SWAZILAND, is different

Dopo l'accappatoio e lo sbattimento frontiera (una giornata per fare duecento Km di sterrato) siamo arrivati nella capitale. La Wild Fronteer é stata da delirio (abbiamo pure sbagliato strada, le indicazioni sono praticamente inesistenti e ci ha salvato una sciura ...

  • di shaobell
    pubblicato il
  • Viaggiatori: fino a 6
 

Dopo l'accappatoio e lo sbattimento frontiera (una giornata per fare duecento Km di sterrato) siamo arrivati nella capitale. La Wild Fronteer é stata da delirio (abbiamo pure sbagliato strada, le indicazioni sono praticamente inesistenti e ci ha salvato una sciura che si é scatenata in swazilandese, rimandandoci indietro sulla giusta strada). Il percorso fra le montagne, a parte la scomodità, è molto suggestivo, anche se forse una jeep sarebbe meglio della nostra utilitaria: gli ammortizzatori chiedono pietà. Valli semi-lunari con un'eco da brividi. Le formalità per entrare in Swaziland sono rapide, un' enorme lucertola turchese ci tiene compagnia in frontiera mentre le sbrighiamo. Siamo scesi tra minatori e pastori fino alla capitale Mbabane che é un posto francamente un po' inutile. Vabbé andiamo a Manzini. Qui di turisti non sembrano essercene, vediamo solo due ragazze bianche con zaino da trekking che vagano spensierate. Fatichiamo a trovare l'ostello indicato dalla guida, nessuno sembra conoscere vie o indirizzi. Mixo's, ma a'rocaz stai? (grazie Darryl). Chiediamo a Tony Mafia dentro al Big Surprise Bottle Store e rimbalziamo di nuovo in città. Infine lo troviamo. Dormiamo quindi nell'unico ostello gestito da swazi del paese (una famigliola davvero simpatica composta da nonna secolare, Mixo, moglie di Mixo e ragazzina non meglio identificata). Ci propongono qualche tour nei dintorni, che decliniamo gentilmente. Proviamo nell'ilarità generale a parlare in swazi, con risultati discreti. In bagno c'è un cartello: If you sprinkle when you tinkle, be a sweetie, wipe the seatie.

Partiamo presto per Sodwana Bay. La strada che attraversa lo Swaziland è affiancata da casette o fattorie veramente semplici e primitive, cioè fatte di canne o roba simile, con caprette che brucano sterpi e nugoli di bambini. La macchina inizia a straripare di ebanate (il nome generico che abbiamo dato all'artigianato locale).

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