Il viaggio di Noni in Giappone

L'arte del rispetto, della tradizione e del dormire in piedi!
Scritto da: noni
il viaggio di noni in giappone
Partenza il: 29/10/2010
Ritorno il: 11/11/2010
Viaggiatori: in coppia

Giappone e l’arte del rispetto, della tradizione e del dormire in piedi.

Questo splendido viaggio fatto in due lo riporto con il diario di viaggio che ho scritto mentre lo stavo intraprendendo. Non stupitevi quindi del tono “colloquiale” e a volte ironico…Ma è il mio modo di raccontare ad amici e parenti.

Prima di andare in Giappone abbiamo trascorso una settimana alla Maldive. Riporto quindi di seguito anche il viaggio da Malé a Tokyo.

29-10.-09 Siamo a Tokyo…Ma ce ne è voluta per arrivarci…

Prima il caldo asfissiante di Malé, poi il volo della Malasyan Airlines (considerata una delle migliori linee aeree del mondo). Allora, innanzitutto facciamo uno scalo che non avevamo notato nel biglietto, Colombo, Sri Lanka, dove siamo stati fermi quasi due ore ( alle 3 di notte circa, completamente stravolti) ed è salita bordo altra gente e da lì fino in Malesia, dove abbiamo dovuto cambiare aereo. Beh, la prima parte del viaggio è stata abbastanza terrificante. Bambini che piangevano, gente che si alzava continuamente per andare in bagno (proprio dove eravamo seduti noi!) e non chiudevano mai a chiave e non uscivano durante la fase di decollo per cui una hostess doveva bussare ripetutamente alla porta. Ho pensato “meno male che doveva essere una delle compagnie aeree con il miglior servizio!”. Poi da Kuala Lampur a Narita (l’aeroporto di Tokyo) è cambiato tutto, stessa linea aerea, ma un mondo di differenza. Un trattamento del tutto diverso nella seconda parte del viaggio. Entrambi i voli sono durati 6 ore eppure nel secondo abbiamo avuto tre pasti, ci venivano continuamente offerte bevande e il dessert era una mini confezione di gelato Hagen Daaz. Per non parlare del fatto che ognuno aveva il suo schermo per vedere dei film mentre sull’altro aereo NO! Mah… Non me lo spiego (o forse sì, ma questi non sono argomenti da affrontare in questa sede).

Dunque arriviamo a Tokyo e troviamo le nostre valige che ci aspettano perfettamente allineate vicino al nastro. Sì, siamo proprio in Giappone. Come molti di voi faccio parte della generazione che è cresciuta a suon di Lupin, Georgie, Creamy, Sampei e chi più ne ha…Più ne metta…

Però il viaggio ancora non è finito. Abbiamo preso il treno (abbiamo preso la Japan Rail Pass in Italia prima di partire (qui non si può comprare) perché il trasporto pubblico è carissimo) e dopo un’ora eravamo finalmente in albergo. Abbiamo viaggiato per quasi 24 ore. Erano già quasi le dieci di sera quando siamo usciti eravamo un po’ preoccupati perche in molti ci avevano detto che alle 23 la vita notturna qui finisce. Forse non erano mai stati a Tokyo. Il primo impatto è stato un po’ come quello con Time Square a Manhattan, un miliardo di luci e di colori, di locali, persone. Noi qui siamo nel quartiere che si sviluppa attorno a Ueno Park, lo definirei il quartiere dello svago, della lussuria, un groviglio di stradine su cui si affacciano tante porte che celano, in maniera neanche troppo discreta, promesse di divertimento per tutti i gusti . Dopo poco più di un’ora ci siamo resi conto di due cose : nessuno parla inglese (né nessun’altra lingua tranne il giapponese), tranne in aeroporto non abbiamo trovato una persona che spiccicasse mezza parola di inglese, menomale che ho comprato un dizionario tascabile di italiano-giapponese. Altro mito da sfatare: non è vero che il Giappone è caro. In un localino alla moda pieno di ragazzi in giacca e cravatta e ragazze vestite in maniera molto trendy (e anche molto bizzarra) abbiamo speso il corrispettivo di 47 euro (6,600 yen) per cenare e bere in due. A Roma nemmeno in pizzeria! Tutti fumano anche dentro i locali (e quanto fumano!) e il sakè è servito in una miriade di barattolini di vetro ognuno decorato con un disegno diverso, una geisha, un cervo che corre tra foglie rosse, una montagna. Il cibo è delizioso e la cucina giapponese è molto più vasta di quella che conosciamo in Italia, c’è di tutto e comunque ci sono anche molte catene di fast food occidentali per chi non gradisse (KFC, MC Donald’s aperti 24 ore su 24). Dopo siamo andati in un altro bar-locale-taverna tipicamente giapponese. Mi sembrava di trovarmi in un manga, due ubriaconi seduti al bancone accanto a noi sospiravano, picchiavano la fronte l’una contro quella dell’altro, si toccavano i capelli, degli atteggiamenti che in qualche modo mi hanno ricordato quel programma, “Mai dire Banzai”.

Non so come siamo riusciti a tornare a casa alle 3 di notte e stamattina, quando la sveglia è suonata alle 9 e Hugo è scattato in piedi come un grillo, ho seriamente pensato di fingere di avere l’influenza di tipo A o come diavolo si chiama. Alla fine (anche visto il viaggio da cui siamo reduci) mi sono imposta e sono rimasta a letto fino a mezzogiorno nonostante le sue minacce di uscire senza di me. Stasera a casa entro le 22, dice…Vedremo…

Una volta che Hugo è riuscito a trascinarmi via dal letto, a farmi fare la doccia e tutto il resto (e ad infilarmi dei pantaloni nuovi elasticizzati e talmente a vita bassa, tanto che se mi siedo devo legarmi una giacca in vita se no mi esce il popò di fuori), finalmente usciamo dirigendoci verso il tempio Senso-Ji, a detta di Hugo a circa 15 minuti di distanza a piedi. Sì, 15 minuti…Sorvoliamo. Ne è valsa davvero la pena. Il posto è molto turistico anche per gli stessi giapponesi e c’erano scolaresche in gita, donne (e uomini) in kimono, file e file di bancarelle che vendevano dolci, bambole, ventagli, gadget di ogni sorta, un negozio interamente dedicato ai gatti. Alla fine di questo boulevard all’apice del kitsch, un immenso braciere di incenso attorno a cui si affolla la gente per respirare i fumi che porteranno loro salute e fortuna e il tempio stesso, il più sacro e importante di Tokyo. La gente prega, esprime desideri annodando piccoli fogliettini intorno a delle grate. E’ molto bella la statua del Buddha Nade Botokesan, completamente allisciata e levigata dalle mani dei fedeli che invocano il suo aiuto. Respiro a fondo e faccio mia l’anima di chi crede nel rosso della fortuna, nell’odore affumicato degli incensi, nella tradizione e mi sento lontanissima dal mondo ma protetta e felice perché a volte la lontananza ti porta più vicino a te stesso di quanto avresti mai potuto immaginare. Ci sono ancora i riksho (risciò) trainati dalle persone! I bambini vestiti da scolaretti vanno in giro da soli per la città (anche bambini piccolissimi, di circa 5 o 6 anni). Non so come sia possibile eppure li abbiamo visti ovunque. L’unica cosa che posso pensare è che abitino molto vicino alla scuola e percorrono da soli le poche decine di metri tra la scuola e la casa e che cmq questa sia una città davvero molto sicura con una micro criminalità pressoché inesistente. Dopo il tempio siamo andati al quartier Yanaka, che sopravvisse al terremoto del 1923 e alla seconda guerra mondiale. Ci sono ancora le vecchie caratteristiche case in legno dei cartoni animati e i vialetti sono piccoli e tranquilli. Abbiamo anche visitato il cimitero, pieno di gatti dalla coda corta e al ritorno siamo passati per Ueno Park. Eccoci finalmente in albergo dopo una giornata estenuante dovuta anche a quei diavolo di jeans a vita bassa. Ogni tanto io e Hugo ci dovevamo fermare, lui mi infilava le dita nei passanti della cinta, contavamo fino a tre, io facevo un salto e lui me li tirava su. Una macchina della polizia che è passata dentro al cimitero mentre noi compivamo questo rituale tra le tombe, ci hanno guardato un po’ storto. Vabeh, ognuno ha i suoi riti. Viaggiare insegna che tutto si accetta…Se non fai del male a nessuno.



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