Le meraviglie delle valli bergamasche

Dalla cima del passo Vivione ai sotterranei della miniera Gaffione, dai bob della Presolana alle ampie vedute del Monte Pora e del salto degli sposi, e poi giù nella selvaggia via Mala.
Scritto da: alvinktm
le meraviglie delle valli bergamasche
Partenza il: 08/08/2020
Ritorno il: 09/08/2020
Viaggiatori: 3
Spesa: 500 €

Quelle elencate sopra sono solo alcune delle meraviglie scoperte nelle vallate bergamasche e in particolare nella val di Scalve e in val Seriana. Il weekend inizia di primo mattino con partenza da Sondrio in Valtellina e scollinamento in valle Camonica attraverso il valico dell’Aprica. Una sosta colazione al bar del complesso commerciale di Sonico, alle porte di Edolo, e un’altra al panificio pasticceria Formis a Berzo Demo per acquistare tranci di pizza gustosi e le spongade, il dolce tipico del territorio camuna. Una sorta di focaccia dolce ancora più sfiziosa se farcita con la crema pasticcera. D’altronde quando si cambia zona è d’obbligo gustare le prelibatezze locali! Entrambe le attività occupano una posizione strategica lungo la strada statale SS42 del Tonale e della Mendola e rappresentano perciò un comodo punto di riferimento (e di rifornimento) quando si transita di qui.

Poco dopo il panificio, in località Forno Allione, inizia la terribile e al contempo spettacolare strada provinciale SP294 nel tratto del passo Vivione, che mette in comunicazione la valle Camonica alla VAL DI SCALVE. Gli aggettivi usati per descriverla posseggono significati opposti e pare strano possano indicare lo stesso percorso, e invece calzano a pennello. La carrozzabile è strettissima, ci passa a malapena una macchina di media grandezza, è senza parapetti e con tratti a strapiombo sulla pineta ripida, è un susseguirsi di curve cieche e la vegetazione non tagliata sui bordi ne rende ancora più complicata la transitabilità. Anni fa l’ho percorsa sia con la bici da corsa che in moto e in entrambi i casi non avevo avuto la sensazione di poter cadere di sotto, o di schiantarmi, da un momento all’altro. Ma si sa, le due ruote, motorizzate o no, occupano molto meno spazio e offrono una libertà che nessun’auto potrà mai eguagliare. Con la punta delle dita si può quasi sfiorare le fronde dei pini. In effetti gran parte del percorso è inghiottito dalla pineta, fatta eccezione per l’ultima frazione, quando i pascoli di alta montagna prendono il sopravvento. Venti chilometri così sembrano un vero incubo eppure volano via veloci. Forse perché in vacanza non pesa nulla. L’altezza del valico non è strabiliante, solo 1827 metri di quota, ma di alberi se ne vedono ben pochi e sono sparsi qua e là. In compenso c’è un laghetto sulla cui superficie si specchiano i rilievi circostanti creando un effetto molto fascinoso e una serie di installazioni in legno, comprese panchine e tavoli, che interrompono il verde del paesaggio. Zaino in spalla compiamo una breve escursione pianeggiante di circa mezz’ora per raggiungere il torrente dopo la malga Gaffione, in direzione dei laghetti delle valli, dove il nostro Leonardo di quattro anni può divertirsi con acqua e sassi e insieme possiamo pranzare al sacco con le prelibatezze acquistate in mattinata.

Il tratto in discesa del passo, di circa dieci chilometri, per arrivare alla nota località turistica di SCHILPARIO, a 1135 metri s.l.m., è leggermente migliore dal punto di vista della viabilità e offre vedute molto più ampie. Lo scorcio idilliaco sul gruppo dolomitico dei Campelli, con vette rocciose molto simili alle famosissime ‘sorelle’ del Trentino Alto Adige ci imbambola gli occhi. D’altronde davanti a una tale bellezza, comparsa inaspettatamente dietro un tornante, non può essere altrimenti. Di certo meriterebbe l’escursione al rifugio Campione, posizionato ai piedi delle dolomiti bergamasche. Purtroppo non ne abbiamo il tempo e giunti al termine della strada del Vivione passiamo da una parte all’altra del paese per lasciare la macchina all’inizio del sentiero per la cascata del Vò. Il tragitto in lieve salita di circa venti minuti zigzaga in una pineta splendida e pulita da rami e arbusti. Pare quella delle fiabe. La frescura del torrente che scorre poco più in basso si insinua fra i tronchi creando un sottobosco umido e verde. Poi il fragore dell’acqua che salta oltre la roccia per venticinque metri prepara gli occhi alla visione che dopo pochi passi ci si trova davanti. Gli spruzzi freddi pungono la pelle e inebriano i sensi. Non la annovero tra le cascate più spettacolari che ho avuto la fortuna di ammirare tuttavia è piacevole, intima ed è la pineta in cui è immersa a renderla particolare. Appena prima sorgono i resti di una regrana, una costruzione in sasso utilizzata in passato per il processo di torrefazione, ovvero la trasformazione della siderite in ossido di ferro, minerale che nel suo stadio iniziale veniva estratto nelle miniere della zona.

Ed è appunto uno di questi luoghi la nostra prossima meta. L’ingresso alla miniera Gaffione si trova a una manciata di chilometri da Schilpario, all’inizio della salita per il Vivione. A causa dell’emergenza Covid-19 bisogna prenotare l’orario d’ingresso e presentarsi almeno dieci/quindici minuti prima per avere il tempo di acquistare il biglietto e soprattutto per indossare abbigliamento pesante e comodo. All’interno infatti la temperatura si aggira intorno ai 7° Celsius e l’umidità supera il 95%, inoltre gli spifferi d’aria incanalata nei tunnel peggiora la percezione di freddo. Consiglio quindi di calzare scarponcini per camminare comodamente fra sassi e pozze d’acqua e di infilarsi felpa e giacca invernali. I caschetti vengono distribuiti dal personale. Vi assicuro che superata l’ora di permanenza in miniera (la durata totale della visita è di un’ora e mezza) desidererete di esservi vestiti ancora di più! Gelo a parte, l’esplorazione del luogo inizia sui vagoni di un trenino che si addentra nella roccia per 200 metri, dopodiché si deve scendere e seguire le indicazioni della guida in un percorso a piedi sotterraneo con un dislivello in discesa di 30 metri e 2,5 chilometri di lunghezza. Sembrano molti ma in realtà non sono nulla rispetto ai 60 km esistenti. La nostra accompagnatrice, molto brava, simpatica ed esperta, ci spalanca la porta, metaforicamente parlando, su un mondo a noi sconosciuto, alternando tratti di camminata a momenti di sosta nei punti più interessanti per elargire le spiegazioni. Si comincia con la storia delle miniere e al come venivano individuate le vene del minerale in superficie, per proseguire con i metodi di scavo delle stesse e il passaggio da quelli manuali all’avvento delle grandi industrie siderurgiche di estrazione del ferro come la Falck. Utensili e fotografie d’epoca arricchiscono la visita. Fra queste mi colpisce il viso del fuochino, colui che utilizzava la dinamite, e l’immagine che immortala i minatori con un paio di bambini piccoli, 7 e 8 anni. Erano usati come ‘animali da soma’ per trasportare in superficie il minerale in piccole gerle pesanti 20 chilogrammi e oltre sulla schiena, arrampicandosi in cunicoli verticali e scivolosi. Questo è accaduto fino agli anni ’40: pazzesco. Incredibile pure la purezza dei fiumi sotterranei e i colori delle rocce.

Guarda la gallery
bergamo-5gwcx

gruppo dolomitico dei Campelli, verso il passo del Vivione

bergamo-4jtva

cascata del Vò

bergamo-cd2kf

passo del Vivione

bergamo-nqbe1

lago d'Iseo visto dal Monte Alto

bergamo-v3td9

il salto degli sposi

bergamo-575cf

miniera Gaffione

bergamo-dfxb3

verso il rifugio Magnolini



    Commenti

    Lascia un commento

    Bergamo: leggi gli altri diari di viaggio

    Video Itinerari