Nicaragua con famiglia

Partenza: aeroporto di Bologna 25 giugno 2002 volo Iberia, siamo in quattro, io, mia moglie, Mattia di 15 anni e Tommaso di 5, un piccolo veterano con già cinque viaggi sulle spalle (Azzorre, Turchia, Giordania, Cuba e Nepal) Arrivo a ...

  • di Claudio Giacchetti
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Partenza: aeroporto di Bologna 25 giugno 2002 volo Iberia, siamo in quattro, io, mia moglie, Mattia di 15 anni e Tommaso di 5, un piccolo veterano con già cinque viaggi sulle spalle (Azzorre, Turchia, Giordania, Cuba e Nepal) Arrivo a Managua lo stesso giorno alle 23.30 dopo circa 16 ore di volo e due scali (Madrid e Miami).

La temperatura è calda nonostante l’ora, il che fa presagire giornate torride... In effetti questo periodo è la stagione delle piogge, con frequenti ma brevi acquazzoni specialmente di notte e una forte umidità dell’aria, comunque abbastanza tollerabile.

Dopo le procedure doganali piuttosto sbrigative e il pagamento di un “visto” di 10 dollari a testa, usciamo sul piazzale esterno e stranamente non veniamo assediati da un nugolo di tassisti vocianti come ci aspettavamo, ma solamente da qualche discreta richiesta; questo ci permette di renderci conto della tariffa giusta per trasferirci in centro, cioè 10 dollari.

Percorriamo i tredici chilometri che ci separano dalla città guardando dai finestrini dell’auto i cartelloni pubblicitari dipinti a mano e i murales inneggianti al FLSN (partito sandinista) e al PLC (partito liberale ora al potere); il tassista si ferma a un semaforo rosso ogni 5, che qui sembra essere più un consiglio che un ordine perentorio, d'altronde il traffico è scarso, qualche camion, un paio di pickup ed alcune vecchie moto.

Ci facciamo portare all’hotel Jardin de Italia, nel quartiere centrale di Martha Quetzada perché è compreso nella scarna guida, l’unica in italiano, di cui siamo dotati e perché ci fa pensare a qualcosa di familiare... L’albergo, con la porta sprangata sembra chiuso, ma dopo aver bussato più volte ci apre una signora con la quale contrattiamo il prezzo di 30 dollari per due stanze con bagno e ventilatore (e niente altro a parte i letti). Dopo un paio d’ore la prima difficoltà: Tommaso con il suo orologino biologico saldamente regolato sull’ora di Roma (+8 ore) non ha sonno, gli altri sono stremati dal viaggio per cui tocca a me raccontare storie, leggere Topolino fino alla resa, dopo altre due ore interminabili.

Alle sei e mezzo tutti di nuovo in piedi, nel piccolo giardino dell’hotel la prima bella sorpresa: un colibrì vola di fiore in fiore succhiando nettare col lungo becco, sospeso nell’aria battendo le ali a velocità supersonica.

E’ ancora presto per la colazione, così Dimo, un meticcio che fa il fattorino nell’albergo ci cede la sua tazza di caffè nero... il prezzo? Un’ora e mezzo di prediche e consigli sui modi di salvare la nostra anima e letture di salmi, il tutto in uno spagnolo per noi ancora ostico da capire appieno.

Finalmente alle otto, a dio piacendo (mai frase fatta calza così a pennello), ci accompagna in un comedor (ristorantino familiare con due o tre tavoli, a volte ricavato in una parte di una abitazione) dove facciamo un’abbondante colazione a base di caffè, latte e toasts con burro e marmellata, declinando l’offerta del “gallo pinto” (pron.: gajopinto) cioè riso con fagioli neri, la locale tipica colazione mattutina. Paghiamo in dollari (due) ricevendo i primi cordobas in resto.

Facciamo quindi un giretto nelle calles vicine e scopriamo così l'hotel Los Felipe, che sarà il nostro albergo preferito a Managua..

A prima vista sembra un hotel costoso, per cui entriamo titubanti già decisi a dare solo un'occhiata, ma sorprendentemente ci viene proposta una camera a tre letti, perfetta per noi, a soli 25 dollari, inoltre c'è un bel parco-giardino con una rigogliosa flora tropicale, pappagalli e scoiattoli e perfino un pavone (purtroppo in gabbia)

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