chiudiamo con una “Fiesta” (gli unici dolci del nostro soggiorno in Mongolia saranno merendine confezionate importate da ogni parte del mondo). Erdenet L’Hotel Selenge è un classico albergo di stile sovietico; ci assegnano una camera de luxe con rosoni stuccati sul soffitto e mobilio di design moderno. Contrariamente alle attese si lascia apprezzare. Ceniamo poco lontano al “Millionaire Cafè” dove una portata costa appena un euro (Stefania sceglie una zuppa di carne e verdure, io riso e carne). Sono ancora le otto e, sempre scortati da Erden, passeggiamo lungo la strada principale. La città è completamente priva d’attrattive e i condomini dell’epoca comunista sono brutti e fatiscenti. La gente invece veste con gusto all’occidentale. In giro si vedono alcuni barboni e ubriachi. Erden ci sconsiglia di uscire da soli più tardi. Nei giardini della piazza principale si gusta un barbecue all’aperto mentre i bimbi giocano intorno alla fontana. Le femminucce sono belline, in particolare una con due codini, mentre i maschietti vivaci si mettono subito in posa per essere fotografati accettando di buon gusto di “battere il cinque”. Terminiamo la passeggiata davanti ai ritratti di Marx e Lenin che campeggiano su due palazzi, retaggio dell’era comunista finita senza toni troppo bruschi. Siamo nella terza città della Mongolia, sorta nei pressi di una gigantesca miniera di rame e ne approfittiamo per stabilire i contatti con l’Italia. All’ufficio postale una telefonata di un minuto costa 1000 tugrik (un euro vale circa 1300 T), la valuta locale: la procedura è un po’ lenta ma l’audio buono. In un Internet Cafè mandiamo alcune e-mail approfittando del collegamento veloce (200 T per mezzora). 29 giugno: Erdenet – Bulgan – vulcano Uran Uul Da Erdenet a Bulgan Nella periferia di Erdenet la gente abita nelle gher, protette da palizzate di legno. Lasciamo la città su una sterrata piena di buche in mezzo a paesaggi brulli. In alcuni tratti fervono i lavori per asfaltare la strada fino a Bulgan ma per ora non c’è traccia di pavimentazione. Il traffico pesante è intenso per gli standard mongoli. Dopo due ore siamo a Bulgan, dove al posto delle solite gher troviamo casette fatte di grossi tronchi di legno. Pranziamo in un “ristorantino” accompagnando le tradizionali schiacciate ripiene di carne e i dumpling, con il tè mongolo (una miscela di tè, latte e sale). Si dice che se una donna mette molto sale nel tè vuol dire che è incinta; i prossimi giorni osserverò attentamente i dosaggi di Stefania. In viaggio La steppa in questa regione è secca, poca erba spelacchiata, e questo ci spiega Erden è un brutto segno per il prossimo inverno quando non ci sarà da mangiare per il bestiame. Compaiono gli alberi e il paesaggio diventa più montano. Il fondo della valle torna verdissimo con un manto di fiori gialli. Ci fermiamo in cima ad una salita, presso un gruppo di capanne di legno e due ovoo. Una specie di grossa baita è già ultimata, un’altra è in costruzione: ospiteranno un hotel e un ristorante. Tre mongoli riposano all’orientale, accucciati sulle gambe. Ci offrono l’airag, bevanda leggermente alcolica di latte di giumenta fermentato. Sopraggiungono due motociclisti occidentali: sono tedeschi ma uno di loro vive a Venezia e parla italiano. Con le loro vecchie moto sono in viaggio da cinque settimane; dall’Italia hanno attraversato Slovenia, Ungheria, Ucraina e Russia. Complimenti! Vulcano Uran Uul Dopo la discesa, sbuchiamo in un’ampia conca; in lontananza si scorge il basso cono dell’Uran Uul, un vulcano spento. Improvvisamente il driver lascia la pista e procede in mezzo alla prateria. Ha scorto in lontananza un gruppo di cavalieri e punta verso di loro. Si stanno preparando per la versione locale della festa nazionale, il Naadan; alcuni indossano vesti tradizionali. Un uomo dallo sguardo severo porta un caratteristico cappello; altri il deel, una lunga tunica blu o rossa. Un bambino cavalca senza sella; parteciperà alle corse della festa. Con il nostro pulmino facciamo da traguardo ad una galoppata di gruppo. Le sorprese non sono finite: lasciati i cavalieri, ci fermiamo in una gher per visitare una famiglia nomade. Entriamo facendo attenzione a non calpestare la soglia; nell’ambiente circolare regna un po’ di confusione come a casa nostra. Sui lati due brande, con le gambe stranamente poggiate sopra barattoli, segnano le zone per gli uomini e le donne, mentre in fondo due specie di tatsebao recano le foto di famiglia. Ci accomodiamo sulla bassa panca sistemata davanti al tavolo. La padrona di casa ci offre subito il burro da prendere con biscotti duri allo yogurt, molto dolci. Segue poi una ciotola piena di yogurt (speriamo bene!). La notizia del nostro arrivo si sparge e sopraggiungono altri ospiti dalle gher vicine. Un uomo a torso nudo è accompagnato dal nipote; la sua notevole pancia è fermata da una fascia che sembra trattenere un’ernia. La sua mole, ci spiega Erden, è giustificata dal fatto che era un lottatore, come ora è suo figlio e come diventerà il nipote seduto al suo fianco. Sul petto reca un tatuaggio di cavallo; il ragazzo ha un sorriso bellissimo con il quale contraccambia sempre i miei. Il lottatore ci mostra orgoglioso una serie di regali ricevuti da italiani: bottigliette di Chianti, Martini e gin. Me le porge con la mano destra e sto ben attento a riceverle con entrambe le mani. Come segno di benvenuto procediamo anche ad un piccolo rituale, proprio come nel film “La storia del cammello che piange”: ci passiamo una boccetta dalla quale si estrae un pennello per cospargersi un dito con il tabacco. Per sdebitarci offriamo i nostri piccoli doni, un pacco di caramelle per la padrona di casa, bon bon e penne per i bambini. Ormai il ghiaccio è rotto e faccio i miei complimenti al lottatore per i suoi stivali: sono veramente massicci, con la punta ricurva e una fascia decorata. Terminata la visita, ci scambiamo i “Bayartee” e seguiamo la padrona di casa impegnata nella mungitura delle cavalle. La tecnica è molto semplice: un uomo si avvicina con il puledro alla giumenta e la signora passa alla mungitura (sempre da sinistra). Poi tocca al cucciolo. Il campo turistico è molto vicino, poco lontano dal vulcano. Ci aspetta un’altra notte in una gher, la tipica abitazione dei nomadi mongoli. Si tratta di una capanna circolare con il tetto conico; su un’intelaiatura di legno con pareti a reticolo e pali per il soffitto, viene posto il rivestimento di feltro, ottimo isolante. Al centro si trova un’apertura circolare dalla quale esce il comignolo della stufa. La porticina esterna, colorata in modo vivace, si apre verso sud per sfuggire ai freddi venti del nord. All’interno i due pali simboleggiano l’uomo e la donna, con l’apertura centrale che rappresenta la loro unione; separano la parte maschile e femminile della gher, quest’ultima naturalmente con la cucina. La capanna è facile da montare ed è quindi la residenza ideale per una popolazione nomade. Leggende mongole Erden ci racconta alcune leggende mongole. C’erano una volta sette soli e faceva molto caldo. Un arciere provetto, Erkhii, aveva otto frecce e decise di abbattere i soli con il suo arco. Vi riuscì subito con i primi sei ma al settimo tiro la freccia colpì la coda di una rondine di passaggio. Questo spiega perché le rondini hanno la coda con due punte. L’arciere decise di inseguire l’ultimo sole e promise che se non fosse riuscito a colpirlo si sarebbe tagliato il pollice delle mani, sarebbe vissuto in montagna e non avrebbe più bevuto acqua pura. Avrebbe anche tagliato le zampe anteriori al suo cavallo. Iniziò l’inseguimento ma il sole stava tramontando e non fece in tempo. Mantenne il voto fatto e divenne la marmotta mentre il suo cavallo divenne il saltellante topo mongolo. Un’altra storia racconta che gli animali dovevano decidere quali fra loro avrebbero fatto parte dei dodici segni zodiacali. Sarebbero stati i primi dodici a vedere sorgere il sole la mattina seguente. Il cammello era tutto contento, convinto che dall’alto della sua figura avrebbe visto l’alba per primo mentre il topo era triste perché così piccolo pensava di non avere speranza. Il cammello propose al topo di gareggiare insieme. La notte dormirono. Il cammello sedette guardando verso oriente mentre il topo si mise sopra il cammello rivolto nella direzione opposta. Al mattino il sole si riflesse sulla montagna prima ancora di sorgere e il primo a vederlo fu proprio il topo che avvertì gli altri animali. Il cammello così fu escluso dai dodici segni dello zodiaco. 30 giugno: vulcano Uran Uul – lago Khuvsgul In viaggio verso il lago Khuvsgul Alle sette e venti lasciamo il campo turistico salutati dalla famiglia del proprietario (mamma, papà, figlio e figlia). Ci aspetta il tragitto più lungo di tutto il viaggio. Procediamo lungo la valle di un fiume: la striscia di verde si raccoglie intorno alle acque. Davanti ad una gher una ragazzina bolle il latte di giumenta per preparare l’airag: è vergognosa e al mio arrivo si ritira un attimo nella gher per prendere un giubbino. Percorso un altro tratto, incrociamo un gregge con un cammello al seguito per il trasporto dei bagagli. I pastori, come al solito, controllano la situazione dall’alto dei loro cavalli, impugnando un lungo scudiscio. Dopo due ore dalla partenza raggiungiamo Khulag Unde, scavalcando su un lungo ponte il Selenge, il fiume più importante della Mongolia. Proseguiamo un bel tratto fino ad un nuovo splendido incontro con un folto gruppo di cavalieri. L’autista anche questa volta punta deciso verso di loro; scopriremo più tardi che fino al 1993 è stato anche lui un nomade. Erden ci racconterà che il minivan è suo e lavora solo d’estate. Cavalli e cavalieri, inclusi numerosi bambini, sono molto fieri; non è facile fotografarli perché non stanno mai fermi, girano in tondo e voltano la testa. Ripartiamo: il paesaggio è la solita successione di praterie, ora per la maggior parte molto secche; non mancano i tratti pietrosi. Attraversiamo anche una conca coltivata, fatto quasi incredibile per i mongoli che considerano sacrilego persino fare un buco nella terra. Il pranzo oggi è al sacco: panino e noodles, naturalmente con la carne. Viaggiamo in mezzo ad un gran polverone finché ci fermiamo in cima ad una salita. Sopraggiunge il pulmino degli olandesi, già incontrati al monastero e all’ultima sosta per i cavalli. Il nostro autista approfitta dell’aiuto del collega per smontare la ruota posteriore sinistra, estrarre tutta una serie di pezzi e lavarli con il gasolio. Niente di grave ci rassicura Erden ma prevenire è meglio che curare! Sono le quattro passate e ci aspetta ancora un lungo percorso. Durante il cammino diamo un passaggio a tre ragazzi. Mi lancio in qualche domanda in mongolo: chiedo come si chiamano ma mi rispondono con tre suoni gutturali incomprensibili. Alla domanda “quanti anni hai ?” per fortuna rispondono con le mani. La più piccola è decisamente carina con due fessure al posto degli occhi e il visetto schiacciato; ha 14 anni mentre il ragazzo ne ha 16 e la più grande 17. Per sdebitarsi del passaggio ci offrono lo yogurt che portano in una tanica. Lo versano nelle nostre tazze da viaggio ed è veramente saporito. Dal frasario della Lonely Planet estraggo una frase augurale: “Mal sureg targam tastai yu !” (“spero che i tuoi animali stiano ingrassando bene !”). Sono tutti contenti per il mio augurio anche l’autista mentre Erden mi fa i complimenti per la pronuncia. Al benzinaio di Moron, capitale del nord, incrociamo alcuni motociclisti: hanno delle grosse moto coreane ma indossano il deel con una fascia arancione che lo stringe in vita. Erden è di Moron e approfitta dell’occasione per visitare la sua famiglia; ci presenta la mamma e alcuni dei suoi nipoti (sono sette fratelli!). Ci offrono tè e biscotti e siamo ben lieti di fare la loro conoscenza. Ultima tirata di tre ore fino al lago Khuvsgul; raggiungiamo Khatgal, un paese pieno di sporcizia con misere case di legno circondate da palizzate malmesse. Una strada in discesa ci porta finalmente al lago: è tutta un susseguirsi di sassi e procediamo saltellando a passo d’uomo, degna conclusione della lunga giornata. Il campo turistico, “Khuvsgul Dul Tour Camp”, è il primo sulla sponda del lago e, anche se una penisola ne impedisce una visione più ampia, il luogo è affascinante con le nuvole rosse per il tramonto che si riflettono nelle acque. Siamo tornati nel circuito turistico: la nostra gher ha la corrente elettrica e il ristorante è ospitato in una grossa costruzione di legno. Interrompiamo la dieta a base di carne gustando pesce di lago alla cinese. 1 luglio: lago Khuvsgul Tsaatan Festival Per risalire il lago dal nostro campeggio dobbiamo tornare verso il paese e prendere una sterrata che si dirige a nord internamente, in certi tratti seguendo letteralmente il letto asciutto di un fiume. Prendiamo a salire in mezzo ad un bosco ed ecco dall’alto comparire nuovamente il lago. Una discesa in picchiata ci porta fino alla riva per raggiungere il “Dalai Tour Camp” dove è in programma lo Tsaatan Festival. Gli tsaatan, in lingua mongola la parola significa uomini-renna, sono una popolazione nomade così chiamata per la loro caratteristica di allevare questi animali. Sono ridotti a poche centinaia e vivono in una regione ad ovest del lago Khuvsgul. Il festival è dedicato a loro anche se sono presenti poche famiglie e la maggioranza degli attori è mongola. L’avvenimento riveste una certa importanza tanto che è onorato dalla presenza dei ministri del turismo e dei trasporti, giunti con l’elicottero parcheggiato sul prato vicino al lago (loro si sono evitati il massacro delle strade mongole). Il biglietto costa 14.000T, un vero prezzo per turisti. Lo spettacolo deve ancora cominciare ma dietro le quinte gli artisti sono già pronti insieme ad un gregge di renne. Gli animali attirano subito la nostra attenzione. Sono buffi e docilissimi: si lasciano carezzare le corna, quelle dei maschi maestose con le loro ramificazioni. Ci aggiriamo tra renne e figuranti, incuriositi dagli animali e dai costumi tsaatan. Finalmente dopo i pomposi discorsi delle autorità, tutto il mondo è paese, lo spettacolo ha inizio. Un gruppo di bambine sgambetta simulando, anche grazie al costume, il cavalcare delle renne. La musica tintinnante e l’allegria delle bambine riscaldano subito il pubblico. Nella prosecuzione si alternano vari balli e canti di gruppo. In particolare stupisce un solista che oltre alla “ordinaria” voce umana ne possiede una seconda, simile ad uno strumento musicale, proveniente dal profondo dello stomaco e dalla gola. Si tratta di una stupefacente forma di canto tradizionale. Nello spettacolo non manca la ragazzina contorsionista con il suo groviglio d’articolazioni. Il pranzo al sacco del campeggio è abbondante quanto i pasti seduti a tavola (finiremo proprio per ingrassare in questo viaggio). Sorge qualche incertezza sul proseguimento della giornata. Erden non è molto prodigo di consigli e sembra volere stroncare ogni nostra iniziativa. Alla fine riusciamo a convincere lui e l’autista a proseguire per la strada lungo il lago. Vorremmo, infatti, allontanarci dalla folla di turisti attratta dal festival ed esplorare qualche angolo caratteristico. Bastano pochi chilometri per riguadagnare la tranquillità, anche se non mancano i campi turistici. Sulla riva erbosa, oltre ai soliti splendidi cavalli, incrociamo dei bovini alquanto pelosi: si tratta di buffi incroci tra yak e mucca. Dopo un breve tratto, l’autista parcheggia davanti ad una gher. Vorremmo proseguire fino a Toilogt poiché la Lonely Planet afferma che il posto è bello e la strada buona, ma scoppia la “rivoluzione”: il tratto non è previsto dal “programma ufficiale” e dobbiamo rinunciare. Nella gher vivono due ragazze e i nostri accompagnatori sembrano fare un po’ i “molliconi”; procedono ad un baratto di cassette musicali ma per fortuna non perdiamo i “Ricchi e Poveri”, pezzo forte della colonna sonora dei giorni passati! Naturalmente veniamo invitati anche noi nella gher e come al solito finiamo per mangiare (gustoso il formaggio). Elaboriamo un programma alternativo facendoci lasciare ad una penisola nei pressi di Jankhai.



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