Andando per l’Andalusia

Una settimana in Andalusia, tra la verde Siviglia, l'elegante Cordoba, la moresca Granada
Scritto da: andrea-misuri
andando per l'andalusia
Partenza il: 31/05/2011
Ritorno il: 07/06/2011
Viaggiatori: 2
Spesa: 1000 €
Se “la vita è un continuo preparare ricordi” – come scrive lo scrittore spagnolo Vittore Gastiglioni – questi appunti sono il ricordo, bellissimo e pieno di colori, di una settimana in Andalusia, tra la verde Siviglia, l’elegante Cordoba, la moresca Granada.

Con Susanna prendiamo il volo Ryanair da Pisa. Dall’aeroporto di Siviglia, il bus ci porta nei pressi dell’albergo: Hostal Florida, Avenida Menéndez Pelayo 27. Il costo contenuto si riflette nelle camere, piccole e con qualche carenza. La sua posizione centrale è un ottimo punto di partenza per i percorsi culturali ed enogastronomici che abbiamo in programma. Tanti i km percorsi in questi giorni, andando per plazas, avenidas, calles e caminos. Siviglia si è rivelata città rilassante, punteggiata di parchi e giardini pubblici, soste preziose nel nostro girovagare. Il Barrio Santa Cruz, El Centro, e ad ovest, fino alle sponde del Rio Guadalquivir, El Arsenal, sono un dedalo di stradine dove ci si perde volentieri, di piccole piazze ingentilite dagli alberi di aranci, con i frutti maturi che in questa stagione formano a terra una distesa arancione. Si cammina con il naso all’insù per ammirare i balconi fioriti e le caratteristiche vetrate che li racchiudono. Le porte delle case sono aperte per dare la possibilità di gettare uno sguardo sui cortili interni: il cuore dell’abitazione, spesso con al centro fontane e sempre ben curati, retaggio della cultura araba. La cattedrale, la più grande del mondo, fu costruita sui resti della moschea almohade che lì sorgeva. Secondo la tradizione, deve le sue dimensioni, 126 m di lunghezza per 83 di larghezza, all’intento di far pensare ai suoi ideatori come a dei pazzi. Dove c’era l’antico minareto fu eretta la Giralda, la torre sulla cui cima sventola l’omonima banderuola in bronzo, simbolo della Siviglia cristiana.

Secondo giorno

I Jardines Alcazar sono un’esplosione di fiori e di piante, un susseguirsi di fontane, vasche e statue, vialetti ombrosi e panchine decorate di azulejos. E’ facile imbattersi in tortore e passerotti cinguettanti, in un’anatra con nidiata al seguito, in pavoni dalla lunghissima coda variopinta, peraltro velocissimi a nascondersi. Usciamo dopo quattro ore, perché il tempo è tiranno e tante sono le cose da vedere. Nell’arco della giornata, visitiamo i confinanti Jardines de Murillo, con il monumento della caravella in onore del “nostro” Colombo, il grande Parque de Maria Luisa, che delimita la parte meridionale del centro storico. E ancora, i Jardines El Prado de San Sebastian, che in questi giorni ospitano la Feria de la Mar Arlesania y Cerveza internacional, con i baracchini di birra e pesce fritto, punto d’incontro dei giovani. Mi sarebbe piaciuto assistere ad una partita di calcio, qui a Siviglia. Due le squadre cittadine in Primera Division, con storia e trofei differenti. Il Siviglia, colori sociali il rosso e il bianco, ha raggiunto il suo apice negli ultimi anni, con due Coppe Uefa vinte consecutivamente. Il Betis, seconda per anno di nascita e palmarès, maglia biancoverde, si è aggiudicata di recente la Coppa del Re.

Terzo giorno

Posta lungo il fiume, Plaza de Toros de la Real Maestranza, Paseo Colón 12, è l’arena più antica della Spagna (metà del XVII secolo). Il torero chiamato a combattervi, calca un palcoscenico di assoluto prestigio. All’interno, lungo il corridoio, si affacciano le stanze dove il torero compie il rito della vestizione, la cappella dove prega, la stalla per i cavalli e il cortile dove i tori attendono l’aprirsi del cancello dell’arena. Manifesti e dipinti raccontano quando, nel vicino paese di Linares, trovò la morte Manolete, forse il più grande tra i toreri. Sono passati oltre sessant’anni, eppure il ricordo si tramanda tra gli appassionati di tauromachia e suscita ancora emozioni e rimpianti.

La Torre del Oro è stata per secoli un punto di avvistamento lungo il fiume. Oggi è una delle immagini più ricorrenti della skyline sivigliana. Dal prospiciente imbarcadero, partono ogni mezz’ora i battelli per un’escursione fluviale sulle placide acque del Guadalquivir. Scendiamo verso sud e costeggiamo i padiglioni costruiti per l’Esposizione Iberoamericana del 1929, oggi musei e centri permanenti di attività culturali. L’Esposizione, programmata fin da inizio secolo, contribuì a dare un impulso decisivo alla modernizzazione urbanistica dell’intera regione. Risaliamo il fiume sul lato opposto e passiamo vicini all’isola della Cartuja con il sito dell’Esposizione Universale del 1992. Evento che dette grande spazio alle proposte di architettura innovativa, simboleggiate dal padiglione della Navigazione, altrimenti chiamato Torre Schindler, progetto avveniristico di ricerca di un nuovo rapporto con il fiume, e le cui bianche pareti scintillano al sole, attirando l’attenzione delle macchine fotografiche dei turisti. Sessant’anni dividono le due Esposizioni. Ere geologiche, se si confrontano le rispettive testimonianze architettoniche.

Dal battello avevamo intravisto Plaza de Espana. Ora siamo in questo immenso spazio a pianta semicircolare. Un tributo di ceramiche, marmi e mattoni che la prima Esposizione dedicò alla celebrazione delle province spagnole, e quindi all’unità del Paese. In questi giorni vi è stata inaugurata una singolare statua dedicata all’architetto Annibale Gonzales. Con il cappello in mano, osserva assorto il complesso architettonico da lui ideato e al quale lavorò per oltre un decennio.

Plaza de la Encarnaciòn è tornata a nuova vita con la costruzione di una gigantesca, avveniristica opera architettonica, dalla forma onirica di un fungo atomico che s’innalza e riempie ogni spazio intorno a sé. Da qualche giorno è occupata dagli indignados. In cima ad un palo, una targa di cartone segnala il cambiamento toponomastico: Plaza 15 Mayo. Davanti alle tende tirate su dai giovani, sono accatastati oggetti d’uso quotidiano: lo scatolone ripieno di objetos (ombrelli) perdidos, vasi di fiori, tegami e barattoli di fagioli e di salsa. Una piccola libreria rococò affastellata di volumi, la biblioteca publica, simboleggia la lontananza della cultura ufficiale dalle richieste di questa generazione. Cartelli e striscioni sono sparpagliati nel quadrilatero della piazza: Seamos realistas, pidamos lo imposible!; Evolution es revolution, devolution es evolution; La democrazia necesita viviendas y trabajos dignos. Messaggi visionari come la forma del grande fungo alla cui ombra i ragazzi sono sistemati. Messaggi sognatori e carichi di speranze. Oppure concreti, per una riforma elettorale para poder elegir el votante la persona que crea mas competente, che ci riporta al dibattito in corso da noi.

Quarto giorno

Superato il Puente Isabella II, dedichiamo buon parte della giornata a scoprire il quartiere gitano di Triana. Sfioriamo i piccoli balconi in ferro battuto, che ingentiliscono i muri bianchi di calce. Dappertutto la fanno da padroni i vasi di fiori che riempiono ogni spazio disponibile, finestre o terrazze che siano.

La gastronomia è uno dei punti di forza di un viaggio in Andalusia. Si va per tapas, sostando nei locali per un bicchiere di vino o di cerveza accompagnati da uno spuntino. Un percorso, se pur minimo e limitato a botteghe di alta qualità, assolutamente complementare a quello culturale. Partiamo dalla Bodega Santa Cruz Las Columnas, Calle Rodrigo Caro 1, nei pressi della Giralda. Pochi passi e ci fermiamo ad assaggiare i calamares frito di Casa Tomate, Calle Mateos Gago 24. Ci spostiamo nel quartiere El Centro. Il Bar Alfalfa, Calle Candilejo 1 è minuscolo, a forma triangolare. La vetrina è dedicata al vintage italiano, con vecchie e introvabili bottiglie di nostri liquori. Attraversiamo la strada, eccoci a La Bodega, Alfalfa 4. La copa rioja cria (baccalà mantecato) è davvero superba. Gli avventori sorseggiano bicchieri di vino con olive verdi e lupini. Ci inoltriamo nel quartiere, prendiamo a sinistra e siamo in Plaza de la Encarnaciòn e nel suo omonimo Mercado. Per gli amanti del jamon iberico, la fermata è al banco n. 27, alla Charcuteria Rafael Villa. Torniamo indietro per Calle Imagen. Plaza Cristo de Burgos è piccola e quadrata, gli alberi nodosi formano una cornice con al centro la statua al genial guitarrista Nino Ricardo. In un angolo della piazza, i tavoli all’aperto segnalano la taberna Los Coloniales, Calle Dormitorio 1. Pulpo e tomate alinado, cuenco de salmorej, tabla iberica, c’è soltanto l’imbarazzo della scelta. Di là del fiume, nel quartiere di Triana, proprio sul Puente Isabella II, il Bar Hermanos Gomez ha grandi finestre affacciate sul Guadalquivir. Da consigliare per il panorama e le tortillas. Un caffè, da queste parti, è d’obbligo al Bar Santa Ana, Pureza 82, le pareti ricoperte di manifesti della tauromachia.

Il flamenco affonda le sue radici nei canti gitani e nelle melodie portate in Spagna dai Mori. Siviglia è il flamenco. La Carbonería, Calle Levíes 18, è il locale dove vedere il flamenco. Siamo nel Barrio de Santa Cruz. In questo ex deposito di carbone – ora anche centro culturale – si paga soltanto la consumazione. L’ambiente informale, con le panche intorno al piccolo palco e i prezzi contenuti, attirano appassionati e turisti in gran numero. Lo spettacolo inizia intorno alle 23,00, ma conviene arrivare per tempo per un posto in prima fila. La sera successiva eravamo ancora qui. Era cambiato il gruppo musicale. Sempre composto da un cantaor (cantante), un tocaor (chitarrista) e una bailaora (ballerina). Quasi due ore di musica e ballo che consigliamo di non perdere. Se fossimo rimasti a Siviglia più a lungo, saremmo tornati ancora.

Quinto giorno

Cordoba. Ci spostiamo in treno. La rete ferroviaria è di alto livello. Le stazioni sono funzionali, la sicurezza affidata a controlli attenti. Dieci minuti a piedi, dalla stazione all’Hotel Cordoba Centro, Jesús y Maria 8, all’angolo con Plaza de las Tendillas. Da qui, in pochi minuti, raggiungiamo tutti i luoghi da visitare. A cominciare dalla Mezquita, per la quale Cordoba è universalmente nota. Dal Patio de los Naranjos (cortile degli aranci) si accede all’immenso spazio interno, con il pavimento di calcare rossastro e centinaia di colonne sormontate da file di archi in terracotta. Carlo I approvò la distruzione della parte centrale della preesistente moschea per farvi costruire una cattedrale. Secondo quanto tramandato, lo stesso sovrano non rimase soddisfatto dei lavori da lui iniziati e che sarebbero durati per oltre due secoli. Questa convivenza architettonica, comunque, è lo specchio di un’epoca, nella quale cristiani, musulmani ed ebrei abitavano lo stesso quartiere. La Mezquita sorge nella Judería. Molti gli angoli suggestivi, uno per tutti: Calleja de las Flores (dei fiori). Finestre socchiuse e davanzali in ferro battuto ricoperti di gerani, in cima una piazza che più minuscola non si può, con una fontana che zampilla nel silenzio assoluto.

Ma Cordoba è anche altro. E’ l’eleganza delle sue donne. Che si rispecchia nel gusto e nella ricercatezza di boutique e grandi magazzini. In Calle Conde de Gondomar, Zara, Stradivarius, H&M sono affollati di un pubblico femminile giovane. Gli atelier delle stiliste Matilde Cano e Ana Torres sono frequentati da una clientela che può spendere; i capi d’abbigliamento si caratterizzano per l’eleganza creativa e per i colori accesi dei tessuti. In questa città, la cucina andalusa raggiunge un livello altissimo, equamente distribuito tra tabernas, bodegas e bar. La specialità è il salmorejo. Zuppa fredda a base di pomodori, pane, aglio e olio frullati, e guarnita con uova sode tagliate a pezzi e fette di jamon: la versione cordobese – molto saporita – del gazpacho. Dopo averlo scoperto, ho sempre ordinato questo piatto. Il migliore da Bodega Campos, Calle de Lineros 32. Si trova nei pressi di Plaza del Potro (puledro), la cui Posada fu frequentata (e citata nei suoi scritti) da Cervantes, nella prima metà del XV sec.; allora “covo di ladri” da rifuggire, oggi spazio culturale per mostre d’arte. Torniamo a Bodega Campos: il ristorante è di prestigio, arredato con botti autografate da clienti famosi, regine, attrici, politici. Tra le molte sale, ci fermiamo in quella più economica, dove c’è il bar. Oltre al salmorejo, abbiamo scelto salpicón de pulpo y rape, asadillo de pimientos e verdesca de atun. Sublime.

Taberna San Miguel, Plaza San Miguel 1, conosciuta come Casa El Pisto (il barile). Ho provato l’altra specialità cordobese, il rabo de toro (stufato di coda di toro). Piatto impegnativo, è consigliabile, nei mesi estivi, ordinare la mezza porzione (qui molto diffusa). Ottima cucina popolare.

Per una tapa veloce, la scelta cade inevitabilmente su Bar Santos, Calle Magistral Gonzáles Frances 3, di fronte alla Mozquita. Dal 1966 è famosa per le gigantesche tortillas de patatas che troneggiano in vetrina. Ciascuna di 30 uova e 6 kg di patate. Provare per credere.

Sesto giorno

Da Cordoba a Granada, in treno, sono poco più di due ore. L’Hotel Carlos V, Plaza de los Campos 4, all’ultimo piano di un palazzo in una piazzetta minuscola e tranquilla, ha camere grandi e la vista che spazia sui tetti. La città è vivace e come nessuna, in questa regione, ha conservato le tracce dell’antica convivenza di arabi, gitani ed ebrei. Il quartiere moresco dell’Albayzin si arrampica sulla collina di fronte a quella dell’Alhambra. Vicoli che puntano all’insù, stretti e ripidi, bagni arabi risalenti all’inizio del passato millennio, chiese che conservano traccia di minareti di preesistenti moschee. In Calle Caldereria Nueva si possono acquistare narghilè e teiere. Da Plaza Nueva, il bussino 35 ci porta a Sacromonte. Gruppi di case sparpagliate sull’altura, danno la vista sulla dirimpettaia collina, con le maestose mura dell’Alhambra e la rigogliosa vegetazione mediterranea che scende fino al Darro, che là in fondo scorre verso il centro città. Ai lati della carreggiata dell’antico quartiere gitano, si susseguono macchie di colore di cactus e fichi d’India, botteghe con gli avventori che sorseggiano una birra all’ombra del patio, locali che tramandano la cultura del flamenco, abitazioni, come casa la sevillana, con le mura di un bianco acceso punteggiate di coloratissimi piatti di ceramica.

In Plaza Nueva, sul sagrato dell’Iglesia de Santa Ana, una coppia di sposi, insieme agli invitati, attendono di entrare per l’inizio della cerimonia. Scambiamo qualche parola. Gli abiti indossati dalle signore sono dai colori forti, al pari di quelli visti negli atelier cordobesi di Conde de Gondomar: verde smeraldo, blu di Prussia, magenta. Prendiamo per Calle Reyes Catolicos, la via dello shopping che taglia in due la città e per Plaza Isabel La Catolica, capolinea del bus 32 per l’Alhambra. Ci fermiamo in Plaza del Carmen, scelta dagli indignados per alzare le tende della protesta. Risaliamo fino a Plaza Bib Rambla, con al centro bancarelle di fiori e ai lati bar e gelaterie che invitano alla sosta.

In Calle Rosario, uno dopo l’altro e senza soluzione di continuità, ristoranti, bar e trattorie riempiono la strada di tavoli tra il vociare degli avventori fino alle cinque del pomeriggio. Tre ore di silenzio. Alle otto si ricomincia. Tra i tanti locali, tre almeno sono assolutamente da citare. Si trovano nell’arco di venti metri, diversi per cucina e clientela.

Taberna de Jam, Plaza de los Campos 1, moderna, per un pubblico giovane. Il piatto forte è il prosciutto (da cui il nome), ma non solo. All’entrata, in bella mostra, una forma di grana padano. Il caffè è il “nostro” Illy. Arrivati all’ora di apertura, abbiamo scelto un tavolino sulla piazzetta. Ci siamo tornati la sera dopo.

La Tana, Calle Rosario, è il tipico bar per tapas, con il muro del bancone ricoperto di bottiglie. Il proprietario è un giovane appassionato, pronto a consigliarvi, tenendo conto delle vostre preferenze. La fama di questa bottega, aperta relativamente da poco, nel 1993, è assolutamente meritata.

Los Diamante II, Calle Rosario 12, è frequentato dalle persone del quartiere. Non è ancora aperto, e già una piccola folla è in attesa. Riempie gli spazi lungo il bancone vicino all’entrata, ordina pescado frito e bicchieri di birra, distribuendosi per ogni restante spazio libero del piccolo locale. Conquistiamo un tavolo nella stanza sul retro, dove arriva smorzato il gran vociare di clienti e ristoratori. Jose Ortega è un omino calvo e simpatico, gli occhi si muovono rapidi dietro le lenti. Un cameriere in perpetuo movimento, per ogni avventore il consiglio giusto. Seguiamo la sue dritte nella scelta dei piatti, mentre ci racconta del recente viaggio fatto a Firenze. Mangiamo pesce. Freschissimo e cucinato in maniera semplice. Una trattoria d’altri tempi. Anche nel prezzo. Da non perdere.

A Granada la squadra di calcio non può contare sul palmarès delle compagini sivigliane, ma scopro che dopo 35 anni è tornata in Primera División con lo zampino del nostro calcio. Due anni fa è stata acquistata dal presidente dell’Udinese Pozzo. Una dépendance della squadra friulana, che gira all’andalusa i giocatori che non trovano posto da noi. Il leader della formazione a strisce orizzontali bianche e rosse è lo svizzero Alexandre Geijo. Un attaccante che alla soglia dei trent’anni, è esploso trovando la maturità a forza di gol. Pozzo non avrà i soldi di Abdullah ben Nasser, sceicco del Qatar e proprietario dei vicini del Malaga, ma il suo arrivo ha riportato l’entusiasmo tra i tifosi locali.

Settimo giorno

Dedicato all’Alhambra. Abbiamo seguito il consiglio di acquistare a suo tempo i biglietti via internet. Alle otto e trenta non è ancora caldo e la fila dei turisti è l’avanguardia delle migliaia che da qui passeranno fino a sera. Ci avevano parlato della meraviglia di questa fortezza moresca. Quello che abbiamo visto ha superato ogni previsione. Una visita che da sola merita il viaggio. Il Palacios Nazaries, l’Alcazaba, il Generalife: palazzi, torri, bastioni, patii e giardini di una bellezza da togliere il fiato, testimonianza unica dell’architettura araba. Quando vi arrivò lo scrittore americano Washington Irving, nella primavera del 1829, la memoria dell’antico splendore si era dissolta. Il complesso architettonico era in rovina, abbandonato, abitato soltanto dai discendenti delle antiche famiglie locali. Irving ne fu affascinato e si fermò molti mesi. I rumori e le ombre della notte, a volte, gli impedivano di dormire. Rimase a lungo sospeso tra la voglia di approfondire la conoscenza del luogo e la tentazione di fuggire da un mondo selvaggio e isolato. Si fece raccontare storie e leggende della fortezza, che gli abitanti si tramandavano oralmente. Unici depositari di avvenimenti, sedimentati soltanto nel loro ricordo. Narravano di sultani crudeli, principi arabi coraggiosi e principesse cristiane bellissime, la pelle color dell’ambra. Ancora, di gran visir intriganti, fantesche devote, ancelle, guardiani e soldati che nell’Alhambra avevano abitato, che vi erano stati incarcerati o che da qui erano riusciti a fuggire. Storie di amori, cospirazioni e tradimenti vissuti dietro queste mura, conservano ancora oggi il fascino di accadimenti di un tempo tanto lontano. Irving scrisse i “Racconti dell’Alhambra” e il successo fu straordinario. D’allora l’Alhambra è stata riscoperta.

Ottavo giorno

Torniamo in treno a Siviglia per prendere l’aereo per Pisa. E’ l’occasione per ripensare a questi giorni, su e giù per l’Andalusia, tra arte, musica e gastronomia. La conclusione è una sola: un viaggio superiore ad ogni aspettativa!

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Jardines Alcazar-Siviglia

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Donna di Cordoba

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Balconi di Cordoba

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