Molto molto tempo fa…Sumatra in viaggio di nozze

PROLOGO “Massimo e la Franca vanno in Thailandia”. Ecco: una frase del genere, mi chiedo, può cambiare parte della tua vita? A giudicare da quello che è successo dopo, direi di sì; ancora oggi, se chiudo gli occhi, rivedo un gruppo di amici seduti su alcune panchine, una sera di luglio, a parlare del più e del meno. Era il 19.., oh beh,...
Scritto da: steweboy
molto molto tempo fa...sumatra in viaggio di nozze
Viaggiatori: fino a 6
Spesa: 1000 €

PROLOGO “Massimo e la Franca vanno in Thailandia”.

Ecco: una frase del genere, mi chiedo, può cambiare parte della tua vita? A giudicare da quello che è successo dopo, direi di sì; ancora oggi, se chiudo gli occhi, rivedo un gruppo di amici seduti su alcune panchine, una sera di luglio, a parlare del più e del meno. Era il 19.., oh beh, non importa: erano comunque parecchi anni fa. Non stava succedendo niente di importante, in quel periodo. Almeno, niente per cui sia valsa la pena di sprecare preziosi neuroni del mio cervello per intagliarmelo a profondi segni nella memoria.

La serata era passata come tante: qualche ora a discutere su cosa fare (di solito la proposta più accattivante era “andiamo da qualche parte a bere qualcosa”) e – quasi sempre – quando finalmente era emersa un’idea interessante, tutti ci accorgevamo che era troppo tardi per attuarla. E si rimaneva lì a parlare parlare parlare, e sempre molti parlavano ma pochi stavano ad ascoltare. Le vacanze, quello sì era un argomento interessante: chi andava in Sardegna, chi pensava ad un bel giro in Toscana, e chi – economicamente mazziato – optava per “due settimane a Spotorno con i genitori”, una vacanza che avrebbe fatto passare per interessante un giro per cimiteri. Anch’io, comunque, mi accontentavo di Corsiche e Sardegne varie: ventitré anni, appena entrato nel mondo del lavoro, qualche grande aspettativa del tipo comprocasamisposoevivopersemprefeliceecontento, qualche liretta in più in tasca rispetto ai coetanei studenti o disoccupati.

Qualcosa però mi lasciava insoddisfatto. Non può essere possibile – pensavo – lavorare tutto l’anno e considerare “riposo” e “vacanza” lo stare quindici giorni sdraiati su di una spiaggia più gremita dell’autobus delle 7.15, oppure il passeggiare per sentieri alpini più costellati di lattine vuote che di edelweiss.

Guardavo affascinato i documentari sulla natura e sui paesi lontani, i cui nomi – fantastici da girarsi e rigirarsi in bocca come dolcissime caramelle proibite – mi rimbombavano in testa quasi continuamente; fino a quel momento non avevo neppure preso in considerazione l’idea che, viaggiando, quei paesi fossero effettivamente raggiungibili; mi limitavo a guardare tramonti rossi su improbabili spiagge bianche (ma esisteranno davvero?, mi chiedevo), giungle impenetrabili con fantastiche cascate in lontananza, deserti multicolori, animali sconosciuti, popoli talmente diversi da noi da non sembrare quasi neppure possibili. E pensavo “Eppure, per riprendere queste immagini, qualcuno ci deve essere arrivato”, e la fantasia ripartiva creandosi figure di viaggiatori incredibilmente scafati, in grado di morsicare serpenti, nuotare ridacchiando tra le sanguisughe, sopportare temperature a “fondo scala”, ma sempre curiosamente vestiti con impeccabili sahariane multitasche, calzoni alla zuava e fantastici scarponi da trekking. E il pensiero tornava al traghetto Genova-Porto Torres.

Non ero contento di partire per la Sardegna. Anzi, peggio: ero completamente indifferente.

“Massimo e la Franca vanno in Thailandia” sbottò Paolo quella sera, il tono a metà tra la compiacenza e l’invidia. “Come – mi sorpresi a pensare – amici che conosco, persone con le quali parlo normalmente del più e del meno, vanno nel favoloso Siam? E i mesi e mesi di faticosi addestramenti e massacranti allenamenti? E la difficoltosissima preparazione dei bagagli, con l’esatto calcolo delle razioni di sopravvivenza? E i vaccini, le medicine, le precauzioni alimentari? Caspita, in ogni documentario che si rispetti viene sottolineata la fondamentale importanza di questi preparativi, e ‘sti due prendono e partono come se andassero in Sardegna? Sono impazziti?”.

O forse io fino ad allora non avevo capito un cazzo? Da quella sera d’estate cominciai a dormire meno tranquillo. Volevo partire. Uno zaino, Signore, non chiedo altro. Uno zaino bello grande ed un paio di scarpe che non facciano venire le vesciche. E oltre a questo, chiedo solo due sorrisi per le piccole avversità, una guida ben fatta, un paio di minestrine Knorr.

Partire come avevo letto. I miei libri di viaggi e gli inconfondibili dorsi gialli dei National Geographic, belli in mostra sugli scaffali della libreria, erano talmente consunti e spiegazzati da essere quasi indecenti. Non li avevo solo letti, li avevo annusati sperando di avvertire il profumo dei baobab della savana, avevo masticato dei piccoli pezzettini di carta strappati dalle loro pagine sperando di sentire il sapore delle sabbie australiane o delle rocce della Patagonia, li avevo accarezzati sperando di trovare tra le dita il liscio umidore delle foglie di felce delle foreste pluviali.

Viaggi, non vacanze. Viaggiare per conoscere. Conoscere persone, luoghi, leggende, cose, animali, momenti speciali. Una vacanza è sdraiarsi sulla sedia a sdraio, attendere il garçon per ordinargli il long drink delle 5, partecipare alla caccia al tesoro con ricchi premi e cotillon, giocare a beach volley sulla spiaggia in squadra con il commercialista di Monza contro l’avvocato di Centocelle e il rappresentante di biancheria intima di Rimini. Un Viaggio è partire con il solo biglietto aereo in tasca dopo aver trascorso notti e notti a leggere e rileggere le pagine della guida, arrivare all’aeroporto di destinazione, cercare un mezzo locale e crearsi un tragitto completamente adattabile a quello che succederà nei prossimi giorni. Un Viaggio è svegliarsi alle 4 del mattino per osservare l’alba nella giungla; un Viaggio è una partita a carte con i compagni sotto un tendone cerato mentre gocce di pioggia monsonica sconvolgono i dintorni; un Viaggio è trovare sotto il letto uno scarafaggio grande come un piccolo topolino e correre nella camera degli amici, scoprendo che sotto il loro letto ne hanno appena trovati otto. Ma un Viaggio è anche ascoltare i canti dei monaci induisti sotto il Taj Mahal prima dell’alba, quando l’umidità che sale dal fiume ti fa sentire bagnato anche in fondo alle mutande ma i brividi di questo momento ti fanno venire le lacrime agli occhi; un Viaggio è anche essere sballottati quattordici ore in un pullman afoso per poi scendere e trovarsi di fronte ad una spiaggia tanto bella che sembra dipinta sulla seta; è aprire gli occhi in una capanna tra i cocchi e svegliarsi tuffandosi in mare; è guardare le rocce del Grand Canyon o di Ayers Rock che cambiano colore al tramonto; è sentire in bocca la sabbia del deserto dello Yemen, spinta dal vento, che ti fa scrocchiare i denti e rende immangiabili i tuoi panini ma che ha lo stesso sapore che aveva mille anni fa: sapore di sole, di vento, di mercanti, di carovane di cammelli sulla via del caffè.



    Commenti

    Lascia un commento

    Indonesia: leggi gli altri diari di viaggio