Acque termali e parchi pieni di cervi: così ho scoperto un lato del Giappone che nessuno mi ha mai raccontato

Mi aspettavo innovazione, robot, templi e saggezza zen. Invece la vera sorpresa è stata un’altra: in Giappone cambia tutto. Cambiano i suoni, gli odori, perfino il silenzio — che spunta nei posti più inaspettati. Il viaggio e il suo racconto seguono i luoghi che abbiamo visitato, in successione (speriamo) armonica.
Indice dei contenuti
Osaka: il videogioco inizia
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Appena atterrati a Osaka ci ritroviamo a zigzagare tra trolley e pendolari come in un livello bonus di un videogioco. La serata a Namba è un tuffo immediato nella vivacità giapponese. La nostra prima avventura: il wc elettronico. Un’astronave travestita da toilette. La tavoletta si alza da sola, il flusso dell’acqua è precisissimo, ci sono suoni per coprire i momenti “meditativi” e un getto d’aria calda che asciuga e ristora. Premiamo tutti i tasti, ovviamente. È un viaggio anche questo. Alla fine eleggiamo la nostra modalità preferita: delicato.
Monte Koya: silenzio, monaci e samurai
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Il giorno dopo affrontiamo metro, treno, funivia e bus per raggiungere il Monte Koya, il più famoso eremo buddista esoterico del Giappone.
Il tempio di Kongobu-ji, immerso nella vegetazione, ci accoglie con il suo giardino di rocce: isole, rilievi e ghiaia rastrellata che rappresenta l’acqua, cioè il flusso verso una mente limpida e distaccata. Una filosofia che sembra semplice… finché non provi a metterla in pratica.
Ceniamo nel monastero con piatti rigorosamente vegetariani (niente aglio né cipolla: “disturbano la mente”).
Di notte un monaco ci guida nel cimitero di Koyasan, tra tombe di samurai che in vita si sono combattuti per potere e gloria, ma che ora riposano tutti insieme. “Tanto alla fine… finiamo tutti lì”, dice il monaco. Una frase che vale più di mille sutra. Alle 5:30 il gong ci sveglia senza pietà. Assistiamo alla messa buddista e poi colazione leggera. Per fortuna avevamo le merendine: il vero karma del viaggiatore.
Kyoto: eleganza, ciliegi e dashi
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A Kyoto ci accolgono vicoli silenziosi, case in legno scuro e luci soffuse. Partecipiamo a una cerimonia del tè: la ragazza è graziosa e tecnicamente impeccabile, ma zero filosofia. Voto comunque 8, perché la grazia e la bellezza contano. I giapponesi hanno un talento unico: trasformare la semplicità in arte. Il giorno dopo ci godiamo il treno Sagano tra colline lussureggianti e una sakura spettacolare che sembra dipinta. I giapponesi vivono la fioritura come un promemoria: tutto è effimero, e proprio per questo prezioso. Visitiamo un tempio nascosto, una foresta di bambù e poi il Kinkaku-ji, il Padiglione d’Oro che si specchia nel suo laghetto come se meditasse.
Partecipiamo ad una cooking class per imparare a cucinare i piatti tipici della cucina giapponese. Ci dicono che alla fine della lezione potremo mangiare quanto è stato preparato da noi; ovviamente nella borsa abbiamo le fidate merendine. Durante la lezione scopriamo il segreto di quel gusto giapponese (fino a questo momento per noi misterioso) che sta alla base di moltissimi piatti: il dashi, un brodo madre fatto di alga kombu e katsuobushi (fiocchi di tonnetto essiccato, affumicato e fermentato). Un mix tra mare e filosofia zen. Buono, ma potenzialmente pericoloso: può creare dipendenza o stancare all’improvviso.
Hiroshima e Miyajima: memoria e meraviglia
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A Hiroshima visitiamo il Parco della Pace e l’A-Bomb Dome. Una delle testimonianze più simboliche si trova al museo della pace ed è una sagoma umana rimasta impressa sulla pietra a causa dell’enorme flash termico generato dalla bomba. L’impronta è stata lasciata da una persona che si trovava seduta sui gradini di una banca, in attesa dell’apertura, al momento dell’esplosione. Una presenza che non c’è più, ma che continua a parlare. Nel pomeriggio raggiungiamo Miyajima, dove un grande torii rosso sembra galleggiare sull’acqua. Un’immagine che resta.
Nara e Fushimi Inari: inchini e torii
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A Nara famosa per i Templi monumentali, come il Tōdai‑ji con il Grande Buddha e i vasti parchi camminiamo in una atmosfera d’altri tempi senza fretta nel silenzio. All’interno dei parchi vagano moltissimi cervi, considerati sacri in quanto messaggeri divini. I cervi sacri incredibilmente e in modo spontaneo fanno l’inchino per ottenere un cracker. In Giappone l’inchino è ovunque: in ascensore, in treno, perfino al telefono. È un linguaggio silenzioso che dice più di mille parole. Poi raggiungiamo il santuario di Fushimi Inari che si trova in tutte le foto che riguardano il Giappone per le sue migliaia di torii rossi che formano tunnel scenografici di 4 Km lungo i sentieri del monte. I torii shintoisti rappresentano il passaggio dal mondo di tutti i giorni a quello sacro. Ogni passo è un passaggio dal mondo profano a quello spirituale. Una camminata che incute rispetto.
Kanazawa, Shirakawago e Takayama: Giappone antico
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A Kanazawa passeggiamo tra quartieri medievali intatti, il quartiere dei samurai e il quartiere delle geishe. A Shirakawago ammiriamo le case dai tetti in paglia, patrimonio UNESCO. A Takayama sembra di tornare indietro nel tempo: legno, botteghe, sake brewery. Il sake tasting prende voto 5: spiegazioni sbrigative e il sake che continua a non convincerci.
Dormiamo in un ryokan che è un hotel tradizionale giapponese dove appena arrivati ci fanno togliere le scarpe, ci offrono un tè e ci fanno scegliere il kimono che dovremo indossare di sera per girare nell’hotel (che sia meglio rimanere in camera a mangiare merendine?). Nella struttura c’è un onsen, una vasca termale calda dove si entra nudi dopo essersi strigliati a dovere. L’acqua è bollente, io entro nella vasca con cautela, un anziano mi guarda come se stessi fallendo la prova finale da samurai. Esco rilassato, entro nello spogliatoio e trovo un phon futuristico che asciuga tutto il corpo. Tradizione e tecnologia: il Giappone in un onsen.
Tokyo: caos, gentilezza e vento sullo Shibuya Sky
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Arriviamo a Tokyo con lo Shinkansen, veloce e silenzioso. Decidiamo di iniziare la conoscenza della città recandoci a Shinjuku, quartiere dagli alti grattacieli (tra cui il palazzo del governo che visitiamo), luci al neon e vita notturna molto vivace.
A Shinjuku affrontiamo la stazione più affollata del mondo. Google Maps ci augura “buona fortuna”, i giapponesi ci dicono: “Se ti perdi qui, non lottare”. Saggezza zen applicata alla metropolitana. Superiamo la prova e nessun mezzo di trasporto ci spaventerà più. In metro nessuno parla, nessuno mangia, nessuno si soffia il naso (è considerata maleducazione, per loro è molto meglio tirare su). Non mi rimane che giocare al tetris umano all’interno dell’affollatissimo vagone. Il silenzio in metropolitana sembra indicare che tutto il paese funziona grazie a un accordo tacito: “Viviamo insieme, quindi rispettiamoci”.
I giapponesi nonostante l’assalto dei turisti sono sempre molto gentili. Nel paese non esistono cestini per le immondizie e nonostante questo non c’è una carta per terra. Compro un caffè caldo in lattina da un distributore automatico (dopo essermi prodigato in un inchino alla macchinetta perché non si sa mai) e rimango con la lattina in mano. Una vecchietta mi salva dalla lattina senza cestino: tira fuori un sacchetto di rifiuti dalla borsa e mi indica di buttarla li. Gentilezza pura.
Visitiamo Shibuya con il suo famoso incrocio che può essere attraversato contemporaneamente da migliaia di persone; ovviamente proviamo l’esperienza ma solo dopo esserci dati appuntamento in un posto preciso, giusto in caso. Saliamo sullo Shibuya Sky per ammirare un panorama incredibile, fare delle foto spettacolari e farci una nuova piega ai capelli grazie al vento.
Ad Asakusa visitiamo l’imponente tempio Senso – ij e la via dello shopping Nakamise. Ci rifocilliamo a pranzo con dei takoyaki, le famose palle di polpo (sappiamo che può suonare strano) che sono delle sfere di pastella con all’interno polpo e verdure.
A Odaiba, una zona avveniristica costruita sulla baia con una splendida vista su Tokyo, ammiriamo il tramonto sulla città.
A Ueno seguiamo un tour che ha come tema principale la storia dei samurai, con la visita dei templi frequentati dagli antichi guerrieri i e la statua dell’ultimo samurai e la cultura pop della maid. Le maid di Akihabara sono cameriere in costume che accolgono i clienti con vocine dolci, gesti coreografici e formule magiche tipo “moe moe kyun” per rendere il caffè “più delizioso”. Il Giappone serio e quello assurdo convivono senza litigare.
Ultima tappa: Ginza, il quartiere più elegante e raffinato di Tokyo, famoso per le sue boutique di lusso. Visitiamo anche una cartoleria di 12 piani: il paradiso dei perfezionisti.
Riflessione finale
Il Giappone ci ha insegnato che la gentilezza non è un gesto, ma un ritmo. Che la tecnologia può convivere con il silenzio e che anche un wc può essere un ricordo al pari di un tempio zen.















