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5.555 km in sudafrica

Ecco le bramate candide dune. Eccole, finalmente nostre e nostre solamente, una sera serena, fino a che il sole esce di scena. Eccole, ancor più bianche, in una mattina che il sole stenta a scaldare. Non c’è niente, a De ...

  • di Kingsize
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: in gruppo
    Spesa: 3500
 

Ecco le bramate candide dune. Eccole, finalmente nostre e nostre solamente, una sera serena, fino a che il sole esce di scena. Eccole, ancor più bianche, in una mattina che il sole stenta a scaldare. Non c’è niente, a De Hoop, forse lo spruzzo di qualche balena venuta qui a partorire e, al di là delle alte curve color panna, una fitta macchia verde che corona l’orlo dell’oceano. Eppure è difficile allontanarsene. Non c’è nulla, qui, e il luogo è alquanto inospitale, ma si sente... Si capisce che il vuoto, qui così percepibile, non è assenza, ma è la presenza potenziale di ogni forma, di ogni vita. E, finalmente, smettiamo di voler controllare e spiegare e ci arrendiamo al mistero.

“La mente è come un paracadute: funziona solo se è aperta”, ha notato Einstein. Ma quanto deve essere aperta la mente del viaggiatore per capire le mille personalità del Sudafrica? Qui, alla De Hoop Nature Reserve, ci seduce quell’”ignoto amor”, “quell’amor ch’è palpito dell’universo intero, misterioso, altero” (Alfredo, “La Traviata”, atto I). Ma il Sudafrica è pieno di simili rivelazioni, e si ritorna con la sicurezza, che dal cuore s’è fatta strada fino alla mente, che “c’è un’intelligenza e un potere in tutta la natura e in tutto lo spazio che sono sempre creativi e che rispondono con infinita sensibilità” (Geneviève Behrend). Inconsciamente ponevamo a quelle dune il nostro interrogativo, e l’anima nostra si beava dell’implicita risposta, silenziosa ma chiarissima al nostro cuore. Era un dialogo subliminale tra noi, appartenenti a una cultura la cui energia non riesce più a convogliarsi in realizzazioni permanenti, e l’assoluto, dove “gli elementi di tempo e spazio sono completamente assenti” (Thomas Troward). Nella volatilità dei nostri giorni, nel cui tumulto tutto si suicida gettandosi in un passato che non abbiamo mai il tempo di mettere in prospettiva, questo viaggio merita di assurgere a punto fermo, perché nei suoi tanti volti il Sudafrica ci ha presentato l’intero spettro della vita, rivelandoci come l’intero globo ci sostenti.

E non solo noi. Il bufalo avanzava con una manciata di steli in bocca, macinandoli con apparente indifferenza, ma sul groppone abbiamo ben notato le scorticature e il sangue. Ha attraversato la strada, intasata in quel punto dalle auto che erano state avvertite di una “scena di caccia”, ed è sparito nella boscaglia che digradava verso una pozza d’acqua. Le auto parevano incollate all’asfalto e difatti, dopo qualche minuto, ecco la leonessa, magra, i garretti escoriati, percorrere la medesima pista lentamente, come ubriaca dalla fame, dalla stanchezza o dalla malattia e, a seguire, il leone, altrettanto incerto sull’esito dello scontro, il cui risultato non sapremo mai. Al Kruger la politica dei ranger è di lasciare che la natura segua il suo corso e, per quanto ci dispiaccia, a noi visitatori è solo concesso di essere spettatori. Testimoni d’una scena semplice che però, vissuta in prima persona, ci rivela l’interdipendenza di tutte le forme di vita come nessun documentario del National Geographic può fare. Gli animali al Kruger non danno appuntamenti, ed ogni avvistamento è pura fortuna. Un elefante con zanne lunghe come il primo che abbiamo incontrato, cinque minuti dopo aver pagato l’ingresso alla Phalaborwa Gate, non lo avremmo più visto. Un vecchio solitario, probabilmente, e scontroso, ma più ci ha preoccupato quello che, ore dopo, muoveva a passi decisi verso di noi – tutti abbiamo una foto del gigante minaccioso – noi increduli che non fosse, come tutti gli animali del Kruger, abituato alle vetture. Altri elefanti ancora hanno mostrato segni di impazienza, fermandosi magari sul ciglio della strada studiando da che parte affrontare i nostri Toyota Quantum che, col fiato sospeso, rimanevano immobili, per poi decidere che si trattava forse di ferraglia già morta e, annoiati, proseguivano da altra parte il loro giorno

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