Borgogna, la “Toscana” della Francia

La scorsa Pasqua, Stefania ed io abbiamo trascorso una settimana in Borgogna. L’amore per la sua terra dimostrato dall’oste nel paesino di Flavigny può essere preso a simbolo di questa regione della Francia, dove accanto alle bellezze artistiche sopravvivono il ...

  • di mapko64
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  • Viaggiatori: in coppia
    Spesa: Da 500 a 1000 euro
 

La scorsa Pasqua, Stefania ed io abbiamo trascorso una settimana in Borgogna. L’amore per la sua terra dimostrato dall’oste nel paesino di Flavigny può essere preso a simbolo di questa regione della Francia, dove accanto alle bellezze artistiche sopravvivono il gusto per i prodotti della campagna e la gastronomia. La capitale Digione ha vissuto il suo momento di gloria all’epoca dei “granduchi d’occidente”, per essere poi relegata in una provincia sonnolenta. Oggi si dimostra una città piacevole e animata, memore del suo passato. Le altre città e i paesi della Borgogna sono ricchi di abbazie e castelli, con belle case in pietra. La campagna poi è meravigliosa: distese verde smeraldo si estendono a perdita d’occhio, senza che le coltivazioni diano quella sensazione di paesaggio artefatto controllato dall’uomo. Abbiamo fatto anche una puntata a Troyes nello Champagne. Le chiese gotiche sono molto belle e le case a graticcio pittoresche, ma manca quel “non so che” che colpisce in Borgogna, che mi ha fatto pensare a una “Toscana della Francia”. Durante il viaggio abbiamo mangiato e bevuto ottimamente. La cucina locale, per quanto pesante, è ricca di delizie che ben si accompagnano ai celebri vini borgognoni.

Ed ora il diario di viaggio. Sabato 4 aprile: Roma – Digione Partiamo da Roma alle otto e mezzo di mattina. Ci aspetta un lungo tragitto in macchina; seguiamo l’itinerario tirrenico, proseguendo poi verso Torino e passando in Francia attraverso il traforo del Frejus (33 euro!). Le misure di sicurezza sembrano essere state rafforzate: nel tunnel si ascoltano per radio le notizie sul traffico. Dopo quasi dodici ore e 1300 chilometri, giungiamo a destinazione a Digione, sistemandoci nell’Hotel de Savauge prenotato tramite internet, come tutti gli altri del viaggio. E’ ricavato in un’antica stazione della posta e mantiene un certo fascino, oltre al notevole vantaggio di essere a due passi da Place Emil Zola, animata di ristoranti e locali. Domenica 5 aprile: Digione Lasciata la macchina nel parcheggio dell’albergo, dedichiamo la giornata alla visita dell’antica capitale del ducato di Borgogna, concentrandoci soprattutto sui musei che martedì, nostra seconda giornata in città, sono tutti chiusi. Per primo raggiungiamo il Museo Archeologico, ospitato nell’antica abbazia della cattedrale San Benigno. Sotto le crociere gotiche dell’ampio dormitorio dei monaci è ospitata una ricca collezione di sculture medievali: numerosi capitelli scolpiti, un bel Cristo in croce e due timpani romanici da San Benigno (Cristo nella mandorla e Ultima Cena). Le sale romaniche dell’XI secolo, oggi seminterrate, invece sono dedicate alla scultura gallo-romana; dal suntuario presso le sorgenti della Senna proviene la dea del fiume di bronzo, Sequana, insieme a numerosi ex-voto, molti dei quali giunti fino a noi nonostante siano di legno. Proseguiamo quindi per Place Darcy, dove spicca un arco di trionfo; da qui ha inizio Rue de la Libertè, l’arteria commerciale del centro che porta a Place de la Liberation, il salotto buono della città, dominata dal palazzo dei duchi di Borgogna. Sul lato opposto al palazzo, la sistemazione degli edifici a emiciclo fu progettata da Mansart, architetto di Versailles; l’effetto è molto gradevole, anche per la pedonalizzazione della piazza, movimentata da siepi e getti d’acqua. Oggi i “granduchi d’Occidente” avrebbero qualche difficoltà a riconoscere la loro antica residenza; il palazzo dei duchi e degli stati di Borgogna, infatti, è stato ampliamente modificato nei secoli successivi. Si articola attorno a tre cortili. Sulla piazza, separata da una cancellata, si apre la Cour d’Honneur, limitata su tre lati dall’hotel de ville, dietro il quale spicca la gotica torre Philippe le Bon, resto del palazzo antico. A sinistra, attorno alla settecentesca Cour de Flore, si sviluppa il Palazzo degli Stati, mentre a destra, gli edifici ottocenteschi attorno alla Cour de Bar ospitano il museo delle belle arti, anche se sopravvivono ancora le grandi cucine e la trecentesca tour de Bar. Per salire sopra la torre Philippe le Bon ci uniamo a una visita guidata. Digione era chiamata la città dei cento campanili e ancora oggi, anche se molte chiese sono scomparse, la vista dalla torre giustifica l’appellativo: sotto di noi l’alta guglia di Notre Dame, in lontananza il puntale della cattedrale con la macchia colorata del tetto e le torri di St. Jean trasformata in teatro, dall’altro lato la facciata rinascimentale di Saint Michel. Il Museo delle Belle Arti, considerato uno dei più importanti in Francia, è arricchito da un’interessante mostra dedicata al Fauve in Ungheria, influenzato da Matisse. Molti quadri ritraggono Nagybanya, un paesino oggi in Romania, dove il gruppo di artisti lavorò per un periodo. Nel museo, la Sala delle Guardie ospita la maggiore attrattiva, le tombe dei duchi di Borgogna provenienti dalla certosa di Champmol. La tomba di Filippo l’Ardito è la più antica (1385-1410); tra gli altri vi lavorò Claus Sluter. La statua policroma del duca defunto giace su una lastra di marmo nero, sorretta da arcate di alabastro che ospitano quarantuno mirabili statuette: si tratta di certosini, parenti, amici e ufficiali tutti vestiti a lutto con la testa coperta da un cappuccio. La tomba di Giovanni senza Paura e Margherita di Baviera (1443-1470), presenta lo stesso schema, ancora più ricco. Nella sala sono esposti anche magnifici polittici dorati in legno intagliato; completano l’insieme i ritratti dei quattro “granduchi d’occidente”: Filippo l’Ardito, Giovanni Senza Paura, Filippo il Buono e Carlo il Temerario. Dopo le sale di rappresentanza dedicate alla pittura, salendo ai piani superiori si passa all’arte moderna e a un’interessante raccolta di sculture e maschere africane. All’ufficio turistico, ospitato nel retro del palazzo dei duchi, veniamo a sapere che oggi pomeriggio è prevista una visita guidata al palazzo degli Stati di Borgogna e decidiamo quindi di approfittarne per completare la nostra esplorazione del complesso. In realtà gli elementi d’interesse sono limitati allo scalone d’onore e alla grande Sala degli Stati. La guida si dilunga nelle spiegazioni in francese, soffermandosi però su particolari di esclusivo interesse per i locali, inclusa la visita alla sala dove si riunisce il consiglio comunale. Proseguendo nella scorpacciata, visitiamo il Museo Magnin, allestito in un elegante palazzo a pochi passi da Place de la Liberation. Le stanze, che hanno conservato l’arredo originario, ospitano una collezione di dipinti frutto della passione di Maurice e Jeanne Magnin. Cambiamo genere, terminando in bellezza con il Museo della Vita in Borgogna, che rievoca atmosfere ottocentesche, proponendo in particolare un’interessante ricostruzione di negozi dell’epoca. La sera, Place Emil Zola è animata di locali e tavolini ma noi preferiamo cenare nei paraggi a “La Mere Folle”. I piatti sono ottimi e abbondanti, basti pensare alle due uova meurette (cotte in una salsa al vino) che mi vengono servite come antipasto! Lunedì 6 aprile: Digione – Cluny – Paray le Monial – Autun – Digione Percorsa di nuovo l’autostrada per Lione fino a Macon, deviamo per raggiungere Cluny nel dipartimento Saone et Loire, il più meridionale della Borgogna. L’abbazia romanica sorgeva in mezzo al paese; fino alla costruzione di San Pietro a Roma è stata la chiesa più grande della cristianità ma oggi ne rimane ben poco poiché fu smantellata durante la Rivoluzione Francese. Il palazzo abbaziale ospita un museo nel quale un grande plastico permette di farsi un’idea delle dimensioni originali della chiesa, la cosiddetta Cluny III costruita intorno al 1100. La chiesa abbaziale era dedicata ai Santi Pietro e Paolo; iniziandone la visita passiamo tra ciò che resta delle due torri quadrate della facciata. Nella vasta antinavata sopravvivono le basi dei grandi pilastri mentre a destra oggi sorge un albergo. La facciata dell’edificio duecentesco di papa Gelasio, a fianco della chiesa, invece è sopravissuta. Attraversato un grande chiostro e gli edifici abbaziali del XVIII secolo, raggiungiamo i bracci destri dei due transetti, gli unici elementi intatti della chiesa romanica. Il grande braccio è enorme, dominato da un bel campanile ottagonale, una vera e propria chiesa, mentre il braccio piccolo conserva nella gotica cappella Bourbon peducci scolpiti con raffigurazioni di profeti. Dal retrostante giardino si raggiunge il Farinier, l’antico deposito di farina: la sala superiore presenta un’imponente copertura di legno a carena di nave rovesciata. Vi sono esposti capitelli figurati provenienti dalla chiesa. Terminata la visita, facciamo un rapido giro per il paese, attratti in particolare dall’apprezzata pasticceria “Au Peche Mignon”. Dalla cima della Torre dei Formaggi dominiamo gli edifici dell’abbazia e la chiesa di Notre Dame. Lasciamo Cluny con l’amaro in bocca (nonostante i dolci gustati!) per il pensiero dei capolavori artistici andati perduti. Per consolarci puntiamo su Paray le Monial, dove la basilica del Sacro Cuore, costruita nello stile romanico borgognone di Cluny, è sopravissuta fino ai giorni nostri. La chiesa sulla riva della Bourbince forma un bel quadro insieme al palazzo a fianco. La stretta facciata è serrata tra due torri mentre la parte absidale è movimentata di curve. L’interno è sobrio senza la magnificenza decorativa e il gigantismo della più celebre consorella. Puntando verso nord, raggiungiamo Autun, ultima tappa della giornata. La cittadina sorge su una collina e fa risalire la sua origine all’epoca gallo-romana quando fu fondata da Augusto con il nome di Augustodunum. Raggiunta la cattedrale, visitiamo prima il Museo Rolin, ospitato in un antico palazzo. Dopo la sezione classica, si passa al medio evo con magnifici capolavori provenienti dalla cattedrale. La sensuale Tentazione di Eva di Gisleberto si trovava nel portale; la tomba di San Lazzaro nel coro è stata distrutta ma oltre a molti frammenti si conservano le espressive statue di Sant’Andrea, Maria Maddalena e Marta (che si tappa il naso). La cattedrale di San Lazzaro unisce elementi romanici e gotici. La parte absidale è la più bella: movimentata dal coro e dalle cappelle, allietata dalle tegole colorate dei tetti spioventi, è dominata dalla guglia gotica del campanile. Nella facciata il timpano del portale centrale ritrae il Giudizio Finale ed è un capolavoro della scultura romanica, sempre di Gisleberto. Al centro Cristo nella mandorla indossa una tunica che gli avvolge le gambe come gonfi pantaloni turchi; alla sua destra, angeli e apostoli slanciati come sculture moderne, mentre a sinistra l’arcangelo Michele procede alla pesatura delle anime ostacolato dal diavolo scheletrico che cerca di falsare i risultati tirando la bilancia. Non mancano altri gustosi particolari come un’anima che si aggrappa a un angelo che sta per spiccare il volo. Entrati nella chiesa, nei capitelli ritroviamo la mano di Gisleberto ma la loro osservazione dal basso non è facile. Per fortuna alcuni originali sono stati spostati nella sala capitolare: possiamo così ammirare da vicino l’impiccagione di Giuda tra due demoni che tirano le corde, la fuga in Egitto, il sonno dei magi con l’angelo che gli indica la stella e l’adorazione dei Magi con il bambino già grande che tocca incuriosito un regalo. Proseguiamo la nostra visita di Autun raggiungendo in macchina le varie vestigia dell’epoca gallo-romana. Il teatro oggi sorge curiosamente davanti al campo di calcio; nell’abitazione del custode lo stendino con i panni è collocato su un balcone tra due statue. La Porte St-Andrè faceva parte dell’antica cinta muraria; presenta due grandi arcate fiancheggiate da due più piccole, tutte sovrastate da una galleria. Anche la Porte d’Arroux segue lo stesso schema; da qui una passeggiata in mezzo al verde, superato il fiume Arroux, porta fino al Tempio di Giano. Sono sopravissuti solo due lati dell’alta cella; nel prato davanti pascolano alcune mucche bianche mentre sullo sfondo appare Autun dominata dalla cattedrale, con le due torri della facciata e la guglia del campanile centrale.

Martedì 7 aprile: Digione – Cote de Nuits – Digione Dedichiamo la mattina a completare la visita di Digione, purtroppo in una giornata di pioggia. Superate le chiese di St. Jean, utilizzata come teatro, e St. Philibert, antica ma assediata dalle auto parcheggiate, raggiungiamo la cattedrale Saint Benigne. L’elemento più interessante si trova sotto l’attuale edificio gotico: la cripta è il piano sotterraneo, unico superstite dei tre livelli della rotonda romanica che s’ispirava al Santo Sepolcro di Gerusalemme. Presenta una vera e proprio foresta di colonne in tre cerchi ed ospita il sarcofago di San Benigno. Raggiunta Rue de la Liberté, facciamo una puntata alla Moutarie Malle, dove da secoli si vende l’apprezzata mostarda di Digione. Poco oltre Place Rude costituisce un angolo piacevole con un gruppo di pittoresche case a graticcio e al centro la fontana con un vignaiolo nudo che pigia l’uva. Nelle vicinanze si trova il grande mercato coperto; i banchi vendono un vasto campionario degli apprezzati formaggi borgognoni. Tornati in Place Rude, imbocchiamo la pedonale Rue des Forges che corre dietro il palazzo dei duchi tra affascinanti edifici antichi. Nel cortile dell’Hotel Chambellan una bella scala a chiocciola termina con una volta fiammeggiante di palme che sgorga dalla cesta di un giardiniere. La chiesa di Notre Dame presenta un’insolita facciata con due livelli di arcatelle cieche e file di gargouille. In cima al campanile l’orologio di Jacquemart è il simbolo della città: il fabbro destinato a battere le ore in origine era solo, ma poi si decise di dargli una moglie, Jacqueline, successivamente un figlio, Jacquelinet, seguito infine da una sorellina, Jacquelinette. Le stradine del quartiere sono ricche di case a graticcio; l’Hotel de Vogue invece è un palazzo rinascimentale con un tetto di tegole verniciate. Nella casa a fianco sul tetto di un abbaino spicca la statua di un gatto con la coda alzata. Terminiamo il nostro giro visitando la chiesa di Saint Michel dalla bella facciata rinascimentale. In Rue Verrerie incrociamo un’enoteca ben fornita, “Sarl Aux Grand Crus”; ne approfitto per soddisfare la dettagliata ordinazione di vini della Borgogna che mi era stata fatta da un collega: Chablis, Volnay, Chandolle Musigny, Gevrey Chambertin e Morey St. Denis (manca solo il Vosne Romanee). Il pomeriggio, ci dedichiamo a un’escursione attraverso la Cote de Nuits, la famosa zona vinicola a sud di Digione. Prima di lasciare la città facciamo una puntata alla Certosa di Champmol. Il suntuoso complesso religioso ospitava le tombe dei duchi di Borgogna ma è stato distrutto durante la Rivoluzione. Oggi il sito è occupato da un moderno ospedale (proprio per questo abbiamo qualche difficoltà a trovarlo) e sul posto sopravvivono solo l’antica cappella e il magnifico Pozzo di Mosè, opera scultorea di Claus Sluter (1395-1405). Un tempo si trovava al centro del chiostro, oggi è protetto da un’edicola vetrata in un cortile dell’ospedale. Un basamento esagonale con sei grandi statue policrome serviva da base a un monumentale Calvario andato perso. Tra gli austeri profeti spicca Mosè, raffigurato con la lunga barba divisa in due, piccoli corni e le tavole della legge. Lasciata Digione, subito iniziano i paesi della Cote de Nuits. Seguiamo la Route de Grands Crus, la strada dei vini che corre a metà collina. I pendii sono occupati dalle vigne che in questa stagione sono ridotte a bassi moncherini. Per primo raggiungiamo il Castello di Marsannay; rinunciando alla visita guidata dell’antico edificio di vinificazione, vaghiamo liberamente per le cantine. La tappa successiva ci porta a Fixey; la chiesa del borgo sarebbe la più antica della Cote (X secolo). E’ il momento dei castelli: quello nel paese di Gevrey Chambertin si presenta come una fortezza dalle torri quadrate, affacciata sulle vigne. Lo Chateau du Clos de Vougeot (castello del terreno di Vougeot) sorge invece proprio in mezzo ai vigneti ed è un’opera rinascimentale. La visita è molto interessante; un primo cortile presenta due lati di edifici in pietra dai portali classici rinascimentali e un terzo dominato dall’alto tetto di tegole scure, da cui si accede a un secondo chiostro per la vinificazione. Il tetto è incredibile: formato da 100.000 tegole e 80 chilometri di pioli di castagno. Agli angoli trovano quattro torchi, impressionanti per le loro dimensioni. Tornati nel primo cortile, passiamo all’antica cantina che non era sotterranea in quanto l’isolamento dei vini era garantito dallo spessore delle mura. Nell’ambiente, adibito a sala da ricevimento, hanno luogo le cerimonie della Confraternita dei Cavalieri di Tastevin, nobili assaggiatori di vino. Il soffitto è formato da travi di quercia senza chiodi poggiate su pilastri. Il prossimo paese è Vosne-Romanee, i cui vigneti producono rinomati vini rossi; vicino alla chiesa in pietra dominata dal campanile, si trova un’enoteca nella quale acquistiamo il vino che ci mancava. Il giro termina nella cittadina di Nuits Saint Georges, dove la chiesa di Saint-Symphorien, circondata dal cimitero, presenta la particolarità di un’abside piatta. Al suo interno un affresco ritrae San Sebastiano mentre un’originale scala a chiocciola, una sorta di cilindro traforato, consente l’accesso all’organo. Mercoledì 8 aprile: Digione – Bussy Rabutin – Fontenay – Semur en Axois – Alesia – Flavigny Lasciamo Digione accingendoci a visitare la Cote d’Or, a mio giudizio il dipartimento più bello della Borgogna. Per primo raggiungiamo il castello di Bussy Rabutin. Il conte Roger de Rabutin, caduto in disgrazia per i suoi motti contro Luigi XIV, fu esiliato in provincia; si dedicò quindi alla ristrutturazione di questo castello, dove tutto ricorda la sua esuberante personalità di libertino. La giornata di sole permette di apprezzare a pieno la collocazione in mezzo a una verde campagna. Le quattro torri angolari e il fossato sono rimasti ma la struttura difensiva è stata adattata alle esigenze abitative di un nobile. La facciata sulla corte principale si presenta elegante con un tetto spiovente di ardesia. L’interno è ricco di decorazioni che, anche se non hanno un grande valore artistico, ricordano il carattere del conte. Pannelli dipinti presentano gustosi motti quali “chi mi morderà piangerà” con la rappresentazione di una cipolla, mentre l’amante traditrice è rappresentata su una bilancia, più leggera dell’aria. Nella Torre Dorata il nobile esiliato fece ritrarre i personaggi celebri della sua epoca, in particolare numerose dame accompagnate da ironiche didascalie sulle loro vicende. Terminiamo la visita percorrendo nel giardino un lungo labirinto tra alte siepi. La tappa successiva è l’abbazia di Fontenay; fondata da San Bernardo di Chiaravalle, costituisce uno degli esempi meglio conservati dell’arte cistercense, tanto da essere stata dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Caduta in rovina, nell’ottocento fu trasformata in cartiera e solo all’inizio del secolo scorso i nuovi proprietari hanno ripristinato il suo aspetto originario. Entriamo nel complesso attraverso l’antica portineria; i vari edifici si trovano in un vasto spazio erboso dominato da un platano imponente, piantato nel 1780. La chiesa abbaziale colpisce per la sua nudità, specie nell’interno privo di qualsiasi ornamento. La statua di Notre Dame de Fontenay ritrae la Madonna e il bambino che sorridono dolcemente una all’altro. Una scala porta al grande dormitorio, coperto da un tetto di legno a forma di carena rovesciata. La regola prevedeva che i monaci dormissero insieme, sopra pagliericci. Il chiostro ha un aspetto massiccio, alleggerito dalle coppie di archi. Si passa poi alla sala capitolare, dove i monaci si dedicavano al pesante lavoro di copista. Attraversati i prati, raggiungiamo l’edificio della fonderia: la forza idraulica del fiume era utilizzata per muovere mantici e martinetti attraverso una grande ruota. Proseguendo la nostra esplorazione della regione, raggiungiamo Semur en Axois. Il paese medievale sorge su uno sperone roccioso a picco sul fiume Armancon. Superata la porta Sauvigny, decorata con lo stemma della città, percorriamo una strada pedonale circondata da belle case a graticcio, fino alla collegiata di Notre Dame, restaurata nell’ottocento da Viollet le Duc. La facciata, preceduta da un profondo portico, è dominata dalle due torri quadrate ma lo scorcio più bello è costituito dall’abside slanciata costruita in pietra rosata. In attesa di visitare l’interno, chiuso per l’ora di pranzo, facciamo una passeggiata verso i bastioni, ammirando le quattro possenti torri cilindriche della fortezza, ormai smantellata; la Torre dell’Orlo d’Oro presenta crepe impressionanti. Tornati a Notre Dame, ne visitiamo l’interno: la navata centrale è strettissima e per questo sembra ancora più alta. In una cappella un’insolita vetrata ritrae i soldati americani di stanza a Semur durante la prima guerra mondiale mentre nel gruppo scultoreo della Posa nel Sepolcro i personaggi hanno mantenuto la policromia: due vecchi barbuti che reggono il lenzuolo sul quale è posato il corpo di Cristo, davanti a donne afflitte. Prima di lasciare Semur, scavalcato l’Armancon sul ponte Joly, ci fermiamo per ammirare la superba vista del paese con le torri medievali e la cattedrale. Alcune signore giapponesi sono impegnate a riprodurre lo scorcio in disegni e dipinti. La storia della regione è antica. L’esercito gallo di Vercingetorige sconfitto da Giulio Cesare si rinchiuse ad Alesia ma i romani posero l’assedio alla città, costringendo i galli alla resa. A ricordo di quei fatti, nell’ottocento Napoleone III fece costruire, in cima alla collina di Alise Saint Reine, una colossale statua di bronzo che ritrae un Vercingetorige con barba e baffoni. Poco lontano, sono venuti alla luce i resti della città che prosperò sotto la dominazione romana. In realtà le vestigia sono scarse ma comunque sufficienti a ricordare le importanti attività metallurgiche. Per la notte abbiamo deciso di soggiornare a Flavigny sur Ozerain, il paesino immortalato nel film “Chocolat”. Costruito su una collina, conserva le antiche atmosfere medievali grazie alle numerose case in pietra. La piazzetta centrale è dominata dalla semplice chiesa di Saint Genest; di fianco riconosciamo il negozio nel quale Jiulette Binoche aveva aperto la sua cioccolateria. Con scarso senso degli affari appare abbandonato con la polvere che copre la vetrina e ragnatele all’interno. Passeggiando per le viuzze cogliamo numerosi scorci affascinanti. Il monumento più interessante è la cripta carolingia di Santa Regina, costruita per accogliere le spoglie della santa martirizzata ad Alesia. A fianco, gli edifici dell’antica abbazia benedettina ospitano una fabbrica di anice per la produzione delle apprezzate caramelle di Flavigny. A cena siamo gli unici clienti del solo ristorante aperto in questa stagione, “Le Relais de Flavigny”. Il simpatico proprietario è euforico per la nascita di un figlio e ci serve una cena meravigliosa: escargots (le famose lumache della Borgogna), jambon persille, tagliata, epoisse (il re dei formaggi), innaffiati da ½ litro di vino di Flavigny. Terminiamo in bellezza con pan d’epices, gelato con cassis e marc de bourgougne (l’acquavite locale). Sul conto ci addebita solo due menù economici a 13 euro che noi integriamo con una lauta mancia! Per tutta la cena ha continuato ad esaltare i prodotti della sua terra; quando usciamo, ci bacia e abbraccia mostrando un affetto gradito e veramente inatteso. Per la notte alloggiamo a L’Ange Souriant, di fronte al ristorante, ma per digerire la cena facciamo due passi per le fascinose vie deserte del paesino. Giovedì 9 aprile: Flavigny – Chatillon sur Seine – Tanlay – Ancy le Franc – Noyers – Tonnere – Troyes Lasciata non senza rimpianti Flavigny, raggiungiamo Chatillon sur Seine. Il paese è attraversato dalla Senna non lontano dalle sue sorgenti ed è apprezzato per il tesoro di Vix. In zona è stata ritrovata la tomba di una principessa, risalente al 500 a.C.; conteneva un ricco corredo con un gigantesco cratere in bronzo di produzione greca, il più grande dell’antichità, testimonianza degli intensi traffici commerciali dell’epoca. Purtroppo però il museo è chiuso per ristrutturazione e dobbiamo rinunciare alla visita. Ci consoliamo con una rapida occhiata a un paio di chiese: Saint Nicolas nella città bassa e Saint Vorles del X secolo che domina l’abitato da una collina. Proseguendo verso occidente passiamo nel dipartimento della Yonne, raggiungendo il castello di Tanlay. In attesa di partecipare alla visita guidata, facciamo una passeggiata per il parco, attraversato da un grande canale costeggiato da alberi centenari. Il castello unisce elementi tradizionali e rinascimentali. Curiosi obelischi a forma piramidale si levano a fianco del ponte che scavalca l’ampio fossato; due torri cilindriche chiudono le ali laterali. Nel cortile d’onore si affaccia l’elegante corpo centrale collegato con torrette alle due ali più basse. Il contrasto tra il candore delle pareti e i tetti spioventi neri è affascinante. La visita dell’interno è interessante per gli arredi conservati. La Torre della Lega ospitò le riunioni dei cospiratori ugonotti; la volta presenta un grande affresco con gli avversari nelle guerre di religione del periodo, ritratti come divinità dell’Olimpo. Tra gli altri si riconoscono Enrico II in alto nei panni di Giove, la sua favorita Diane di Poitiers (venti anni più grande di lui) ritratta come Venere e sua moglie Caterina de' Medici come Giunone, di spalle vicino a un pavone. Al centro Carlo IX (figlio di Enrico e Caterina) è rappresentato come Giano bifronte con i cattolici a destra e i protestanti a sinistra. Per consumare il pranzo al sacco raggiungiamo Tonnere, fermandoci nell’affascinante Fosse Dionne. La sorgente in mezzo al paese è legata a varie leggende; oggi le sue acque cangianti, blu e verdi, sono raccolte in un grande lavatoio del XVIII secolo, circondato da un portico e dalle abitazioni del paese. Per raggiungere il secondo castello della giornata, scavalchiamo il canale di Borgogna; un tempo importante via di comunicazione, oggi è utilizzato per tranquille escursioni turistiche in battello. Il castello di Ancy le Franc, opera di Sebastiano Serlio, ha l’aspetto classico di una costruzione rinascimentale italiana, formata da quattro ali identiche collegate da torri quadrate. L’edificio appartiene a una società privata e si visita solo con guida. S’inizia dalla corte d’onore che non sfigurerebbe tra le opere del Bramante. L’interno è ricchissimo di sale affrescate, ma la visita guidata risulta abbastanza frettolosa. Lo studio del Pastor Fido, sopra il rivestimento in legno di quercia, reca scene dipinte nel XVII secolo dall’artista borgognone Philippe Quentin: rappresentano storie tratte dall’omonimo poema del Guarini. La camera di Giuditta presenta invece quadri del pittore fiammingo Nicolas de Hoey nei quali Giuditta ha l’aspetto di Diane de Poitiers e Oloferne quello di Francesco I. Nella camera delle Arti il Primaticcio, attivo a Fontainebleau, ha rappresentato le arti liberali. Il vero capolavoro del castello si trova nella lunga galleria affrescata in un monocromatico color ocra con la battaglia di Farsalo. Lo scontro finale tra Cesare e Pompeo, opera manieristica di Nicolò dell’Abate, è idealizzato. Il groviglio di corpi presenta un attento studio della muscolatura; i guerrieri nudi con un velo alla vita sono impassibili mentre i cavalli appaiono concitati, alcuni giacciono per terra con le zampe all’aria. Su consiglio della padrona de “L’Ange Souriant” di Flavigny, decidiamo di visitare il paesino medievale di Noyers. La chiesa di Notre Dame è dominata dall’alta torre ma la nota più caratteristica sono le case a graticcio con le travi scolpite che rappresentano vari personaggi. Due porte turrite segnano gli estremi del paese; nel lato affacciato sul Serein molte torri circolari delle antiche mura sono state trasformate in abitazione. Tornati a Tonnere, visitiamo l’Hotel Dieu, l’antico ospedale costruito alla fine del duecento al quale si è ispirato il più celebre di Beaune. Esternamente si presenta come un lungo edificio dominato dall’alto tetto nero; l’interno è formato da un unico ambiente, impressionante per le sue dimensioni, che ospitava la corsia dei malati. La copertura di legno è a forma di carena rovesciata. In questi giorni è in corso l’allestimento per la prossima fiera del vino. In fondo si trova la cappella che consentiva ai malati di assistere alla messa senza alzarsi dal letto; una statua ricorda la fondatrice qui sepolta, Margherita di Borgogna moglie di Carlo d’Angiò, re di Napoli e fratello di Luigi IX, re di Francia e santo. Terminate le visite della giornata, lasciamo la Borgogna passando nello Champagne e raggiungendo Troyes, dove ci sistemiamo nell’Hotel Arlequin. Venerdì 10 aprile: Troyes Giornata interamente dedicata a Troyes, apprezzata, oltre che per i tesori artistici, anche per le case a graticcio dai tetti spioventi. Curiosamente il centro è racchiuso da una serie di viali che formano un tappo di champagne. Iniziamo le nostre esplorazioni nella commerciale rue Emil Zola; premendo il pulsante “porte” di un civico si accede al cortile dell’Hotel du Lion Noir, circondato da edifici a graticcio con un magnifico scalone angolare di legno. Ci troviamo nell’antico borgo, dove si allestivano le fiere, contrapposto al quartiere aristocratico intorno alla cattedrale. La prima chiesa gotica della giornata, St.Jean, è chiusa da anni ma tra pochi giorni al suo interno sarà inaugurata un’esposizione dedicata alla scultura dello Champagne. Poco oltre raggiungiamo Rue Champeaux, la strada principale del quartiere, fiancheggiata da belle case. In un crocevia si trovano la casa del panettiere e la torretta dell’orefice, sostenuta da cariatidi di legno; l’uso di parti in aggetto permetteva di guadagnare spazio risparmiando sulle tasse calcolate sulla base del suolo occupato. Una strettissima traversa è chiamata Ruelle des Chats, perché le case sui due lati sono così vicine che un gatto può saltare facilmente da un tetto all’altro. Un passaggio dà accesso al bel cortile del Mortier d’Or. Proseguendo raggiungiamo la chiesa di Sainte Madeleine, forse la più affascinante di Troyes. All’interno spicca l’esuberante jubè in stile gotico fiorito. L’abside è decorata da grandi vetrate rinascimentali perfettamente leggibili grazie alla loro posizione all’altezza degli occhi. Tra i temi rappresentati mi colpisce la Creazione del Mondo, con i primi pannelli che raffigurano la separazione delle acque in modo astratto, e l’Albero di Jesse. Allontanandoci dal cuore del centro proseguiamo fino alla “base del tappo”, retrocedendo poi verso St. Pantaleon. L’interno presenta la curiosità dell’alta navata centrale coperta da una volta a botte di legno. Tra le belle statue di Domenico Fiorentino spicca il gruppo di San Crispino, protettore dei calzolai. Torniamo quindi nel centro del borgo antico. Rue Champeaux termina in una vasta piazza, piena di caffè; una stretta casa a graticcio ha un’inclinazione preoccupante, come tante altre a Troyes. Sull’altro lato, la facciata dell’Hotel de Ville reca ancora il motto rivoluzionario “Liberté, Egalité, Fraternité ou la Mort”. La basilica di St.Urban, capolavoro del gotico dello Champagne, fu costruita nel duecento per volontà di papa Urbano IV nativo di Troyes, sul posto della bottega di ciabattino del padre. A tale scopo fu sequestrato il terreno delle monache che reagirono boicottando il cantiere e fischiando il vescovo. La facciata in realtà è ottocentesca; le fiancate presentano una selva di contrafforti con pinnacoli e doccioni, indispensabili per scaricare il peso, vista l’ampiezza delle vetrate. L’interno è semplice, dominato dalle grandi vetrate del XIII secolo che nell’abside incredibilmente occupano quasi l’intera parete. Dopo aver superato il canale della Senna, raggiungiamo l’antico quartiere aristocratico; le ricche dimore di un tempo sono state trasformate in due magnifici alberghi, la Maison de Rodhes e lo Champ des Oiseaux. La cattedrale San Pietro e Paolo è una grandiosa costruzione gotica, con la facciata dominata dalla massiccia torre sinistra, l’unica completata; una targa ricorda il passaggio di Giovanna d’Arco (anche se Troyes era schierata con gli inglesi contro di lei!). L’interno a cinque navate è maestoso, alleggerito però dalle grandi vetrate. Quelle della navata centrale, più tarde (XVI sec.), sono veri e propri quadri narrativi come il magnifico Albero di Jesse (per ammirarne i particolari utilizzo un binocolo); quelle del coro e del deambulatorio del XIII sec. Sono più semplici e rappresentano soprattutto personaggi isolati. Il pomeriggio è dedicato ai musei; iniziamo con la raccolta ospitata nell’Abbazia St. Loup, che spazia dalla storia naturale (animali impagliati), all’archeologia (il tesoro di Pouan risale all’epoca merovingia con una bella spada dall’impugnatura d’oro), proseguendo con la scultura medievale (belli i capitelli provenienti dalle chiese dello Champagne), per finire con la collezione di quadri (abbastanza noiosa). Passiamo poi al Museo di Arte Moderna, ospitato nell’ex palazzo episcopale a fianco della cattedrale e frutto della donazione di Pierre e Denis Levy. Molte opere esposte sono affascinanti, in particolare nella sezione dedicata alla pittura fauves. Una sala espone sculture di legno provenienti dalle colonie francesi in Africa: un guerriero del Benin ha tunica e cappello tutti lavorati. Il museo è pieno di scolaresche in visita; gli insegnanti per coinvolgere i ragazzi fanno copiare alcune opere oppure riprodurre le maschere africane combinando vari oggetti geometrici a disposizione. Un modo simpatico di alleggerire la visita di un museo che sembra essere apprezzato dai ragazzi. Prima del canale della Senna ci fermiamo a visitare l’Apothicairerie: l’antica farmacia possiede una ricca collezione di vasi di maiolica e scatole di legno dipinte con i vegetali utilizzati per le medicine. Sono collocati sugli scaffali di un suggestivo ambiente tutto in legno. Terminiamo il nostro giro con il Musee de l’Outil, ospitato nell’Hotel de Mauroy tipico esempio di abitazione appartenuta a ricchi mercanti. Il cortile presenta un’armoniosa combinazione di elementi: colonne corinzie, graticcio, mattoni e scaglie di legno. La collezione espone uno sterminato campionario di utensili per la lavorazione artigianale, tutti come nuovi, molti dei quali appartenuti a mestieri ormai scomparsi. Come nel museo di arte moderna, sono sfruttati anche i begli ambienti all’ultimo piano, sotto il tetto spiovente di legno. Per ritemprarci dopo tante visite, ci concediamo due coppe di sidro metodo champenoise, seduti ai tavolini del bar nel cortile del vicolo dei gatti. La sera, da Parigi ci raggiungono Stefano e Paola con i quali trascorreremo i prossimi giorni. Al ristorante “Le Bistroquet” ordino l’andouillette, la tipica salsiccia di Troyes fatta con l’intestino crasso e lo stomaco del maiale; si tratta di una “AAAAA” il massimo standard di qualità del prodotto! Sabato 11 aprile: Troyes – Pontigny – Auxerre – Vezelay – Beaune La mattina accompagniamo Stefano e Paola in un giro per la città. Rivediamo così con piacere le belle chiese di Troyes e l’antica farmacia. A mezzogiorno partiamo alla volta di Auxerre, fermandoci lungo la strada per visitare l’abbazia di Pontigny, testimonianza dell’austerità dell’arte cistercense. La severa chiesa, fondata nel 1114, ha proporzioni imponenti. L’interno, come quello di Fontenay, colpisce per la sua nudità, specie se si confrontano i capitelli a foglie stilizzate con quelli pieni di sculture di Autun e Vezelay. Auxerre sorge sulle rive della Yonne; la città vecchia occupa una collina dominata dalle siluette delle chiese. Percorse alcune stradine con case caratteristiche, raggiungiamo Saint Germaine, appena in tempo per la visita guidata della cripta. La chiesa ha una lunga storia: il primo edificio fu costruito nel VI secolo per accogliere le spoglie di San Germano, vescovo di Auxerre, morto alla corte bizantina di Ravenna nel 448. In seguito fu edificata una chiesa romanica e poi, nel XIII-XV secolo, la chiesa superiore gotica. Nell’ottocento tuttavia la navata centrale fu accorciata, isolando il campanile romanico. Dopo un’occhiata alle architetture gotiche della chiesa passiamo alla visita della cripta carolingia, a tre navate con deambulatorio. Gli affreschi del IX secolo sono tra i più antichi in Francia mentre la cappella absidale del XIII secolo ha una bella volta a ogiva con dieci costoloni. La cattedrale Saint Etienne è un imponente edificio gotico. Come tante altre chiese in Francia è stata completata solo una delle due torri previste nella facciata. I portali sono ricchissimi di sculture ma molte sono state mutilate. Sotto la chiesa visitiamo la cripta romanica; una volta è affrescata con un’insolita rappresentazione di Cristo su un cavallo bianco. Ormai abbiamo raggiunto il cuore della città antica, caratterizzato dalla bella Torre dell’Orologio, in realtà una porta sormontata da un orologio astronomico con un doppio quadrante per i movimenti del sole e della luna. Poco oltre una statua ritrae il Cadet Rousel, vissuto nel settecento e protagonista di una canzone popolare. Lasciata Auxerre, ci spostiamo a Vezelay; il paesino abitato da poche centinaia di anime è situato sopra una collina isolata, dominata dalla basilica di Sante Marie Madeleine. Meta di pellegrinaggi per le reliquie della Maddalena, è uno dei punti di partenza per i cammini verso Santiago di Compostela. Purtroppo la giornata di pioggia non ci consente di goderne a pieno la visita. La chiesa, dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità, ha le forme del romanico borgognone, con l’aggiunta del coro gotico, anche se è stata ampiamente restaurata da Viollet le Duc. La facciata, ricca di statue, fu rifatta nell’ottocento: presenta tre portali ma una sola torre. Si passa poi nel nartece, dove nei quattro pilastri inizia la “saga” dei capitelli scolpiti. Il vasto spazio, una piccola chiesa, serviva ai pellegrini per purificarsi prima di entrare nella basilica vera e propria. I tre portali sono ornati di rilievi; quello centrale è un capolavoro del romanico borgognone. Nel timpano Cristo in Gloria irradia dalle mani lo Spirito Santo sugli apostoli mentre nell’architrave sottostante e nel primo arco intorno sono rappresentati i popoli evangelizzati: i pigmei cercano di salire a cavallo con una scala, gli armeni calzano curiosi zoccoli “giapponesi”, gli indiani hanno teste di cane, altri orecchie gigantesche. L’interno romanico della chiesa è buio per la giornata di pioggia, rendendo difficile ammirare le celebri rappresentazioni dei capitelli. Tra le tante colpisce il Mulino Mistico, con Mosè che versa nel mulino di San Paolo il grano della prima alleanza. Lasciata Vezelay, raggiungiamo l’autostrada che ci porta fino a Beaune, nostra tappa serale. Ceniamo ottimamente all’“Aux Vigne Rouges”, gustando tra le tante portate, la terrina di campagna, un tris di creme brulee e un’assiette con sei squisiti formaggi

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