Guardare e non toccare

Ho scelto questo titolo per il mio racconto perchè il luogo che ho visitato e che sto per raccontarvi è un vero e proprio giardino dell'Eden, un punto sperduto nell'Oceano Pacifico in cui la starordinaria bellezza naturale vieta a noi turisti di toccare qualsiasi cosa. Ma questo non a causa di cartelli che lo vietano ma perchè quando sei lì...
 
Viaggiatori: in gruppo

Ho scelto questo titolo per il mio racconto perchè il luogo che ho visitato e che sto per raccontarvi è un vero e proprio giardino dell’Eden, un punto sperduto nell’Oceano Pacifico in cui la starordinaria bellezza naturale vieta a noi turisti di toccare qualsiasi cosa. Ma questo non a causa di cartelli che lo vietano ma perchè quando sei lì è tutto così bello che sembra finto, è una bellezza che ti lascia senza fiato e l’ultima cosa che vorresti è distruggere, anche solo strappando un filo d’erba, un ecosistema unico al mondo per la sua spettacolarità. Quindi ammirare ma assolutamente non toccare niente, dai fiori ai coralli ai pesci. E ora veniamo al mio racconto…Il profumo di fiori è inebriante e la sensazione surreale, la stessa che si prova quando si mette piede per la prima volta in un luogo misterioso e acclamato al contempo.

Quando il mio amico Nicholas ed io arriviamo a Papeete, capoluogo dell’isola di Tahiti e capitale della Polinesia francese, sono le cinque del mattino e i raggi solari non illuminano ancora la terra sottostante.

Dopo un viaggio aereo durato più del previsto, tra perdite di bagaglio e voli superaffollati che ci hanno portato a rimanere a terra ben 3 volte, l’arrivo all’aeroporto di Faa a Papeete, ci appare come un miraggio.

Tutto è avvolto dal silenzio, l’unico rumore, il ritmo allegro di chitarre. Ci giriamo e davanti a noi due polinesiani con in testa dei cappelli fatti di foglie che sembrano di palma da cocco intrecciate ci danno il benvenuto suonando piccole chitarre. Una donna polinesiana con un fiore di hibiscus dietro l’orecchio si avvicina a noi e sussurrando “ia orana”, “benvenuti” in polinesiano, con un grande sorriso ci porge un cesto di splendidi fiori bianchi chiamati tiarè: mettere dietro l’orecchio un fiore in Polinesia è infatti come da noi vestirsi quotidianamente. Appena ripreso il bagaglio e usciti dalla dogana ci ritroviamo in un turbinio di persone: è appena l’alba e l’aeroporto è stracolmo di gente perché tutti i voli intercontinentali arrivano alla stessa ora del mattino. Siamo sconvolti dalla stanchezza, non riusciamo neanche più a pensare sul da fare così decidiamo di sederci e berci un caffè. Intorno a noi polinesiani ma soprattutto apparentemente occidentali in vacanza con al collo lunghe collane di cui non riesco a capire il materiale. Le osservo meglio: sono fatte di conchiglie di ogni dimensione. Sono bellissime e parenti e amici le regalano ai neo arrivati come segno di benvenuto. Già nei “truck”, piccoli autobus che dall’aeroporto arrivano fino in centro città, iniziamo ad avere un primo contatto con la Polinesia ma soprattutto con i polinesiani, popolo amabile e di una gentilezza incredibile che si mostra a noi in tutta la sua semplicità. Sull’autobus gli unici turisti siamo noi e ne siamo felici perché abbiamo l’occasione di conoscere la gente locale da vicino. Ci giriamo intorno e improvvisamente ci accorgiamo che l’autobus è pieno di bambini accompagnati dai rispettivi genitori. Hanno dei visi bellissimi e ci osservano incuriositi, quasi tentassero di capire da quale strano pianeta siamo arrivati. Di tanto in tanto ci lanciano grandi sorrisi ma poi si voltano timidamente verso i finestrini o si nascondono sotto le gonne delle mamme. Hanno uno sguardo diverso, nei loro occhi non vedo malizia, cattiveria o odio e tutto questo mi fa riflettere… Siamo al mercato di Papeete ed è un’esplosione di colori e profumi. Ovunque piccole bancharelle con prodotti locali: dal cocco tagliato all’istante per berne il latte alle splendide collane di conchiglie, marmellate di papaya, frutta di ogni tipo, teli da mare e parei coloratissimi, i classici gonnellini fatti di foglie della palma da cocco. Ma una cosa ci sorprende particolarmente: abituati ai vivaci mercati romani, ci accorgiamo che non si sentono urla ma solo un dolce sottofondo di musica locale. Ad eccezione del mercato rimaniamo però delusi dal centro di Papeete nella quale anche qui la globalizzazione sembra aver già fatto il suo ingresso.

Mentre camminiamo osserviamo i polinesiani: notiamo che tutte le donne hanno un grande fiore dietro l’orecchio mentre gli uomini sono quasi tutti tatuati sulle gambe, dietro la schiena o sulle braccia con simboli tipici polinesiani. La pratica di tatuarsi è un tratto della cultura del centro Pacifico che venne loro tolta dall’arrivo dei primi missionari francesi verso la fine del 1700 come d’altronde lo furono anche i balli e i canti. Privi di una cultura scritta, il popolo polinesiano venne così del tutto espropriato culturalmente e solo da circa quarant’anni furono reintrodotte queste pratiche.

Guardo Nicholas esaltata dall’idea (premeditata da molto tempo) di tatuarmi ma il momento non mi sembra adatto e quindi rimando ai giorni seguenti. La stanchezza ci assale e il jet- lag non da segni di cedimento così decidiamo di tornare in aeroporto in anticipo per poter prendere l’ultimo volo per Raiatea…Ma senza fortuna! Il volo è strapieno e quando la signorina del desk ci dice che avremmo dovuto tentare con quello del giorno dopo ci assale uno sconforto incredibile …Sono quattro giorni che siamo in viaggio…Bastaaaaa!!! E ora il problema: dove passare la notte? Tra luglio e agosto tutti gli alberghi sono al completo considerando l’alta stagione. Iniziamo a telefonare a qualche albergo ma niente, non si trova un posto a trovare oro. Così con visi apparentemente disperati e sull’orlo di una crisi di nervi chiediamo all’ufficio informazione e ci danno il numero di telefono di una pensione a conduzione familiare. Leggiamo il biglietto: “Chez Lola”.

Telefoniamo e finalmente troviamo posto. Ecco poco dopo arrivare una vecchia Jeep di colore rosso con al volante lui, il marito di Lola che, sistemati i bagagli, ci porta subito a casa loro. Arriviamo alla pensione immersa in una giungla strepitosa e ci accoglie la proprietaria, Lola che facendoci segno di toglierci le scarpe, ci fa strada nella casa. Appena il tempo di riprenderci in stanza e bussano alla porta. La pensione non offre la cena ma se vogliamo mangiare il marito di Lola ci può accompagnare in macchina a un take- away cinese. Io e Nicholas ci guardiamo: ma sono appena le 18.30!!! Nonostante l’ora, fuori è già buio pesto così decidiamo: ora o mai più!! Nel frattempo arrivano altri ospiti: una signora francese con la figlia ventenne e una coppia di francesi.



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