Nella terra di Gengis Khan

Viaggio nel sud della Mongolia
 
Partenza il: 15/08/2010
Ritorno il: 29/08/2010
Viaggiatori: 2
Spesa: 3000 €

Periodo agosto 2010 durata 14 giorni voli compresi Organizzazione www.mongolia.it

Perdersi in mongolia.

In tutti i sensi. Ci si perde mentalmente e ci si perde fisicamente.

Non solo è il paese con meno strade al mondo, ma è anche il paese con meno coordinate al mondo…mancano i punti di riferimento. Si percorrono chilometri e chilometri e nulla. Non c’è nulla. A volte neanche un cammello. Una capra. Un nomade in moto. Niente. Ci sei tu. Finchè ci sei. Poi anche la tua mente comincia a vagare e ti trovi a cercare con gli occhi un punto da fissare, che non sparisca. Benvenuti alla radice dell’essere. Perché l’essere, lo scopri, si radica davvero alla vita.

Primo giorno:

Già durante lo scalo a Mosca avevamo conosciuto i nostri compagni di viaggio con i quali avevamo già fatto conoscenza tramite mail, ad eccezione della sesta componente che conosciamo all’uscita dell’aeroporto di Ulaanbaatar assieme alla nostra guida, una giovane bella ragazza che si chiama Doghi.

L’hotel – Bisherelt- ha quel non so che di sovietico che lo rende poco attraente. Ma va bene. Sono stanca e ho bisogno di un paio d’ore di sonno.

Il primo contatto con il cibo mongolo è il classico barbecue. La caratteristica è che i cuochi usano delle sciabole non tanto per tagliare la carne, ma per “girarla “ sulla piastra rovente assieme alle carote o ai tagliolini . Nel pomeriggio andiamo a vedere il palazzo dove ha vissuto l’ultimo re mongolo. Già qui comprendiamo che la nostra guida non conosce il palazzo e non parla granchè bene l’italiano.

Secondo giorno:

La mattina visitiamo il tempio Gandan e assistiamo alle preghiere dei monaci. L’atmosfera è bella. Vedo per la prima volta i monaci con indosso i caratteristici copricapo gialli. Nel pomeriggio tour di musei: quello di storia naturale dice poco, però ci sono le uova e i resti dei dinosauri ritrovati nel Gobi. Carino è invece il museo sulla storia del paese.Una storia alquanto intensa e travagliata.

La sera, sotto un temporale pazzesco, Doghi si presenta con scarpe tacco 12 cm, ci informa che siamo senza autisti che si rifiutano di venire e senza taxi, però, ci dà anche buona notizia: il ristorante è vicino. Basta superare il guado al buio e in un attimo ci siamo. Ah, beh, bastava dirlo.

Tutta questa fatica per arrivare in un ristornate russo dove di fatto non abbiamo toccato cibo..

Terzo giorno

Piove ancora. Usciamo dal traffico mortale della città e appena fuori , come per magia, comincia a sparire tutto : case, strade, auto. La pista tracciata nell’erba è ben visibile. Il nostro autista, Tahuna, parla solo mongolo. Siamo noi due e Marco con il quale cominciamo a fare conoscenza. La pista è in pessime condizioni, si salta molto e dopo un po’ Andrea comincia a risentirne. Ogni tanto dobbiamo fermarci e ad un certo punto non vediamo più l’altra auto guidata da Buba, che è l’unico che sa dove va Il paesaggio è infinito. Dove sarà ? Io guardo con lo zoom della videocamera , Andrea e Tahuna hanno dei binocoli. Dopo un po’ è Andrea che ha l’impressione di vedere un punto in movimento. Non siamo certi, però continuiamo a procedere in quella direzione sperando che sia giusto. Dopo ancora del tempo ci avviciniamo e ci sembra sia giusto. Ma tentenniamo. Ancora dopo. Si, sono loro. Ma perché quel punto non si avvicina mai abbastanza ? semplice perché Buba non si ferma. E infatti non si è fermato mai. Procediamo e dopo un bel po’ ad una sorta di paese con pompa di benzina, Buba stranamente si arresta e lascia che noi andiamo avanti. Ovviamente non sappiamo né dove vadano loro né dove andiamo noi. Il paesaggio cambia. Ora non è più verde. Non piove più. E’ diventato sassoso. Ci fermiamo su un punto davvero splendido e spunta il pic nic: dei fantastici ravioli di carne di capra fritti e freddi. Sarà anche l’ultima volta che io mangerò carne.



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