Vietnam con massime'

Dat si gira e guardandomi con due occhi grandi e sorridenti mi risponde: “No I don’t like American, I like American dollars”. La mia era stata una domanda partorita dopo alcuni giorni di attenta osservazione delle dinamiche sociali del paese. ...

  • di Gianluca Cortes
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: fino a 6
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

Dat si gira e guardandomi con due occhi grandi e sorridenti mi risponde: “No I don’t like American, I like American dollars”.

La mia era stata una domanda partorita dopo alcuni giorni di attenta osservazione delle dinamiche sociali del paese. La gente sembra sospesa su un filo, traballante, in precario equilibrio tra passato e futuro.

Il presente, in Vietnam, appare ancor di più come un attimo destinato a volare via, come qualcosa di impercettibile, istantaneo, un ponte di congiunzione tra quello che è stato e quello che sarà.

Le ragazze passano pedalando le loro biciclette. Signorili, eleganti nel loro abito tradizionale. Lo indossano con estremo orgoglio e con chiara naturalezza, a voler rivendicare anni di sanguinosa ricerca della propria identità. Le donne sono belle, molto belle, dalle mani affusolate e rigorosamente curate, visi asciutti e lineari, snelle. Sono sguardi di dolcezza quelli che ti circondano. Poi ci sono le contadine che vendono la loro merce per strada, frutta e verdura trasportata a spalla, cesti dai colori vivaci. Intorno si lavora molto. Ho Chi Min è un cantiere, ovunque si alzano edifici, molti destinati alle nostre aziende, le solite.

I ragazzi vanno tutti in motorino, ancora senza casco ma già con molta fretta. Ho Chi Min viaggia già veloce. E’ facile la sera incontrare giovani vestiti in jeans e maglietta, ragazze in minigonna e tacchi a spillo, già con un paio di telefonini a testa.

Eppure la stessa città conserva il suo antico fascino orientale per il quale si è combattuto. Sembra che qualcuno ci si attacchi con tutte le forze per non lasciare che venga portato via da questa onda anomala proveniente da ponente. Saigon porta i segni di una guerra crudele. I carri armati adagiati nel giardino del Doc Lap ne sono la più lucida testimonianza, le facce dei vecchi ne sono il resoconto.

La città è dignitosa anche nei meandri più poveri, è amichevole e confortante, sempre, anche nelle periferie che anticipano la campagna. Saigon è un Cyclo che dorme ai margini della strada, è un motorino che trasporta una ruota di carro, è un operaio sul tetto di un palazzo, un giovane in vestiti occidentali, una signora col cappello di paglia.

La campagna è lussureggiante, splendida con i suoi enormi alberi ai margini della strada, i fiumi marroni abitati da centinaia di piroghe, la vegetazione gigantesca che ti fa rabbrividire, i colori vivi e luccicanti. Il mekong è un pugno nello stomaco, è acqua che arriva dai monti più alti e che attraversa paesi diversi, portando con sé un pezzetto di ognuno di loro. I mercati galleggianti, quelli delle copertine dei libri. L’iconografia di un paese. I mercati silenziosi, perché forse la cosa più affascinante è quella che non può trapelare da una seppur bella fotografia. E’ il silenzio del Vietnam, il sorriso del Vietnam,lo sguardo del Vietnam. E’ questo che ti fa pensare, ti fa sedere su un muretto al margine della strada e ti fa ragionare su cosa è stato e su cosa sarà, perché quello che è, qui sembra che gia sia stato.

La sera quando cammini per i piccoli villaggi vicino al mare la gente esce da casa e ti viene incontro, ti saluta. I bambini ti fanno festa, i vecchi sorridono, le donne ti mostrano orgogliose la loro casa, lucida e pulitissima, seppur semplice.

Tutti qui lavorano, e lavorano sodo. E proprio per questo ti fanno già tenerezza. Non ci impiegheranno molto a diventare come noi, a spogliarsi dei loro abiti tradizionali ed abbracciare gli usi e consumi globali, quelli trasversali, impersonali

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